domenica 24 luglio 2016

Piccola guida per costringere Google a dimenticare quello che facciamo online

La Stampa
andrea signorelli

Il nuovo strumento My Activity consente di controllare tutta la vostra attività sul web, e decidere che cosa volete cancellare per sempre

Google memorizza tutte le attività che gli utenti compiono utilizzando i suoi principali servizi (il motore di ricerca, YouTube, Maps, la mail e altro ancora) e sfrutta queste informazioni per inviarci pubblicità perfettamente mirata su quelli che ritiene essere i nostri interessi.

In questo modo, però, la Big G rischia di mettere gli utenti in imbarazzo, e non per forza perché avete fatto qualcosa di cui vi vergognate: la vostra fidanzata potrebbe scoprire cosa volete regalarle per il compleanno dopo aver visto comparire sul browser, in seguito a una vostra ricerca, delle pubblicità di scarpe femminili. Oppure, i video correlati che vengono mostrati su YouTube potrebbero raccontare troppo di cosa avete visto sul servizio di video-streaming durante una notte insonne. Grazie al servizio di Google My Activity adesso potete costringere il motore di ricerca a cancellare ogni traccia delle vostre attività indesiderate. La procedura, inoltre, è semplice.

1. Andate su myactivity.google.com, vi verrà richiesto di inserire nuovamente la password per ragioni di sicurezza (solo voi, infatti, avete accesso alle vostre azioni online). Qui potete subito vedere una panoramica di tutto ciò che avete fatto oggi e nei giorni passati, divisa in base agli strumenti utilizzati.



2. Cercate l’elemento che volete cancellare (per esempio un video compromettente visto su YouTube qualche giorno prima) e cliccate sui tre puntini verticali che trovate in alto a destra su ogni box. In questo modo potrete vedere i dettagli delle vostre singole attività oppure cliccare il tasto “cancella” per eliminare quelle ricerche una volta per tutte.

3. Se invece preferite eliminare tutta l’attività relativa a un giorno specifico o a un determinato periodo, è sufficiente cliccare i tre puntini verticali che si trovano in cima alla pagina, a sinistra della vostra foto, e poi selezionare “elimina attività per”. Dopo aver scelto le date giuste, basta cliccare elimina. Potete anche scegliere di cancellare tutte le vostre ricerche in una volta sola, selezionando “sempre”.



4. È possibile anche scegliere cosa cancellare in base al prodotto: per esempio, potreste essere interessati solo a eliminare le ricerche svolte su Maps. In questo caso, in cima alla pagina, troverete la voce “filtra per data e prodotto”.



5. Se volete che Google smetta anche solo per un certo periodo di raccogliere dati sulla vostra attività online, è sufficiente andare nella sezione Activity Control e “spegnere” il cursore relativo alle “attività web e app”. Si aprirà un box che vi spiegherà pro e contro di questa scelta (che ovviamente Google preferirebbe non prendeste); dopodiché, se selezionate “sospendi”, potrete navigare senza che Google sappia che cosa state combinando online.

Boscotrecase, il giudice rimette in libertà l'assenteista con la scatola sulla testa

Il Mattino
di Dario Sautto



BOSCOTRECASE - In tre possono far rientro in ufficio, gli altri restano sospesi ma tornano in libertà. Revocati gli arresti domiciliari anche al dipendente comunale di Boscotrecase che aveva indossato una scatola di cartone in testa per non farsi identificare dalla telecamera dei carabinieri.

Dopo gli interrogatori e le successive istanze presentate dai difensori, il gip Giovanni de Angelis del tribunale di Torre Annunziata ha ridotto le misure cautelari nei confronti dei 23 dipendenti comunali indagati per assenteismo.Possono tornare in servizio quelli con le posizioni meno rilevanti, gli unici ad ottenere la revoca della misura: si tratta della comandante dei vigili urbani, Maria Clotilde Liotto, nonché di Carla Avino e Salvatore Izzo (entrambi difesi dall'avvocato Michele Riggi), quest'ultimo responsabile dell'ufficio Ragioneria, essenziale per il primo bilancio del neosindaco Carotenuto.

Scarcerati, ma sospesi per 12 mesi, Ciro Iannucci, Antonio Noto, Teresa Carotenuto e Michele Borrelli, quello della scatola. Rimarranno lontani dal loro ufficio per 6 e 3 mesi tutti gli altri. Il collegio difensivo - composto tra gli altri dagli avvocati Ferdinando Striano, Elio D'Aquino e Gennaro De Gennaro - si rivolgerà al Riesame per provare ad ottenere l'annullamento totale dell'ordinanza.

L'inchiesta contro i fannulloni di Boscotrecase, coordinata dalla Procura di Torre Annunziata, era stata condotta dai carabinieri della stazione di Trecase e della compagnia oplontina, grazie ad una telecamera posizionata sul marcatempo. I successivi appostamenti in esterna hanno permesso agli inquirenti di riscontrare che alcuni dipendenti, dopo aver strisciato il badge, non erano presenti in ufficio ma andavano in giro a sbrigare affari personali durante l'orario di lavoro. 

Sabato 23 Luglio 2016, 14:49 - Ultimo aggiornamento: 23-07-2016 14:49

Dove andare a fare l’amore? Te lo dice Trovacamporella

La Stampa
diletta parlangeli

Una mappa realizzata dalla collaborazione tra utenti segnala alle coppie i posti più romantici (e più sicuri) nei quali appartarsi, evitando pericoli e guardoni



«Andare per fratte», «appartarsi», «andare in camporella»: tutti i modi per dire la stessa cosa, usati in genere da chi vorrebbe poter contare su un posto per fare l’amore ma, essendone sprovvisto, attiva la mente in cerca di idee e luoghi pubblici che possano fare al caso suo e della sua compagna, o compagno. Trovacamporella è il nome che hanno dato alla mappa online dei posti in cui potersi fare i fatti propri senza scocciature, cercando di evitare tentativi fallimentari ai perlustratori di spiagge, dune, anfratti di parchi pubblici e angoli bui. 

Come si legge in home page, con la stessa matrice sono già nati mispicaderos.com in Spagna e placesforlove.com per il pubblico internazionale e infatti, il sito italiano al momento è la mera riproposizione nostrana dei due più celebri. Dal menù principale sulla destra si accede infatti anche agli altri e ai blog collegati dei “Picaderos”.



La mappa funziona grazie alle segnalazioni degli utenti, invitati a lasciare un commento a corredo per descrivere le caratteristiche del posto. Se la versione spagnola, che conta quasi 11.000 posti di ogni tipo, vanta consigli più dettagliati e variegati, quella italiana richiede ancora molta manutenzione. Le dritte vanno da «Solo per i più coraggiosi, e solo di notte» (Avellino) a «Villa comunale con molti nascondigli» (Reggio Calabria), mentre altre sembrano tradotte in automatico.

Non compare nessuna nota informativa sui metodi di controllo delle notizie (da parte del sito o degli altri utenti), se non il fatto che l’indirizzo mail non sarà visualizzato pubblicamente, ma le segnalazioni che gli utenti lasciano possono distinguersi tra i posti dove avventurarsi in coppia, e quelli dove inoltrarsi da soli, per trovare compagnia.

Al di là degli obiettivi dei singoli, i siti che segnalano luoghi per coppie non hanno vita facile. Qualche anno fa le cronache annunciavano C-Guide, che all’epoca fece molto clamore, ma che adesso risulta inesistente. Altre piattaforme combinano la mappa dei luoghi con il servizio di ricerca della persona con cui incontrarsi, diventano più un servizio di dating che altro, come I just made love.

Salvare la chiesa o le rane? Dilemma in riva al lago

La Stampa
paola scola

Il piccolo santuario nel Cuneese sta crollando. Ma i lavori possono distruggere un habitat unico


Il santuario di Madonna del Lago è frequentato da molti liguri e piemontesi: si affaccia sullo specchio d’acqua del Comune di Alto

L a «querelle» è fra arte, tradizione e natura. Un piccolo santuario e lo specchio d’acqua su cui s’affaccia: Madonna del Lago. Accade ad Alto, micro-paese che per i confini regionali è l’ultimo della provincia di Cuneo, ma per la geografia s’affaccia sul versante ligure di Albenga. Il dissesto della montagna trascina con sé l’edificio, caro alla devozione popolare: per salvarlo serve con urgenza un progetto, che deve riguardare anche il piccolo bacino. Ma quello è un habitat straordinario, perché ospita specie di anfibi rari. E ogni operazione rischia di compromettere l’ambiente naturale. «Il lago - si legge in una vecchia nota dell’Agenzia regionale per la protezione ambientale - si configura come un fenomeno idrogeologico singolare per unicità.

Un biotopo di particolare interesse, in quanto sito riproduttivo e residenza permanente di elementi faunistici di pregio e tutela. Frequentato in periodo riproduttivo da un elevatissimo numero di rospi comuni, punto di attrazione per gli individui di questa specie in un vasto territorio». Poi c’è il raro Tritone appenninico. E la Rana agile, oltre che «larve con forte probabilità del Pelodite, uno degli anfibi a più elevato rischio di estinzione». L’Arpa raccomanda: «Qualsiasi progetto di risanamento dell’edificio sacro annesso al lago tenga conto delle peculiarità e priorità ambientali e garan tisca l’integrità del biotopo».

Da quel sopralluogo dell’Arpa sono passati alcuni anni, il monitoraggio è proseguito con due «inclinometri». Ma crepe e dissesto non si possono più ignorare. Tanto che, qualche giorno fa, i vigili del fuoco di Cuneo hanno certificato «evidenti segni di cedimento dei muri esterni della chiesa, dovuti a un quadro fessurativo in evoluzione». Hanno delimitato il perimetro e sollecitato un’ordinanza di messa in sicurezza. Quell’ordinanza esiste già.

L’ha firmata il sindaco, Renato Sicca, nel settembre 2014, e inviata a Soprintendenza, Arpa e Regione: «La chiesa poggia su un versante franoso e sprofonda nella melma. Abbiamo transennato e nessuno si può avvicinare al santuario. Il lago ha problemi di contenimento e andrebbe impermeabilizzato e schermato. Stiamo lavorando a progetti, perché il pianoro è in comodato al Comune per 50 anni. Ed è un luogo turistico importante». In guerra, poco lontano, morì Felice Cascione, capo partigiano, autore della canzone «Fischia il vento». 

La chiesa (1630) è della diocesi. La sistemazione ha costi milionari, «non sostenibili», dice il parroco, don Francesco Levrero, che si è già assunto spese onerose. Il Comune ha affidato a un consulente, Luca Galvagno di Ormea, uno studio di fattibilità da trasformare in progetto segnalabile alla Difesa Suolo della Regione. «Serviranno almeno 200 mila euro», conclude il sindaco. Galvagno: «Il versante continua a muoversi. Ci vuole un consolidamento. A complicarlo, tre vincoli: monumentale sul santuario, paesaggistico sul lago e naturalistico per la fauna. Difficile una soluzione».

Tramandano che il lago si sia formato «per miracolo e all’improvviso». Un contadino preferì lavorare invece della messa domenicale: «Una massa d’acqua dal cielo lo sommerse, trascinandolo sul fondo con i buoi. Così si creò il lago». Solo dopo venne il santuario.

Cari lettori, vi spiego perché credo che i musulmani debbano mobilitarsi

La Stampa
massimo gramellini

La querelle nata dopo la strage di Nizza e l’invito a denunciare i fondamentalisti

Sinceramente, e lo scrivo col sorriso sulle labbra, mai avrei immaginato che un famigerato seguace del politicamente corretto come il sottoscritto si potesse trasformare con tanta rapidità in un emulo della Fallaci. Il mio articolo, vergato sull’onda emotiva dei fatti di Nizza, non era una chiamata di correo, ma una mano tesa e una richiesta di collaborazione.

Mi spiace che le voci critiche, alcune intrise di un vittimismo francamente stucchevole, abbiano ignorato il riferimento storico alla vicenda delle Br. Neanche gli operai comunisti erano fiancheggiatori dei brigatisti. Anzi, è proprio perché non lo erano che riuscirono a isolarli. Ma cominciarono a farlo il giorno in cui smisero di usare formule generiche come l’attuale «Not in my name» per riconoscere che la malapianta non veniva da Marte, ma dal loro stesso giardino.

Non dubito che la giornalista italiana di religione islamica che si rifiuta di considerarmi suo fratello sia in prima fila nel battersi per estirpare la pianta che uccide «infedeli» e musulmani in numero addirittura superiore. Ma non può affermare in coscienza che il giardino le sia estraneo (i seminatori di morte agiscono in nome di Allah) né che gli islamici d’Occidente impegnati con lei nella difesa dei nostri valori - in primis la laicità delle istituzioni e del diritto - siano già la maggioranza. Per un imam francese che attacca le stragi ce ne sono dieci che tacciono o le giustificano (come denunciato la settimana scorsa da quello di Nîmes). E ancora l’altro ieri ci è toccato leggere su Facebook le parole del presunto leader di una comunità islamica italiana e di suo figlio che grondavano ammirazione per il sultano bigotto Erdogan.

Forse non sono abbastanza autorevole per sostenere certe tesi. Segnalo dunque alla sorella giornalista e ai suoi estimatori questo passaggio della recente intervista a uno dei massimi esperti mondiali di mondo arabo e Islam politico, il professor Gilles Keppel. «Solo la società civile, le famiglie e gli amici dei potenziali terroristi possono fermare i jihadisti. Come nei primi Anni Ottanta i brigatisti rossi vennero fermati anche dalla sinistra italiana, che iniziò a chiamarli terroristi e non più compagni che sbagliano, così oggi occorre che le società musulmane da noi denuncino e fermino i potenziali terroristi tra loro». Sarà diventato populista anche Keppel?

I FAVOREVOLI


- Hai pienamente ragione. Da musulmana e da italiana ti prometto che farò il possibile per proteggere questa mia bellissima l’Italia. (La Omi)

- Condivido. Pensiero bellissimo e concreto. Ma non vedo per il momento nessun corteo di musulmani moderati scendere in piazza e manifestare contro tutta questa barbarie. (Mara Franceschelli)

- É esattamente quello che penso da sempre. Lo penso come ex ragazzina cresciuta in una famiglia di iscritti al P.C.I., e come insegnante di tanti bimbi musulmani con le cui famiglie mi sono confrontata nel corso di questi anni. (Anna Marinucci)

- Caro Massimo, condivido ciò che dici, ma rimane solo un bel pensiero, forse un sogno. Non vedo da nessuna parte, in nessuna comunità, la volontà forte di comunione per fermare la violenza, di qualsiasi colore essa sia. (Nadia Paci)

- Ho sempre pensato che solo la collaborazione con gli islamici può sconfiggere l’estremismo isolandolo dall’interno, perché essere islamici non significa essere terroristi, così come essere siciliani (ed io lo sono) non significa essere mafiosi. (Anna Garufo)

- Condivido il tuo pensiero, e mi è piaciuto molto l’esempio di Guido Rossa. Anche per me la sua uccisione è stata la chiave di volta per l’isolamento dei brigatisti e del loro fallimento. Aiutiamo i musulmani moderati a trovare il coraggio di fare la stessa cosa. (Giuseppe Migliarino)

- Da musulmana, italiana di adozione, fa male vedere questi scenari. Però non voglio più sentire la parola «tolleranza». O ti comporti bene o fuori di qua. Punto. Hanno sognato l’Europa, la libertà, la bellezza. Basta! (Fatiha Ouahli)

- Ho letto l’articolo sulla Stampa e condivido. L’importante è essere coscienti che si deve condannare. È un dovere! L’indifferenza coincide con la connivenza. (Morena Trerè)

- I musulmani devono denunciare, così come facevano gli operai di sinistra quando sospettavano o sapevano che un loro collega era brigatista. (Riccardo Milanesio)

- I musulmani dovrebbero iniziare ad uscire fuori, rendersi parte civile e parlare. Non basta più rammaricarsi e dichiararsi diversi da questi folli, dovete agire, perché solo voi, nella vostra comunità potete captare segnali d’allarme. Personalmente ho letto nell’articolo una richiesta di aiuto, ed è quello che tutti vi stanno chiedendo. (Alan Dindo)

I CONTRARI

LAPRESSE

-Ho un amico musulmano, ma non penso che lui ne sappia più di me e di lei sull’identità di chi ci sta attaccando. Non si riesce a capire che questa continua richiesta di presa di distanza non fa altro che esasperare persone oneste, vittime come e più di noi di questa situazione. (Miriam Zirna)

-Sta quindi affermando che milioni di musulmani si macchiano di omertà con i loro oppressori? Quanti morti sta producendo il fondamentalismo in Medio Oriente, tra i musulmani? Noi rivolgiamo lo sguardo da quella parte solo se sono coinvolti altri occidentali, altrimenti troviamo più interessante un gossip estivo. (Scleraclara Silvestri)

- Che responsabilità ha una persona musulmana di quello che fa un terrorista? Tutti i cattolici sono forse responsabili per i preti pedofili? (Cristina Moretto)

- Fermare i terroristi non è compito dei musulmani perché noi siamo le prime vittime dei terroristi e della gente che punta il dito, fa battute e fissa lo sguardo. Del fatto che dobbiamo essere grati all’Italia (Europa) perché ci accoglie mi dispiace ma è il contrario perché penso di aver dato all’Italia più di quanto ho ottenuto. (Ayoub Moussaid)

- Quindi alla stessa maniera io siciliano mi dovrei dissociare dalla mafia? (Ruggero Albanese) 

- Quando i musulmani scendono in piazza per protestare contro l’Isis e quando fanno circolare gli hashtag #notinmyname lei ha l’internet che non funziona? (Giuliana Maria Dea)

- Sono tempi difficili per i musulmani d’Italia. Non deve essere semplice trovarsi tra l’incudine e il martello, tra una certa Italia che ti considera un terrorista o un loro fiancheggiatore solo perchè hai un’altra religione e alcuni tuoi connazionali che ti considerano un traditore perchè «vivi all’occidentale» (Alessandro Brambilla)

- Distinguendo i «noi» e i «loro» continuiamo a non creare i ponti e ad aspettarceli da altri. Così si continuerà ad andare da nessuna parte. (Virginia Castiglione)

- Lei non considera la complicità dell’Occidente e gli errori commessi, complicità che esula dal discorso religioso e che oggi paga salato il conto. (Claudia Chillemi)

- Un musulmano che non condanna l’Islam estremista non è un complice, è un musulmano come un altro. Bisogna fare una dichiarazione per venire considerati persone per bene? Io sono di origini calabresi ma non sono mai sceso in piazza a manifestare contro la ’ndrangheta: sono omertoso allora? (Matteo Aroi)

Perché dopo 65 anni continua a vivere il mito della “maglia nera” del Giro d’Italia

La Stampa
claudio bressani

Riservata all’ultimo in classifica, è stata assegnata in sole sei edizioni, dal ’46 al ’51. Ma da allora ancora se ne parla e la definizione - è diventata proverbiale - grazie a un uomo che ne è diventato il simbolo (ora anche a teatro): il leggendario Luigi Malabrocca


Luigi Malabrocca (1920-2006), nato a Tortona in provincia di Alessandria poi trapiantato in Lomellina, conquistò la maglia nera nelle prime due edizioni

La maglia nera del Giro d’Italia, riservata all’ultimo nella classifica generale, è stata assegnata in sole sei edizioni, dal 1946 al 1951. Da allora sono passati 65 anni eppure ancora se ne parla, quella definizione è entrata nel linguaggio comune. E i ciclisti che la vestirono sono passati alla storia, in particolare Luigi Malabrocca (1920-2006), tortonese d’origine poi trapiantato in Lomellina, che la conquistò nelle prime due edizioni. Non perché fosse una schiappa - in carriera vinse 138 corse, di cui 15 da professionista, inclusi due campionati italiani di «ciclo campestre», l’antenata della mountain bike - ma perché aveva scelto così.

Erano gli anni di Coppi e Bartali e di arrivare primo, per un onesto e generoso faticatore del pedale, non se ne parlava: meglio dunque mettersi in luce finendo ultimo che perdersi nell’anonimato del gruppone. Tra l’altro non era affatto facile perché bisognava stare attenti a non lasciarsi qualcuno alle spalle, ma anche a tagliare comunque il traguardo entro il tempo limite, pena l’estromissione. E poi per l’ultimo erano previsti ricchi premi, in natura e in denaro: nel Giro del 1946 Malabrocca guadagnò 60 mila lire, più di Alfredo Martini che finì nono. Si ricorreva agli stratagemmi più fantasiosi: c’era chi si fermava nascondendosi in un fienile e chi bucava le sue stesse gomme. Una volta Malabrocca concluse una tappa dopo ben quattro forature.

A quell’epopea l’attore teatrale e conduttore radiofonico Matteo Caccia ha dedicato «La maglia nera. Gesta e ingegno di Luigi Malabrocca», un testo che ha scritto dieci anni fa e ha già portato in scena in tutta Italia. Una delle prime rappresentazioni fu proprio a Tortona, nel 2007. Questa sera torna in provincia di Alessandria, al festival AgriTeatro al borgo di Retorto, frazione di Predosa. «Mi sono imbattuto per caso - dice l’autore - in questo personaggio. Conducevo un programma su Radio2 e un giorno uscì la notizia che l’Italia era la “maglia nera” dell’economia europea. Pensai di chiamare un esperto a commentarla, poi un collega mi parlò di Malabrocca e rimasi affascinato».


Prese così forma l’idea di scrivere un testo teatrale: «Andai a conoscerlo a Garlasco, nella cascina dove viveva da moltissimi anni. Lo incontrai quattro volte in sei mesi: mi raccontò la sua storia, anche se a fatica perché era stato operato alle corde vocali e quasi non riusciva a parlare. Purtroppo è mancato due mesi prima del debutto. Fece però in tempo a leggere il testo pressoché definitivo e si commosse».

Ma perché la maglia nera ha fatto così presa nell’immaginario popolare che si ricorda ancor oggi? «Il nostro Paese era appena uscito distrutto da una guerra persa. Gli italiani si sentivano ultimi, ma avevano anche voglia di riscatto: siamo messi male, pensavano, ma possiamo farcela. Malabrocca mi disse: “Ad un certo momento la gente ha iniziato ad applaudirmi vedendomi ultimo. Non ne so il motivo, ma credo che si immedesimasse: i miei sforzi erano i loro”. In fondo è l’arte di arrangiarsi tipica italiana. In Germania o in Francia la maglia nera non avrebbe attecchito, credo non ci abbiano mai neanche pensato». 

E’ stalking la petulante richiesta di denaro del figlio nei confronti dei genitori

La Stampa

La condanna per il figlio è inevitabile: i 3 motivi di ricorso proposti vengono ritenuti dalla Corte di Cassazione inammissibili. Infatti, esula dai poteri della Cassazione quello di una rilettura degli elementi di fatto a sostegno della decisione, il cui apprezzamento spetta solo al giudice di merito, senza che possa integrare il vizio di legittimità la mera prospettazione di una diversa, e per il ricorrente più adeguata, valutazione delle risultanze processuali. Così si è espressa la Corte di Cassazione, dichiarando l’inammissibilità del ricorso, con la sentenza n. 29705/16, depositata il 13 luglio.

Il caso. La Corte d’appello di Ancona riformava parzialmente la sentenza emessa dal Tribunale di Ascoli Piceno, rideterminando la pena inflitta e confermando nel resto la sentenza impugnata per il reato di stalking (articolo 612-bis Codice Penale).

Contro la sentenza ha presentato ricorso in Cassazione l’imputato con 3 motivi di doglianza. L’incompetenza del giudice di legittimità a decidere sulle argomentazioni del giudice di merito… Innanzitutto, il ricorrente denunzia vizio argomentativo, osservando che, nel capo di imputazione, il giudice di primo grado aveva confusamente accomunato episodi accaduti prima e dopo il settembre 2011, e che, invece, l’unico episodio addebitabile era quello in cui, uscito dalla casa di lavoro e gravemente malato, si era recato presso l’abitazione dei genitori e, vistosi respinto, si era creato un giaciglio di fortuna nel sottoscala dell’abitazione e, dunque, non si erano verificate altre reiterate condotte di molestia, ma una unica necessitata, peraltro, dal bisogno di trovare un ricovero e di essere curato.

La Corte ritiene che questo primo motivo sia inammissibile perché versato in fatto. Infatti, il consolidato orientamento della S.C. sostiene che il vizio logico della motivazione deducibile in sede di legittimità deve risultare dal testo della decisione impugnata e deve essere riscontrato tra le varie proposizioni inserite nella motivazione, senza possibilità di ricorrere al controllo delle risultanze processuali. Il sindacato di legittimità deve infatti limitarsi solo a riscontrare l’esistenza di un logico apparato argomentativo, senza spingersi a verificare l’adeguatezza delle argomentazioni utilizzate dal giudice di merito.

Le Sezioni Unite hanno poi precisato che esula dai poteri della Cassazione quello di una rilettura degli elementi di fatto a sostegno della decisione, il cui apprezzamento spetta solo al giudice di merito.
…sul materiale probatorio… Con il secondo motivo, poi, il ricorrente censura la sentenza impugnata per violazione dell’art. 612-bis c.p. e ricorda nuovamente che la condotta addebitata constava di un unico episodio, peraltro mancante di dolo, in quanto la sua condotta non era diretta a creare turbamento nei genitori. Ma, anche in questo caso, le censure si prospettano come doglianze di merito dirette a rivalutare il materiale probatorio già scrutinato dalla Corte territoriale.

…e sulla congruità della pena. Infine, si censura la sentenza per vizio di motivazione in ordine alla dosimetria della pena e per la mancata concessione delle attenuanti generiche in una situazione in cui le condotte addebitate erano state consumate in una condizione di disperazione. Ma anche queste ultime censure si pongono nell’”area dell’inammissibilità”. Per la graduazione della pena, anche in relazione agli aumenti e diminuzioni previsti per le circostanze aggravanti e attenuanti, la materia rientra nella discrezionalità del giudice di merito; ne discende l’inammissibilità della censura che miri, davanti al giudice di legittimità, ad una nuova valutazione della congruità della pena, la cui determinazione non sia frutto di mero arbitrio o di ragionamento illogico.

Anche le doglianze in punto di mancata concessione delle attenuanti generiche non colgono nel segno. La mancata concessione è giustificata da una motivazione esente da manifesta illogicità che, pertanto è insindacabile in Cassazione.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Attimi

La Stampa
jena@lastampa.it

Non ci si può distrarre neanche un attimo 
che qualcuno fa un’altra strage