domenica 28 agosto 2016

Le spie russe venute dal freddo svanite nel nulla negli Stati Uniti

Corriere della sera
di Guido Olimpio

Le morti (presunte) del colonnello Alexandr Poteyev e del compagno Sergei Tretyakov. Le due «talpe» che avevano beffato il Kgb passando informazioni chiave alla Cia

Nel circolo rosso, il colonnello Alexandr Poteyev

WASHINGTON Nome: Alexandr Poteyev. Anni: 64. Grado: colonnello. Incarico: vice responsabile del Dipartimento S del servizio esterno russo. L’agente che è scomparso due volte, il protagonista di una spy story dove nessuno vuole scrivere la fine. Torniamo per forza all’inizio, al 2010. L’ufficiale scappa dopo aver tradito una decina di spie dormienti negli Stati Uniti. Lo hanno «esfiltrato» — come si dice in gergo — facendolo arrivare in treno prima in Bielorussia, quindi in Germania. Da qui ha spiccato il volo verso il rifugio statunitense, accolto dalla Cia e da una nuova vita. La seconda sparizione è più recente, risale al mese di luglio, quando è circolata la notizia della sua morte, sempre negli Usa. Una fine misteriosa che ha lasciato dubbi in chi crede sia una «coincidenza» costruita a tavolino dai maghi di Langley.
Il 2010 l’anno del grande «tradimento» di Poteyev
In altre parole il suo decesso sarebbe un trucco per sottrarlo alla vendetta del Cremlino. Fantasie, ribattono altri, è finito sotto terra per una malattia, anche se concedono che poteva diventare un target di un’operazione «bagnata», di un omicidio. Ma c’è anche chi arriva a sostenere che Alexandr non sia mai esistito e che la sua vicenda altro non sia che un modo per coprire «buchi» o colui che davvero ha spifferato le informazioni riservate. In realtà la giustizia russa non lo ha dimenticato: su di lui pesava una condanna a 25 anni di prigione, sia pure in contumacia. Verdetto accompagnato da allusioni a conti da regolare. A Mosca non l’hanno presa certo bene.

Poteyev ha fatto un danno immenso fornendo i nomi e dati di un network costruito con la classica pazienza dallo Svr. Coppie con figli, uomini d’affari e la bella Anna Chapman, russi che vivevano come americani e da americani in alcune grandi città. Miravano alle informazioni economiche, agli ambienti di Wall Street, al mondo degli affari. Erano dei «clandestini», con una doppia vita. Non li avrebbero mai beccati se il loro responsabile non li avesse fregati per poi fuggire di gran fretta usando il passaporto del fratello. Un’uscita rocambolesca accompagnata da un semplice messaggio alla moglie: «Cerca di prenderla con calma. Parto per sempre, anche se non volevo. Ma non ho scelta. Ripartirò da zero e cercherò di aiutare i ragazzi»..
La storia parallela del compagno Tretyakov
Promesse che non sappiamo se abbia mantenuto. La vita dei transfughi non è mai facile, spesso sono vittime di paranoie, sono inseguiti dalle ombre. E li attende un sentiero tortuoso. Come la storia di Sergei Tretyakov, il «compagno», deceduto nel 2010 — sempre quell’anno maledetto — in Florida. Anche lui era membro dell’intelligence russa e come Poteyev è diventato una talpa degli americani, garantendo montagne di dritte sull’apparato spionistico e i miliardi lucrati all’epoca di Saddam Hussein nell’operazione di baratto cibo-petrolio.

È stata la compagna Helen a dare l’annuncio ai media dicendo che si trattava di «morte naturale». Una precisazione per evitare — aggiungeva — che da Mosca affermassero di averlo eliminato. Tutto però troppo semplice per essere accettato senza una coda di voci, dallo strozzamento a causa di un boccone andato per traverso alla grave malattia. Inevitabile. Uno 007 non può spirare in pace.

27 agosto 2016 (modifica il 27 agosto 2016 | 21:53)

Centoventi anni fa la guerra più breve della storia

Giovanni Vasso - Sab, 27/08/2016 - 16:04

Passato alla storia come "The forty minutes work", nel 1896 il conflitto tra la Gran Bretagna e il sultano di Zanzibar sgradito a Londra



Giusto centoventi anni fa scoppiava (e finiva) la guerra più breve della storia. Alla Gran Bretagna bastarono appena trentotto minuti, per riportare di forza Zanzibar sotto il suo controllo.

Tutto cominciò quando, sei anni prima, la Germania del Kaiser e il Regno Unito decisero di spartirsi le sfere di influenza nell’Africa Orientale. Bismarck potè entrare in Tanganica (l’odierna Tanzania) mentre sua maestà britannica accettò di fare del misterioso e lussureggiante Zanzibar un suo protettorato, cosa che divenne ufficiale nel 1893. Tutto filò lisciò finché, dopo tre anni di regno, improvvisamente morì il sultano Hamad bin Thuwaini che garantiva assoluta obbedienza all’Union Jack. Era il 25 agosto e, asciugate le lacrime per la morte del sovrano, era giunto il tempo di scegliere un nuovo sultano.

Si fece subito avanti il cugino del sovrano defunto, Khalid bin Barghash. Entrò nel palazzo e si autonominò, semplicemente, nuovo sultano di Zanzibar. Solo che agli inglesi, Khalid non piaceva proprio per niente. E lui lo sapeva bene, al punto che si preparò a combattere. Allertò la sua guardia personale, armò in tutto 3mila miliziani e allestì l’artiglieria al Palazzo Reale mentre teneva pronta la sua personalissima nave da guerra reale.

Intanto Basil Cave, plenipotenziario britannico in zona, immediatamente fece preparare due navi da guerra, la Philomel e la Rush. A queste si unì da subito un’altra unità navale, lo Sparrow. Intanto le truppe furono allertate, arriveranno al porto di Zanzibar in tutto poco più di mille uomini. Per attaccare, però, aveva bisogno di formale permesso da Londra. E per ingannare l’attesa, fece arrivare altre due navi della Marina britannica, la Racoon e la Saint George.

Ottenuto l'agognato permesso, Cave inviò l’ultimatum a Khalid. Entro le nove, fuori dal Palazzo Reale. Alle 8, Khalid mandò un ambasciatore per trovare un accordo, l'inglese rifiutò ribadendo il diktat a cui il Sultano rispose picche lasciando scorrere il tempo senza abbandonare il suo posto, promettendo resistenza a oltranza.

Alle 9.02 venne aperto il fuoco. Alle 9.40 la bandiera reale venne ammainata e Khalid scappò dalle macerie della “reggia”. Trentotto minuti netti, meno di mezza partita di calcio, erano bastati per decimare la guardia del sultano (500 morti, a fronte di un unico ufficiale britannico leggermente ferito), indurre l’indesiderato sovrano a precipitosa fuga sotto la bandiera del Reich guglielmino (Khalid riparò in Tanzania e sarà definitavamente arrestato dagli inglesi nel 1916, durante la prima guerra mondiale) e a insediare sul trono l’amico Hamud, che governerà con la graziosa protezione britannica per sei anni.

A quella che in Gran Bretagna, forse troppo pomposamente, viene ancora ricordata come “guerra anglo-zanzibariana” sono state dedicate decine di libri. All'indomani della diffusione dell'impresa, questa divenne famosa sui giornali dell'epoca come "The Forty Minutes Work", una faccenda da quaranta minuti. In Africa, lo stesso episodio è ancora ricordato come una guerra disperata, combattuta su posizioni di netta disparità tecnologica e sullo sfondo della tensione diplomatica tra le grandi potenze europee che si spartivano, allora, il Continente Nero.

America, quelle città invisibili dei vip nascoste allo sguardo di Google view

Corriere della sera

di Serena Danna, inviata a New York

A Hidden Hills, un sobborgo a pochi chilometri da Los Angeles, la privacy conta più di tutto. Qui vivono personaggi famosi come la coppia Kardashian-West, Jennifer Lopez o Justin Bieber

La super villa di Kim Kardashian e Kanye West: valore: 20 milioni di dollari

NEW YORK A venti minuti di auto da Los Angeles c’è un sobborgo chiamato Hidden Hills, letteralmente «colline nascoste», dove vivono centinaia di celebrity. Disposte una accanto all’altra ci sono 648 abitazioni distinte dal grado di ambizione architettonica degli abitanti: lì attori, cantanti e registi possono passeggiare, pranzare e fare il bagno in piscina lontani dalle telecamere di Google View. Tecnicamente per Mountain View il quartiere non esiste.

Hidden Hills è un sobborgo in piena regola, in cui personaggi come Jennifer Lopez, Miley Cyrus, Kim Kardashian, hanno scelto di abitare per non rinunciare alla privacy. «C’è stato un tempo — ha detto al quotidiano inglese Financial Times David Forbes, consulente immobiliare per milionari — in cui le persone ci tenevano a sbandierare la propria ricchezza, ma le cose sono cambiate».

In effetti, se nel secolo scorso era anche il passaggio dal sobborgo al «centro» — con tanto di casa in vista — a sottolineare l’avvenuta trasformazione da aspirante celebrity in personaggio pubblico amato e invidiato da tutti, oggi il raggiungimento dell’obiettivo viene sempre di più rappresentato dal trasferimento in «comunità nascoste», dove le star vivono insieme ma isolate dagli occhi fisici e virtuali del mondo, pur di preservare un po’ di «normalità».

Una specie di nemesi del Grande fratello condotta in laboratorio. Per il momento, nessuno sembra lamentare, almeno pubblicamente il sacrificio. D’altronde — come scrive ilFinancial Times — «in un mondo sempre più connesso è la privacy il lusso più grande». Lo hanno capito gli agenti immobiliari e i costruttori locali che stanno moltiplicando quartieri come Hidden Hills in tutta la California: da Bredbury, dove vivono sportivi e tycoon cinesi, a Bell Canyon, patria di rapper e attori.

C’è da dire che la rivoluzione digitale ha causato danni materiali (e non solo) non da poco sulla vita dei vip. La possibilità di identificare attraverso Google Maps le loro abitazioni ha scatenato conseguenze di ogni tipo: dagli onnipresenti paparazzi ai tour organizzati in bus tra le ville, molto popolari nell’area di Los Angeles. Nel 2013 Philip Ferentinos, direttore di Starline Tours, uno dei più importanti tour operator specializzati in «turismo hollywoodiano», ha dichiarato al Wall Street Journal di avere 1.5 milioni di clienti ogni anno, con un aumento annuale del 50%.

Negli anni si sono moltiplicati siti Internet come celebrityaddressaerial.com che, incrociando informazioni immobiliari con quelle provenienti delle app di geolocalizzazione e dai siti di gossip, sono in grado di fornire con precisione gli indirizzi di persone famose.

A essere in pericolo non è solo l’immagine pubblica e privata di persone come Jennifer Lopez o Justin Bieber, ma la loro sicurezza. Agli albori della geolocalizzazione, un gruppetto di adolescenti con base a Calabasas, in California, turbò le notti dei personaggi dello spettacolo introducendosi nelle loro case per rubare. La banda, passata alla storia (anche del cinema grazie alla regista Sofia Coppola) con il nome «Bling Ring», tra l’ottobre del 2008 e l’agosto del 2009 svaligiò abitazioni, frigoriferi, cassetti e armadi delle celebrity per un valore complessivo di tre miliardi di dollari.

A nulla sono serviti negli anni gli sforzi i dei vip di preservare la diffusione di immagini sulle loro case, anzi. Per tutti vale ancora la lezione dell’attrice e cantante Barbara Streisand, che nel tentativo di rimuovere da un sito la foto della sua villa, ne provocò la diffusione virale. Il caso, conosciuto come «effetto Streisand» e diventato un classico per gli studiosi della comunicazione, ha avuto come unica conseguenza quella di intimidire i colleghi. Così, quei vip che accentrano sempre di più la gestione della loro immagine attraverso i social media provano a trasferire la chirurgia di Instagram nel loro ambiente di tutti i giorni.

Il giornalista di musica Ernest Baker ha raccontato di una serata trascorsa a casa del rapper Drake, a Hidden Hills, restituendo la noia e le restrizioni della situazione. Addirittura, come riporta il Guardian, il giornalista rischiava di non essere ammesso alla festa perché quella sera il rapper aveva superato il numero legale consentito di ospiti. Altro che party da sogno.

Bolivia, minatori in sciopero uccidono viceministro

La Stampa

Rodolfo Illanes sequestrato e picchiato a morte. La polizia ha arrestato 100 persone


Il viceministro dell’Interno boliviano Rodolfo Illanes

Minatori boliviani in sciopero hanno sequestrato e picchiato a morte il viceministro dell’Interno Rodolfo Illanes. In seguito, la polizia ha arrestato più di 100 persone che avevano preso parte alle proteste e ai blocchi nella zona di Panduro, 160 chilometri da La Paz, dove il viceministro si era recato per trattare con loro. Parlando ai media locali, Illanes aveva assicurato di essere in ottime condizioni e «protetto dai miei compagni», ma poco dopo è stato trovato il suo corpo senza vita. Il ministro dell’Interno, Carlos Romero ha confermato che Illanes è stato assassinato «in modo brutale e vigliacco».


REUTERS

La lotta
Il ministro della Difesa Reymi Ferreira ha assicurato in tv che «il governo non lascerà questo crimine impunito». I minatori chiedono più concessioni minerarie, norme meno stringenti per il rispetto dell’ambiente, il diritto a lavorare per aziende private e più rappresentanza sindacale. Negli scontri dei giorni scorsi sono rimasti uccisi tre minatori.

La Ue contro Google e i big Usa apre il fronte del diritto d’autore

La Stampa
marco bresolin

Atteso per metà settembre un provvedimento per far pagare i colossi del web



Sta per iniziare un nuovo round nella sfida che l’Unione europea ha lanciato a Google. Dopo le accuse di posizione dominante e di distorsione della concorrenza mosse nei mesi scorsi da Bruxelles, questa volta la Commissione europea è decisa a intervenire per proteggere il mercato editoriale europeo. In futuro Google e gli altri colossi del web come Facebook potrebbero essere infatti costretti a pagare agli editori i diritti per l’utilizzo delle notizie pubblicate sui loro motori di ricerca.

Il provvedimento è atteso per la seconda metà di settembre e nella bozza che sta circolando in questi giorni la Commissione spiega i motivi del suo intervento: da un lato «c’è in gioco la sostenibilità dell’industria editoriale europea», dall’altro c’è un rischio di «conseguenze sul pluralismo dell’informazione e sulla sua qualità».

Oggi, infatti, Google (e in modo diverso anche Facebook) decide liberamente (in base ai suoi algoritmi) quali notizie «offrire» a chi effettua ricerche nel suo motore e con quale priorità. Il link che rimanda al sito è accompagnato dal titolo dell’articolo e dall’incipit del testo. Da un lato questo porta traffico ai siti Internet, dall’altro però Google «sfrutta» le notizie offerte dalle testate. Spesso a costo zero, anche se in molti casi ci sono stati accordi tra il colosso del web e alcuni editori. Ma per le singole aziende non è facile negoziare perché, come nota la bozza della Commissione, Google parte da una posizione molto forte.

Nello specifico, il provvedimento riguarda i «neighbouring rights», i «diritti connessi» al diritto d’autore che si distinguono da quest’ultimo perché non riguardano l’opera in sé ma la sua offerta al pubblico. La normativa europea sul copyright già protegge, per esempio, le etichette discografiche, le case cinematografiche o le emittenti radiotelevisive. «Si tratta di estendere questi diritti connessi anche alle aziende editoriali che producono informazioni» spiegano dalla Commissione Ue.

Su quali leve agirà Bruxelles? «Non vogliamo assolutamente introdurre una tassa sui motori di ricerca» puntualizza un portavoce dell’esecutivo. L’intenzione è di fornire una cornice giuridica che consenta alle singole aziende editoriali di avere una base solida sulla quale intavolare le trattative con multinazionali come Google. «Poi se una testata decide di cedere liberamente i propri contenuti senza farsi pagare sarà liberissima di farlo» ammettono dalla Commissione. Bruxelles di fatto vuole offrire un ombrello alle sue imprese. Non è stata ancora definita la durata di questa protezione. Gli editori vorrebbero estenderla per un periodo di 50 anni, a Bruxelles volano decisamente più bassi: si potrebbe iniziare con un periodo di 3-5 anni.

C’è infatti chi teme una reazione di Google, visto che in passato sono accaduti episodi poco piacevoli. Nel 2014 la Spagna aveva tentato di imporre al motore di ricerca di pagare i diritti agli editori: la risposta è stata la chiusura del servizio Google News in spagnolo. E in Germania, dopo simili tentativi, gli editori hanno gettato la spugna dopo aver notato un crollo nel traffico dei siti.
Le nuove norme si inseriscono in una più ampia riforma europeo del copyright. Un percorso che ha l’obiettivo di creare una sorta di mercato unico digitale europeo per ridurre le differenze tra Paese e Paese e permettere ai cittadini di usufruire degli stessi servizi in tutti gli Stati Ue «garantendo però al tempo stesso la protezione dei diritti d’autore alle imprese», puntualizza una fonte della Commissione.

Vespa, la più bella sei sempre tu: il raduno dal sapore vintage

La Stampa
aldo mano

Al castello di Racconigi con abiti d’epoca coordinati alle moto



Sembrano uscite da riviste di moda degli Anni Sessanta: abiti sotto il ginocchio, cappellini e borsette vintage. Uomini in camicia e bretelle a tenere su calzoni di lino. Guanti, occhiali, scarpe. Tutto in stile. Tutto abbinato alla Vespe sulla quali sono arrivati ieri a Racconigi, di fronte al castello che fu residenza sabauda. Sì, perché non si trattava di un semplice raduno per mezzi d’epoca, ma di abbinare eleganza del pilota al modello di Vespa utilizzato. Limite ulteriore: sono stati ammessi solo modelli costruiti prima del 1977. E visto che la prima Vespa scese in strada nel 1946 il gioco si è ristretto ad autentici appassionati da tutt’Italia e non solo.

La più «anziana»? Una 98 cc che risale al 1947, la prima versione dello scooter. La proprietaria è la milanese Carla Maria Brambilla che la ricevette come regalo per il suo 18° compleanno. Storie da entusiasmo per la guerra appena finita, di voglia di emancipazione che spinse un nonno a regalare la Vespa alla nipote. E lei l’ha conservata benissimo, scoprendo che il valore ha continuato a lievitare (oggi tra i 40 e i 50 mila euro).

Fino a Racconigi l’ha guidata il figlio della signora Brambilla, Roberto Pozzi: «Mamma ha ottantasei anni. Fino ad una decina di anni fa la Vespa la usava lei, tutti i giorni, a girare per Milano e fare le commissioni. Un po’ l’età, un po’ la salute, le hanno impedito di essere qui oggi. Me l’ha affidata tra mille raccomandazioni e con l’impegno di tornare con tante fotografie e raccontarle tutti i dettagli della giornata. Per lei è stata una passione che mi ha trasmesso. Una felicità poter guidare una Vespa così, perfetta in ogni dettaglio, scattante come quando la costruirono».

A Racconigi sono arrivati verso mezzogiorno, dopo aver percorso la strada che attraversa le cascine reali di Streppe e Migliabruna. Tra gli appassionati un pilota belga arrivato da Anversa con la moglie sulla loro Rally 200 del 1975, curata come un gioiello.

La passione per Vespa si respirava, ed era quasi tangibile girando per il paddock improvvisato, ed ascoltando i discorsi, gli scambi di idee ed dei partecipanti, molti dei quali si vedevano per a la prima volta, con i racconti delle avventure vissute in giro per l’Italia, tutta l’ Europa ed anche in alcuni paesi del nord Africa in compagnia della fedele due ruote.

Protagonista assoluta lei, la Vespa, nelle sue varie versioni, restaurate o conservate ancora intatte o quasi, come quando erano uscite dagli stabilimenti di Pontedera. Una giovane saviglianese, Laura Barbero, è arrivata con l’abito da sposa indossato quando era convolata a nozze a bordo di un’Ape, il veicolo commerciale della Piaggio a sua volta famoso ed usato in tutto il mondo.

«Dal ‘99 ad oggi mi sono passate fra le mani oltre 500 Vespe - commenta Fabio Cofferati, piacentino che di lavoro fa il restauratore di veicoli d’epoca – a tutt’oggi ne ho conservate personalmente 150». È tornato da poco da un lungo viaggio a Capo Nord e, nonostante i 35 gradi, indossa ancora la pesante pelliccia usata per il viaggio fra i ghiacciai. «Ci sarebbe una storia da raccontare, per ciascuna delle Vespe che ho restaurato. Qualcuna aveva bisogno solo di pochi ritocchi, mentre molte altre erano quasi distrutte.

Ho avuto difficoltà a reperire diverse parti di ricambio, alla fine alcune trovate girando fra i mercatini, altre fatte costruire da artigiani specializzati, senza discutere il prezzo – spiega – Fra i miei ricordi di vespista c’è il record stabilito due anni fa; 1735 chilometri, dal Brennero a Marsala in 23 ore e 23 minuti».

Terremoto, la lettera del vigile del fuoco sulla bara della piccola Giulia

Corriere della sera

di Giulia Cimpanelli

«Scusa se siamo arrivati tardi», «Anche se non mi hai conosciuto ti voglio bene»: le commoventi parole di Andrea, uno dei soccorritori, per la bimba



Una lettera sulla piccola bara. A scriverla per Giulia, 9 anni, morta sotto le macerie del sisma a Pescara del Tronto, è Andrea, vigile del fuoco che da quelle stesse macerie l’ha tirata fuori quando «purtroppo avevi già smesso di respirare», le scrive. I soccorritori sono riusciti invece a salvare la sorellina Giorgia di 4 anni. La mamma delle due bambine, ferita e ricoverata all’ospedale, è andata venerdì a portare l’ultimo saluto, in barella, alla sua Giulia.
Le parole del soccorritore
Queste le parole scritte dal vigile: «Ciao Piccola, ho solo dato una mano a tirarti fuori da quella prigione di macerie. Scusa se siamo arrivati tardi purtroppo avevi già smesso di respirare ma voglio che tu sappia da lassù che abbiamo fatto tutto il possibile per tirarvi fuori da lì. Quando tornerò a casa mia a L’Aquila saprò che c’è un angelo che mi guarda dal cielo e di notte sarai una stella luminosa . Ciao Giulia, anche se non mi hai conosciuto ti voglio bene. Andrea».

Quali spaghetti, qui c’è la morte”. La città seppellisce anche l’identità

La Stampa
mattia feltri

Oggi Amatrice avrebbe dovuto ospitare la sagra della pasta che l’ha resa famosa nel mondo. Nessuno ora ha voglia di parlarne: il passato di tutti si è fermato alle 3,36 di mercoledì



Quando la notte del terremoto il sindaco ha detto che «Amatrice non esiste più», non avevamo capito in pieno il significato dell’espressione. La fine di Amatrice ha ovviamente a che fare con tutto quello che abbiamo visto. Il centro spazzato via come per una manata dal cielo, l’azzeramento fisico di un centro storico piccolo e bello, la morte dei turisti e del turismo, dei negozi e del sostentamento, di molti bambini e del futuro che portano con sé.

Le conferme ai cliché
Con le telecamere sono arrivate troupe da tutto il mondo, dall’Inghilterra, dal Belgio, dalla Finlandia, dalla Francia, dalla Germania, dal Giappone. Una quantità inspiegabile, raramente s’era vista una mobilitazione simile e non ne capivamo le ragioni. I reporter stranieri arrivavano e filmavano già a qualche chilometro dal centro, felici di una conferma toponomastica ai loro clichés: «Benvenuti ad Amatrice, la città degli spaghetti all’amatriciana». Perché poi era un cliché che Amatrice accettava volentieri, anzi sollecitava, come dimostrano i cartelli stradali e i manifesti strappati.

La pasta col pomodoro, il pecorino e il guanciale sono la gloria e l’essenza della città; l’Hotel Roma, collassato a fianco al Corso, e dove sono morti parecchi ospiti, e l’albergo Castagneto, che resiste in piedi ma inagibile agli immediati margini del centro, si disputavano come in un derby l’eccellenza nella preparazione degli spaghetti. Il Roma con la fama del depositario della ricetta, una santuario per i villeggianti, e il Castagneto, più amato dai buongustai locali e specialmente dai reatini. Ieri, e poi oggi, al Roma e nel resto del paese si sarebbe dovuta tenere la cinquantesima edizione della sagra dell’amatriciana.

La festa attesa da un anno e infatti, come tutti sapete, Amatrice era piena per questo: una popolazione decuplicata da tre a trentamila, di modo che il destino facesse centro pieno. Andate a rivedere su Google l’allegria e l’orgoglio con cui si annunciavano le celebrazioni ed è banale - e dunque evidente, con tutta forza - lo straziante contrasto fra quello che doveva essere e quello che è, raccontato con minuzia in ogni cronaca. Di fronte alla scuola elementare, crollata in due fasi sotto due diverse scosse, c’è il piazzale ora occupato dalle camionette dei carabinieri: lì si regge in piedi un cartello scritto a mano che inibisce il parcheggio nei giorni 27 e 28 - ieri e oggi - per lasciar spazio ai tavoli dove si sarebbero alzate le forchette alla luna.

Il parcheggio continua a essere vietato in favore dei mezzi di soccorso. Appena sotto, in una specie di anfiteatro in cemento, da cui si assiste dal basso all’allucinante spettacolo delle rovine, qualche tavolo era già stato posto ed è rimasto lì, in un ampio spazio grigio e deserto; un involontario memoriale. A poche decine di metri si fanno le code per le medicine alla farmacia della Croce Rossa, per abiti e fette biscottate allo spaccio della Croce di Malta, negli uffici per le pratiche funerarie, ai bagni chimici nei campi della Protezione civile, al giardino dei senza nome per il riconoscimento dei morti non identificati, alla mensa per un pasto caldo, e cioè per un pasto non più speciale, da offrire al mondo, ma un pasto qualsiasi che il mondo ha offerto.

La cucina e la catastrofe
E fin qui sarebbe tutto normale: sarebbe il periodico trionfo del demonio. Ma venerdì, a un cronista che cercava di tirargli su il morale dicendogli che la miglior amatriciana del mondo si cucinava nel suo ristorante, il titolare del Castagneto ha risposto con uno sguardo smarrito. Che senso ha parlare di cucina davanti alla catastrofe? E infatti in questi giorni non se ne è mai parlato, si faceva molta attenzione a dimenticarsi le ragioni della fama di Amatrice, si lasciava il dettaglio a pochi pezzi storici e, appunto, alla bulimia evocativa dei giornalisti esteri.

Tutto quello che sembra rimanere di una tradizione così radicata è l’angoscia dei pastori per le greggi da raggiungere e accudire nelle frazioni lontane e da preservare dalla voracità dei lupi che - ha detto pochi giorni fa Sabatino, 83 anni - «la modernità ci ha portato sull’uscio», e quella degli allevatori di maiali, coi medesimi problemi. Le pecore e il pecorino, i maiali e il guanciale, ma era una pura conseguenza, non una rivendicazione.

Non abbiamo riflettuto su questa seconda distruzione di Amatrice. La città «non c’è più» perché è scomparsa dall’orizzonte e perché è scomparsa nella sua identità. Il pudore dei giornalisti e il disinteresse dei sopravvissuti sono il sintomo che insieme con le case e i negozi e le chiese si è sbriciolata la memoria: oramai non c’è motivo di ricordare qual era l’anima se non c’è più la fisionomia.

Oggi Amatrice è questa: stordita dal dolore, frenetica in un andirivieni ansiogeno di soccorritori e di rifugiati, una comunità per cui non c’è passato oltre le 3,36 del 24 agosto, in cui ognuno parla di sé per i figli e i genitori persi, per le condizioni della casa, e al massimo per le necessità del momento. Fine delle mura, fine della memoria, fine dell’identità, fine di sé. E questa non può essere l’ultima riga della storia.