mercoledì 20 luglio 2016

Noi stiamo sempre con chi fa il proprio dovere

Alessandro Sallusti - Mer, 20/07/2016 - 06:00

È successo a Milano. Un giovane di colore ha scavalcato i tornelli della metropolitana per viaggiare senza biglietto. Non contento ha reagito a male parole al controllore dell'Atm che, vista la scena, l'ha raggiunto sulla banchina. Ne è nato un diverbio durante il quale il controllore ha apostrofato l'immigrato: «Devi pagare il biglietto, sei una m... ». La scena, ripresa da un telefonino di un altro passeggero, sta facendo il giro del web suscitando lo scandalo dei benpensanti che ovviamente danno del razzista all'uomo in divisa. Tanto clamore che l'Atm ha aperto un'inchiesta e il controllore ora rischia provvedimenti disciplinari.

Lo diciamo senza alcun dubbio: noi stiamo con lui, perché le cose vanno chiamate con il loro nome. E chiunque - bianco, nero o giallo residente o forestiero - provi a non pagare il trasporto pubblico è una m..., perché scarica il costo sulla collettività. Non è che i pensionati di Milano siano felici di sborsare un euro e mezzo per prendere il metrò, ma lo fanno perché così dev'essere in una città civile o fosse solo che - lo diciamo con ironia - non avendo più l'agilità non sono in grado di scavalcare i tornelli.

Quel controllore ha fatto solo il suo dovere e andrebbe ringraziato. Cosa avrebbe dovuto dirgli, dopo essere stato addirittura aggredito verbalmente? Sciocchino, furfantello, birichino? Nel vocabolario Treccani la (...) (...) voce «sei una m...» esiste ed è definita come «linguaggio popolare, familiare». Non dobbiamo avere paura a usare parole che definiscono meglio di altre fatti e stati d'animo. Gli islamici che uccidono i nostri figli non sono «disadattati» ma «bestie», Erdogan, in Turchia, non si sta comportando da «irresponsabile» ma da «feroce criminale».

Basta con il politicamente corretto, che censura la verità e provoca danni. Di recente il sindaco di Cerignola è finito alla berlina e nei guai perché, in dialetto stretto e tono affettuoso, ha apostrofato con un «ma sei scemo?» un bambino che si vantava di essere stato bocciato a scuola. Sono le stesse parole che mio padre mi rivolse il giorno che non fui ammesso alla maturità. Per la verità andò giù più pesante e non finirò mai di ringraziarlo per averlo fatto. Mi fece sentire un m... , quale ero stato. Oggi invece quel ragazzo di colore si sente un eroe, vittima del nostro razzismo e penserà che non pagare il biglietto del metrò è cosa giusta, porta onori e fama. Questo mondo funziona così, ma era meglio il mio.

Alessandro Sallusti

Dal 22 luglio smartphone e tablet si rottamano gratis

La Stampa
lorenzo longhitano

Un nuovo decreto prevede che i grandi esercizi commerciali allestiscano un’area dedicata allo smaltimento gratuito dei rifiuti di apparecchiature elettroniche di piccole dimensioni



Buone notizie per chiunque abbia in casa uno smartphone, un tablet o un apparecchio elettronico di piccole dimensioni ormai obsoleto da smaltire: secondo il decreto 121 del ministero dell’Ambiente pubblicato il 7 luglio sulla Gazzetta Ufficiale, tutti i negozi di elettronica di almeno 400 metri quadri di superficie saranno presto tenuti ad allestire un punto di raccolta dedicato ai dispositivi da rottamare. Nessuno dei costi relativi alle operazioni di smaltimento è a carico del cittadino, che può dunque depositare gratuitamente i gadget in disuso senza essere tenuto a effettuare nuovi acquisti nel punto vendita.

L’iniziativa riguarda a tutti i commercianti del settore hi tech (anche se per i negozi con un’area espositiva inferiore a 400 metri l’adesione non è obbligatoria), partirà il 22 luglio ed eviterà ai cittadini di recarsi in discarica per lo smaltimento di questo genere di rifiuti. Le condizioni perché il proprio gadget sia ammesso nei centri di raccolta sono poche: tensione uguale o inferiore a 1000 volt se a corrente alternata o 1500 se continua e lunghezza uguale o inferiore a 25 centimetri.

Perché Facebook ha oscurato la pagina di Zerocalcare

La Stampa
dario marchetti

Un messaggio dedicato a Carlo Giuliani ha trasformato la bacheca del fumettista romano in una raccolta di insulti e frasi violente. Ecco come è andata



Zerocalcare, al secolo Michele Rech, è uno dei fumettisti più amati d’Italia. Con le sue tavole ricche di ironia, nostalgia, citazioni pop ma anche impegno sociale (come dimostrato, tra gli altri, dal volume Kobane Calling ), ha strappato e continua a strappare risate a un’intera generazione di internauti e lettori italiani. Almeno finché non si parla di politica, visto che dopo aver scritto su Facebook che avrebbe partecipato a un evento dedicato a Carlo Giuliani, il ragazzino ucciso da un Carabiniere durante il G8 di Genova, si è scatenato il putiferio. E dalle risate si è passati agli insulti.



Il post ha dato vita a un vero e proprio linciaggio virtuale, tra lettori caduti dalle nuvole rispetto alle (arcinote) posizioni politiche del fumettista, gente indignata al grido di «torna a fare i disegnetti» e una lunga sequela di frasi violente e ingiustificabili su Carlo Giuliani, dal «mi piace ricordarlo con un buco in testa» al «vergognoso ricordare un delinquente».

Una carica di negatività e odio che, per il gran numero di segnalazioni negative fatte dagli utenti attraverso il sistema interno a Facebook, ha causato l’oscuramento prima, e la cancellazione poi, del post. Non tanto una censura quindi, ma più uno strumento automatico che entra in funzione ogni qual volta un contenuto postato sul social di Zuckerberg viene segnalato in maniera massiccia e improvvisa.

Chi è intervenuto «non sono lettori miei, punto - ha scritto Zerocalcare sulla sua pagina, commentando l’accaduto -. Eccetto una minima parte, che ha espresso in maniera pacata il proprio dissenso, tutto quel macello e quei toni l’hanno fatto altri, venuti apposta, che di sicuro non sono le categorie principali dei miei lettori: nazisti e/o poliziotti. Stop».

«Fino a stamattina pensavo: Genova è una partita chiusa. Non vale la pena dibatterne ancora. Schieriamoci sulle cose dell’oggi, quelle su cui non abbiamo ancora perso - conclude Rech -. E invece evidentemente Genova non è finita: ci sono ancora pezzi di apparati che continuano a fare una guerra accanita e sulla narrazione di quelle giornate ci sta ancora uno scontro in corso che non è pacificato per niente».

Fare causa a Pokemon Go è impossibile. Lo hanno deciso gli utenti, a loro insaputa

espressorepubblica.it

di Paolo Fiore

L'app è arrivata anche in Italia. Il successo è solare. Meno le condizioni di utilizzo, che praticamente blindano la società dalle possibili cause legali. Con il benestare degli utenti. Anche se gli incidenti non mancano

Fare causa a Pokemon Go è impossibile. Lo hanno deciso gli utenti, a loro insaputa

I Pokemon saranno ovunque, ma non in tribunale. Non perché Rattata e compagni si tengano alla larga dai palazzi di giustizia. Ma perché Niantic, la società che ha sviluppato l'app, si è blindata contro le cause legali. E lo ha fatto con il consenso degli utenti. Domanda rivolta a chi ha già scaricato Pokemon Go: avete letto i termini d'uso ? Sarebbe stato raccomandabile farlo prima di andare a caccia. Perché in questo documento di oltre 47 mila battute, si scoprono dettagli non trascurabili.

In stampatello e in bella evidenza, in una sezione che però non guarda quasi nessuno, si legge: “L’utente concorda che le controversie di cui è parte insieme alla Niantic saranno risolte mediante un arbitrato individuale e che rinuncia al proprio diritto a un processo con giuria o a partecipare come attore principale o membro di categoria in qualsiasi presunto procedimento rappresentativo o azione collettiva”. Se non fosse abbastanza chiaro, significa che gli utenti accettano di non portare in tribunale la Niantic, sia come singolo che all'interno di una class action. E lo fanno accettando i termini di utilizzo, cioè scaricando l'app.

Fare causa non è mai un'eventualità augurabile, anche perché presupporrebbe episodi poco piacevoli. Ed è quantomeno improbabile finire in tribunale per un videogame. Improbabile ma non impossibile, soprattuto per un'app di realtà aumentata come Pokemon Go. In Italia è arrivata da pochi giorni, ma negli Stati Uniti si sta già verificando quella che il Los Angeles Time ha definito “ una pletora di incidenti legati all'applicazione ”. C'è chi è andato a sbattere con l'auto contro un albero, chi è stato aggredito per aver seguito la caccia in luoghi poco sicuri. Non è certo tutta colpa di Pokemon Go. Ma, nel dubbio, Niantic si mette al riparo da possibili contestazioni.

La casistica è meno bizzarra di quel che sembra. Perché coinvolge anche il trattamento dei dati. Niente tribunale, ad esempio, in caso di violazione della privacy o diffusione delle informazioni che riguardano gli utenti. Sotto questo punto di vista, una falla c'è già stata: Pokemon Go accedeva a tutti i dati dell'account Google dell'utente. Un eccesso cui Niantic ha rimediato dopo le prime segnalazioni. Le informazioni fornite alla società restano comunque molte: accesso a fotocamera, contatti e posizione, indirizzo IP, tipo di browser, sistema operativo, pagina web che un utente stava visitando prima di accedere a Pokemon Go, conversazioni con gli altri utenti.

Dati che – si legge nell'Informativa sulla privacy – saranno conservati anche dopo aver disinstallato l'app, per “un tempo commercialmente ragionevole”. Solo in due circostanze si può evitare l'arbitrato. Primo: ci si può rivolgere a un giudice di pace. Secondo: si può richiedere un risarcimento in un tribunale contro “appropriazione indebita o violazione di diritti d’autore, marchi, segreti commerciali, brevetti o altri diritti di proprietà intellettuale di una parte”. Niantic si tiene alla larga dai tribunali, ma spalanca le porte alle cause che violano il copyright. Cause per le quali, con tutta probabilità, sarebbe parte lesa: è difficile pensare che sbuchi dal nulla un utente per reclamare di essere il creatore dei Pokemon Go.

Più probabile che qualcuno cerchi di sfruttare il marchio del quale Niantic è proprietaria.  Se l'app è già sta scaricata tutto è perduto? No. La società lascia uno spiraglio. Che però richiede attenzione (l'avviso è piazzato nei termini di utilizzo dopo la bellezza di 5540 parole) e un ruolo attivo del giocatore. “L’utente avrà il diritto di ricorrere a ogni controversia” se lo scriverà esplicitamente in una mail indirizzata a termsofservice@nianticlabs.com e spedita entro 30 giorni dal download dell'app. Se non ci sarà alcuna mail, Niantic riterrà che l'utente abbia “consapevolmente e deliberatamente rinunciato al proprio diritto di ricorrere a una controversia”. Consapevolmente e deliberatamente.

Impiegata viene messa in pensione il giudice la reintegra: “Discriminata”

La Stampa
maurizio vezzaro

Imperia, a 65 anni potrà tornare al lavoro tra qualche mese



Il Ministero di Grazia e giustizia le ha dato il benservito dopo 35 anni di servizio in Procura, comunicandole di averla messa in pensione d’ufficio, e dicendoglielo con un fax. Questo nell’ottobre 2015. Daniela Corsetti, 65 anni, dipendente della Procura d’Imperia, non ha accettato un’imposizione che ha avvertito essere discriminatoria: «Se fossi stata un uomo mi avrebbero lasciato al lavoro alla scadenza naturale, ovvero al compimento dei 66 anni e 7 mesi». E così si è rivolta al proprio Tribunale, quello di Imperia, facendo ricorso contro il provvedimento del Ministero e appellandosi ai giudici del lavoro. Che le hanno dato ragione.

Il dispositivo di sentenza è di più di un mese fa. Un collegio presieduto dal giudice Enrica Drago ha stabilito che il collocamento in pensione della dipendente è un atto «illegittimo» e, citando una serie di precedenti sentenze, che va contro la normativa europea. Pertanto le disposizioni come quella riguardante il caso in questione vanno «disapplicate». Vittoria su tutta la linea. Però per la dipendente il calvario - nove mesi senza stipendio e affrontando spese legali - non è finito. Le hanno spiegato che la procedura di riassunzione (si badi bene, di riassunzione e non di reintegro), è lunga e farraginosa. Deve continuare a trangugiare amaro. E pensare che, come evidenziano Andrea Barbera e Gianfranco Severini, del sindacato Confal-Unsa, «a Palazzo di giustizia di Imperia abbiano bisogno di impiegati e cancellieri come il pane».

«Sia in Procura che in Tribunale siamo sotto organico nella misura del 30 per cento», testimoniano i due rappresentanti sindacali. Stranezze della giustizia. Lei intanto non si è persa d’animo. Ha scritto al Ministero, all’indirizzo dell’attuale titolare del dicastero Andrea Orlando, chiedendo che, nel suo caso, le procedure vengano velocizzate. E non ha risparmiato qualche nota critica. Si legge: «La presa in considerazione delle mie richieste (già in precedenza si era rivolta al ministro, ndr), che mi sembra non fossero fuori luogo, avrebbe evitato costi inutili sia a me, oltre a ingenti danni, sia allo Stato, per il quale tutti onestamente lavoriamo, e avrebbe evitato una mia assenza forzata dall’ufficio che si sta protraendo da mesi.

Non avrei intrapreso questa battaglia, anche di principio, se non avessi sentito discorsi e letto articoli dove le massime autorità stigmatizzavano pesantemente il fenomeno della discriminazione di genere». Non vede l’ora di tornare a servire lo Stato perchè è sempre quello che ha fatto, con passione e dedizione. Nel frattempo, però, visto e considerato il trattamento che le è stato riservato, ha intenzione di chiedere i danni morali e psicologici. Quel lungo periodo di inattività e soprattutto la battaglia legale l’hanno snervata, togliendole il sonno. «La somma che dovessi ricevere come risarcimento - specifica Daniela Corsetti - la devolverò a un’associazione che si batte per eliminare gli ultimi residui di disparità tra uomo e donna che io ho vissuto sulla mia pelle».

I rassegnalati

La Stampa
massimo gramellini

Raramente un apologo riassume la disperante anomalia italiana come la storia affiorata ieri nella trasmissione «L’aria che tira» di La7. Il Comune di Roma lancia l’applicazione per telefonini «Io segnalo», che nei piani dei suoi solerti ideatori permetterà ai cittadini di indicare tutto quello che non va: buche, macchine in doppia fila e altri menefreghismi assortiti. L’iniziativa è anche uno sfogatoio e ottiene un successo prevedibile. Alcuni romani ci prendono gusto e cominciano a intasare di segnalazioni virtuose la polizia municipale del loro quartiere.

Uno di questi, un ragazzo di nome Andrea, abita al Pigneto. Ogni giorno gli basta uscire di casa per fare indigestione di parcheggi futuristi sulle strisce davanti a scuola, che lui immediatamente segnala ai vigili tramite l’applicazione. Ma con suo grande dispiacere i vigili non intervengono mai. Finché una mattina lo chiamano, dandogli appuntamento sulla strada. Si presentano in sei a bordo di tre auto e lo apostrofano con la risolutezza degli esasperati: «Siamo pochi e già oberati di lavoro, ci mancavano pure tutte ’ste segnalazioni. Lascia perdere».

Nello sgomento di Andrea ci rispecchiamo un po’ tutti. Un ente locale ti chiede di aiutarlo, tu lo fai e lui ti risponde: lascia perdere. Qualcuno eccepirà che sono stati gli uffici del Comune a promuovere l’applicazione, non i vigili. Peccato che, agli occhi del cittadino, vigili e Comune siano organi dello stesso corpo. Ma in Italia il servizio pubblico è una persona che con la mano ti fa cenno di avvicinarti, poi alza un piede e ti tira un calcio.

L'isola d'Elba espelle i rom

Alessandro Sallusti - Mar, 19/07/2016 - 15:42

Cacciati i nomadi accampati coi camper vicino alle spiagge "Derubavano i turisti, un danno per la nostra immagine"

I sindaci dell'isola d'Elba hanno espulso la comunità rom che si era accampata sulle coste senza rispettare leggi e regolamenti comunali. Qualche decina di zingari che molestavano turisti e residenti nel pieno della stagione sono stati imbarcati e riportati sulla terraferma. Non abbiamo memoria di provvedimenti simili, quantomeno non di decisioni così drastiche. Non sappiamo neppure quale sia il colore politico di questi primi cittadini, né ci importa conoscerlo. E non importa che si stia parlando di piccoli numeri e di piccole amministrazioni.

È il fatto in sé che merita attenzione in un momento in cui nelle nostre città pare si sia perso il senso della legalità e del rispetto. Tolgo il «pare»: gli accampamenti di disperati nei pressi delle stazioni ferroviarie, nei giardini e parchi pubblici, a volte pure nei centri storici, è indegno sia per loro che per noi, costretti a convivere con un degrado sociale che non meritiamo. È vero che siamo alle prese con un'emergenza, ma è anche vero che prefetti e sindaci badano più ad accontentare i loro referenti istituzionali e politici che a difendere i diritti della comunità loro affidata.

Nelle scorse ore la ministra Boschi ha detto che votando sì al referendum sulla riforma del Senato si metterà il Paese al sicuro dal terrorismo. Detto che alla stupidità non c'è limite, io mi sentirei molto più al sicuro se i sindaci italiani seguissero l'esempio dei colleghi dell'Elba, perché non potrà mai esserci sicurezza senza il rigoroso rispetto delle regole, che si tratti di accampamenti abusivi di rom, di clandestini lasciati liberi di circolare senza limiti e controlli, di imam che predicano l'odio in moschee abusive. Il nuovo terrorismo non si abbevera al pozzo delle riforme costituzionali ma nel caos e nel disordine sociale.

Non so come la gente si dividerà sul sì o no alla riforma Boschi, ma mi pare unito nel pretendere che d'ora in avanti possa rimanere con noi solo chi rispetta questo paese, le sue leggi, la sua storia e quindi noi. Per questo la decisione dei sindaci dell'Elba va oltre un fatto locale di banale ordine pubblico. È la prova che nel nostro ordinamento ci sono già gli strumenti per rimettere le cose un po' a posto. È la prova - come sosteniamo da tempo - che quello che manca è solo la volontà di farlo.

Il doppio gioco degli americani

Francesco Alberoni - Dom, 17/07/2016 - 15:04

Riusciranno gli europei a svegliarsi, a capire che sono stati sacrificati, che devono darsi un esercito, dei confini, difendersi e rivedere le loro alleanze?

Dopo l'11 settembre gli americani sono intervenuti militarmente per punire quelli che chiamavano terroristi, perché non hanno mai voluto ammettere di essere di fronte ad un grande movimento religioso che voleva ripristinare l'islam delle origini. Alimentato da Fratelli Musulmani e wahhabiti sauditi, il movimento ha assunto forme diverse, dai Talebani ad Al Qaeda, fino al Califfato: una pluralità di nuclei con una ideologia e un nemico comune.

Gli americani hanno spianato la strada degli integralisti combattendo i dittatori laici che li tenevano a freno come Saddam, Assad e Gheddafi. E attaccando continuamente la Russia, che li blocca nel Caucaso e in Asia mentre Washington li combatte solo a parole, in quanto creature degli alleati sauditi e della Turchia di Erdogan. Uno Stato che ha sempre fatto il doppio gioco: ufficialmente combatteva gli islamisti ma, nel frattempo, finanziava e sosteneva l'Isis. A questo punto ha cominciato a crescere il malcontento europeo, dovuto ai migranti e agli attentati.

Un malessere che ha portato alla nascita di numerosi partiti antieuropeisti, alla Brexit, al fallito golpe di Ankara. Ma la politica americana di Obama e della Clinton non è cambiata. Continua ad appoggiare i Paesi arabi più retrogradi e radicali, a isolare Mosca spingendola nelle braccia di Iran e Cina. Continua ad abbandonare l'Europa divisa e impotente. Riusciranno gli europei a svegliarsi, a capire che sono stati sacrificati, che devono darsi un esercito, dei confini, difendersi e rivedere le loro alleanze?

Ora basta con i “je suis”

Fabrizio Boschi



Eppure, sicuramente anche oggi ci sarà qualche Boldrini, o simil Boldrini qualunque, che non se la sentirà di dire che questa è una guerra. Che siamo in guerra. Ci sarà ancora qualcuno che proverà fastidio nel pronunciare il nome di quel nemico subdolo e vigliacco che non si vede, ma che esiste: il fanatismo ISLAMICO. Non terrorismo in generale, non fanatismo e basta, ma islamico. Sia chiaro.
Invece, cari Boldrini e soci, oggi più che mai questa è una guerra, una guerra totale contro il fanatismo religioso islamico e i loro adepti che provengono da una parte ben definita del mondo e che professano un credo ben chiaro, e che si nascondono come serpenti in ogni nazione d’Europa, pronti ad iniettare il proprio veleno.

Ora l’obiettivo è la Francia, quella che ci dava lezioni di integrazione e di immigrazione, domani sarà di nuovo l’Inghilterra, il Belgio, la Spagna. Poi chissà, toccherà alla Germania, all’Italia e a tutti gli altri. Uno dopo l’altro. Finché ne rimarrà anche solo uno in vita, sarà sempre così. Senza tregua. Perché questa guerra non avrà una fine.

Nessuno è più al sicuro, questo è il messaggio che vogliono imprimerci nelle nostre vite quotidiane, e se i vari Boldrini e soci, e i servizi segreti dei governi europei, non prenderanno le misure necessarie per stanare e neutralizzare queste cellule di folli islamici, passeremo i prossimi dieci o venti anni a piangere ancora vittime inermi sterminate sulle nostre strade, nei nostri ristoranti, negli stadi, nei parchi, nelle spiagge, sui treni, sugli aerei, nelle metropolitane.

L’assassino che il 14 luglio guidava quel camion bianco a Nizza era un franco-tunisino di fede islamica. Con quel mezzo ha fatto 2 chilometri a zig zag per falciare più persone possibili. Ha anche abbattuto un chiosco di caramelle. Di caramelle, capite? In quel chiosco ci sarebbe potuto essere chiunque di noi. A difesa della Promenade des Anglais e dei centomila presenti a vedere i fuochi del 14 luglio, c’erano due piccole transenne di ferro. Migliaia di persone sul lungomare e due transenne.

Ci odiano, ormai è chiaro, e non odiano qualcuno in particolare. Odiano tutti i cristiani del mondo. Indistintamente. Qualunque essi siano. Anzi, odiano anche quelli che cristiani non lo sono ma che non sono come loro. E quindi non c’è via di scampo. Non accettano il nostro modo di pensare, di vivere, di essere liberi, di divertirci, di viaggiare, di vestire, di pregare, forse anche di mangiare.
E questo gli è sufficiente per salire su un camion e farsi due chilometri a zig zag sulla Promenade des Anglais. E questo gli basta per sentire l’impulso di uccidere trenta bambini e cinquanta persone comuni.

Persone che non avrebbero mai e poi mai, nemmeno pensato, di far loro del male. Persone comuni, come me e come voi, per le quali egiziani, marocchini, senegalesi, tunisini, ebrei, o cinesi, sono tutti uguali. È questo che ci differenzia da loro: le bestie, dagli esseri umani. Ora basta però con i “je suis”, ne abbiamo già visti troppi, e non servono a niente. Basta con gli appelli alla pace, le promesse ipocrite dei governi, i vertici di emergenza, i pubblici cordogli, i fiori alle ambasciate, l’innalzamento dei livelli di allerta (che al massimo durano tre giorni, appena subito dopo gli attentati). Basta con le giornate di lutto nazionale, le marce per la pace, i funerali di Stato dei quali a nessuno interessa nulla.

A quelle persone, a quei bambini, a quelle mamme e a quei papà, interessava solo di vivere, non di finire in una bara con una bandiera stesa sopra. Il presidente Hollande ha ripetuto le stesse parole vuote dette dopo le stragi del Bataclan (“reagiremo”). Alle sue seguiranno quelle inutili e ipocrite dei vari Merkel, Renzi e Obama.

La verità è che abbiamo paura. Tanta paura. La verità è che sotto quel camion bianco ci siamo finiti tutti. Ma ci sono finiti per primi i nostri governi che ancora non hanno il coraggio di ammettere di aver sbagliato tutto e di non aver ancora trovato la forza di reagire per proteggere i propri cittadini.
Ci sentiamo inermi di fronte a questo nemico invisibile, è vero, ma ci sentiamo ancor più inermi soprattutto perché i nostri governanti, chiusi dentro al loro ridicolo buonismo di Stato, non permettono ai loro cittadini di essere liberi di passeggiare, in luglio, sulla Promenade di Nizza, accanto ad un chiosco di caramelle.

Ci ammazzano ovunque! Coraggio! Svegliamoci!

Nino Spirlì



(Dopo Nizza, le asce sui treni tedeschi, le coltellate alla mamma e alle tre bambine in Francia, dopo troppi morti…)

Basta! Siamo ridicoli, grotteschi. Stiamo facendoci ridere dietro da tutto l’islam: quello sanguinario di daesh e compagnia, quello miliardario dei grattacieli degli emiri e soci, quello bugiardo e falso che si sta insinuando nelle nostre città, nelle nostre case, nelle nostre famiglie. Bugiardo e falso, complice di tutti questi assassini che sgozzano, accoltellano, bombardano, investono, stuprano, seviziano noi, le nostre donne, i nostri uomini, i nostri figli, i nostri vecchi.

Basta! Basta con questa maledetta sete di denaro che ci sta trasformando in anfitrioni coglionazzi,  destinati al martirio. Basta con le navi militari che vanno a prelevare maledetti assassini in mezzo al mare e li sbarcano dietro l’angolo di casa nostra. Basta! Basta coi penosi governanti che ci bacchettano e ci rimproverano come fossimo ragazzini immaturi, mentre abbracciano come fratelli questi maledetti da Dio e dagli Uomini.

Basta con la pazienza, con la compassione, con l’accoglienza, con l’amicizia. Basta con la pietà.
Basta! Basta con questa stupida, schifosa disponibilità fino al masochismo. Fino al martirio!
Questi ci ammazzano ovunque! In casa, in treno, in albergo, in strada, al mercato, nella metropolitana, in aeroporto e stazione ferroviaria, di giorno, di notte. Non hanno pietà per nessuno. Neanche per i nostri bambini! Si divertono a seminare il terrore. A spaventare i più deboli fra noi.

Basta! Non esiste MODERAZIONE fra loro. Sono tutti uguali. Ci odiano e basta. E quando ci accarezzano, stanno prendendo le misure per tagliarci la gola. Ormai è provato! Giorno dopo giorno!
E noi? Rispondiamo ancora alla loro violenza con una codardia orrenda! Non sembriamo i figli di quegli Eroi che hanno attraversato gli oceani, valicato le montagne più alte del mondo, conquistato i cieli. Siamo diventati dei rammolliti che vanno a cercare fantasmini col cellulare, porco giuda, mentre questi bastardi ci stanno decimando!

Basta! Siamo i figli dei Romani, dei Crociati, dei Carbonari, dei Mille, dei Briganti, dei Patrioti, dei Cavalieri di Vittorio Veneto, degli Eroi di El Alamein. Siamo quelli che hanno sconfitto il terrorismo degli anni di piombo. Siamo dei combattenti per destino! E se fra noi c’è ancora feccia mafiosa e malapolitica massona, noi, gli ITALIANI,  restiamo bella gente. Gioiosa e laboriosa. Nonostante le ombre del Palazzo stiano cercando di impoverirci, renderci schiavi, tristi e pappamolle.

Svegliamoci! Chiudiamo questa partita! Basta buone maniere e basta ospitalità. Diventiamo rudi e maleducati. Rendiamogliela dura, questa loro vita da invasori. Che se ne vadano via. Che tornino a casa loro. Nei loro deserti dell’anima. Alziamoli, questi muri!
In nome della Libertà. Della Gioia. Della Fede.

Fra me e Voi.

Arabia Saudita, più donne al lavoro col petrolio in calo

La Stampa
rolla scolari

Il principe Mohammed bin Salman spinge per una maggiore inclusione sul lavoro. Gli studiosi: l’ultra-integralismo è un lusso con il barile a 30 dollari



Che cosa accomuna il prezzo del petrolio e i diritti delle donne? In Arabia Saudita, secondo due studiosi americani il legame è forte e diretto. Nel Paese ultra-conservatore 5,8 milioni di donne (dato del 2015) non partecipano alla forza lavoro. Le donne che lavorano sono 1,2 milioni, gli uomini quattro milioni e mezzo. Anche l’Ufficio nazionale delle statistiche, che ha reso pubblici questi dati da poco ha consigliato di «ridurre» questo divario «per ottenere un equilibrio economico, e risolvere il problema della disoccupazione».

Pochi mesi fa, il figlio del re, il trentenne Mohammed bin Salman, Mbs, ha presentato un piano di riforme economiche studiate per sganciare il Paese dalla dipendenza dal petrolio nell’era del greggio a basso costo. Da quando Vision 2030 è stato presentato, il ministero del Lavoro e dello Sviluppo sociale ha dato segni di un interesse concreto - e sostenuto pubblicamente dal principe - a una maggiore inclusione delle donne nel mercato del lavoro. Un gruppo di investitori sauditi, hanno scritto i media nazionali, aprirà a Riad un complesso per le telecomunicazioni nel quale lavoreranno soltanto donne. 

Che cosa cambia
Il piano economico di Mbs arriva in un momento in cui in Arabia Saudita sono state allentate alcune restrizioni sociali, hanno spiegato sul Washington Post Yu-Ming Liou e Paul Musgrave, autori dello studio sui diritti delle donne. Nel 2011, per la prima volta le donne sono entrate tra i consiglieri del sovrano, a dicembre hanno potuto votare e presentarsi come candidate alle elezioni locali. È loro permesso da qualche mese di tenere una copia del contratto di matrimonio.

La polizia religiosa non può più arrestare individui per strada e chiedere documenti di identità. Passi minuscoli. Alcuni, come l’accesso controllato al voto, sono stati giudicati dagli osservatori semplici cosmetici, ma in un Paese immobile sui diritti sociali e ultraconservatore come l’Arabia Saudita sono già fonte di polemiche accese. Rappresentanti del clero wahhabita hanno già dimostrato fastidio nei confronti delle misure prese per restringere l’operato della polizia morale e della spinta per l’inclusione delle donne sul mondo del lavoro.

E ora lo spettacolo
E tra i settori-obiettivo indicati dal piano c’è anche quello, ora inesistente, dello spettacolo. Da trent’anni non esistono sale cinematografiche nel paese, ma in un futuro di attesi investimenti interni ed esteri pare che le autorità studino una produzione autoctona. La recente creazione di un’Autorità generale per gli spettacoli ha sollevato speranze in una parte della popolazione per la riapertura dei cinema, mentre l’area più conservatrice ha criticato l’ipotesi. Nel loro studio (Oil, Autocratic Survival, and the Gendered Resource Curse: When Inefficient Policy Is Politically Expedient), Yu-Ming Liou e Paul Musgrave sostengono che il calo del prezzo del greggio rischia di intaccare il patto sociale che da secoli regge le sorti dell’Arabia Saudita, e raccontano come le nuove riforme economiche possano avere conseguenze sociali – soprattutto per quanto riguarda il ruolo della donna – e politiche.

Meno petrolio, più diritti
Gli autocrati, scrivono i due studiosi, hanno bisogno di tenere buoni, tra gli alleati, anche quelli «ideologicamente motivati» (nel caso saudita, i regnanti lo hanno fatto con il clero ultraconservatore wahhabita). Le politiche antisociali sono «una costosa e visibile misura della fedeltà» dei governanti a questi alleati. «Le rendite derivate dalle risorse garantiscono ai governanti di permettersi queste politiche, che non sarebbero praticabili in regimi basati sulla tassazione. Restringere l’autonomia delle donne è parte di una strategia di governo autocratico in autocrazie ricche di risorse. Utilizzando prove quantitative, dimostriamo che le variazioni nell’autonomia delle donne sono correlate a una variazione delle rendite petrolifere pro-capite».

La religione costa troppo
Nel XVIII secolo, la casa regnante dei Saud ha stipulato quello che possiamo chiamare un patto con il potente clero wahhabita: gli uomini di religione si sarebbero occupati di questioni di fede, i sovrani degli affari terreni e del governo, rispettandogli però standard religiosi imposti da un credo ultraconservatore. Oggi, secondo gli autori dello studio, i governanti non possono più permettersi il mantenimento di alcune delle restrizioni sociali imposte da questo antico patto. Il prezzo del petrolio, dopo aver toccato il minimo storico dei 30 dollari a barile, è risalito, ma gli analisti prevedono che per molto tempo non tornerà a quei 100 dollari a barile che permettevano a Paesi come l’Arabia Saudita di garantire l’ordine sociale attraverso un robusto sistema di grassi sussidi energetici alla popolazione (e alle élite al potere). 

Si parla anche di austerità
Se l’America insegna che «non c’è tassazione senza rappresentanza politica», le autocrazie come l’Arabia Saudita, ricche di risorse energetiche, hanno vissuto altrimenti: libertà dalle tasse – non esistono quelle sul reddito nel Golfo – e sussidi alla popolazione in cambio della totale mancanza di partecipazione alla cosa pubblica. Da diversi mesi però, è stato introdotto in Arabia Saudita un inedito piano di austerità, si studia come introdurre tasse (per ora soltanto l’Iva) e come ridurre i sussidi. In un Paese con un deficit che nel 2015 era a 100 miliardi di dollari e che affida la propria economia per quasi il 90 per cento alle declinanti

rendite energetiche, l’entrata delle donne sul mondo del lavoro risolverebbe un problema. Secondo uno studio del 2012 della Oxford Strategic Consulting, se lavorasse il 40 per cento della popolazione femminile, in Arabia Saudita il Pil aumenterebbe di quasi 17 miliardi di dollari l’anno. Alla riforma economica, legata alla necessità, occorre dunque una maggiore forza lavoro femminile. E questa nuova necessità apre a un’era di sfide sociali e politiche in Arabia Saudita.