venerdì 29 luglio 2016

Bresci, l’anarchico che uccise il “re buono”: l’attentato a Umberto I di Savoia 116 anni fa

La Stampa
andrea cionci

Colpì a rivoltellate il sovrano. E poi morì suicida in carcere


La famosa copertina della Domenica del Corriere, disegnata da Achille Beltrame, illustra l’attentato

La folla lo strattonava e gli atleti lo colpivano con i loro bastoni, mentre i Carabinieri cercavano di sottrarlo al linciaggio. Un popolano, furioso, gli urlò in faccia chiedendogli perché l’avesse fatto, perché avesse sparato al Sovrano. Lui, calmo, con sguardo gelido, rispose: «Io non ho ucciso Umberto. Ho ucciso il Re. Ho ucciso un principio». Era il 29 luglio 1900: mentre, a Monza, assisteva a un saggio sportivo, Umberto I di Savoia veniva colpito da tre proiettili sparati dall’anarchico Gaetano Bresci.

«Maestà siete ferito?» aveva chiesto il generale Felice Avogadro di Quinto, suo aiutante di campo. «Non credo sia niente» aveva risposto il Re, prima di accasciarsi sulle sue ginocchia. Aveva 56 anni il «re buono», così soprannominato per essersi prodigato nei soccorsi alla popolazione civile, durante il colera di Napoli del 1884. Per quanto, parzialmente, incarnasse una figura benevola di monarca, si era attirato aspre critiche per il suo conservatorismo. 

Dopo due attentati con arma bianca - da lui schivati con prontezza di riflessi - aveva profetizzato: «Quando dal pugnale passeranno alla pistola…». Il revolver di Bresci è oggi conservato al Museo Criminologico di Roma, dietro Via Giulia: è una pistola Harrington & Richardson modello «Massachusetts» a cinque colpi, calibro .38 S&W.



Fu comprata dall’anarchico, il 27 febbraio 1900, a Paterson (U.S.A.), cittadina del New Jersey, meta preferita di quei sovversivi italiani costretti a lasciare l’Italia dopo l’emanazione delle «leggi crispine» in materia di ordine pubblico. Bresci, operaio tessile di Prato e intransigente anarchico (già amnistiato nel ‘95) vi era emigrato nel 1898, pare, anche, per sfuggire alle responsabilità verso una ragazza che aveva messo incinta.

Era di bell’aspetto e le donne non gli mancavano. Vestiva con ricercatezza, come testimoniano i suoi effetti personali: bretelle a fiori, scarpe damascate, vasetti di pomata per i baffi: oggetti di un altro secolo, delicati, che producono una certa impressione se confrontati con la sua vicenda. 



Appena giunto a Paterson, seppe della sollevazione popolare di Milano: il generale Fiorenzo Bava Beccaris, aveva dato ordine di sparare sulla folla: 80 morti e 450 feriti. Ne fu sconvolto. Umberto I insignì Bava Beccaris della Croce dell’Ordine Militare di Savoia «per i preziosi servigi resi alle istituzioni e alla civiltà». Un gesto che, due anni dopo, gli sarebbe costato la vita.

Nel giugno 1900, Bresci tornò a Prato, e quando seppe della visita del Re a Monza, si dedicò ancor più al tiro a segno. Praticò intagli a croce sull’ogiva dei proiettili, forse per farne micidiali pallottole “dum dum” che, frammentandosi nel corpo della vittima, provocano ferite devastanti. Al processo, dichiarò invece che «quel po’ di sudiciume che si sarebbe raccolto nelle incisioni del piombo, avrebbe potuto far infettare la ferita e condurre alla morte il Re, se fosse stato colpito superficialmente».

L’anarchico rivendicò orgogliosamente il suo gesto, compiuto per vendicare le repressioni di Milano e l’onorificenza concessa a Bava Beccaris. Questa fierezza lo circondò di un alone epico-romantico che sopravvive ancor oggi in alcuni ambienti estremisti.

Condannato all’ergastolo, finì nel carcere di Santo Stefano. Fiducioso nella Rivoluzione, Bresci si comportava come un detenuto modello. Eppure, appena quattro mesi dopo, fu trovato impiccato alle sbarre della cella, con un asciugamano. Non sopravvisse a lungo alla sua vittima, come tutti gli attentatori anarchici del periodo (Luccheni, Caserio, Czolgosz, Angiolillo), che cercarono il riscatto in una morte orgogliosa, o in un suicidio. 

Un Hitler mai visto”, l’intimità e la vita quotidiana del Fuhrer in un video inedito

La Stampa
alessandro alviani

Ritrovato da Die Zeit un filmino amatoriale girato dal nipote del compositore Wagner



Hitler che sorride nel giardino della villa che fu di Richard Wagner, cammina sotto braccio alla nipote più giovane del grande compositore, Verena, oppure traccia uno schizzo su un cartone che ha poggiato sulla schiena di Wieland Wagner, il quale un attimo prima s’è curvato in avanti a mo’ di cavalletto. Sono alcune delle scene immortalate in un filmato muto in bianco e nero di 10 minuti e 40 secondi che mostra il dittatore in diverse situazioni di vita privata ed è stato ritrovato nell’autunno dello scorso anno. A parlarne ora per la prima volta è il settimanale tedesco Die Zeit, che pubblica tre fotogrammi e scrive che le sequenze «mostrano Hitler in modo tanto ravvicinato e tanto intimo come mai prima d’ora». 

A differenza delle riprese effettuate da Eva Braun, che erano volutamente messe in scena, le sequenze non sembrano create in modo artificioso per mostrare il volto “cordiale” di Hitler in privato e lo presentano in un’atmosfera familiare protetta. Le riprese risalgono all’estate del 1936 e sono registrate su una pellicola da 16 mm. Dietro la cinepresa c’è il 16enne Wolfgang Wagner, nipote di Richard Wagner. Per quanto irregolari fossero le visite di Hitler nella Haus Wahnfried (la villa che fu di Richard Wagner), i nipoti di Wagner, rimasti presto orfani del padre, erano molto legati a quello che chiamavano “Onkel Wolf”, “zio Wolf”, ricorda la Zeit. Anche così si spiega l’intimità delle sequenze: Hitler era abituato ad essere fotografato da Wolfgang Wagner e da suo fratello Wieland e in alcuni casi sembra dimenticarsi della presenza della cinepresa.

Per anni si è pensato che il materiale fosse andato perduto. Negli anni Settanta il regista Hans-Jürgen Syberberg lo aveva scoperto e fotografato. In seguito se ne erano perse le tracce. È stato ritrovato lo scorso autunno grazie alle ricerche di una redattrice della Zeit, Christine Lemke-Matwey, e dell’esperta degli Archivi di Stato della Baviera Sylvia Krauss, che gestisce l’eredità di Wolfgang Wagner. Le bobine Agfa erano rimaste per anni al secondo piano del Festspielhaus, la sede del celeberrimo festival wagneriano di Bayreuth, senza che nessuno le scoprisse. Da inizio luglio il filmato, custodito ora presso gli Archivi di Stato della Baviera, è disponibile in formato digitale e verrà presto messo a disposizione su cd per scopi di ricerca.