domenica 14 agosto 2016

Nel laboratorio di Google a caccia dei pirati della musica

La Stampa
filippo femia

A Zurigo creato un sistema che setaccia YouTube e riconosce brani e video che hanno violato il copyright. Una sfida titanica da 60 milioni di dollari



«La caccia ai pirati, nel mare magnum del web, è come la lotta tra il gatto e il topo. Ma noi siamo attrezzati». Dal quartier generale di Zurigo, Google affila le armi per il contrasto alle violazioni di copyright. Un tema che ha scalato le priorità in agenda anche a causa del pressing dell’industria musicale. Coldplay, Rihanna, Red Hot Chili Peppers - per citare artisti ora in classifica -: i loro brani sono quotidianamente preda di violazioni.

È qui nella sede della Big G a due passi dal fiume Sihl - 1800 dipendenti di 75 nazionalità, la più grande dopo Mountain View e New York - che gli ingegneri hanno perfezionato Content ID. Si tratta del sistema che setaccia YouTube, la piattaforma di videosharing di proprietà Google, e riconosce brani musicali, serie tv o partite di calcio che violano il copyright. Una sfida titanica (ogni minuto vengono caricate 400 ore di video) su cui Google ha investito 60 milioni di dollari.

La verifica avviene in pochi secondi, mentre l’utente sta caricando il video su YouTube. Content ID scandaglia il suo immenso database: oltre 50 milioni di file coperti da diritto d’autore, l’equivalente di 600 anni di filmati. Come una miriade di impronte digitali, messe a confronto con i nuovi file alla ricerca di corrispondenze. Se vengono trovate, il proprietario del contenuto viene avvisato.
Le due scelte

A quel punto il titolare del copyright deve decidere se far rimuovere il video o monetizzare. Nel secondo caso incassa i soldi dalla pubblicità inserita nel video incriminato. Una soluzione scelta nel 95% dei casi per i contenuti musicali. YouTube calcola che la metà degli ingressi delle case discografiche sulla piattaforma di videosharing arriva dal Content ID: «A oggi abbiamo distribuito due miliardi di dollari di royalties», spiegano.

Non rimuovere i contenuti illegali permette di ampliare l’audience e, dunque, aumentare gli introiti. Dai tormentoni musicali nasce una serie di contenuti secondari - parodie, video tributi, versioni con i testi delle canzoni - che diventano virali sfruttando il successo dei brani originali. Versioni non autorizzate, che raccolgono milioni di visualizzazioni: un ghiotto boccone per gli inserzionisti.

Rimuoverle, in termini economici, sarebbe un autogol. Quindi si monetizza. È il caso di Uptown Funk di Bruno Mars o Happy di Pharrell Williams, hit planetarie da oltre un miliardo di visualizzazioni da cui sono nati centinaia di contenuti «off» che hanno arricchito le case discografiche. O il Pulcino Pio, tormentone che nel 2012 generò oltre 50 milioni di clic da contenuti derivati, un quarto di quelli del video originale.

A oggi il Content ID è un sistema unico, solido ed efficace per proteggere il diritto d’autore. Su altre piattaforme, come Facebook o Twitter, è infatti necessaria la ricerca manuale per rintracciare contenuti illegali. E la richiesta di rimozione va fatta caso per caso: un meccanismo farraginoso, che si impiglia in un circolo senza fine di contenuti che riappaiono dopo il loro blocco. Ma secondo i discografici gli sforzi di Google-YouTube non sono sufficienti. «Serve una remunerazione più adeguata per chi crea, produce e commercializza contenuti», è la critica di Marco Alboni, presidente di Warner Italia.

«E gli introiti sono decisamente inferiori rispetto ad altre piattaforme: da Spotify arrivano 18 dollari per ogni utente, nel caso di YouTube solo uno». Enzo Mazza, numero uno della Federazione industria musicale italiana, è convinto che «un colosso come Google, in grado di mappare la Terra, ha gli strumenti per fare meglio contro la musica pirata ma ancora non li usa». «Per noi qualsiasi innovazione è un’opportunità - spiega invece Mario Limongelli, presidente delle etichette indipendenti - Ma troppo spesso ci arrivano solo le briciole. Servono più tutele per poter reinvestire sugli artisti». 

Roma, polemiche sullo stipendio del capo di gabinetto della Raggi. A Milano Sala ha speso quasi il doppio con due nomine

ilfattoquotidiano.it
di F. Q.

Pd all'attacco sul compenso di 193mila euro a Carla Raineri. Il capigruppo grillino in Senato Lucidi: "Democratici, doppia morale e doppi stipendi. Fucito, il predecessore, guadagnava 263mila euro". Ecco nomine e spese dei neo sindaci di Milano e Torino. E come funziona la legge per le nomine dei ruoli nei comuni

Roma, polemiche sullo stipendio del capo di gabinetto della Raggi. A Milano Sala ha speso quasi il doppio con due nomine

Carla Romana Raineri guadagnerà 193mila euro come nuovo capo di gabinetto del sindaco di Roma Virginia Raggi: troppo? Per il Partito democratico non ci sono dubbi, tanto che sulla nomina ha attaccato il M5s, accusato di spendere più dei predecessori. In giornata, però, è arrivata la smentita del Movimento 5 stelle. Stefano Lucidi, capogruppo grillino al Senato, ha ribaltato i numeri forniti dai democratici, secondo cui i quattro capi di gabinetto precedenti guadagnavano molto meno della Raineri. Nella fattispecie – ha scritto il deputato dem Marco Palumbo – “Basile 180mila euro (Alemanno), Basile 75mila (Alemanno), Fucito 73mila (Marino). Raineri nuovo capo di gabinetto 193mila. Grazie Virgi per lo spreco…”.

E mentre l’ex magistrato della Corte d’Appello di Milano ha spiegato che “al Campidoglio ci rimette”, Lucidi ha definito ipocriti gli esponenti del Pd perché “fanno finta di dimenticarsi che mentre la Raineri percepisce un solo stipendio in linea con il suo precedente incarico da magistrato, il capo di Gabinetto del sindaco Marino (Pd), Luigi Fucito guadagnava ben 263mila euro lordi sommando lo stipendio di 190mila euro da funzionario del Senato ai 73mila euro in Campidoglio. Pd, doppia morale e doppi incarichi“.

Da Milano a Roma passando per Torino: nomine, assunzioni, stipendi, strategie Al netto della polemica e della matrice politica delle accuse, come si sono mossi in tema di nomine gli altri neo sindaci delle grandi città eletti ai ballottaggi dello scorso giugno? A Milano il primo cittadino Beppe Sala (Pd) ha nominato sia un nuovo capo di gabinetto che un nuovo city manager. Una pratica assai diffusa con l’insediamento della nuova squadra di governo, con il sindaco che mette uomini di fiducia in ruoli di importanza strategica. Nel capoluogo lombardo è il caso di Mario Vanni, avvocato, 33 anni, ex tesoriere del Pd meneghino nonché coordinatore della comunicazione e delle attività di promozione politica nella campagna elettorale dell’ex manager di Expo.

Lo stipendio del professionista? Intorno ai 140mila euro. Un bel risparmio rispetto ai 193mila euro della Raineri, ma un costo non di poco conto se si considera che il successore di Pisapia ha nominato immediatamente anche un nuovo city manager (incarico non assegnato da Virginia Raggi). Trattasi di Arabella Caporello, 43 anni, marchigiana di nascita ma milanese d’adozione, fondatrice del circolo Pd della Pallacorda e renziana di ferro. La nuova city manager potrà arrivare a guadagnare 210mila euro: 180mila di fisso e 30mila di benefit al raggiungimento di determinati obiettivi. In tutto, quindi, Sala spenderà intorno ai 350mila euro per due ruoli chiave nell’amministrazione della città.

Tanto? Poco? Per chi conosce il funzionamento delle macchine comunali delle grandi città si tratta di cifre in linea con gli emolumenti standard per i ruoli interessati. Diverso il caso di Torino, dove la sindaca Chiara Appendino ha mantenuto la promessa fatta in campagna elettorale e ha tagliato del 30% lo spoil system del predecessore Piero Fassino: via il portavoce dell’ex primo cittadino, il direttore generale, il capo di gabinetto, il coordinatore della segreteria, il responsabile marketing e turismo e altri dirigenti comunali. “Con questi soldi costituiremo un fondo da 5 milioni di euro per inserire i giovani nelle piccole e medie imprese” ha spiegato il nuovo sindaco di Torino. Strategie. Se giuste o sbagliate  è presto per dirlo.

Direttore generale, capo di gabinetto e city manager: come vengono nominati
Il direttore generale, il capo di gabinetto e il city manager sono ruoli strategici all’interno delle macchine comunali. Attenzione, però: strategici, ma non obbligatori. I comuni, infatti, possono anche farne a meno. Tutte e tre le figure sono di nomina squisitamente politica: in soldoni, il sindaco sceglie in totale autonomia e secondo i parametri di spesa fissati dagli statuti comunali. Per quanto riguarda il capo di gabinetto del sindaco, però, la riforma Madia ha posto dei paletti: se prima non c’erano limitazioni per la scelta dei papabili, ora invece è necessario un bando pubblico e delle competenze ad hoc. A Milano, in tal senso, ci sono stati dei problemi.

Come raccontato da Gianni Barbacetto sul Fatto Quotidiano, Sala ha nominato Vanni senza gara e gli ha dato uno stipendio da dirigente pur non essendo il diretto interessato un dirigente (nel precedente incarico all’Authority per l’energia era inquadrato come funzionario). Un intoppo non di secondaria importanza, visto che Vanni non poteva firmare gli atti da capo di gabinetto del sindaco. In un primo momento, infatti, i provvedimenti sono stati vidimati dal predecessore di Vanni. L’inconveniente è stato sottolineato nella prima seduta del Consiglio comunale da Basilio Rizzo, candidato sindaco per “Milano in Comune”, che ha chiesto come mai ora “si debba istituire un ‘dirigente del gabinetto del sindaco’ che abbia il potere di firma che il capo di gabinetto in carica non può avere”.

Come ha risolto la grana Giuseppe Sala? Con una gara ad hoc. Postuma. E sul sito del Comune di Milano alla voce ‘capo di gabinetto del sindaco’ compare un nome: Mario Vanni. Diametralmente opposta, invece, la modalità di scelta del segretario generale del Comune. Si tratta di una nomina – questa sì – obbligatoria, che viene prescritta dal Testo Unico degli enti Locali. Il nome del prescelto va individuato all’interno dell’albo nazionale ad hoc. Lo stipendio? Fissato secondo parametri standard e uguali in tutta Italia. Per questo ruolo, insomma, la politica può poco o nulla.

Addio a Kenny Baker, c’era lui dentro il robot R2-D2 di Star Wars

Corriere della sera

di Renato Franco

Era alto 1 metro e 12 centimetri ed è morto all’età di 81 anni. Raccontava:
«Stavo dentro questa piccola armatura e mi muovevo con dei pedali particolari»



Addio a R2-D2. O meglio a Kenny Baker, l’uomo che era fisicamente dentro il robot protagonista della saga di Star Wars, il «barattolo di latta» spavaldo e imprudente che nella versione italiana — chissà perché — si chiama C1-P8. Kenny Baker avrebbe compiuto 82 anni tra pochi giorni, era alto 1 metro e 12 centimetri e ha «interpretato» il robot con la testa che gira fin dal primo film della serie nel 1977. «Stavo dentro questa piccola armatura e mi muovevo con dei pedali particolari. Faceva caldo, c’era poca aria e si sudava tanto. Ma era comunque divertente», ha raccontato l’attore a RiLL.it qualche tempo fa.
«Eravamo convinti che il film sarebbe andato malissimo»
Kenny George Baker era nato a Birmingham il 24 agosto 1934 e grazie alla sua statura si è calato nella struttura di C1-P8 in sei dei sette film di Guerre Stellari. Non partecipò al terzo prequel Star Wars: episodio III - La vendetta dei Sith per motivi di salute (una malattia ai polmoni) anche se George Lucas gli rese omaggio inserendolo comunque nell’elenco degli interpreti. Così l’attore ricordava la vecchia trilogia di Guerre Stellari: «Eravamo un po’ dei pionieri. Sono convinto che George Lucas abbia spianato la strada a un sacco di film che sono arrivati poi, riuscendo a far diventare da “adulti” anche i film di fantascienza. È un genio, secondo me».

Anche se sul set è «gentile con tutti, ma un po’ distaccato: George non ama dare troppe indicazioni sulla recitazione. Con me è sempre stato carino, comunque, e mi ha sempre ascoltato, quando avevo bisogno di qualcosa». Il successo — clamoroso e milionario — Kenny Baker non se lo aspettava. Anzi. «Eravamo convinti che il film sarebbe andato malissimo e che nessuno l’avrebbe visto. E come potevamo pensare altro? Le idee erano ottime, ma i soldi pochi e le possibilità tecniche limitate. Lucas ci metteva anima e corpo, ma ne soffriva anche tanto. Per fortuna poi è arrivato Spielberg».
Il saluto mancato
R2-D2 si accompagna sempre al droide umanoide dorato esperto di protocollo C-3PO (altra stranezza, nel primo adattamento italiano si chiama invece D-3BO), che è un perfetto contraltare del collega di latta: tanto uno è spavaldo, tanto l’altro è impaurito. Lì dentro ci armeggia un altro inglese, Anthony Daniels. Con cui il rapporto — raccontava ancora Baker — non è stato semplice: «Anthony non è una persona facile. È molto snob. L’ultima volta che l’ho visto, a una convention, sono andato a salutarlo e mi ha detto, scocciato, di non disturbarlo, perché stava parlando con la stampa. C’è da dire, comunque, che lui faticava più di me, dentro il costume di C3PO. Era molto più dura per lui, che per me». L’altro sarà stato più alto, ma quanto a classe il gigante era Kenny.

Parisina, ferita da una bomba Con la pensione dal 1918

Corriere della sera

di Elvira Serra, inviata a Sedico

Con l’indennizzo, paga il posto in casa di riposo nel Bellunese. Ha appena compiuto 105 anni. È stata sarta e fotografa: fece gli scatti di decine di vittime del Vajont



Parlerebbe di più, se non fosse completamente sorda. E infatti si spazientisce soltanto quando non riesce a capire, nonostante le domande gridate all’apparecchio dell’orecchio destro. Sul sinistro non conta ormai da un pezzo. Dal 1918. Quando sulla strada per Belluno, dalle parti di Chiesurazza, si avventò su un sacchetto di carta, sperando che ci fosse un po’ di cibo scartato. Ma era una bomba. La granata esplose e Parisina Maria Canzan da Libàno, frazione di Sedico, ci rimise il timpano sinistro, un polpaccio e una porzione di piede dello stesso lato. Aveva sette anni, la gamba le fu salvata per un pelo, mentre lo zio Abramo, macellaio, gridava: «Non amputatela, piuttosto preferisco che muoia!». Non morì e due anni dopo una commissione di medici militari le riconobbe l’invalidità di guerra, un indennizzo oggi pari a cinquecento euro, che continua a percepire dopo aver spento 105 candeline, il 9 agosto.
Una nonna «non convenzionale»
«Mi vergognavo molto della mia menomazione», racconta la decana con il piacere delle chiacchiere. Foulard azzurro, capelli candidi, pantaloni e golf nero che fanno quasi sparire la sedia a rotelle, ricorda: «I ragazzi li tenevo lontani. Anche mio marito, Attilio, l’ho fatto tribolare un po’. “Guarda”, gli dissi. “Se credi di venire qua a prendermi in giro, prendi subito la porta e te ne torni indietro”». Invece hanno fatto due figli, Luciano ed Ennio Candeago, 78 e 80 anni, che le hanno dato quattro nipoti e sette pronipoti.

«La nonna? Non è mai stata molto convenzionale», spiega ridendo Cristina, accanto a lei al primo piano della Casa di Riposo di Sedico, dove la signora vive da otto anni. Riesce a pagare in autonomia la retta grazie alla somma delle sue pensioni: quella di invalidità, quella del marito scomparso cinquantenne, una piccola porzione della pensione del fratello Rugoletto, «Ugo», morto in un campo di concentramento in Germania, e la sua di anzianità. Cristina prosegue: «Non era la classica nonna che preparava i pranzi la domenica o che stava seduta a fare la maglia. Al contrario, era tutta sprint. Quando mia madre rimase incinta di mia sorella, lei, che si occupava di me, le disse: “Oh, finalmente, così ora guardi tu tutte e due».
Sarta e fotografa
Il carattere battagliero si intuisce da certi aneddoti. «A un certo punto le abbiamo dovuto sequestrare il motorino», va avanti il figlio Luciano. «Ma lei era uno spirito libero. Anche a 80 anni, prendeva la corriera da sola per andare a Belluno e noi preoccupati ci domandavamo dove fosse». Tra le gesta passate alla storia familiare, c’è anche quella di quando, già trentenne, nel pieno della Seconda guerra mondiale, fece in bicicletta da sola oltre cento chilometri per raggiungere l’adorato Rugoletto che stava a San Candido. Sarta e fotografa, quest’ultima professione la svolse a tempo pieno dopo la morte di Ugo, che avrebbe dovuto seguire le orme del padre.

E invece ci rimase Parisina, accanto a lui, ogni volta che scattava ritratti dei partigiani da stampare nella notte per dar loro modo di preparare i documenti falsi. «Un giorno — aggiunge Luciano — i soldati fecero un’ispezione a casa del nonno, che ebbe la prontezza di piegare in due le lastre per non rendere riconoscibili i soggetti». Fu invece Luciano, nel ruolo di assistente con il flash, ad aiutare la madre a scattare le foto per il riconoscimento di 84 vittime del Vajont che erano state trasportate in una chiesa dismessa di Libàno.
La festa per i 105 anni
Parisina, però, tra la Rolleiflex e la Singer, la macchina fotografica e quella per cucire, non aveva preferenze. «A me piasea stare in mezzo alla gente, seguire mio padre con la bicicletta, andare in giro», interviene la protagonista. Che ha sempre cercato di nascondere le sue ferite (ha ancora delle schegge nella gamba), per esempio fasciando il polpaccio deturpato fino a che non diventava consistente quanto l’altro.

Adesso che è costretta sulla sedia a rotelle dai due femori rotti, le sue giornate sono scandite dai pasti, da qualche lettura e dai telegiornali. «Dei politici non credo più a nessuno», vuole puntualizzare. I pronipoti Giulia e Federico, 15 e dieci anni, la ascoltano incantati. Meno di una settimana fa, proprio qui, l’hanno aiutata a soffiare sull’unica candelina rosa accanto al numero 105, un record pure per la casa di riposo. L’ora a disposizione vola e resta tempo solo per una foto ricordo. Ma Parisina non ha finito di sorprendere, ci guarda con gli occhi velati dalla cataratta e dice: «Ha scelto bene come vestirsi. Le righe stanno bene alle magre».

La cultura del rispetto che stiamo perdendo

Corriere della sera
di Giangiacomo Schiavi

La mamma coraggio della periferia milanese che denuncia il figlio affiliato a una banda latinos preferisce saperlo in prigione che sulla strada. E’ l’ atto estremo di una donna che cerca di proteggere gli altri figli (e sono tre) da un modello sbagliato

Un disegno di Conc

Respecto. Una parola in disuso piomba sui picchiatori latinos e si espande nei circuiti della violenza gratuita che colpisce chi non ce la fa a difendersi: può essere il ragazzo del parcheggio a Milano, un’ex fidanzata in fuga o una moglie che vuole cambiar vita. La pronuncia una madre salvadoregna, una donna «arrivata dall’altra parte del mondo», come dice papa Francesco, con la speranza e il sogno di un futuro migliore, ed è indirizzata al figlio, protagonista di un brutale pestaggio che, forzando i sentimenti, lei stessa ha denunciato alla Questura.

Ma la parola respecto, riguarda tutti, interessa tutti, dovrebbe far riflettere tutti sulle regole che sono andate perdute, nella famiglia come nella società, su come l’insolenza, la prevaricazione e il sopruso stiano diventando comportamenti abituali, accettati, a volte persino giustificati. E’ per insegnare il rispetto agli altri figli che la madre ha trovato il coraggio di spezzare la catena della connivenza, per ricordare loro che vivono in un Paese civile e non primitivo, dove c’è una legalità da rispettare, dove esiste un codice diverso da quello delle pandillas, le bande giovanili che si sgozzano in Sudamerica.

E’ un urlo di rabbia quel «rispetto» che vale per ogni persona, per ogni creatura, perché definisce il confine con la barbarie, la crudeltà. Non si esaurisce nel dramma di una madre che scopre in un video su Internet la sagoma del figlio invasato. Indica anche un vuoto, per le tante donne che hanno lasciato il loro Paese, spesso abbandonate dai padri dei loro figli. Il vuoto di un’autorità paterna fatta di regole ma anche di amore, tenerezza, condivisione, percorsi comuni di crescita.

Nel caso dei latinos e di certe bande giovanili, questo vuoto è riempito dalle regole settarie di un clan che ha creato un modello arcaico di autorità e giustizia. La mamma coraggio della periferia milanese che denuncia il figlio affiliato a una banda latinos preferisce saperlo in prigione che sulla strada. E’ l’ atto estremo di una donna che cerca di proteggere gli altri figli (e sono tre) da un modello sbagliato.
Forse in carcere capirà, forse al Beccaria qualcuno lo aiuterà. Un padre, questo figlio sbandato, non l’ha mai avuto. Quello naturale non l’ha mai riconosciuto. Madri e figli oggi sono anche prigionieri dell’inadeguatezza di certi uomini a essere padri.

I file dell’Isis e i sequestrati italiani «Riscatto alla moglie del jihadista»

Corriere della sera

di Lorenzo Cremonesi

I libici parlano di 500.000 euro (su 13 milioni) recuperati dalla donna arrestata «Ma Roma non collabora con i nostri 007». «Abbiamo le prove che l’Italia sta diventando un campo d’azione militare»



TRIPOLI «Vorremmo che i nostri corrispettivi a Roma si rendessero conto che la cooperazione con noi è necessaria per battere assieme il nemico comune», ci dice il capo dei servizi segreti a Tripoli, Mustafa Nuah. È interessante ascoltare le ragioni (e le versioni) degli agenti di questa parte del Mediterraneo, specie alla luce del materiale di intelligence che giunge dalle roccaforti dell’Isis appena espugnate a Sirte.

In primo luogo, va sottolineato il loro malcontento nei confronti degli 007 italiani, cresciuto a marzo con il caso della liberazione dei quattro tecnici della Bonatti rapiti un anno fa presso il terminale Eni di Mellitah. Due di loro, Gino Pollicardo e Filippo Calcagno, arrivarono poi sani e salvi alle loro case, ma gli altri due, Salvatore Failla e Fausto Piano, persero la vita durante l’operazione. Roma ha poi sempre smentito di aver pagato un riscatto. «Il fatto è che gli italiani trattano con noi, ma senza darci fiducia. Per liberare i quattro hanno negoziato direttamente con le milizie e tribù locali di Sabratha, dove erano stati portati i tecnici della Bonatti. È addirittura stato pagato un riscatto di 13 milioni di euro.

Noi lo abbiamo scoperto grazie alle nostre fonti sul posto. Ed è allora che siamo andati su tutte le furie. Quei soldi sono finiti in parte in tasca alle bande di criminali legate agli scafisti locali, ma in parte anche ai jihadisti dell’Isis, che ben sappiamo sono presenti in forze a Sabratha. Talmente presenti, che gli americani hanno bombardato un loro campo d’addestramento nella zona il 19 febbraio scorso, uccidendone una cinquantina. Se invece avessimo lavorato assieme agli agenti italiani, compresi gli investigatori dell’Eni, probabilmente saremmo arrivati a recuperare vivi tutti i tecnici senza pagare il riscatto, evitando così di finire per finanziare il terrorismo dell’Isis», sostengono a Tripoli.

Una delle prove che quella somma è giunta anche allo Stato Islamico sarebbe fornita dai 500 mila euro in contanti trovati poche settimane fa nelle tasche della moglie di Al Muaz Ben Abdelkader al Fezzani (meglio noto come Abu Nassim), da anni ricercato anche dalla polizia italiana per le sue attività eversive nel Milanese e in Europa. Ovviamente l’intelligence libica enfatizza il proprio ruolo e lo puntella grazie alle informazioni che giungono ora dai covi dell’Isis a Sirte. Comunque «merce di scambio» interessante per chiunque combatta il terrorismo jihadista.

A loro dire, Abdallah Daba-shi (noto come Abu Maria), uno dei capi estremisti a Sabratha, avrebbe stretti contatti con la centrale di Sirte. «La Libia è terra di passaggio tra l’Isis mediorientale, Boko Haram in Africa e le cellule in Europa, oggi tutti mirano a controllare gli scafisti e i guadagni derivati dal traffico di migranti verso le vostre coste. Noi individuiamo spesso i terroristi, ma poi non sappiamo come seguirli, abbiamo bisogno di fondi, ci servono per esempio le attrezzature molto costose per monitorare le conversazioni telefoniche e tracciare i loro autori anche a cellulari spenti», spiega un alto funzionario nella Centrale.

Tra i traffici lucrosi per il Califfato c’è anche quello di manufatti archeologici rubati dai siti più importanti e ricchi, dove dalla rivoluzione del 2011 la sorveglianza è latitante, primo tra tutti quello di Leptis Magna, ma anche Cirene e la stessa Sabratha. Un saccheggio lento e metodico che ricorda da vicino quello dei siti iracheni dopo la guerra del 2003. A Sabratha, anche dopo il bombardamento Usa, l’Isis avrebbe ancora posizionati 400 militanti che costituiscono un punto di raccordo con quelli che oggi scappano da Sirte, molti diretti nel deserto verso il Sudan e altri ancora alle centrali jihadiste nella vicina Tunisia.

«L’Isis minaccia noi, vorrebbe assassinare i nostri leader politici, non ultimo lo stesso premier Fayez Serraj. Ma abbiamo le prove evidenti che sta sempre più considerando l’Italia da terreno di passaggio verso l’Europa a campo d’azione militare. Siamo sulla stessa barca noi e voi. Il nostro fallimento nel combattere l’Isis sarebbe la vostra sconfitta», sostiene a chiare lettere lo stesso Nuah. Per rafforzare questa tesi i suoi aiutanti ricordano una serie di progetti di attentati che sarebbero stati sventati in Europa grazie alle informazioni fornite da loro: in aprile avrebbero aiutato a impedire alcune operazioni dell’Isis in Italia, una contro il Vaticano, oltre ad un attacco a Parigi presso la Torre Eiffel.

Ultimamente stanno ottenendo nuove informazioni preziose dal tunisino 34enne Atef al Duwadi. A Biserta ha una moglie e tre figli: Mosab di 4 anni, Kadja di 3 e Rochaia di 8 mesi. Un amico stretto di Abu Nassim, Al Duwadi è stato arrestato dalla polizia tunisina prima della rivoluzione del 2011, ma poi è riuscito a fuggire. Pare abbia a sua volta rapporti con l’Italia. Le sue note sono su Facebook, dove parla tra l’altro della necessità che la sharia, la legge coranica, si sostituisca a quella dello Stato. In un lungo colloquio con noi in cella a Tripoli alcune settimane fa Al Duwadi ha solo ammesso di avere «convinto due italiani di Milano a convertirsi all’Islam». «Non conosco i loro nomi. Ma quando vennero a Tunisi nel 2013 abbiamo fatto una grande festa in loro onore», ha detto al Corriere. «Uno di loro ha voluto essere chiamato Yehia».

Il nemico ti ascolta»: la Corea del Nord sequestra i cellulari prodotti in Corea del Sud e regalati agli atleti

La Stampa
paolo brusorio

I dirigenti di Pyongyang: “Devono guadagnarseli sul campo”



Trovarsi in camera un cellulare di una nota marca sud coreana e vederselo sequestrare dai propri dirigenti: è questo quello che è accaduto agli atleti della Corea del Nord. 

Capita che la Samsung, tra gli sponsor olimpici, abbia provveduto al gentile cadeau da quasi 800 euro per gli atleti presenti ai Giochi, ma i dirigenti di Pyongyang - racconta Radio Feee Asia - non ne hanno voluto sapere e li abbi sequestrati tutti. «I nostri atleti devono guadagnarsi in gara l’accesso agli spazi dove questi prodotti sono in vendita»: l’idea, in sostanza, della simpatica e democratica delegazione è quella di evitare che l’antagonista capitalista possa contaminare, e gratuitamente, i propri atleti. 

Che potranno comprarsi lo smartphone solo dopo una buona prova in gara: «I regali potrebbero distrarli e farli sentire appagati». Passano gli anni ma il motto e sempre valido: taci che il nemico ti ascolta. E, per farlo, ti regala anche il telefono.

Boschi

La Stampa
jena

Fossi un vignettista non mi occuperei delle cosce ma del cervello.