mercoledì 10 agosto 2016

23 maggio 1967, quando si sfiorò la guerra nucleare (a causa del Sole)

Corriere della sera

di Paolo Virtuani

All’inizio lo scambiarono per un attacco missilistico da parte della Russia, l’inizio della terza guerra mondiale, invece era una tempesta solare. A scoprirlo furono gli scienziati



I bombardieri erano già sulle piste, pronti al decollo carichi di bombe atomiche e all’idrogeno. Le basi in Alaska, Groenlandia e Scozia erano fuori servizio, i radar oscurati e resi inutilizzabili, un chiaro segno di un attacco missilistico imminente da parte dell’Unione Sovietica. Non c’era un minuto da perdere: quel giorno sarebbe stato indicato su tutti i libri di storia come quello dell’inizio della Terza guerra mondiale. Uno scenario da incubo, il fantasma del Dottor Stranamore che si stava per materializzare. Poi a qualcuno venne in mente di chiedere: non è che per caso c’è stato un brillamento solare?
Tempesta solare
Quel giorno dal Sole partì una tempesta di particelle cariche, un brillamento che fu osservabile persino a occhio nudo. Già il 18 maggio erano state notate sulle superficie della nostra stella delle grandi macchie con un intenso campo magnetico che annunciavano una possibile emissione di plasma dalla corona solare. Che puntualmente avvenne cinque giorni dopo.
Episodio sconosciuto
L’episodio - finora sconosciuto - è stato reso noto per la prima volta il 10 agosto da Delores Knipp, fisico spaziale dell’Università del Colorado durante la presentazione del suo studio ne apparirà sulla rivista specializzata Space Weather all’ High Altitude Observatory presso il National Center for Atmospheric Research a Boulder, alla quale hanno presenziato ufficiali in pensione dell’Aviazione strategica americana ai tempi di maggior tensione della Guerra fredda.
Osservazioni solari
«Se non fosse stato che gli Stati Uniti avevano investito sulla conoscenza del Sole e delle sue tempeste magnetiche fin dai primi anni della corsa allo spazio, forse oggi noi non saremmo qui a parlare di questo rischio scampato», ha detto la dottoressa Knipp. Le Forze armate Usa, infatti, iniziarono già alla fine degli anni Cinquanta a monitorare il Sole proprio a causa del flusso di particelle cariche che invia verso la Terra e che può provocare seri danni alle strumentazioni elettriche.
Minaccia rientrata
«È in atto una tempesta magnetica?», qualcuno chiese prima di dare il via ai bombardieri atomici. «Mi ricordo di aver risposto eccitato: sì, mezzo Sole è come esploso», ricorda il colonnello Arnold L. Snyder, nel 1967 al Centro di previsioni solari del comando del Norad (North American Aerospace Defense Command). La minaccia rientrò, gli equipaggi furono richiamati e gli aerei tornarono negli hangar. Secondo le ricerche di Knipp, il rapporto dei previsori solari arrivò fino ai livelli più alti del Pentagono, forse anche sul tavolo del presidente Johnson alla Casa Bianca. Se il mondo quel giorno non finì in un olocausto nucleare, lo si deve agli scienziati.

10 agosto 2016 (modifica il 10 agosto 2016 | 18:53)

Strage di piazza Loggia, è stata la destra eversiva di Maggi e Tramonte

Corriere della sera

Ecco perché sono stati condannati l’ispettore di Ordine Nuovo, Carlo Maria Maggi e l’allora collaboratore dei servizi segreti, Maurizio Tramonte ritenuti colpevoli della strage che il 28 maggio del 1974 costò la vita a 8 persone e il ferimento di 102

Piazza Loggia dopo la strage del 28 maggio 1974

La strage di piazza della Loggia a Brescia (28 maggio 1974) è «sicuramente riconducibile» alla destra eversiva e «tutti gli elementi evidenziati convergono inequivocabilmente nel senso della colpevolezza di Carlo Maria Maggi» e del collaboratore dei servizi segreti Maurizio Tramonte. Sta scritto nelle motivazioni della sentenza con cui i giudici della seconda corte d’assise d’appello di Milano il 22 luglio 2015 hanno condannato i due neofascisti veneti all’ergastolo per l’eccidio costato vita a otto persone (102 i feriti). Motivazioni molto attese da famigliari delle vittime ed istituzioni, e rese pubbliche solo il 10 agosto 2016.

Maggi, si legge ancora nelle motivazioni, aveva «la consapevolezza» di poter contare «a livello locale e non solo, sulle simpatie e sulle coperture - se non addirittura sull’appoggio diretto - di appartenenti di apparati dello Stato e ai servizi di sicurezza nazionale ed esteri». I giudici puntano anche il dito sui «troppi intrecci che hanno connotato la mal-vita, anche istituzionale, dell’epoca delle bombe». Il presidente Anna Conforti parla di «opera sotterranea», di un «coacerbo di forze» che di fatto hanno resto «impossibile la ricostruzione dell’intera rete di responsabilità».
Il ruolo dei due neofascisti
I due neofascisti veneti Maggi e Tramonte erano stati condannati all’ergastolo nel processo bis per la strage di piazza della Loggia. Non era mai arrivata nessuna condanna nei 12 processi precedenti, mentre il 22 luglio 2015 la corte d’appello ha inflitto loro l’ergastolo. I giudici milanesi sottolineano che Maggi «era l’unica figura che, all’epoca dei fatti, coniugava a un tempo l’ideologia stragista, il parvente instancabile attivismo per riorganizzare in ordine nero gli orfani del dissolto Ordine nuovo» e “i cani sciolti” dell’estremismo neo fascista. Aveva, inoltre, il carisma per svolgere un ruolo assolutamente centrale in tale opere di costituzione, e poteva disporre di più canali di approvvigionamento di armi ed esplosivi e «la disponibilità di gelignite, esplosivo utilizzato per il confezionamento dell’ordigno fatto esplodere in piazza della Loggia.

La corte sottolinea inoltre che Maggi poteva disporre «di un armiere con le capacità tecniche di Digilio (Carlo ritenuto l’armiere di Ordine Nuovo ndr) per confezionare l’ordigno o per intervenire alla bisogna». Maggi avrebbe infine, avuto «la rete di collegamenti necessari per completare la fase esecutiva dell’attentato senza «sporcarsi le mani». Secondo i giudici della seconda sezione della corte d’assise d’appello di Milano, incaricati del processo d’appello bis, dopo l’annullamento, da parte della cassazione, dell’assoluzione di Maggi e Tramonte, l’ex ispettore di Ordine Nuovo per il Triveneto aveva maturato la consapevolezza di poter contare sull’appoggio di appartenenti ai servizi di sicurezza, «attraverso le molteplici riunioni preparatorie anche con militari italiani e americani».

I giudici, presieduti da Anna Conforti, sottolineano che Maggi «era l’unica figura che, all’epoca dei fatti, coniugava a un tempo: l’ideologia stragista, il parvente instancabile attivismo per riorganizzare in ordine nero gli orfani del dissolto Ordine nuovo», e `i cani sciolti´ dell’estremismo neo fascista. Aveva, inoltre, il carisma per svolgere un ruolo assolutamente centrale in tale opere di costituzione, e poteva disporre di più canali di approvvigionamento di armi ed esplosivi” e «la disponibilità di gelignite, esplosivo utilizzato per il confezionamento dell’ordigno fatto esplodere in piazza della Loggia «che causò 8 morti e oltre 100 feriti, nel corso di una manifestazione antifascista». La corte sottolinea inoltre che Maggi poteva disporre «di un armiere con le capacità tecniche di Digilio (Carlo ritenuto l’armiere di O.N. ndr) per confezionare l’ordigno o per intervenire alla bisogna». Maggi avrebbe infine, avuto «la rete di collegamenti necessari per completare la fase esecutiva dell’attentato senza «sporcarsi le mani».
L’epopea giudiziaria
Erano le 10.12 del 28 maggio 1974 quando in Piazza della Loggia, cuore del dibattito politico della città, durante una manifestazione antifascista organizzata dai sindacati, scoppiò la bomba posizionata in un cestino dell’immondizia, sotto il porticato dove la gente si era radunata per evitare la pioggia. Da quel giorno sono si sono susseguite 12 sentenze. La prima il 2 giugno 1979: condannato all’ergastolo Ermanno Buzzi e a dieci anni Angelino Papa ma due anni più tardi Buzzi è strangolato nel supercarcere di Novara da altri due neofascisti, che motivarono il gesto dicendo che Buzzi era «pederasta» e confidente dei carabinieri, ma il sospetto è che temessero fosse intenzionato a fare dichiarazioni nell’imminente processo d’appello.

Il 2 marzo 1982 i giudici della Corte d’assise d’appello di Brescia assolvono tutti gli imputati. La Cassazione annulla la sentenza e dispone un nuovo processo per Nando Ferrari, Angelino e Raffaele Papa e Marco De Amici. Il 23 marzo 1984 il pm Michele Besson e il giudice istruttore Gian Paolo Zorzi aprono la cosiddetta «inchiesta bis». Imputati i neofascisti Cesare Ferri, il fotomodello Alessandro Stepanoff e Sergio Latini, che verranno poi assolti (assoluzione confermata dalla Cassazione). Nel 1993 vengono prosciolti gli ultimi imputati dell’inchiesta bis. Il 16 novembre 2010 i giudici della Corte d’assise di Brescia assolvono anche Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi, Maurizio Tramonte, Francesco Delfino e Pino Rauti per insufficienza di prove.

Viene revocata anche la misura cautelare nei confronti dell’ex ordinovista Delfo Zorzi, che vive in Giappone. Due anni dopo arriva la conferma della corte d’appello. Il 21 febbraio 2014 la Cassazione annulla le assoluzioni e stabilisce però la necessità di un nuovo processo per accertare le responsabilità di Maggi e Tramonte (assolto definitivamente Delfo Zorzi). Il 22 luglio 2015 la corte d’appello d’assise di Milano emette la condanna all’ergastolo. Oggi la pubblicazione delle tanto attese motivazioni.
Il legale di Tramonte: «Sentenza ingiusta»
«Non ho bisogno di leggere le motivazioni della sentenza per dire che è una sentenza ingiusta che condanna un uomo innocente». Questo il commento dell’avvocato Marco Agosti, legale di Maurizio Tramonte, uno dei due condannati all’ergastolo per la strage di Piazza Loggia. Il legale bresciano entro il 15 ottobre depositerà il ricorso in Cassazione contro la sentenza della Corte d’assise d’appello di Milano. «Tutte le sentenze devono essere rispettate perché si rispetta l’istituzione. Questo non vuol dire che si debba condividerne le decisioni: io sono certo in base agli atti, per quello che è possibile sapere, che Maurizio Tramonte non può essere colpevole».

Facebook contro gli adblocker: niente più filtri alle pubblicità in bacheca

Corriere della sera

di Michela Rovelli

Ma non si potranno aggirare i banner pubblicitari su mobile. Il social annuncia modifiche per un maggiore controllo degli ads, necessari per i servizi gratuiti sul web, da parte degli utenti



La pubblicità sopravvive agli adblocker. Almeno su Facebook, che ha annunciato alcune modifiche per combattere quei software che bloccano le inserzioni sui browser e quindi anche sulla bacheca del social network. Il motivo? «Alcune società che realizzano adblocker accettano denaro per mostrare la pubblicità che avevano precedentemente bloccato - una pratica che confonde ancora di più le persone e che riduce il finanziamenti che servono a supportare il giornalismo e altri servizi gratuiti che utilizziamo sul web». Proprio come Facebook, «e gli ads supportano la nostra missione di dare agli utenti il potere di condividere e di rendere il mondo più aperto e connesso». Adblock Plus, uno dei programmi più usati per bloccare gli inserti pubblicitari su browser, ha definito la scelta di Facebook «infelice».
Sulla pubblicità decidono gli utenti
Le modifiche riguardano soltanto la versione desktop. Su mobile, Facebook può - per il momento - continuare ad essere liberato da banner. Ma solo da browser: l’app è da tempo immune agli adblocker. Bypassare i blocchi, ma dare più potere gli utenti: nello stesso post, il social network ha anche promesso un maggiore controllo sugli ads che appaiono in bacheca, per eliminare sì la pubblicità, ma solo quella «cattiva». Le persone potranno rimuovere manualmente alcune preferenze che l’algoritmo ha scelto per loro dalle impostazioni, «per esempio, si possono eliminare i banner sul mondo dei gatti anche se quel profilo è stato categorizzato come appartenente a un amante dei felini». Un po’ di zucchero per digerire la pillola per coloro che avevano accolto con gioia una via d’uscita dalla pubblicità fastidiosa.

10 agosto 2016 (modifica il 10 agosto 2016 | 18:25)

Palestina, forum giornalisti: “Google l’ha rimossa dalle mappe”. Mountain View: “Mai inserita”

ilfattoquotidiano.it
di Luisiana Gaita

Lanciata una petizione contro la scelta del motore di ricerca, sottolineando che questa decisione “è contraria a tutte le norme e le convenzioni internazionali”. Ma dal colosso informatico chiariscono che "i dati su cui si basano le nostre mappe derivano da una combinazione di terze parti e fonti pubbliche"

Palestina, forum giornalisti: “Google l’ha rimossa dalle mappe”. Mountain View: “Mai inserita”

Nelle mappe di Google non c’è il nome della Palestina. “Rimpiazzato con quello di Israele” denuncia il Forum dei giornalisti palestinesi, dal quale è partita una nuova protesta contro i vertici del motore di ricerca più famoso al mondo. A darne notizia è stato il sito web ‘Memo’, specializzato in notizie che riguardano il Medio Oriente, che ha pubblicato anche stralci di un comunicato diffuso dai giornalisti palestinesi. In realtà è l’ultimo atto di una serie di polemiche tra il colosso di Mountain View e la Palestina, con il primo che nonostante istanze, petizioni e proteste non ha mai inserito la seconda nella mappa.

LA PRESUNTA CANCELLAZIONE DALLE MAPPE – La rimozione del nome Palestina, secondo quanto riportato dal Forum, sarebbe avvenuta il 25 luglio scorso. E in effetti basta dare un’occhiata a Google Maps per accorgersi che vengono indicati tutti i territori: da Israele alla Giordania, dal Libano alla Siria. Al contrario, non c’è traccia del nome della Palestina nelle aree della Cisgiordania e della Striscia di Gaza (che invece sono indicate), pur essendoci la scheda di Wikipedia. Ma da Google chiariscono l’accaduto, sottolineando che la Palestina non è mai stata inserita nella mappa.

“Le informazioni presenti su Google Maps – spiegano – provengono da un’ampia gamma di fonti e i dati su cui si basano le nostre mappe – ad esempio i nomi dei luoghi, i confini e i percorsi stradali – derivano da una combinazione di terze parti e fonti pubbliche”. Nel complesso, questo restituisce una mappa completa e aggiornata. “Tuttavia la quantità di dati che abbiamo a disposizione – aggiungono dagli uffici italiani di Google – varia da zona a zona. Aggiorniamo regolarmente la mappa e lavoriamo costantemente per aggiungere informazioni utili”.

L’ACCUSA DEI GIORNALISTI - In un comunicato stampa, invece, il Forum dei giornalisti palestinesi parla di “falsificazione della storia, della geografia e del diritto dei palestinesi alla propria terra”, ma anche di “un tentativo di manomettere la memoria di palestinesi e arabi, così come quella del mondo”. Dure le accuse lanciate dal Forum, secondo cui la presunta rimozione della Palestina dalle mappe “fa parte del programma di Israele di decretare il proprio nome come quello che rappresenta lo Stato legittimo nelle generazioni a venire ed abolire per sempre quello della Palestina”. Già nei mesi scorsi era stata aperta una petizione contro la scelta del motore di ricerca, ritenuta “contraria a tutte le norme e le convenzioni internazionali”.

LA SCELTA IN DIREZIONE OPPOSTA - Continua la polemica per l’assenza dalle mappe, nonostante tre anni fa un’altra scelta di Google sembrava andare in direzione opposta. Dopo il riconoscimento da parte dell’Assemblea generale della Palestina come Stato non-membro dell’Onu, infatti, il motore di ricerca modificò l’intestazione nella versione palestinese della sua homepage (da territori palestinesi a Palestina), sdoganando il nome geografico. Una decisione che non piacque affatto a Israele, tanto che il portavoce del ministero degli Esteri israeliano Yigal Palmor si schierò contro l’iniziativa, sostenendo che suggerisse “interrogativi sulle ragioni dietro questa scelta”, ma contemporaneamente ne sminuì il significato.

“Google non è un’entità politica, né diplomatica, quindi – disse – può chiamare qualsiasi cosa con qualsiasi nome senza che vi siano conseguenze sul piano politico o diplomatico”. In quella occasione Google si difese sostenendo che, prima di modificare l’intestazione, si era consultata con le autorità internazionali, seguendo le indicazioni delle Nazioni Unite e dei suoi Paesi membri, oltre che di altre organizzazioni internazionali.

Aggiornato da Redazione Web alle ore 18.04

Calderoli: "Atlete bardate come mummie. Perché le Boldrini non intervengono?"

Sergio Rame - Mar, 09/08/2016 - 17:22

Il leaghista contro le atlete velate: "È una barbarie". Poi alle femministe nostrane: "Come mai non dicono niente?"



"Anche alle olimpiadi è scontro di civiltà". All'indomani del match di beach volley, che alle Olimpiadi di Rio ha visto scontrarsi le atlete egiziane completamente velate e le tedesche in bikini (guarda la gallery), il vice presidente del Senato Roberto Calderoli sfida apertamente il presidente della Camera Laura Boldrini: "Che fine ha fatto?".

"Dove sono le Boldrini? - chiede il senatore leghista - non dicono nulla sulle povere atlete obbligate dall'islam a giocare bardate come mummie?.

"La gara olimpica tra la nazionale di beach volley tedesca e quella egiziana ha visto in campo due culture, due mondi differenti e completamente inconciliabili tra loro". La cultura islamica obbliga, infatti, le atlete a coprirsi il corpo e la testa. "Questa barbarie - tuona Calderoli - risulta ancora più evidente in quegli sport nei quali le avversarie possono invece vestirsi in modo più adeguato alle esigenze della situazione". E chiede: "Ma come hanno fatto le povere atlete egiziane a giocare così bardate, sotto il caldo sole brasiliano?".

Calderoli apostrofa, poi, le femministe di casa nostra che sono sempre pronte a scendere in campo per far sentire la propria voce. "Dove sono le donne di sinistra che hanno tanto a cuore i diritti e le conquiste sociali del gentil sesso?". E conclude: "L'immagine delle due atlete sotto rete simboleggia lo scontro tra civiltà occidentale e Medioevo islamico: come mai le Boldrini non dicono niente su queste sportive, obbligate a bardarsi come mummie per obbedire ai dettami dell'oscurantismo islamista?".