sabato 13 agosto 2016

Le scie chimiche? Gli scienziati sono concordi: una bufala

Corriere della sera

Secondo uno studio condotto presso la Carnegie Institution for Scienze, 76 climatologi interpellati sui 77 totali si dicono certi che non ci sia alcuna evidenza scientifica della teoria del complotto. Alla quale dà credito, però, il 17% della popolazione



La teoria del complotto sulle scie chimiche è ben nota e circola da tempo. Ma per gli scienziati «non esiste alcuna prova evidente della loro esistenza». Eppure quasi due persone su dieci ci credono.
Che le scie di condensazione visibili nell’atmosfera terrestre e rilasciate dagli aerei non siano scie di vapore acqueo ma composte da agenti chimici e biologici diffusi per un programma segreto dei governi, è una teoria che circola dalla fine degli anni Novanta del secolo scorso. E un sondaggio internazionale condotto nel 2011 ha dimostrato che quasi il 17% crede, o almeno è parzialmente convinto che quel programma esista.

Non sono della stessa opinione scienziati e studiosi del clima, almeno stando a uno studio condotto presso la Carnegie Institution for Science, a Washington. Settantasette di loro sono stati interpellati sulle scie chimiche e tutti, tranne uno, hanno spiegato di non aver mai trovato prove della loro reale esistenza. «Abbiamo voluto realizzare un sondaggio fra gli scienziati su questo - ha spiegato Steven Davis, uno degli autori dello studio, pubblicato nelle “Environmental Research Letters” - gli esperti hanno clamorosamente respinto le fotografie e i risultati di alcuni test come prova dell’esistenza delle scie».

In sostanza, spiegano, le scie che vengono avvistate nel cielo e che rimangono visibili per ore, sono quelle dei motori a reazione degli aerei. Aria calda, che in contrasto con la bassa pressione dell’atmosfera, crea un effetto condensa che poi rimane visibile. Insomma, secondo gli scienziati il complotto delle scie chimiche è una bufala. Ma chissà se questo studio basterà a far cambiare idea a chi invece è convinto della loro esistenza.

13 agosto 2016 (modifica il 13 agosto 2016 | 14:46)

Nessuno investe i loro contributi, onorevoli pensioni pagate dai cittadini

Libero

Nessuno investe i loro contributi, onorevoli pensioni pagate dai cittadini

I vitalizi ci sono ancora, e non pochi: sono la maggiore delle uscite previdenziali per i parlamentari nel bilancio della Camera dei deputati. Anche se dal 2012 hanno annunciato il passaggio al sistema contributivo come avviene per tutti i lavoratori italiani, ci vorranno ancora lustri per estinguere il più grande privilegio su cui hanno potuto contare per 50 anni gli eletti in Parlamento. Nel bilancio 2015 della Camera dei deputati guidata da Laura Boldrini su 137,82 milioni di spesa per il “trattamento previdenziale dei deputati cessati dal mandato”, quasi 111 milioni sono ancora dovuti ai famigerati vitalizi.

Gli assegni vitalizi diretti (a ex deputati ancora in vita) ammontano infatti a 85,4 milioni di euro. Gli assegni vitalizi di reversibilità (quelli corrisposti ai familiari dopo la morte dell’ex deputato) ammontamno a 25,3 milioni di euro. Poi ci sono 10,5 milioni di euro di pensioni dirette erogate a chi è entrato nel nuov regime contributivo e ci sono già 370 mila euro corrisposti per pensioni contributive di reversibilità. Altro 16 milioni sono invece versati al Senato come “quota di assegni vitalizi e pensioni” pagate dall’amministrazione di palazzo Madama a chi ha terminato la vita parlamentare da senatore, ma ha fatto prima anche il deputato. Soldi ne escono dunque in continuazione per gli ex. Ed entrano ovviamente anche contributi per finanziarle.

Assai pochi, in verità: 7,145 milioni in un anno di trattenute sulla indennità parlamentare destinate al “trattamento previdenziale dei deputati”. Non bastano nemmeno a pagare le pensioni contributive dell’anno, che ammontano già a tre milioni di euro di più. E non bastano per colpa dell’ultima follia legata alla previdenza dei parlamentari: sono l’unica categoria professionale in Italia i cui contributi non vengono investiti per ottenere almeno un pizzico di rendimento con cui pagare le rivalutazioni delle loro pensioni. E’ l’indice della assoluta mancanza di cura dei soldi dei contribuenti italiani, grazie a cui viene pagato quel divario fra contributi versati e pensioni e vitalizi intascati: tanto quella differenza ogni anno viene versata dal ministero dell’Economia con la dotazione annuale a Camera e Senato, e chissenefrega.

Eppure per i dipendenti della Camera quel pizzico di rispetto per i soldi dei contribuenti ancora c’è. Loro non hanno mai goduto di vitalizi, ma di pensioni sì. Versano i contributi, vengono accantonati nel fondo di previdenza per il personale della Camera dei deputati e ogni anno investiti e fatti fruttare per non pesare sulle spalle del contribuente. Nel loro rendiconto di gestione figurano interessi su liquidità, ma soprattutto 2,5 milioni di euro di interessi sugli investimenti, oltre a quelli sui mutui e sui prestiti. Il rendimento medio ottenuto nel 2015 è stato del 2,11%. Minore di quello dell’anno precedente (2,41%), gigantesco però se messo a confronto con il rendimento ottenuto sui contributi dei parlamentari, che è zero visto che né alla Boldrini né alla sfilza di suoi predecessori è mai venuto in mente l’ovvio: investirli e farli rendere.

Senza un fondo pensione dei parlamentari, il loro sistema previdenziale non è affatto uguale a quello degli altri lavoratori italiani, ed è contributivo solo sulla carta: tanto paga Pantalone, e chissenefrega di fare fruttare quei contributi. Eppure non è sempre stato così. Quando fu fatta la legge per l’indennità parlamentare a metà degli anni Sessanta, e fu deciso di pagare loro anche quel vitalizio, venne creata la Cassa dei parlamentari. Investiva in titoli di Stato e obbligazioni pubbliche, e aveva i suoi bei ritorni. C’era la coscienza del dovere di fare mettere a frutto quel che veniva loro pagato comunque dai cittadini. Poi sono arrivati i favolosi anni Ottanta, ed è iniziato il chissenefrega dei cittadini. I parlamentari hanno deciso di concedersi un aiutino per rientrare nel mondo del lavoro una volta terminato il loro mandato e non più rieletti.

Così si sono inventati l’assegno di fine mandato, l’aiutino economico che si auto-concedevano per rientrare in società: un mese di indennità parlamentare piena per ogni anno di mandato. Solo che non avevano versato nulla per concedersi quel grazioso regalino. E dove hanno preso i soldi? Dalla Cassa di previdenza dei parlamentari, che così in pochi anni è andata a ramengo, prosciugata di tutte le sue risorse. Chiusa la cassa, si sono aumentati l’indennità parlamentare per togliersi quel contributo per l’assegnod i fine mandato che ancora oggi esiste. Ma i versamenti previdenziali sono diventati una partita di giro, non hanno più ricostituito un fondo pensione e buonanotte ai soldi degli italiani che nessuno ha più fatto fruttare.

Incassano e nemmeno tengono con cura, esattamente come fece nella parabola evangelica dei talenti il “servo sciocco e infingardo” che nascose sotto terra senza farlo fruttare il talento che gli aveva affidato il padrone. Nella parabola però il servo si sentì apostrofare così: “avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha. E il servo fannullone gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”. Ma quello è il Vangelo. Alla Camera piange e stride denti solo il contribuente italiano…

Foto digitali, come evitare di perdere le "jpg" dei ricordi

repubblica.it
di ALESSANDRO LONGO

Un clic sulla foto salvata su un hard disk, e la brutta sorpresa di un messaggio di errore. L'immagine si è corrotta, il ricordo digitale è svanito per sempre. I nostri lettori ci hanno scritto in cerca di risposte e soluzioni

Foto digitali, come evitare di perdere le "jpg" dei ricordi

L'IMMAGINE si è corrotta, quel frammento di memoria digitale è svanita per sempre. Un problema che torna attuale in molti dei commenti riportati su Facebook in questo periodo vacanziero e pure in alcune mail arrivate dai lettori alla redazione. "Ho copiato le foto delle vacanze e dei miei figli per anni da un hard disk all'altro, per conservarle. Ma ora ho visto che alcune di loro sono illeggibili", scrivono alcuni lettori. "E' vera la storia secondo cui le immagini jpeg perdono qualità a ogni copia?", chiede un altro utente.

I miti sulla perdita di qualità delle foto. "E' facile rispondere che no, è solo un mito. La semplice copia non produce perdita di qualità", dice Antonio Cisternino, docente presso il dipartimento di informatica dell'Università di Pisa (di cui ha contribuito a fondare l'IT Center). Così, nemmeno aprire più volte un file jpeg ne fa perdere qualità: altro mito: come se l'immagine digitale si consumasse a ogni utilizzo alla stregua di una analogica. "Invece c'è una perdita ogni volta che si effettua una ricompressione":

Il jpg è infatti un formato compresso, ossia fa risparmiare spazio a scapito della quantità di informazioni presenti; un po' come gli mp3 per la musica). Per esempio, se prendiamo un file jpg/jpeg, lo modifichiamo e lo salviamo di nuovo come jpeg abbiamo perso qualità. Ecco perché i fotografi modificano le foto dal formato non compresso. "Il formato png, meno efficace nella compressione di immagini fotografiche, comprime senza perdita di informazione, un po' come uno ZIP", aggiunge Cisternino.

I veri rischi. Eppure, come dimostra l'esperienza del lettore, è davvero possibile perdere le foto a cui teniamo tanto. Nonostante i nostri tentativi di metterli a sicuro copiandoli. Può succedere per due motivi: "Il processo di copia ha avuto alcuni errori (piuttosto raro con sistemi operativi recenti), oppure l'hard disk di destinazione ha avuto problemi successivi (di file system o hardware)", spiega Cisternino. Come è possibile prevenire e curare questi problemi? Bene saperlo, in vista delle miriadi di foto che accumuleremo durante le vacanze di cui la stragrande maggioranza - o tutte -  terremo solo in digitale, senza stamparle. E' importante quindi prendercene cura nel modo migliore.

Copie sicure delle nostre fotografie. La prima regola è avere sempre (almeno) due copie dei file importanti, in posti diversi. Per esempio su un hard disk esterno (non usare quello di sistema o una sua partizione) e nel cloud. Ormai è possibile avere decine di GB gratuiti in cloud mettendo assieme i servizi di diversi gestori (Flickr, Google Drive, Amazon Prime Photos ecc., tra i più generosi). Se abbiamo tantissime foto, potremmo copiarne su cloud (oltre che su hard disk) le più importanti e le altre tenerne in doppia copia su un ulteriore supporto personale. Il lettore ha fatto l'errore di copiare le foto solo da un hard disk all'altro.

Se non ci fidiamo del controllo operato dal sistema sulla copia (il checksum) possiamo usare strumenti di terze parti che verificano l'hash dei file. "E' probabilmente però una precauzione eccessiva per l'utente: spesso può essere sufficiente cambiare la visualizzazione dei file in modo da vedere l'anteprima al termine della copia e controllare visivamente se vi sono immagini danneggiate", spiega Cisternino. Avere un gruppo di continuità è invece utile per tutti: protegge il computer e i suoi hard disk dagli sbalzi di tensione.

E se le foto sono ormai perdute? Se il danno, alle nostre foto e ai nostri ricordi, è ormai fatto, resta ancora una speranza. Un tentativo da fare subito è un checkdisk su Windows, Disk Utility (S.o.s.) su Mac. Possiamo farlo cliccando con il tasto destro del mouse (o mousepad) sul nome dell'unità da controllare, poi su Proprietà, Strumenti, Controlla errori (su Windows 10 le unità sono sotto Esplora risorse). "E' possibile anche usare strumenti come il recupero di versioni precedenti di un file su Windows (avendo cura, prima della copia, di verificare l'abilitazione della funzione Cronologia file dal pannello di controllo o dalle

impostazioni di Windows 10). Oppure su Mac con Time Machine", dice Cisternino. Alcuni preferiscono eseguire la scansione da riga di comando. E' poi possibile provare a riparare il singolo file/foto corrotto. Ci sono programmi per farlo gratuiti e a pagamento, come Stellar Phoenix (per pc e Mac). Un’alternativa è provare a convertire il file jpeg in png, con programmi come Irfanview o Imagemagic. I jpeg si corrompono facilmente perché, essendo formato compresso, basta che si alterino pochi byte (durante la copia ad esempio) perché il file diventi illeggibile. Cambiare formato può essere d’aiuto.

Perdere le immagini nella rete. "Infine, non bisogna scordarsi che quando pubblichiamo le foto su social network, come ad esempio Facebook, senza accorgerci ne consentiamo il diritto d'uso spesso illimitato all'operatore del servizio", avvisa Cisternino. "In questo caso non perdiamo né la foto, né la sua qualità, ma il diritto di decidere come può essere utilizzata.

Casta, “Non siamo dei metalmeccanici”. Deputato di Sel difende così le indennità. Ma non brilla per presenze e produttività

fattoquotidiano.it
di Thomas Mackinson

Arcangelo Sannicandro, 73 anni, avvocato e parlamentare "comunista" (da 400mila euro l'anno) rivendica in aula il diritto a mantenere l'indennità piena. “Siamo rappresentanti del popolo, esercitiamo la sua sovranità ". Ma l'esercizio scarseggia: in tre anni un solo disegno di legge, l'indice di produttività è un sesto del parlamentare più attivo e risulta assente ai lavori una volta su tre

Casta, “Non siamo dei metalmeccanici”. Deputato di Sel difende così le indennità. Ma non brilla per presenze e produttività

“Non siamo lavoratori subordinati dell’ultima categoria dei metalmeccanici!”. Un’uscita infelice ha fatto sobbalzare mezzo Parlamento. E’ il 4 agosto e alla Camera si discute l’ordine del giorno dei Cinque Stelle che impegna i colleghi a ridursi le indennità di carica da 10 a 5mila euro. La richiesta non passa e molti deputati accusano i grillini di fare demagogia. Copione prevedibile, finché Arcangelo Sannicandro si lancia in una requisitoria in difesa degli onorevoli stipendi con la frase: “Non siamo lavoratori subordinati dell’ultima categoria dei metalmeccanici! Da uno a dieci noi chi siamo?”.

Il problema è chi è l’onorevole Sannicandro: 73 anni, avvocato di professione che nel 2014 dichiarava 400mila euro di reddito, politico da 14, già deputato “comunista” di Sel. Viene dal Pci e da Rifondazione. In Parlamento è entrato nel 2013 grazie alla rinuncia di Nicky Vendola dopo 12 anni da consigliere regionale in Puglia.

Seguono giorni difficili per lui. Come riporta Repubblica, quella presa di distanze di “censo” dalla tute blu da parte di un esponente comunista ha creato un piccolo putiferio in Sinistra Italiana. Anche perché Sel in Parlamento è effettivamente riuscita a portare una tuta blu in carne e ossa (Giovanni Barozzino) e un ex leader sindacale dei metalmeccanici della Fiom, Giorgio Airaudo. Sui social il caso si amplifica. Sulla pagina Facebook del politico spuntano commenti velenosi, tali da costringerlo a una lunga precisazione del proprio pensiero.

Il 9 agosto arriva il post che dovrebbe sedare gli animi.“Il parlamento – scrive Sannicandro – è uno dei tre poteri dello Stato e la misura delle indennità ne tiene conto. Ho contestato che l’attività parlamentare venisse classificata al livello di base della contrattazione collettiva, per esempio dei “metalmeccanici o di qualunque altra categoria”. Ma non basta a sedare le critiche. “Velo pietoso che non copre le vergogne”, risponde tal Claudio Paolinelli aggiungendo “l’onorevole si goda gli ultimi mesi di indennità e prebende e poi a casa”. Nel mezzo ci s’infila un secondo motivo di polemica.

Sannicandro, con coerenza, rivendica ancora la legittimità delle indennità degli eletti in virtù dell’alto compito che ricoprono. “Siamo rappresentanti attraverso cui il popolo esercita la sua sovranità – scrive nella sua legittima autodifesa – Se ciò non fosse sufficientemente chiaro, aggiungo che i deputati non sono assicurati né all’Inps e né all’Inail e né ricevono le prestazioni da questi all’occorrenza erogate, nè sono inquadrati in un contratto collettivo nazionale. Premesso che i soldi che riceviamo non sono né retribuzione, né stipendio, né onorario ma correttamente una indennità erogata per 12 mesi ( art.69 della Costituzione) per consentire anche a chi non avesse un reddito sufficiente per poter rappresentare i cittadini in Parlamento”.

A questo punto qualcuno potrebbe anche seguire il ragionamento, andando a vedere come e quanto Sannicandro esercita in Parlamento il suo ruolo di “rappresentante del popolo”. E scoprire che non sta certo alla catena di montaggio. Ha impiegato tre anni per presentare il suo unico disegno di legge destinato all’agricoltura, il settore in cui si è distinto come sindacalista e come avvocato: chiede in sostanza di mantenere l’esenzione dal versamento dei contributi previdenziali delle aziende sopra i 700 metri. Agli atti c’è almeno un’interrogazione sul personale del circolo didattico “Manzoni” di Foggia. Anche Stakanov sembra un ricordo sbiadito: l’indice di produttività indicato da OpenPolis è fermo a un sesto del parlamentare più attivo. Sannicandro, metalmeccanico mancato, risulta anche assente ai lavori una volta su tre.

Il primo Personal Computer di IBM compie 35 anni: è nato il 12 agosto 1981

Corriere della sera

di Michela Rovelli
Arrivato dopo Apple e Commodore, rimane nella storia per aver dato il nome alla nuova gamma di «microcomputer» pensati per essere utilizzati a casa

Il primo PC di Ibm ha 35 anni

È stato il primo computer ad essere definito «personal» e ha poi fatto la storia influenzando tutta la categoria di calcolatori prodotti per essere utilizzati a casa. Il pc 5150 compie 35 anni: la macchina fu presentata da IBM il 12 agosto del 1981 a New York. Costava poco più di 1.500 dollari, aveva un processore Intel 4,77 MHz 8088 e il sistema operativo QDOS. Negli anni successivi, il Pc ebbe successo, portando IBM ad assumere un ruolo centrale nel nuovo settore del mercato informatico.


« IBM è orgogliosa di annunciare un prodotto che vi può interessare. È uno strumento che arriverà presto sulla vostra scrivania, nella vostra casa e nelle classi dei vostri figli. Farà la differenza in modo sorprendente nel mondo del lavoro, della scuola e in qualunque approccio alle complessità (e anche nel semplice piacere) della vita. È il computer che stiamo creando per voi». Così il Pc veniva pubblicizzato nel 1982.

I precursori

Prima del Pc di IBM, solo un’altra macchina era stata chiamata «personal computer». Nel 1972 Xerox aveva definito così il suo PARC’s Alto, ma il ricordo del precursore si è perso nell’ondata di successo del modello 5150. Parlando di computer creati per un utilizzo domestico - e non professionale o industriale - già molte società si erano date da fare nel 1981.

L’apple II
 L’apple II

All’origine dei Personal Computer c’è l’azienda italiana Olivetti, che nel 1962 avviò il «Programma 101» e, due anni dopo, presentò a New York il primo modello della storia, poi comprato dalla Nasa. Apple, nel 1981, aveva già prodotto l’Apple I e l’Apple II. Solo tre anni dopo, nel 1984, avrebbe presentato il suo gioiello, il Macintosh. Ma anche Commodore a Atari erano già entrati nel mercato .

Non solo entusiasmo

Non tutti, a IBM, erano convinti fosse una buona idea investire nei microcomputer. «Perché uno dovrebbe voler portarsi un computer a casa?» si chiedeva uno dei manager. Mentre un altro sosteneva che il nuovo progetto «avrebbe portato solo imbarazzo a IBM».



IBM aveva già creato nel 1973 un prototipo, chiamato SCAMP, ma per entrare nel settore - che da lì a poco sarebbe esploso - ha ritardato di altri otto anni.

Il successo

Il Personal Computer di IBM influenza tutto il mercato. Tanto che, un anno dopo, sulla copertina del Time, al posto del tradizionale riconoscimento all’uomo dell’anno, appare il Pc, che viene definito la macchina dell’anno. Un successo immediato: 40 mila ordini nei primi giorni - il 90% dei quali da parte di sviluppatori di software - e centomila unità vendute nel primo anno.



Nel 1984 i ricavi di IBM dalla divisione Personal Computer arrivano a quattro miliardi, doppiando la somma di quelli di Apple, Commodore, Hp e Sperry.

La Francia mobilita l’Europa contro la cifratura delle app

La Stampa
carola frediani

In nome della lotta al terrorismo, Parigi prende di mira applicazioni di messaggistica come WhatsApp e Telegram. Ma cosa significa fare la guerra alla crittografia?



La Francia vuole lanciare una iniziativa europea per contrastare la cifratura forte delle comunicazioni, la stessa adottata ormai da applicazioni con milioni di utenti in tutto il mondo, come WhatsApp e Telegram. Ad annunciare il progetto è stato ieri il ministro dell’Interno francese Bernard Cazeneuve, che già il 23 agosto ha in programma un incontro sul tema con il suo omologo tedesco, Thomas de Maiziere. L’obiettivo del meeting, nelle parole di Cazeneuve, è di “lanciare una iniziativa europea preparatoria di un progetto più internazionale”.

I MESSAGGI CIFRATI E I TERRORISTI
Secondo il ministro, molti messaggi scambiati dai terroristi sarebbero ormai cifrati e l’intelligence farebbe fatica a intercettarli. Dunque la questione della cifratura, per il governo francese, sarebbe centrale nella lotta al terrorismo. «La Francia farà delle proposte, e ne ho già inviate alcune al mio collega tedesco», ha precisato Cazeneuve. Non è chiaro che cosa conterrebbero tali proposte; è tuttavia evidente che l’uscita della Francia rinfiamma lo scontro sulla crittografia, che per la verità cova sotto le ceneri da almeno 20 anni, e che negli ultimi mesi è stato riattizzato da vari episodi, a partire dal braccio di ferro Apple/Fbi - finito, ricordiamolo, con i federali che hanno infine trovato una via alternativa per accedere allo smartphone dei Syed Farook, l’attentatore di San Bernardino.

Negli ultimi anni l’utilizzo estensivo della crittografia - che è alla base della diffusione via internet di molti servizi essenziali, a partire da pagamenti e transazioni bancarie, e che era già adottato da tempo da parte di una élite più ristretta di utenti - si è diffuso tra milioni di consumatori. Ci sono stati alcuni punti di svolta in tale processo: tra questi, la scelta di Apple nel 2014 di estendere e rendere di default la cifratura del suo iPhone, collegandola all’inserimento di un codice di accesso al telefono; ma anche la diffusione di app di messaggistica che hanno adottato la cosiddetta cifratura end-to-end, dove solo

mittente e destinatario della comunicazione posseggono le chiavi per cifrarla e decifrarla - quindi nemmeno il fornitore del servizio è in grado di leggerla. Quali sono queste app? Le più diffuse sono iMessage, Signal, Telegram (dove però la cifratura end-to-end non è una impostazione predefinita e copre solo i messaggi fra due utenti) e ovviamente WhatsApp, che ha finito la sua monumentale migrazione alla blindatura totale di tutti i suoi contenuti all’inizio del 2016, nel pieno dello scontro tra la Apple (che infatti aveva l’appoggio, fra gli altri, di WhatsApp/Facebook) e il Dipartimento di Giustizia statunitense.

L’uso da parte di jihadisti di simili strumenti è probabile, dal momento che una app come WhatsApp è usata da oltre un miliardo di persone, e quindi presumibilmente lo sarà anche da criminali e terroristi - e sappiamo che l’Isis usa molto i canali e i gruppi di Telegram per diffondere propaganda (che non sono cifrati end-to-end per altro). Anche se le capacità informatiche degli attentatori, almeno per quanto emerso fino ad oggi, non sembrano essere in genere molto avanzate. Così, in modo più o meno ufficiale, i governi stanno facendo pressione sulle aziende tecnologiche. Del resto già nel marzo 2015 il direttore dell’Europol, Rob Wainwright, citava la cifratura come uno dei problemi che dovevano affrontare nelle indagini. Ma cosa vogliono ottenere esattamente? È anche solo pensabile mettere al bando la crittografia forte (o le app che la implementano)?

ANCORA CRYPTO-GUERRA
«La battaglia sulla crittografia va avanti da anni e non si è mai fermata», commenta a La Stampa Stefano Zanero, professore di sicurezza informatica al Politecnico di Milano, di ritorno dal Defcon di Las Vegas, uno dei più importanti raduni internazionali della scena hacker. «Quando i governi hanno capito che non si poteva tenere nel cassetto un pezzo di disciplina scientifica, allora hanno provato a tenerla lontana dal grande pubblico. Eppure la diffusione della cifratura è stata positiva, ha spostato più in alto il livello di rischio per tutti gli utenti, permettendo di aumentare la protezione per chi se lo merita, ovvero per la maggioranza delle persone che la usano per attività lecite ed importanti. I criminali adottavano la crittografia anche quando era difficile, e continueranno a farlo anche se dovesse essere illegale».

Se dunque una messa al bando della tecnologia è impensabile (e susciterebbe la reazione sdegnata di quasi tutta la comunità tecnologica), i governi potrebbero richiedere una qualche forma di backdoor, di accesso secondario a un sistema, una scelta che prevede però l’indebolimento dello stesso. Ma la stessa Europol, insieme all’Enisa, l’agenzia dell’Unione europea che si occupa della sicurezza delle reti, avevano scartato qualsiasi ipotesi di backdoor in una dichiarazione congiunta dello scorso maggio, perché queste «aumenterebbero la superficie di attacco per abusi malevoli, e dunque, avrebbero implicazioni ben maggiori per la società».

In alternativa, i governi potrebbero cercare quanto meno di ostacolare la diffusione di massa della crittografia forte. È la tesi avanzata da Nate Cardozo, legale della Electronic Frontier Foundation, storica associazione per i diritti digitali, in una presentazione al Defcon. «Il governo non è stupido», ha dichiarato l’avvocato riferendosi in questo caso agli Stati Uniti. «Sanno che non c’è un modo per togliere la crittografia forte dalle mani di chi sia determinato a usarla. Ma è invece possibile toglierla a chiunque entri in un negozio per comprare un iPhone». O a chiunque oggi scarichi una app.

Bensì

La Stampa
jena@lastampa.it

Il guaio della sinistra non è che si parli di Bertinotti, bensì che riparli Bertinotti.

Strage di via Fani, la Procura generale di Roma apre una nuova inchiesta: sette indagati

La Stampa
federico capurso

Gli inquirenti starebbero indagando su una misteriosa auto presente la mattina del 16 marzo del 1978 al momento dell’agguato



A quasi quarant’anni dal rapimento dell’allora presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro e dall’uccisione degli uomini della scorta, la Procura generale presso la Corte d’appello di Roma - rivela la Gazzetta di Reggio - apre una nuova indagine a carico di sette componenti delle Brigate rosse per «un reato commesso nell’ambito della strage di via Fani e del rapimento e dell’omicidio dell’onorevole Moro».

«Franco Bonisoli, Mario Moretti, Barbara Balzerani, Valerio Morucci, Adriana Faranda, Raffaele Fiore e Raimondo Etro - riferisce l’avvocato Valter Biscotti, difensore delle famiglie delle vittime - sono stati indagati dalla Procura generale di Roma. La novità è a dir poco straordinaria». L’indagine, tuttavia, è ancora avvolta nell’ombra perché, spiega Biscotti, «le deposizioni in gran parte non sono state ottenute, visto che gli indagati si sarebbero avvalsi della facoltà di non rispondere».

Gli inquirenti romani starebbero indagando su una misteriosa automobile piombata la mattina del 16 marzo del 1978 all’incrocio tra via Fani e via Stresa al momento dell’agguato e contro cui sarebbero stati esplosi dei colpi che avrebbero costretto l’auto ad allontanarsi. Nell’assalto alla Fiat 130 che quel giorno trasportava Moro alla Camera dei deputati vennero uccisi i cinque uomini della scorta. Degli attuali indagati, erano parte del nucleo armato Bonisoli, Morucci e Fiore, mentre Moretti e Balzerani erano alla guida di due delle auto che bloccarono le vie di fuga. Faranda, sebbene fosse tra i capi della colonna romana delle Br, non avrebbe partecipato in prima persona alla strage, come anche Etro, incaricato di nascondere le armi poi utilizzate nell’azione del sequestro.

Il caso Moro, dopo le recenti novità svelate dalla Commissione parlamentare d’inchiesta presieduta da Giuseppe Fioroni circa il possibile coinvolgimento della ‘ndrangheta, si arricchisce così di un nuovo mistero, di una nuova indagine, di nuove domande.