venerdì 22 luglio 2016

Consob, il caso della funzionaria che vigila su stessa

Corriere della sera

di Milena Gabanelli e Giovanna Boursier

La storia di Paola Deriu, dipendente Consob che è riuscita a vendere le azioni di Veneto Banca prima del tracollo



Lei è Paola Deriu, promossa da Vegas nel 2013 a responsabile dell’ufficio «Vigilanza operatività mercati a pronti e derivati» della Consob. Prima era condirettore dello stesso ufficio, e prima ancora, funzionaria all’Ufficio insider trading. Il suo ufficio garantisce la correttezza delle negoziazioni, l’integrità dei mercati, vigila sui soggetti che li gestiscono. Una posizione che dovrebbe ricordarle di essere un dirigente dell’Autorità chiamata ad assicurare che i mercati e i risparmiatori sappiano quel che comprano.

Nel caso della Popolare di Vicenza e di Veneto Banca l’informazione che la Consob avrebbe dovuto far arrivare ai mercati era che queste banche, per far fronte alle loro difficoltà dovute a mala gestione e malaffare, gonfiavano il prezzo delle loro azioni, o le collocavano presso i loro clienti in modo non regolare. Ma a partire da quando Consob ha queste informazioni?

Ci focalizziamo su Veneto banca perché è qui che la dirigente Consob ha un personale interesse. Da un’ispezione di Bankitalia del 2013 emergono gravi irregolarità, e infine una maximulta ai vertici della banca nel 2014. La voce circola, molti clienti chiedono di vendere, ma solo pochi ci riescono.
Seguono le ispezioni della Bce e la richiesta di dimissioni di tutto il cda, su cui indaga la magistratura: la banca per anni ha movimentato compravendite di azioni, finanziandone l’acquisto anche per milioni di euro, o appioppandole anche ai piccoli risparmiatori che chiedevano fidi e prestiti, «datevi una mossa, avete una media troppo bassa», scrivevano le dirigenze ai dipendenti.

Le stesse dirigenze, contemporaneamente, si attivavano per salvare il salvabile di amici e clienti «influenti» , aiutandoli a vendere il loro pacchetto azionario prima del tracollo. Tra gli amici è noto il caso di Bruno Vespa, che con il direttore della banca Consoli condivideva una masseria in Puglia. Il giornalista a settembre 2014, 3 mesi prima che il titolo cominci a crollare rovinosamente, riesce a farsi rimborsare 8 milioni di euro quando le azioni valgono ancora 39 euro. Un mese dopo riesce a vendere anche Paola Deriu.

L’operazione emerge proprio da un’ispezione Consob del 2015, notificata ai vertici e al vecchio Cda nell’ultima assemblea della banca il 5 maggio scorso, ma tenuta nel massimo riserbo. Gli ispettori esaminano in particolare 10 casi critici nella relazione con la clientela, in cui «gli addetti della banca hanno provveduto a soddisfare l’istanza di liquidazione di alcuni clienti». Tra questi c’è anche la responsabile dell’ufficio vigilanza dell’Autorità. I documenti spiegano quasi tutta la storia: la dirigente Consob l’8 maggio 2014 chiede di vendere il suo pacchetto di 585 azioni acquistate tra fine 2006 e inizio 2007 a 32 euro ciascuna, per un importo di circa 18 mila euro.

Il 26 giugno sollecita, ha fretta di vendere e la banca tarda; dal suo account Consob scrive al responsabile Veneto banca area Milano Brianza: «Ribadisco che sono sempre stata rassicurata del fatto che è la banca stessa a porsi in contropartita dei clienti quando chiedono di vendere, e che ciò avviene sempre in tempi rapidi... la vendita è dettata da ragioni di urgenza, e nel caso avvenga dopo il 1° luglio incorrerò in un aggravio di tassazione dovuto alla recente modifica di fiscalità sui capital gain».

Per evitarlo, intanto, il 30 giugno chiede anche la rideterminazione del valore secondo perizia appena effettuata a 39,50 euro (il valore medio era di 32 euro), e tempestivamente paga la tassa del 2%. Tassa che il giorno dopo raddoppia. L’ufficio affari legali e reclami di Veneto banca però risponde 10 giorni dopo confermando che la ricerca di un acquirente è in corso, giustifica il ritardo con la particolare natura dell’operazione, mentre specifica che il valore dell’azione è stato rideterminato entro giugno come richiesto. Così la dirigente Consob è a posto, poiché il dovuto lo ha pagato il giorno prima dell’aumento, inoltre non dovrà pagare tasse sulle plusvalenze (passate dal 20 al 26%) perché il valore dell’azione è stato aggiornato a quello di vendita, e quindi di plusvalenze non ne avrà.

L’effettiva cessione avviene a fine ottobre 2014, e nella nota di Veneto banca c’è scritto: «Tra conoscenti». Di chi? Della Deriu o della banca? Gli acquirenti desiderosi di prendersi l’intero pacchetto per 23.108 euro, mentre le azioni stanno crollando, sono i cugini Francesco e Giuseppe Zinghini, due trentenni che cercano di scrollarsi di dosso una parentela ‘ndranghetista ingombrante, con l’avvio di attività di giardinaggio e pulizie nell’hinterland milanese. Giuseppe Zinghini la racconta così: «Con mio cugino siamo andati alla filiale di Veneto Banca di Corsico, dove abbiamo il conto, a chiedere un prestito di 80 mila

euro a nome della società Zeta Servizi, ma la condizione era l’acquisto di quelle azioni a 39,50 euro da una di Roma. Non avevamo scelta, qualche mese dopo abbiamo provato a rivenderle ma non è stato possibile». I dubbi restano perché nella documentazione i dipendenti della banca si comunicano internamente che la cessione è stata revocata e trasformata in «trasferimento fra conoscenti». Sta di fatto che oggi quelle azioni valgono 10 centesimi, e la loro società è in liquidazione.

Ha qualche colpa la signora Deriu in questa operazione? Apparentemente nessuna, se ha rispettato l’obbligo previsto per i dirigenti di un’Autorità di vigilanza di comunicare le loro operazioni di Borsa. Certo sarebbe stato più opportuno se si fosse liberata del suo pacchetto nel 2013, appena ricevuto l’incarico, perché vendere un anno dopo la pesante ispezione di Bankitalia fa venire brutti pensieri. Ancor più brutti se si considera che Consob già a febbraio del 2013 sanziona Veneto Banca per le «diffuse e reiterate condotte irregolari»

nella «valutazione di adeguatezza delle operazioni disposte dalle clientela», in particolare su obbligazioni e azioni emesse dalla stessa banca. Il dirigenti della vigilanza quindi sapevano, e avrebbero dovuto approfondire per allertare i risparmiatori. Invece hanno aspettato. Nell’attesa, chi aveva il problema, grazie al privilegio della posizione (a cui la banca ha dimostrato sensibilità), lo ha rifilato al malcapitato di turno. Un peccato veniale rispetto alle responsabilità del presidente Vegas verso quelle decine di migliaia di risparmiatori delle popolari che hanno perso tutto.

20 luglio 2016 (modifica il 21 luglio 2016 | 12:01)

Il nuovo Codice degli appalti? Un capolavoro: 181 errori

Corriere della sera
di Gian Antonio Stella

Imprecisioni, sviste e incongruenze di un funzionario sciatto (e anonimo)
stravolgono una norma fondamentale. In Gazzetta Ufficiale è stato pubblicato un comunicato di rettifica: 181 errori nei 220 articoli del nuovo Codice degli appalti


Centottantuno errori su 220 articoli
Centottantuno errori! Finisse sottomano ai maestri d’una volta, il dirigente di Palazzo Chigi che ha vistato il «Codice degli appalti», quello famoso che doveva «far ripartire l’Italia», sarebbe spedito dietro la lavagna col berretto a punta da somaro. Come si può incasinare una legge fondamentale con 181 errori su 220 articoli? C’è poi da stupirsi se il valore delle gare bandite, in questo caos, è crollato secondo l’Ance del 75%? «Voglio la testa dell’asino», dirà probabilmente Matteo Renzi nella scia del celeberrimo «Voglio la testa di Garcia» di Sam Peckinpah. Anche noi. Nome, cognome, ruolo. Per sapere se magari ha avuto lui pure il premio di «performance» come l’89% (ultimo dato disponibile) degli alti burocrati della presidenza del consiglio. Tutti bravissimi, tutti intelligentissimi, tutti preparatissimi.
L’avviso di rettifica
Sul «somarismo» non ci sono dubbi. La sentenza è della Gazzetta Ufficiale che ha appena pubblicato (http://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2016/07/15/16A05218/sg) un umiliante «avviso di rettifica» (che vergogna…) con tutte le correzioni al decreto legislativo 18 aprile 2016, n. 50 recante: «Attuazione delle direttive 2014/23/UE, 2014/24/UE e 2014/25/UE sull’aggiudicazione dei contratti di concessione, sugli appalti pubblici e sulle procedure d’appalto…». Cinquecentoventisei righe per mettere in fila, come dicevamo, le correzioni a centottantuno errori. Alcune frutto di demenza burocratica. Come l’introduzione di un punto e il trasloco di un punto e virgola: «alla pagina 110, all’art. 97, comma 4, lettera c), dove è scritto: “...proposti dall’offerente;” leggasi: “...proposti dall’offerente.”;»

Altre dovute alla negligenza: «Alla pagina 1, nelle premesse, al settimo visto, dove è scritto: “per l’attuazionedelledirettive” leggasi: “per l’attuazione delle direttive”;» Altre causate da sciatterie sfuggite alla rilettura: «servizi di ingegnera». Altre ancora generate da evidenti difficoltà grammaticali: «alla pagina 18, all’art. 16, comma 1, al secondo rigo, dove è scritto: “è tenuto ad aggiudicare”, leggasi: “...sono tenute ad aggiudicare...”».
La galleria degli errori
Per non dire di spropositi vari: «alla pagina 28, all’art. 25, comma 6, al quinto rigo, dove è scritto: «... in sito dire periti archeologici.” leggasi: “... in sito di reperti archeologici.”» Oppure: «alla pagina 23, all’art. 23, comma 4, al secondo rigo, dove è scritto: “... i requisitigli elaborati ...” leggasi: “... i requisiti e gli elaborati ...”». Fino alle varianti pecorecce: «alla pagina 123, all’art. 105, comma 21, all’ultimo rigo, dove è scritto “...casi di pagamento di retto dei subappaltatori” leggasi “... casi di pagamento diretto dei subappaltatori”». E via così: dov’è scritto «infrastrutture strategiche» va letto «infrastrutture prioritarie», dove «...di cui al presente Titolo...» va letto «di cui al presente capo», dove «”il progetto di base indica ...” leggasi: “Il progetto a base di gara indica”».
Dove «la seconda fase, avente ad oggetto» leggasi «il secondo grado, avente ad oggetto»… Un delirio, con l’aggiunta di parole rococò: «alla pagina 61, all’art. 53, il comma 7 è da intendersi espunto».

Sic. Nella galleria degli orrori, tuttavia, i più mostruosi sono altri. «Alla pagina 30, all’art. 26, comma 6, lettera b), dove è scritto: “... e di cui all’articolo 24, comma 1, lettere d), e), f), g), h) ed i),” leggasi: “... e di cui all’articolo 46, comma 1”». Per capirci: perfino un genio in materie tributarie o contrattualistiche, se i riferimenti sono sbagliati, si schianta. Sbagliare su queste cose, le pietre miliari delle leggi, significa far deragliare anche i fuoriclasse del settore. E il «Codice degli appalti» è pieno di strafalcioni così. «Il “comma 28” leggasi “comma 26”». «Dove è scritto: “... articoli 152, 153, 154, 155, 156 e 157.” leggasi: “... articoli 152, 153, 154, 155 e 156”». «Dove è scritto: “...di cui all’articolo 24, comma 1, lettere d), e), f), g), h) ed i),” leggasi: “... di cui all’articolo 46, comma 1”». Al che verrebbe da urlare: ne avessi almeno indovinato uno!
I funzionari sciatti e anonimi
Ora, non c’è al mondo piastrellista che possa posare 181 piastrelle sbagliate su 220, cuoco che possa carbonizzare 181 bistecche su 220, bomber che possa sbagliare 181 rigori su 220... Sarebbero tutti buttati fuori. Tutti. Giuliano Cazzola, sul blog formiche.net ironizza: «Nel Belpaese esiste una presunzione assoluta di corruzione a carico di tutte le opere pubbliche. Il che porta, in primo luogo, a fare delle leggi assurde e inapplicabili, vero e proprio tormentone per le imprese del settore. Ecco un esempio illuminante». Ancora più sferzante il giudizio di LavoriPubblici.it che per primo ha dato la notizia denunciando, al di là degli errori grammaticali o degli svarioni nella punteggiatura, la sostanziale modifica del «44% dell’articolato».

«Ciò significa che per quasi tre mesi gli operatori hanno avuto a che fare con un codice difficilmente leggibile, con conseguenze che sono sotto gli occhi di chi ha voglia di fare un’analisi libera da legacci politici», accusa durissimo il sito, «ci chiediamo, e vi chiediamo, se questo è il modo di legiferare e perché il testo originario sia stato predisposto dal dipartimento per gli affari giuridici e legislativi della presidenza del Consiglio dei ministri espropriando il ministero delle Infrastrutture della responsabilità e competenza della predisposizione di una legge che riguarda le infrastrutture ed i trasporti». Rileggiamo il verbo: «espropriando». Segno di uno scontro termonucleare tra due burocrazie. Di qua il ministero, di là Palazzo Chigi.

Ma scusate: sarebbero questi i dirigenti pubblici che, stando al dossier del commissario alla spending review Carlo Cottarelli, vengono pagati ai livelli apicali 12,63 volte più del reddito pro capite italiano cioè quasi il triplo, in proporzione, dei colleghi tedeschi? Questi i burocrati che mediamente prendono molto più che i vertici della Casa Bianca? Queste le «eccellenze» che per bocca di una sindacalista sostengono che il loro lavoro «richiede una elevata professionalità» e che «come tutte le cose pregiate, come una Porsche, ha un costo» e che «nessuno si stupisce se costa di più un diamante di una pietra di scarso pregio»? Ci si dirà: non facciamo d’ogni erba un fascio. Giusto. Per evitare generalizzazioni inique occorre però che chi aveva confezionato quello sconclusionato codice degli appalti, che secondo i costruttori ha fatto precipitare del 27% le gare bandite e del 75% il loro valore, venga subito rimosso. Anzi, per dirla a modo suo: espunto.

20 luglio 2016 (modifica il 20 luglio 2016 | 23:26)

Teo Teocoli «Io litigioso? È vero, ma sono migliorato. Mio padre mi picchiava e non lavorava mai»

Corriere della sera

di Gian Luigi Paracchini

A 71 anni («e rotti...») ammette che uscire dalla televisione l’ha fatto «incavolare». Ora si sente più libero e sincero. «Non ho mai saputo confrontarmi serenamente con gli altri»



Strano destino quello di saper far ridere, dunque ispirare simpatia, irradiare socievolezza e contemporaneamente avere nervi (e freni) talmente fragili da rischiare l’incidente al primo intoppo. Problemi che non si risolvono con un tagliando. Questa ingombrante coesistenza di un’anima burlesca e di un’altra conflittuale, accompagna da sempre Teo Teocoli, poliedrico showman, inventore di personaggi e imitazioni già nell’enciclopedia dell’umorismo nostrano.

A 71 («e rotti...») anni d’una vita esagerata dove poco è stato risparmiato, Teo tenta di ridimensionare questo duello interiore: pare che il suo dottor Jekyll abbia mandato (quasi) in pensione mister Hyde. «Grazie a quattro donne speciali, mia moglie Elena e le mie figlie Anna, Chiara e Paola che m’hanno cosparso di zucchero. Poi per il gusto del teatro in giro per l’Italia. Uscire dalla televisione all’inizio m’ha fatto incavolare ma ora sono felice: canto, racconto storie, mi chiedono di fare Peo Pericoli e Caccamo e io zac glieli faccio. Dopo i bis con i ragazzi dell’orchestra si prende la macchina, un panino al formaggio, minerale e via a casa alle 5 del mattino. Mi sento di nuovo giovane».
«Non ho mai studiato»
Donne (di famiglia) e teatro come terapia naturale. E le sfuriate, i litigi con mezzo mondo? Non saranno mica invenzioni... «La facilità allo scontro mi arriva da un’infanzia difficile. Mamma veniva da una famiglia di giostrai, papà era andato in Marina sotto le bombe inglesi. Dopo la guerra siamo sbarcati a Milano, zona Niguarda-Fulvio Testi a quei tempi quasi campagna. Mamma cuciva in sartoria, papà non lavorava e non si vedeva mai, meglio perché quando arrivava mi picchiava di brutto: il classico padre-padrone. Ero un disadattato: di fronte al bidello in divisa ho pianto per ore, facevo fatica a scrivere e leggere, non capivo nemmeno il concetto di proprietà. Mi chiamavano terun, africa, baluba, altro che non incazzarsi..! È un miracolo che sia arrivato a ragioneria perché non ho mai studiato niente, giuro. M’intortavo le prof, facevo ridere anche loro».

Lo spartiacque di Teocoli, un 25 aprile personale che lui infatti chiama liberazione, arriva a fine anni 60 con il primo cospicuo guadagno, un milione di lire nella pubblicità L’uomo in Lebole : l’uomo era l’attore Armando Francioli, lui il ragazzo. Poi i primi show e la popolarità. «Papà veniva spesso in teatro, soprattutto in camerino, a chiedermi soldi. E io pronti, l’accontentavo: era pur sempre mio padre. Mamma ha vissuto di più e m’ha visto ai massimi. Contenta? Sì, a parte quando ho sposato la ventenne Elena: ha pianto ma non di gioia: si sentiva tradita e sì che avevo 40 anni!».
Un brutto carattere
Concesse le attenuanti, il carattere irascibile resta fuori discussione. «Ho sempre agito d’istinto e anche per ignoranza non ho mai saputo confrontarmi serenamente con gli altri. Comunque in 17 anni di Derby, grande scuola con gente tipo Jannacci, Toffolo, Andreasi, Valdi, non ho mai litigato. Ho fatto la spalla a tanti colleghi come Lopez, Albanese, Gnocchi, Boldi. Di certo sono sempre stato me stesso: con i balordi del Giambellino, con gli alto-borghesi di Milano o in costa azzurra a casa di Brigitte Bardot, Salvador Dalì, Gilbert Becaud».

Per ogni contrasto Teocoli ha correzioni o giustificazioni. Quella volta che ha rimbrottato il pubblico all’anteprima di Restyling Faccio Tutto ? «Avevo ragione, alle anteprime venite gratis ma state zitti, mica si cazzeggia con i vicini!». Il bisticcio con Berlusconi? «Ero uscito da Antenna 3 con un bel successo, mi aveva fatto promesse mai mantenute».

Con Fatma Ruffini, potente produttrice di Mediaset? «Pretendeva di fare la regista, tagliava gli sketch. Con me non va bene. Ho rinunciato a un miliardo e mezzo di lire a Paperissima perché il copione faceva schifo». Con Albanese che l’accusava d’improvvisare troppo? «Ma và, con Antonio la verità è che gli ho dato una sberla non prevista e lui l’ha presa male ma è finita lì. M’è successo anche con Elio delle Storie Tese». Con Celentano che pretendeva 35 milioni per una canzone da mettere in un film? «Siamo amici da 57 anni, anzi con un cappellaccio e gli occhiali io sono Adriano, come potrei litigare? Il guaio è che di quelle cose lì si occupa Claudia...». Con Paola Ferrari alla Domenica sportiva ? «Stavo parlando di Ronaldo e sul più bello lei m’interrompe! Feeling zero, ho lasciato subito lo studio».
Il segreto di Franco
Un po’ deluso da Fazio che non l’ha richiamato a Sanremo («ma con Fazio non puoi litigare, è di gomma»), deliziato da Pietro Garinei («Te stavo ad aspettà da 35 anni!») che l’ha riportato al Sistina, ancora furente pensando a Ballando con le stelle («un incubo, 4 ore di prove al giorno e poi votazioni a capocchia»). Qualche suo amico sostiene che per le conquiste femminili ci vorrebbero un paio di calcolatrici. Fra l’altro ha vissuto per un periodo a Roma con Franco Califano: cosa non sarà mai successo in quelle notti romane? «In realtà Franco era più romantico di quello che sembrava: s’innamorava.

A Roma nel ‘69 recitavo in Hair con Loredana Bertè e Renato Zero, stavo in scena anche completamente nudo e non faccio per dire ma... Beh insomma nel dopo spettacolo si uniscono Veruschka e Marisa Mell, una più bella dell’altra e entrambe assai interessate: la serata l’ho poi...finita con Veruschka. Mi ricordo invece proprio agli inizi due filarini semiplatonici con Wilma Goich e Orietta Berti. Orietta dormiva dalle suore!». Ma anche nelle notti milanesi Teo non ha scherzato. «D’altra parte gli anni ‘70 erano sesso, droga e rock and roll, atmosfera pazzesca, libertà, niente senso del peccato».
La droga
Neanche per la droga? «Va bè, gli spinelli non li contiamo, uno dei più belli con Califano l’abbiamo fumato dopo Italia-Germania 4-3. Ho provato la metedrina, usata ai tempi da molti studenti sotto esami per studiare di notte. C’era talmente tanto da fare, come si poteva dormire? Risultato, occhi spalancati tre giorni di fila e da lì mai più. Cocaina? La prima pista ci ho starnutito su come Woody Allen in Io e Annie e m’hanno guardato storto. Poi ho imparato a non starnutire ma dire che m’abbia preso seriamente sarebbe una bugia. Fra l’altro la roba che circolava era meno pericolosa di quella di oggi. Comunque non ne vado fiero e alle mie figlie ho parlato chiaro». Che voto si darebbe come padre? «Forse avrei dovevo avere più polso ma m’è sempre piaciuto far ridere le ragazze. Il guaio è che quando fai la faccia severa faticano a riconoscerti».

22 luglio 2016 (modifica il 22 luglio 2016 | 09:43)

Amicizia da uno sconosciuto? Su LinkedIn meglio di no

La Stampa
federico guerrini

I cyber criminali sfruttano il network per assumere l’identità dei dirigenti e infiltrarsi nelle reti aziendali



Attenti a chi vi chiede l’amicizia su LinkedIn. Nel social network acquistato di recente da Microsoft, succede spesso di ricevere richieste di contatto da persone che non si conoscono e con cui, a occhio e croce, non si ha neanche molto da spartire a livello professionale. Stando a una recente ricerca di Intel Security su 2,000 persone del Regno Unito, una persona su cinque nel campione decide di accettare la richiesta. Potrebbe non essere una buona idea, soprattutto in ambito aziendale.

«La richiesta potrebbe sembrare innocua – ha spiegato il responsabile tecnico di Intel Security, Raj Samani – ma per gli hacker è un modo per prendere a bersaglio professionisti senior e, da ultimo, l’intero network aziendale». Come funziona? La connessione su LinkedIn è un modo per i cyber criminali per conoscere le loro vittime: indirizzi email, città di residenza, aziende presso cui si è lavorato sono tutti elementi che possono tornare utili.

Sia per un «semplice» furto di identità che per infiltrarsi nella rete aziendale indovinando, grazie a qualche semplice tecnica di ingegneria sociale, le credenziali di accesso di dipendenti junior o dirigenti. Di solito la catena è a salire: si stringe contatto con qualche impiegato e poi via via, approfittando dei profili suggeriti da LinkedIn e dall’apparente autorevolezza conferita dall’essere amico di un amico, si arriva fino all’amministratore delegato o al presidente.

Fra i casi più recenti, spicca quello dell’azienda austriaca di componenti aerospaziali Faac Operations, a cui sono stati sottratti 50 milioni di dollari. I dettagli non sono molti, ma sembra sia stata utilizzata la tecnica del «Ceo fraud»; ovvero, gli hacker hanno impersonato l’amministratore delegato per convincere gli addetti al reparto finanziario a trasferire dei soldi su un loro conto, giustificando il movimento con le necessità operative dell’azienda.

In precedenza un caso simile era successo negli Stati Uniti, dove la società AFGlobal si è vista sottrarre 480,000 dollari, dirottati su un conto cinese. Di casi analoghi sarebbe possibile citarne molti; altrettanti passano probabilmente sotto silenzio, per proteggere la reputazione delle imprese coinvolte. Fra i possibili rimedi qualcuno cita la necessità di ottenere l’approvazione di almeno due impiegati dell’azienda per poter eseguire qualsiasi transazione oppure l’inserimento, nelle email, della firma digitale, in modo da fugare qualsiasi dubbio sulla provenienza della stessa.

Ancora più urgente forse, è la stesura di policy aziendali che regolamentino l’utilizzo dei social media. Non concentrandosi solo sui soliti Facebook e Twitter, ma con un occhio di riguardo anche a siti apparentemente più tranquilli, ma in realtà potenzialmente altrettanto pericolosi, come LinkedIn.

Ossessione smartphone? Tocchiamo la schermo 2600 volte al giorno

La Stampa
enrico forzinetti

Le interazioni raddoppiano tra chi lo usa di più. Questi ultimi passano quasi quattro ore sul proprio device contro le due e mezza medie



Capita spesso di chiedersi quante volte si utilizzi lo smartphone in una giornata. La società di ricerca Dscout ha provato a dare una risposta a questa domanda monitorando ininterrottamente per cinque giorni l’attività di 94 persone sul proprio device. I numeri che ne escono sono notevoli. In media lo schermo viene toccato 2600 volte al giorno, ma per i più accaniti utilizzatori si sale oltre quota 5400. Parlando invece in termini di tempo, l’utente medio rimane quasi due ore e mezza sullo smartphone al giorno, un periodo che per i più accaniti schizza a quasi quattro ore.

Se si guarda invece al numero di volte in cui si prende in mano lo smartphone per usarlo il dato medio è di 76, per salire a 132 tra chi lo utilizza di più. La tendenza a essere sempre più con gli occhi rivolti al proprio device non è una novità. Tra i millennials si parla di due ore al giorno di navigazione su internet, ma il trend non riguarda solamente i più giovani. Secondo un’altra indagine i cittadini inglesi trascorrono online circa un giorno alla settimana.

Nella ricerca di Dscout emerge che il 15% dei tocchi sullo schermo avviene tramite Facebook, seguito dalla scrittura di messaggi all’11%. Al terzo posto il tempo trascorso sulla home del proprio device, al 9%. Ma non è finita qui: la ricerca infatti si basa soltanto sull’utilizzo dello smartphone a schermo attivo, senza tenere conto di tutte la azioni possibili con lo schermo bloccato. Per questo gli oltre 2600 tocchi giornalieri rappresentano una stima al ribasso. 

Pirateria online, il fondatore di Kickass torrent arrestato mentre acquista (legalmente) su iTunes

Corriere della sera

di Alessio Lana

Il portale fondato dal trentenne ucraino Artem Vaulin per il download illegale di materiale protetto da copyright vale un miliardo di dollari. È accusato di riciclaggio e pirateria


Ha fondato il suo impero sul download illegale, ma la polizia è riuscito a scovarlo perché stava acquistando - legalmente - su iTunes. L’ironia della sorte ha colpito Artem Vaulin, che alcuni hanno già soprannominato «l’uomo da un miliardo di dollari». Cifra che non avrebbe guadagnato, ma rubato. Il trentenne ucraino è infatti il supposto fondatore di Kickass Torrent, l’Eldorado di chi scarica, senza pagare, materiale coperto da copyright. Il dipartimento di giustizia americano ha fatto sapere di averlo arrestato in Polonia.

Di lui, non si sa praticamente nulla, a parte la nazionalità e l’accusa mossa dagli statunitensi: «Gestire il più visitato sito di file-sharing illegale» che vale, appunto, un miliardo di dollari. Il pirata della rete ha commesso un errore banale, che gli è costato un paio di manette ai polsi: dopo aver fatto shopping su iTunes, ha utilizzato lo stesso indirizzo IP per connettersi alla pagina Facebook di Kick Ass Torrent. E in un attimo è stato localizzato. Non solo. Gli investigatori erano anche risaliti alle credenziali bancarie, fingendosi inserzionisti e postando un banner pubblicitario sul sito.

Un negozio virtuale (e gratuito). Kickass torrent (per gli amici Kat) è - o era, visto che per il momento è stato oscurato - un supermercato virtuale dove si può trovare di tutto - film, libri, musica o videogiochi - senza passare dalla cassa. «Un ambiente sofisticato e facile da usare», come lo definiscono gli statunitensi. E proprio dalla sua semplicità nasce la sua popolarità.

Per accedere non serve password, l'indirizzo è in chiaro e raggiungibile da tutti. Basta inserire delle parole chiave per trovare il filmato o l’mp3 che stiamo cercando e, con un clic, siamo pronti a scaricarlo. Secondo la corte federale di Chicago, Kat è tra i 69 siti più visitati di sempre con oltre 50 milioni di utenti unici al mese, ed è riuscito a oscurare anche una stella del file sharing come Pirate Bay.

Guadagni multimilionari. Vaulin però l'avrebbe pensata bene perché in realtà il materiale non sta propriamente sul sito. Come il portale a cui si è ispirato, Pirate Bay, Kat offre i link per accedere a contenuti che risiedono da tutt'altra parte, anche sui computer degli utenti. Grazie al peer-to-peer, ognuno scarica un pezzetto di file dagli altri utenti fino al completamento del download. Poi condivide con gli altri ciò che ha scaricato, mentre i server su cui poggia il sistema sono in Paesi compiacenti. In caso di imprevisti, nessun problema:

Vaulin, stando agli accusatori, era pronto a spostarli da qualche altra parte. Insomma, un sistema agile e complesso che, secondo le stime degli statunitensi, vale 54 milioni di dollari e avrebbe portato nelle tasche del ragazzo tra i 12,5 e i 22,3 milioni di dollari l'anno, solo dalla pubblicità. Un impero da far impallidire le più grandi major.

Fino a 30 anni di carcere. Al momento Vaulin è accusato di cospirazione, riciclaggio di denaro e pirateria informatica. Ai federali, però, rimangono due problemi da risolvere prima di poterlo chiudere dietro le sbarre: la cittadinanza di Vaulin - è ucraino - e il fatto che il fermo sia avvenuto in Polonia. Gli Usa stanno lavorando per richiederne l'estradizione e, in caso positivo, il ragazzo si troverebbe a fronteggiare una pena che può arrivare fino a 30 anni di carcere. «Il suo arresto in Polonia dimostra ancora una volta che i cybercriminali possono scappare dalla giustizia ma non nascondersi da essa», ha concluso cinematograficamente il magistrato Leslie Caldwell al termine dell'operazione.

21 luglio 2016 (modifica il 21 luglio 2016 | 16:36)