sabato 20 agosto 2016

Australia contro Italia, la guerra dei pomodori

La Stampa
luigi grassia

Dazi sui nostri prodotti in scatola, l’Ue vuol far saltare gli accordi



L’Italia è invasa dai pomodori in scatola in arrivo dalla Cina a basso prezzo, ma nel mondo c’è anche chi si lamenta, a sua volta, dei pomodori in scatola italiani esportati a prezzi troppo bassi e (secondo l’accusa) sussidiati con soldi pubblici europei. Nel caso specifico a lamentarsi è l’Australia, che ha già imposto dazi e adesso minaccia pure di aumentarli. L’Europa avverte che questo mette a rischio l’accordo di libero scambio che si sta negoziando fra l’Ue e il governo di Canberra. Si profila anche un ricorso al Wto (l’organizzazione mondiale del commercio). 

La questione era stata sollevata già un paio d’anni fa. Nel 2014 la commissione australiana che contrasta il «dumping» (cioè la vendita a prezzi inferiori a quelli dei mercati di origine) aveva imposto dazi al 4% ad alcune imprese italiane del settore - e quelle accusate di non cooperare si sono viste affibbiare un balzello addirittura del 24%. Ma erano rimaste fuori Feger e La Doria, due aziende campane che da sole vendono il 40% dei pomodori in scatola commercializzati in Australia. I due gruppi italiani hanno un solo concorrente locale, la Ardmona (che imbottiglia anche la Coca-Cola australiana ed è controllata al 29% dalla Coca-Cola di Atlanta). Ardmona si è rivolta nuovamente alla commissione australiana anti-dumping e nel febbraio 2016 ha ottenuto dazi del 4,5% sui prodotti di La Doria e dell’8,4% su quelli di Feger.

Inoltre, il 25 maggio è stata avviata in Australia un’altra indagine che mette nel mirino, per presunta alterazione della concorrenza, i sussidi da 183 milioni di euro al settore italiano del pomodoro (che peraltro non vanno alle aziende alimentari ma ai produttori agricoli). Perciò i limiti all’esportazione in Australia rischiano di diventare ancora più rigidi.

A Bruxelles l’hanno presa male. Cecilia Malmström, commissaria per il commercio dell’Unione europea, si dice «molto preoccupata per le indagini antidumping che l’Australia ha intrapreso contro i pomodori in scatola italiani»; la Malmström contesta in particolare «la metodologia utilizzata per calcolare i margini di dumping». Paolo De Castro, ex ministro italiano e adesso europarlamentare in commissione agricoltura (da cui deve passare ogni ipotesi di accordo commerciale) ammonisce che «l’Australia dovrà ripensare le sue politiche protezionistiche sui pomodori in scatola se non vuole mettere a rischio l’accordo di libero scambio che sta negoziando con l’Ue». Lo stesso De Castro dice che «conteggiando ai fini anti-dumping gli aiuti agli agricoltori europei l’Australia va contro le regole del Wto. Se l’Ue si rivolge al tribunale delle controversie dell’organizzazione mondiale del commercio, l’Australia non sarà in grado di sostenere le sue pretese».

Quello che fa infuriare la Malmström, De Castro e tutti i responsabili di Bruxelles è che la politica agricola comune europea è stata riformata proprio per fare in modo che i sussidi non vadano più alla produzione ma agli agricoltori, nella loro funzione di tutela del territorio; se questa riforma viene ignorata all’estero, e gli aiuti ai coltivatori vengono interpretati dai nostri partner commerciali come sussidi indiretti alla produzione, salta tutto il sistema dei rapporti, e diventa impossibile stabilire accordi di libero scambio fra l’Unione europea e i Paesi terzi. Per questo a Bruxelles tutti si trincerano in una difesa di principio, non vogliono accettare un precedente pericolosissimo.

Gli esportatori italiani di pomodori in scatola non rischiano di essere abbandonati a se stessi senza tutela. Da La Doria dicono che «è ridicolo accusare i produttori di pomodori italiani in scatola di praticare prezzi da dumping, visto che quelli della materia prima in Italia sono fra i più alti del mondo». Questo anche perché, spiega Annibale Pancrazio, presidente del Polo distrettuale del pomodoro da industria del Centro Sud, «il nostro prodotto è della migliore qualità, e proprio l’Australia è uno dei mercati che apprezza di più la qualità italiana».

Rivelò i dettagli del blitz in cui fu ucciso Bin Laden, ex Navy Seal dovrà pagare 6,8 milioni al Pentagono

La Stampa

Matt Bissonnette nel 2012 scrisse il libro «No easy day»



Matt Bissonnette, ex Navy Seal, che nel 2012 scrisse il libro («No easy day») sul suo ruolo nel blitz che portò all’uccisione di Osama bin Laden ad Abbottabad in Pakistan il 2 maggio 2011, ha raggiunto un accordo con il Pentagono, che gli aveva fatto causa. 

La Difesa ha ritirato le accuse in cambio di tutti i diritti passati, presenti e futuri ottenuti da Bisonette con il libro. Diritti che finora gli hanno fruttato 6,8 milioni di dollari. Il Pentagono aveva citato in giudizio Bisonette, uno dei membri del celebre `Team Six´ dei Seals che eliminarono il fondatore di al Qaeda, perché aveva scritto il libro dopo essersi congedato ma senza aver ottenuto l’autorizzazione della Difesa. Bisonette aveva così violato l’accordo di non divulgazione dei particolari della missione cui era vincolato.

L’amministrazione Obama in questo caso è stata accusata, dai Repubblicani, di `doppiopesismo´ vista la totale collaborazione fornita allo sceneggiatore del film sull’operazione, «Zero Dark Thirty», della regista Kathryn Bigelow. 

Posta una foto di suore al mare, bloccato l’account dell’imam di Firenze su Facebook

La Stampa

L’immagine, una provocazione, ha sollecitato una quantità di reazioni riaccendendo il dibattito sull’opportunità o meno di vietare il costume usato dalle donne islamiche



Nel bel mezzo della discussione sul burkini, il presidente dell’Unione comunità islamiche e imam di Firenze, Izzedin Elzir, ha pubblicato sulla sua pagina Facebook una foto di sette suore, in tonaca e velo, che giocano sulla spiaggia. Senza alcun commento. Poco dopo Izzeddin Elzir è stato «bloccato» su Facebook. La sua pagina da venerdì mattina è irraggiungibile. «Sorry, this content isn’t available right now».

L’immagine, una provocazione, ha sollecitato una quantità di reazioni riaccendendo il dibattito sull’opportunità o meno di vietare il costume da bagno coprente che le donne islamiche usano per andare in spiaggia. Tommaso, per esempio, ha obiettato: «Ragazzi, ma vi sfugge che le suore appartengono ad un ordine religioso e quella è un’uniforme? L’abbigliamento dei laici è un’altra cosa. Il paragone con le suore non ha senso!!!!!».

C’è chi invece l’ha presa sul ridere, come Daniele: «E anche quest’estate abbiamo trovato un argomento per discutere sotto l’ombrellone. Meno male, altrimenti avremmo parlato delle buche nelle strade».

«Il burkini - spiega Elzir - è la dimostrazione di una `discultura´ in Occidente dove si pensa che i musulmani non seguano la moda: pochi anni fa, quel costume (perché è un costume da bagno) non c’era. È l’idea di una ragazza musulmana. Ora va di moda: negli Usa lo comprano le americane, mica solo le musulmane. Da noi è una novità, tra 5 anni magari diventa moda anche qui. E mi dispiace che amministratori comunali e qualche politico in Francia, invece di rispondere alle esigenze dei cittadini su politica ed economia, si occupino di come si vestono le musulmane». 


“Vietarlo non serve a liberare le donne”
La Stampa
maria corbi

Lea Melandri, voce autorevole del femminismo, attivista del movimento delle donne italiano e autrice di numerosi libri - tra cui Come nasce il sogno d’amore - assicura che «vietare il burkini non serve a nulla».

Il velo islamico non è quindi una violenza, una imposizione dell’uomo sulla donna?
«Il controllo sul corpo delle donne è il denominatore comune di tutte le culture. Quando parliamo di mancanza di libertà, di violenza, ci riferiamo soprattutto a quella invisibile che ci siamo portate dentro, che ha radici profonde in modelli che abbiamo fatto forzatamente nostri».

Questo significa però che le donne islamiche che vogliono indossare il burkini in realtà sono indotte a farlo dal volere maschile.
«Le vittime parlano la stessa lingua dell’aggressore. La libertà comporta un grande lavoro su se stesse. L’autocoscienza femminista degli Anni ’70 metteva alla luce quanto nel nostro modo di pensare fosse segnato dallo sguardo dell’altro sesso. E così anche le donne musulmane dovranno lavorare su loro stesse».

Intanto però rimarranno senza una reale libertà.
«Tutte le mancanze di libertà delle donne non si possono risolvere con i divieti. E questo riguarda anche l’Occidente dove ancora le donne indossano abiti cuciti adosso dagli uomini. Identificate in un corpo, erotico e materno».

E allora?
«Anche le donne islamiche devono partire dall’esperienza fatta da noi occidentali. le donne devono interrogarsi, parlarsi su quali siano i loro reali desideri e la loro visione del mondo. Emancipazione per tutte le donne significa liberarsi dallo sguardo maschile che ci ha costruite».

Insisto: il divieto non aiuterebbe almeno le donne che sono obbligate a velarsi?
«Questi interventi sul burkini sono legati a problemi contingenti e non c’entrano affatto con la libertà delle donne».


“Imitiamo la Francia. No al velo in spiaggia”
La Stampa
federico capurso

«Se andassi in un Paese musulmano non girerei in minigonna. Non vedo perché si debba imporre a noi una cultura che non è la nostra». Barbara Saltamartini (Lega Nord) è convinta che il divieto di indossare il burqa o il burkini «vada adottato anche in Italia».

Ne fa una questione di sicurezza?
«Certo, ma soprattutto culturale. I nostri valori e la nostra tradizione non possono essere sempre messi in secondo piano. Vedo molta sudditanza nei confronti di chi viene da noi come ospite e questo, tra l’altro, non aiuta l’integrazione».

Il ministro dell’Interno Angelino Alfano, invece, ha respinto l’idea di un divieto. Lei che ne pensa?
«Quando Alfano dice che considera la posizione francese come un atto provocatorio che rischia di attirare attentati, si cede soltanto a una cultura retrograda».

Alfano ha però spiegato che il motivo è anche la libertà di culto, prevista dalla nostra Costituzione…

«La libertà di culto non c’entra nulla. Ho sentito Cicchitto (Ap-Ncd) dire che allo stesso modo in cui noi decidiamo se metterci o meno il bikini, una donna islamica deve poter scegliere di indossare il burkini: è un paragone che non ha senso. Se la donna islamica fosse libera di scegliere non ci sarebbero problemi, ma questo non accade quasi mai. È invece un modo per mortificare la sua libertà».

Quindi dovremmo allinearci alla linea francese e tedesca?
«Già nel 2009 avevo sottoscritto la proposta di legge contro il burqa presentata dal Popolo delle Libertà. Una proposta rinnovata dalla Lega nel 2015 e che comprende anche il burkini, rimasta inascoltata. Intanto, mentre gli altri Paesi europei stanno andando in questa direzione, il nostro governo resta fermo».