lunedì 18 luglio 2016

L'uomo che entra in casa in provincia di Vercelli e si affaccia su Novara

La Stampa
stefano fonsato

Brarola, paesino con 7 abitanti su due confini



Entrare dal cancello di casa in territorio vercellese, affacciarsi alla finestra in provincia di Novara e scrutare Palestro (Pavia, Lombardia) ad appena 100 metri. È la quotidianità di Brarola, frazione di Vercelli a un crocevia di confini da perdere la testa. Oggi ci abitano sette anime: sette abitanti per tre province e due regioni, schiacciati tra le stradine di campagna e le cascine ai margini della provinciale dei Cairoli, spesso teatro di incidenti stradali:

«Ogni qual volta le forze dell’ordine sono chiamate a intervenire - spiega la residente Claudia Gasparotto - è un rebus capire quale nucleo di agenti, vercellesi, novaresi o pavesi, inviare». Tanto che, una decina di anni fa, per semplificare le operazioni, lungo la strada è apparso un cartello per ognuno dei quattro sconfinamenti. Prima non esistevano alternative se non il dito indice da scorrere sulla mappa. 

A Brarola la paura di scomparire viene combattuta con la voglia di stare insieme, di parlare, radunarsi in strada o nei cortili. Come negli Anni 60, quando di abitanti ce n’erano 330: «Siamo gente di confine, è vero, ma questo non significa che il Comune e le istituzioni si debbano dimenticare di noi», dice Claudia, una dei cinque fratelli Gasparotto, che trainano da anni la tenuta risicola locale. «Forse siamo la frazione che, più di tutte, ha subito gli effetti della meccanizzazione agricola - racconta Giovanni Gasparotto -, una volta si faceva tutto a mano.

C’erano anche i bergamini, che mungevano le vacche e c’era chi, da Vercelli e Palestro, veniva a Brarola per comprare il latte. Ora ci siamo solo noi». Ma lo spirito contadino resta quello combattivo di un tempo: «Avevamo un amatissimo parroco storico, don Virginio Perotti - spiega Claudia Gasparotto -. Dopo la sua morte nel 2012, la Curia ha chiuso le porte della chiesa. Ebbene, abbiamo trovato i fondi per ristrutturarla e riaprirla». 

Un miracolo «costruito» dal nulla: «Ciò che ricaviamo lo reinvestiamo per non scomparire. Insieme a noi, la solidarietà dei tenutari limitrofi». Dove limitrofo significa di un’altra provincia o regione. Un tempo a Brarola c’erano perfino due osterie: Della Luna, vercellese, e Della Rosa, novarese. E poi un asilo e una scuola elementare. Quella della bidella Celestina Viazzo, «la Tina», 88 anni: «Sono arrivata qui quando avevo 40 giorni e non mi sono mai mossa», dice.

«Più volte - spiega un altro dei fratelli Gasparotto, Paolo - abbiamo cercato di sensibilizzare le istituzioni. Non abbiamo nessun tipo di servizio da anni e le strade dobbiamo pulirle noi. Va bene essere vercellesi di confine ma non vogliamo essere considerati di serie B».

L'ex grillino in Senato per forza: "Voglio dimettermi, ma non mi lasciano andare"

repubblica.it
di MONICA RUBINO

Giuseppe Vacciano, ex 5stelle ora gruppo Misto, vorrebbe tornare al suo lavoro di impiegato in banca. Ma da due anni l'aula di Palazzo Madama respinge le sue dimissioni

L'ex grillino in Senato per forza: "Voglio dimettermi, ma non mi lasciano andare"

ROMA - "Chi la dura la vince. Faremo a chi si stanca prima". Non si rassegna il senatore Giuseppe Vacciano, ex 5stelle ora nel gruppo Misto, che per la terza volta si è visto respingere dall’aula di Palazzo Madama la richiesta di dimissioni. Una storia, la sua, al limite del paradosso: una volta tanto che un politico vuole mollare la poltrona di sua sponte, la "casta" glielo impedisce. E tornare a essere un comune cittadino, un normale impiegato di banca, sembra una sfida impossibile.

Vacciano, si sente quasi un "prigioniero della casta"?
"Sono rinchiuso in una gabbia dorata, mettiamola così. A questo punto non so più come spiegarmi questi rifiuti ripetuti".

Ma è davvero così difficile dimettersi da parlamentare rispetto a qualunque altro lavoro?
"È un mondo a parte, valgono altre logiche, di sicuro non il buon senso. Prendiamo il caso di Enrico Letta: non si sentiva più adatto a quel ruolo e ha lasciato la Camera tra gli applausi".

E perché Letta si e lei no?
"Probabilmente faceva comodo al suo partito che andasse via. Se il Pd avesse votato a favore delle mie dimissioni, sarebbe stato tutto più semplice. Quando ho visto che i sì erano solo 46, il minimo sindacale, ero proprio demoralizzato".

Perché si dimette?
"Perché non mi riconosco più nel M5s, nel simbolo con cui sono stato eletto. Per questo ritengo giusto restituire il mio seggio a un rappresentante dei 5stelle".

Allora è una questione di numeri?
"Io sto nel gruppo Misto ma voto all’opposizione, quindi sul piano dei conti non cambierebbe nulla se al mio posto subentrasse un grillino doc".

Ci riproverà per la quarta volta?
"Si, ho già presentato la nuova lettera di dimissioni. Vediamo chi si stanca prima. In genere tra un voto e l’altro passano almeno nove mesi".

Di mezzo c'è il referendum costituzionale e magari il Senato non ci sarà più.

"Ecco, questa potrebbe essere la naturale soluzione del problema".

Statali, ai dirigenti pubblici 800 milioni di premi. La denuncia di Banca d'Italia

repubblica.it
di MARCO RUFFOLO

Guadagni maggiori ai più anziani, riunioni superflue e obiettivi facili. Per ogni anno di età la gratifica si alza del 6%. Ecco cosa dicono i "piani di performance"

Riunioni superflue e obiettivi facili Ai dirigenti pubblici  800 milioni di premi

QUAND'E' che un dirigente dei Beni Culturali riceverà un premio per i risultati raggiunti? Lo prenderà quando contribuirà insieme ai suoi colleghi a garantire la tutela di un bene archeologico? No, quando avrà partecipato a un certo "numero di riunioni". Quand'è che un dirigente dei vigili urbani di Roma si troverà una busta paga più ricca per maggiore produttività? Quando i suoi uomini avranno fatto tante multe in più alle auto in seconda fila così da scoraggiare quell'imperante malcostume? No, basterà dimostrare di aver vigilato "su specifici itinerari e incroci stradali" per agevolare la mobilità. Obiettivo quanto mai generico.

E i dirigenti del Lavoro? Riceveranno un premio quando riusciranno finalmente a far partire l'agenzia che dovrebbe incrociare domanda e offerta di impieghi? No. Lo avranno quando riusciranno a scrivere un certo numero di "relazioni". Mentre al ministero dell'Economia sarà sufficiente "trasmettere entro 5 giorni le delibere del consiglio della giustizia tributaria alla direzione", procedura per la quale basta una mattinata e forse anche meno.

Questo è quanto si legge nei "piani di performance" che oggi le pubbliche amministrazioni sono tenute a mettere on line. Ed è in questa palude procedurale, indifferente ai bisogni dei cittadini, che affogano tutti i tentativi di riforma della macchina pubblica. I cui obiettivi sono così astratti e autoreferenziali che alla fine i premi per averli raggiunti li prendono tutti, nessuno escluso. Sono quasi 800 milioni di euro che ogni anno finiscono nella busta paga di 48 mila dirigenti pubblici senza o quasi alcuna giustificazione reale. In questo appiattimento generale a rimetterci sono i tanti operatori che danno l'anima senza ricevere alcun riconoscimento.

E' dai primi anni '90 che i governi provano inutilmente a legare quei premi ai risultati effettivi, visibili dai cittadini. Niente da fare. Ora Renzi e la Madia hanno deciso di riprovarci. Qualche settimana fa sono stati riformati gli strumenti che serviranno a valutare l'operato dei nostri burocrati: una commissione (l'ennesima) all'interno del Dipartimento della funzione pubblica e una serie di giurie chiamate in ciascuna amministrazione a dare le pagelle. Si chiamano Oiv, "organismi indipendenti di valutazione". E in realtà esistono già, avendoli inventati l'ex ministro Brunetta. La novità è che per garantirne l'autonomia, i loro componenti faranno parte di un albo nazionale.

A chi il controllo? Tutto però ha il sapore di un inconcludente déjà vu. In tutti questi anni un incarico così cruciale come quello di giudicare l'operato di chi ci amministra è rimbalzato di autorità in autorità, come fosse una patata bollente di cui disfarsi il più rapidamente possibile. Prima la Civit, nel 2009, un organismo in grado solo di verificare la correttezza degli adempimenti formali. Poi le competenze passano inspiegabilmente all'Autorità anti-corruzione di Cantone. Come se la valutazione dei dirigenti avesse solo implicazioni patologiche. Dal 2014 si cambia ancora e tutto viene messo nelle mani del Dipartimento della funzione pubblica. E da lì ora si parte per rimettere in piedi il sistema. Forse già quest'anno, insieme ai rinnovi contrattuali, arriverà il testo unico del pubblico impiego.

Ma perché questa volta dovrebbe funzionare? Che cosa è mancato finora? E soprattutto cosa ha consentito a quel kombinat di interessi autoconservativi fatto di burocrati sospettosi, dipendenti impauriti e sindacalisti corporativi di stravolgere il senso delle riforme che si sono invano succedute negli ultimi vent'anni? È mancata una cosa tanto semplice quanto fondamentale: l'indicazione da parte del potere politico degli obiettivi da raggiungere. Come si fa infatti a valutare l'operato dei dirigenti se non si sa cosa devono fare?

Facili traguardi. Finisce così che quegli obiettivi, in base ai quali andrebbero calcolati i premi, i manager pubblici se li danno da soli. Le cose da fare non sono più i servizi da offrire ai cittadini ma una serie di procedimenti formali di facile realizzazione: dalle riunioni tenute ai documenti trasmessi, dagli atti emanati ai report presentati.

Il risultato è una abbondante pioggia di prebende per tutti. Ce ne dà un'idea un recente rapporto della Banca d'Italia, curato da Roberta Occhilupo e Lucia Rizzica. I redditi di risultato sono una bella quota della retribuzione dei dirigenti: il 9% nei ministeriali di prima fascia, il 12 in quelli di seconda, il 16 in quelli delle Regioni a statuto ordinario. In genere vengono dati quasi nella stessa misura a tutti i manager. Al Tesoro tutti i dirigenti di seconda fascia ricevono 6.900 euro. Alla Salute 11 "manager" di prima fascia su 12 prendono 32 mila euro.

Ma in qualche caso non sporadico c'è una certa differenziazione. Riceve di più chi ha più competenze tecniche? Chi ha più esperienza? Chi conosce meglio le lingue? Chi possiede un titolo post-laurea? Niente affatto. Prende di più chi è più anziano. Solo l'età - denuncia il rapporto di Bankitalia - è all'origine della diversa distribuzione di premi, quando c'è. "Ogni anno di età in più determina un aumento del premio del 6%".

Dal governo arrivano nuovi annunci: questa storia dei premi ingiustificati finirà - dicono al ministero della Pubblica amministrazione. "La prima cosa che faremo - spiegano - è indicare obiettivi chiari ai dirigenti. Si chiameranno "obiettivi della Repubblica". Chi fallisce vedrà cancellato il suo premio. E in casi gravi rischierà il posto". Ma nel frattempo, come saranno scelti i valutatori, gli Oiv? Qui il rischio è che la loro autonomia tanto sbandierata resti solo sulla carta, perché il recente regolamento dà alle singole amministrazioni il potere di nomina, sia pure all'interno dell'albo nazionale. Come dire: i controllati che scelgono i controllori.

Insomma, la nuova sfida alla burocrazia parte in salita. E non riguarda solo lo scardinamento degli attuali premi a pioggia. Con il ruolo unico e l'incarico a tempo per i dirigenti e le procedure di mobilità per i dipendenti (tutti temi dei prossimi decreti) il governo tenta di intaccare quell'impasto di immobilismo e corporativismo che indebolisce il senso di responsabilità e di equità nel lavoro pubblico. Lo fa con nuove leggi. Eppure, almeno su alcuni aspetti fondamentali come quello della mobilità, le leggi esistono già. Ma nessuna procedura o quasi è mai stata avviata, con l'eccezione delle Province, per causa di forza maggiore.

Mobilità vantaggiosa.
In realtà, una certa mobilità c'è stata, ma così come è avvenuto per i premi di risultato, è stata teleguidata dagli stessi interessati e quindi finalizzata a vantaggi personali e non a una migliore distribuzione della forza lavoro. Così non pochi di dipendenti (dai vigili urbani agli infermieri, dagli agenti penitenziari agli insegnanti) sono riusciti, grazie a certificati medici spesso generosi, a risultare inidonei al contatto con il pubblico o con la strada, e ad essere trasferiti dietro una scrivania. La stessa licenziabilità dei dipendenti nei casi più gravi è rimasta per lo più lettera morta.

E' vero: è passato da poco il decreto che consente di sospendere entro 48 ore i furbetti del cartellino colti in flagrante e di cacciarli definitivamente dopo un iter di 30 giorni. Ma per gli altri reati? Il contratto dei dirigenti di Regioni e Enti locali tuttora in vigore prevede solo la sospensione dal servizio per chi minaccia, diffama, o molesta sessualmente o ruba sul posto di lavoro. E si tratta di reati spesso più gravi della falsa attestazione di presenza. Il licenziamento può scattare solo se si apre il procedimento penale o in caso di recidiva.

Dai premi ai licenziamenti, dalla mobilità agli indicatori di efficienza: la conclusione che si trae da tutta questa storia è che anni di colossale produzione legislativa non hanno impedito che la macchina pubblica andasse avanti senza seguire quelle norme ma secondo la legge del più furbo. Il governo lo sa bene: per intaccare quel kombinat di interessi che la guida, per condurre in porto sana e salva la madre di tutte le riforme, ci vorrà molto più di qualche decreto delegato.

Ladri stranieri subito liberati sfottono la polizia: "W l'Italia"

Ivan Francese - Dom, 17/07/2016 - 16:01

A Reggio Emilia tre ladri georgiani sono stati arrestati venerdì e liberati sabato. Irridono gli agenti cantando "Italia Italia"


Tre ladri georgiani arrestati in flagrante mentre tentavano di scassinare la porta di un appartamento a Reggio Emilia sono stati rimessi in libertà già ieri dal giudice del tribunale della città emiliana.
E hanno deciso di irridere la giustizia del nostro Paese cantando, nei corridoi del palazzo di giustizia il ritornello della canzone di Mino Reitano "Italia Italia".

A raccontarlo è la localeGazzetta di Reggio, che spiega come tre uomini di 35, 36 e 41 anni siano stati messi in libertà in attesa del processo già dopo l'udienza di convalida, nonostante la polizia li avesse acciuffati con le mani nel sacco. O meglio, sulla serratura.

I tre sono stati fermati dalla squadra mobile della questura mentre tentavano di forzare la serratura della porta dell'appartamento di un docente universitario che al momento del furto non era in casa.
Comparsi davanti al giudice, i tre sono stati lasciati andare e hanno deciso di irridere la polizia intonando il motivetto "Italia Italia" composto da Mino Reitano. Solo per uno dei tre ladri, pregiudicato, è stato ordinato l'obbligo di dimora e di firma in questura tre volte al giorno.