martedì 12 luglio 2016

Israele, torna alla luce città di Golia tremila anni dopo la sfida con Davide

La Stampa

Israele, torna alla luce città di Golia tremila anni dopo la sfida con Davide

Tremila anni dopo l’epica sfida col pastore israelita Davide la città del gigante filisteo Golia, Gat, torna alla luce. Per il 21/mo anno consecutivo una squadra di archeologi guidati dal prof. Aren Maeir della Università Bar Ilan di Tel Aviv riporta alla luce a Tel Zafit (fra Gerusalemme e Ashqelon) i resti di una località abitata per cinquemila anni consecutivi, dall’era del bronzo in poi.

In una natura rimasta incontaminata per miracolo, non è difficile ricostruire anche oggi il tragitto possibilmente percorso da Golia. Sceso dal Tel (la maestosa collina di Gat che nel decimo secolo a.C. dominava militarmente la zona) uscì da un possente ingresso fortificato - i cui resti sono stati scoperti proprio nella scorsa stagione di scavi - e superò il letto di un fiume. Piego’ poi a destra nella valle (tuttora ben visibile) dedicata alla divinità Elah e puntò verso le colline antistanti Gerusalemme. A quindici chilometri da là era atteso da Davide. «Gat era allora la città principale - spiega Maeir - più vasta di Gerusalemme di almeno otto-dieci volte».

Cosa dice l’archeologia del drammatico duello fra Davide e Golia ? È un mito, o trova conferme ? «Il nostro compito non è quello di confermare o di contraddire la Bibbia» replica. «Possiamo solo sforzarci di offrire il `colore´, di aggiungere `carne´ al racconto biblico». In un coccio trovato una decina di anni fa sul Tel di Gat erano tracciati in lettere arcaiche due nomi filistei, di certo non semiti: `Alwat´ e `Walat´. «Come dico sempre - precisa lo studioso, con un largo sorriso - non abbiamo trovato proprio la ciotola dei corn flakes di Golia (Goliath, in ebraico), ma quella dei cugini».

Mentre accompagna fra le rovine il cronista dell’Ansa, le scoperte proseguono. Una volontaria ha appena trovato una spilla di rame che forse serviva da fermaglio di una tunica. Dal micro, al macro: attorno al Tel si distingue ancora un vallo che circonda Gat su 360 gradi. «Lo appronto’ nell’ 830 a.C Hazael re di Damasco, quando strinse d’assedio Gat, allora il regno più importante in questa zona. La popolazione fu stremata dalla fame. Dopo la resa, la città fu arsa. La sua tecnica militare ricorda quella utilizzata da Giulio Cesare contro i Galli ad Alesia. Ma la precedette di otto secoli». Nel 1099 d.C, sulle rovine di Gat, i Crociati eressero un posto di avvistamento che chiamarono `Alba Specula´ o `Blanche Guarde´.

Nei giorni nitidi, lo sguardo arriva quasi fino alla costa di Gaza. Gat, Gaza, Ashqelon, Ashdod ed Ekron erano - all’epoca della Bibbia - le principali città filistee, in lotta perpetua con gli israeliti, che invece vivevano sulle colline. «Si combattevano, eppure si frequentavano. Lo dimostrano i due matrimoni di Sansone con donne filistee, e lo confermano reperti sul terreno. In un certo senso erano un po’ come gli israeliani e i palestinesi oggi». Sansone morì a Gaza, sepolto nelle rovine di un Tempio filisteo: le piacerebbe scavare anche là ? Maeir sospira: «Temo non sia tanto fattibile.

A Gaza si è costruito molto, sarebbe difficile trovare reperti». Possiamo dire che i palestinesi sono i filistei dei nostri giorni ? «Dal punto di vista culturale, no. I filistei venivano da Cipro, dalla Grecia e dall’Anatolia. Furono spazzati via da Nabuccodonosor, ma di loro rimase impresso il nome sulle terre che avevano popolato»; un nome che sarebbe stato tramandato nei secoli dai testi greci e romani. «Un po’ come avvenne a Manhattan - conclude.- Il nome è rimasto, ma di indiani là non ce ne sono proprio più.

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Cent’anni fa moriva Cesare Battisti, l’ultimo apostolo del Risorgimento

La Stampa
andrea cionci

Geografo, giornalista, uomo politico e ufficiale alpino. Fu impiccato nella sua Trento quando aveva 41 anni



Gli venne negata sia la fucilazione che la divisa militare. Gli procurarono un ridicolo vestito a quadri, troppo largo per lui, alto e allampanato com’era. Giunto al patibolo gridò. “Evviva l’Italia! Evviva Trento italiana!”. Lo sollevarono da terra fino a che il boia di Vienna, Josef Lang, un omaccio dalla faccia di birraio, salendo su una scala, arrivò a gettargli il cappio al collo. Tolto lo sgabello, lui tenne gli occhi aperti per qualche istante, poi li chiuse, respirò ancora a lungo mentre Lang, con una mano, gli storceva lentamente la testa. Alla fine, tutti in posa per un’ultima, agghiacciante foto rimasta famosa.



Cento anni fa, il 12 luglio 1916, concludeva così la sua ardente parabola terrena, presso il Castello del Buonconsiglio, a Trento, l’ultimo apostolo del Risorgimento, Cesare Battisti. Geografo, giornalista, uomo politico e ufficiale alpino era nato, 41 anni prima, in quella stessa città, quando ancora era parte dell’Impero austro-ungarico. Il nome di Battisti ricorre ovunque, su strade, piazze e monumenti, ma in pochi ricordano, oggi, chi fu realmente

quest’uomo che si batté, insieme agli altri irredentisti, perché il Trentino diventasse italiano e si concludesse, in tal modo l’Unificazione. Era un socialista, un uomo di sinistra, fu amico del giovane Mussolini che scriveva per “Il Popolo”, il suo giornale. Il Fascismo esaltò in senso troppo nazionalista la sua figura perché l’Italia repubblicana potesse, poi, riappropriarsene con equilibrio. Di nascita mezzo nobile e mezzo borghese, prese a cuore le condizioni delle classi più deboli, nella sua regione, che era, all’epoca, una delle più povere dell’Impero asburgico.



Nel ’14 comprese che l’unica via era quella di staccare il Trentino dall’Austria manu militari; passò il confine, divenne un acceso interventista, tenendo ben 85 discorsi in tutta Italia. Alle parole fece seguire i fatti: si arruolò volontario come soldato degli Alpini, chiedendo di combattere in prima linea. Per il suo valore fu promosso ufficiale. Il 10 luglio del ’16 fu catturato in azione dai Landesschützen di Cecco Beppe.

L’attacco italiano era mirato a conquistare il Monte Corno, sul Pasubio, una vera spina nel fianco per il Regio esercito, poiché da lì gli austriaci potevano orientare il fuoco su ogni obiettivo nella vallata. L’attacco fu respinto e la ritirata italiana impedita da uno sbarramento d’artiglieria. Il tenente Battisti fu catturato insieme al suo sottotenente Fabio Filzi, altro eroe dell’irredentismo. Declinò subito le sue generalità, senza batter ciglio, e fu immediatamente riconosciuto come il “traditore” dell’Austria.



Ancor oggi qualche nostalgico asburgico cancella la parola “martire” dalla lapide commemorativa che ricorda la sua cattura sul Monte Corno. Solitamente, traditore è uno che cambia casacca, all’improvviso, ma Battisti erano almeno 15 anni che conduceva la propria guerra politica contro l’Austria Ungheria, a viso aperto, addirittura nella funzione pubblica di deputato alla Camera di Vienna e alla Dieta del Tirolo.

Al processo dichiarò fieramente: « Ammetto di aver svolto, sia anteriormente che posteriormente allo scoppio della guerra con l’Italia, in tutti i modi - a voce, in iscritto, con stampati - la più intensa propaganda per la causa d’Italia e per l’annessione a quest’ultima dei territori italiani dell’Austria […] Rilievo che ho agito perseguendo il mio ideale politico che consisteva nell’indipendenza delle province italiane dell’Austria e nella loro unione al Regno d’Italia».



Trento non ha dimenticato il suo martire. Oggi, presso il Castello del Buonconsiglio si è aperta una mostra: “Tempi della storia, tempi dell’arte. Cesare Battisti tra Vienna e Roma” realizzata in collaborazione con il Museo storico del Trentino, il Museo Storico Italiano della Guerra (che ha prestato le giubba militare di Battisti, insieme a quelle di Fabio Filzi e Damiano Chiesa), la Fondazione Bruno Kessler, l’Accademia Roveretana degli Agiati e la Società di Studi Trentini di Scienze storiche. La mostra, che rimarrà aperta fino a ottobre, ripercorre l’attività di Cesare Battisti geografo, politico e militare, e ricostruisce l’immagine che ne è stata data nei decenni successivi. Una mostra ambiziosa e importante, che farà riflettere sui molti aspetti della sua vita di leader politico e di uomo di cultura.

Il sito PostGhost chiude i battenti, ma rivendica il diritto alla trasparenza

La Stampa
Di Gianluca Nicoletti



PostGhost chiude i battenti. Il sito che pubblicava i post cancellati degli utenti con la spunta blu ha messo off line il suo database su richiesta esplicita di Twitter, secondo cui il sito violava i termini di servizio del social network. PostGhost ha chiuso il servizio ribadendo la sua filosofia in una lettera aperta, visibile sulla home. E’ quasi un manifesto, che sancisce la nascita del principio della “coscienza di classe” in un territorio in cui si immaginava esistesse la società perfetta, con eguali diritti ed eguali doveri. In effetti la spunta blu è un riconoscimento dell’ appartenenza a un’aristocrazia di pensiero e quindi a un rango sociale superiore rispetto gli utenti “comuni”. PostGhost rivendica il diritto “trasparenza” specificando che gli utenti di cui visualizzava i tweet “imbarazzanti” e quindi cancellati, sono i personaggi più influenti sul social network, “con decine di migliaia di seguaci, o più. Sul profilo di tali utenti privilegiati esiste un “diritto di popolo” di vedere ogni passaggio della loro storia pubblica su Twitter.

VIDEO  Un vip cancella il suo tweet? Ora lo puoi ritrovare su “Post Ghost”

Fiumicino: in aeroporto un panino vale quanto un’ora di lavoro di un impiegato

ilfattoquotidiano.it
di Antonio Leggieri | 11 luglio 2016

Fiumicino: in aeroporto un panino vale quanto un’ora di lavoro di un impiegato

Roma, aeroporto di Fiumicino, qualche giorno fa. Sono in zona “trasbordi” al Terminal 1, in attesa di prendere un volo per Reggio Calabria. È ora di pranzo. L’imbarco è tra poco più di venti minuti, non ho il tempo di cercare un self service così decido di fermarmi in una caffetteria dove acquisto una bottiglia di naturale da 75 cl e un panino di pizza “Reale” con dentro un paio di fette di mozzarella, una in più di pomodoro e quattro grosse foglie di basilico. I prezzi non sono in vista, ma è possibile che sia stato io a non notarli. Quando vado a pagare resto a bocca aperta: 6,50 euro per un panino molto più ino che regale, freddo, insipido, con la mozzarella che è una bufala e il basilico che copre tutto il sapore. L’acqua non può che sapere d’acqua, ma è il prezzo ad essere salato: 2,10 euro.

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Ora molti di voi staranno già pensando: e tu scrivi un post per dirci questa cosa? Non lo sai che in aeroporto è tutto più caro? Vogliamo parlare di quanto si spende per un pranzo a Fontana di Trevi? Di quanto costa una bibita a San Marco? Chiedete quello che volete, ma a me non era mai successo prima d’ora di pagare 8,60 euro per un panino mediocre e tre sorsi d’acqua naturale, in nessun autogrill o aeroporto.

Dato che il mio pranzo proprio non mi è andato giù, ho provato a fare due conti: prendiamo una persona che guadagna 1300 euro netti al mese, cioè più di una buona metà degli italiani occupati. Se lavora 22 giorni vuol dire che mette in tasca puliti 60 euro al giorno, vale a dire 7,4 euro l’ora se si considera una giornata lavorativa di 8 ore. Quanto tempo richiede tagliare e condire un panino come quello che ho acquistato? Più o meno 2 minuti, se non meno. Il che vuol dire che due minuti di lavoro in questo caso hanno fruttato quasi come un’ora di lavoro di un comune impiegato.

Inutile infierire con la naturale a 2,10 euro, una bottiglietta che dal grossista sarà costata poche decine di centesimi. Certo, per chi vende quei 8,60 euro sono lordi, vanno sottratti le spese di gestione, gli stipendi, gli affitti… tutto quello che resta, è profitto. E si sa che i soldi non sono Briciole, soprattutto quando ci sono di mezzo dei turisti da spennare.

Gratifica o corruzione, il senso del mondo per la mancia

La Stampa
marco moretti

Obbligatoria nei Paesi anglosassoni, quasi un insulto in Oriente. L’antropologo: “È un’eredità coloniale destinata a sparire”



«Dare la mancia non è un costume di questo Paese, per favore non fatelo» recita l’avviso all’immigration dell’aeroporto di Auckland, Nuova Zelanda. A Sydney, Australia, se il tassametro segna 15 dollari e 20 il tassista vi chiederà solo 15 dollari, se ne offrite di più l’uomo risponderà imbarazzato «no tip, thanks!», perché agli antipodi si pensa che i salari siano adeguati e la mancia sia il mix tra elemosina e corruzione. Non la si usa neanche in Polinesia e negli altri arcipelaghi del Pacifico. In Giappone, lasciare gli spiccioli di resto o premiare con denaro un buon servizio è poco elegante o persino offensivo. I nipponici offrono una prestazione di massimo livello per codice etico non per bonus monetari, per ringraziarli basta un arigatò o un inchino.

Insomma in alcuni Paesi a essere gentili (secondo il nostro uso) si passa per maleducati o arroganti. Perché lasciare o meno una regalia non è solo questione di generosità o tirchieria, ma soprattutto di galateo, convenzioni, valori, etica. All’opposto del Giappone ci sono Usa e Canada dove il tipping è parte del salario. A New York le entrate di personale alberghiero, camerieri, baristi o tassisti dipendono per oltre la metà dalle mance.

È obbligatorio donare il 10-15 % (fino al 25% nei locali di lusso) in taxi, bar e ristoranti. Nei menu c’è scritto «service not included» e a volte l’extra viene incluso in automatico alla cassa. Una politica figlia della competizione: meglio mi servi più ti premio. E in caso di cattivo servizio l’etichetta prevederebbe di dare un solo cent di punizione anche se ormai il tip è omologato su percentuali standard, la ricerca di Michael Lynn della Cornell University evidenzia che il rapporto tra entità del lascito e qualità del servizio è minimo. La mancia è un automatismo, ecco perché sono i turisti i più generosi.

Anche nel vicino Messico, la «propina» è attesa da camerieri (10-15 %) e portatori di valigie: non la si dà sui taxi e nelle trattorie. Nel resto dell’America Latina si usa poco tra i locali, ma è spesso sollecitata ai turisti. «È una forma di generosità aristocratica che presuppone una disparità di posizioni tra chi dona e chi riceve» spiega l’antropologo Marino Niola. Nei Paesi in via di sviluppo il turista è il nuovo «signore», erede del colonialista agli occhi delle masse di locali diseredati, da lui ci si aspetta gratifiche.

Viaggiando in India si è ossessionati dalla richiesta di «baksheesh», il turista non riesce neanche ad avere un servizio se non dà la mancia in anticipo. Idem in Egitto, dove chiedere donazioni è uno stile di vita. Termine d’origine persiana, in uso dai Balcani fino al Sud Est asiatico, «baksheesh» indica indistintamente mancia, elemosina e tangente (corruzione), riflette la posizione d’imbarazzo in cui si trova il turista in un Paese povero, dove la compassione lo porta a donare spesso cifre enormi e controproducenti per la realtà locale.

In Cina, dove la mancia era proibita, dopo le Olimpiadi è entrata nell’uso quotidiano. In Thailandia e in Vietnam è gradita, ma non obbligatoria. Il Sudafrica è di stampo anglosassone: si lascia un 10% al ristorante. Nel resto dell’Africa si è sollecitati a dare anche per servizi improbabili. L’eredità coloniale è netta in Mozambico dove la gratifica è chiesta con «pão patrão», pane padrone, che evoca la fame. In Europa si passa dalla Scandinavia dove si usa poco dare la mancia, a Gran Bretagna, Francia, Polonia, Russia dove si lascia il 10% al ristorante.

Meno frequente in Germania e Italia. Non usata dagli spagnoli che la considerano una forma di corruzione. Né in Svizzera, dove è stata abolita con la riforma dei salari degli Anni 70. Una tendenza destinata ad aumentare, secondo il sociologo Sabino Acquaviva da poco scomparso: «È espressione d’una società fatta di classi subalterne. La percezione dei clienti rispetto ai camerieri è cambiata. Gli under 30 la rifiutano come idea legata a un rapporto servitore-padrone».

Monviso, riapre il tunnel più antico delle Alpi

La Stampa
andrea garassino

Dal 1480 mette in comunicazione Italia e Francia


Il Buco di Viso. Per raggiungerlo si parte da Pian del Re (Crissolo) e si ammina per circa 3 ore. Dal lato francese si inizia l’ascesa dai 2460 metri del Refuge du Monviso e si sale per 2 ore.

L’America non era ancora stata scoperta. L’invenzione della dinamite arriverà quasi 400 anni dopo. Era il 1472 quando l’allora marchese Ludovico II di Saluzzo capì che per incrementare i traffici con il vicino Delfinato, senza passare da territori dei nemici Savoia, era necessario perforare le montagne. Nasce così il Buco di Viso, il primo traforo dell’intero arco alpino, la cui costruzione fu terminata nell’estate del 1480, una delle opere di ingegneria civile in alta montagna più antiche. Si trova a 2880 metri di quota nel gruppo del Monviso, 20 minuti di cammino sotto il colle delle Traversette, oggi confine a 2950 metri tra Italia e Francia. Allora frontiera tra lo Stato saluzzese e i possedimenti del Delfinato.

Da almeno due secoli i Signori del piccolo marchesato utilizzavano le Traversette per i commerci con la Francia meridionale, in particolare per far arrivare sale dalle coste della Camargue. Il valico, però, presentava tratti scoscesi e impervi e spesso la neve si scioglieva in quota solamente a luglio. Per allungare il periodo in cui era possibile il passaggio di uomini e mezzi fu presa la decisione del buco. 
Gli ingegneri e i tecnici dell’epoca scelsero di scavare nella parete tra il monte Granero, la vetta più a Nord del gruppo del Monviso e Rocce Fourioun. Gli operai si misero al lavoro utilizzando «ferro, fuoco, acqua bollente e aceto». L’opera costò 12 mila fiorini, pagati per metà da Ludovico II e per il resto dai francesi. Quando i lavori finirono, la galleria era lunga 100 metri, alta in media tra i 2 e i 2,5 metri per permettere il passaggio dei muli. Con il passare dei secoli, i fianchi della montagna sono stati erosi e la lunghezza del traforo era di 75 metri.


(La mappa del 1700 della collezione Aliprandi)

Il Buco di Viso per oltre 100 anni dopo la sua apertura, ha permesso ai governanti di Saluzzo di incrementare i traffici e i commerci con i partner francesi. Nel 1601 con il Trattato di Lione, i marchesi perdevano l’indipendenza difesa per secoli e venivano annessi al Ducato di Savoia. Il passaggio vicino al Monviso, così, perse la sua importanza strategica, a vantaggio di altri valichi più agevoli. Ha alternato lunghi periodi di oblio e di apertura.

Nel 1907 i primi interventi contemporanei, grazie al Governo e al Cai. Nell’estate di due anni fa la Regione Piemonte, in accordo con le autorità francesi, ha portato avanti un restauro della galleria, riportandola alla sua lunghezza originaria, realizzando un condotto di cemento, ricoperto poi da pietre per nasconderne la modernità. Durante l’inverno, il lato transalpino viene bloccato con delle assi per fermare la neve. In questi giorni è atteso l’intervento dei funzionari della Riserva naturale del Queyras (Francia) per ripristinare il passaggio, «da non perdere» nel trekking del Giro di Viso, il tour che abbraccia il «Re di Pietra». 

Pellè d’oca

La Stampa
massimo gramellini

Graziano Pellè, il rigorista azzurro che come un banchiere di Siena millantava di fare il cucchiaio ai tedeschi e ha finito per scavarci la fossa, andrà a fare cucchiaini in Cina per la modica cifra di un milione e duecentomila euro al mese. Se uno fa notare che guadagnerà da solo come mille dipendenti di un call center, le cornacchie del turbocapitalismo starnazzano: è il mercato! è il mercato! Ma guadagnerà anche come Messi e Ronaldo, che sono un tantino più forti di lui, e qui la presunta meritocrazia del mercato non c’entra.

C’entra che Pellè si fa pagare carissimo la destinazione disagiata (il campionato cinese ha lo stesso fascino di una cravatta di Di Maio) e che chi lo ha ingaggiato applica al calcio la lezione devastante della finanza smargiassa: valutare molto un bene che vale poco per fare credere ai boccaloni che valga qualcosa. In fondo Pellé in Cina per quarantamila euro al giorno è l’equivalente calcistico di un derivato. Sempre che poi glieli diano sul serio, tutti quei soldi: non risulta che il sistema cinese brilli per trasparenza e affidabilità.

Ciò premesso, se un quotidiano di Shanghai in vena di sopravvalutazioni giornalistiche fosse disposto a sganciare un decimo della cifra, pagamento anticipato, potrei persino prendere in considerazione l’ipotesi di andarvi a scrivere il «Buongiolno» per un paio d’anni. E senza neanche ammorbare l’uditorio con le solite frasi fatte sull’esperienza stimolante e il bisogno di nuove sfide. Coi denari guadagnati ricompro Pellè e lo metto in cucina a lucidare cucchiai. 

Il Tribunale dell’Aja decide i confini del Mar cinese meridionale

La Stampa
cecilia attanasio ghezzi

Pechino e Taiwan in lite per un tratto di oceano che interessa anche Malesia, Brunei e Vietnam



Tutto corre su una linea a nove tratti disegnata su una mappa del 1947 attraverso la quale Pechino rivendica il 90 per cento delle acque del Mar cinese meridionale. Una linea che si allontana oltre duemila chilometri dalle coste cinesi e che passa invece molto vicino a quelle di Filippine, Malesia, Brunei e Vietnam. Una linea tracciata prima della presa del potere del Partito comunista e per questo rivendicata anche da Taiwan. È sulla legittimità delle rivendicazioni cinesi su queste acque all’interno della linea tratteggiata che il Tribunale dell’Aja è chiamato ad esprimersi questa mattina.

L’arbitrato è stato richiesto dalle Filippine nel 2013 nella convinzione che la «linea a nove tratti» non rispetti la Convenzione Onu sulla giurisprudenza sul Mare (Unclos). Di fatto quest’ultima dovrebbe garantire che le acque fino a 12 miglia nautiche (circa 20 km) dalla costa siano considerate territoriali dello stato più vicino e una sua cosiddetta «zona economica esclusiva» fino a 200 miglia (370 km) dove lo stato di riferimento dovrebbe essere libero di pescare, costruire e sfruttare le risorse dei fondali.

Se il tribunale gli desse ragione, si metterebbe di fatto in discussione la base su cui Pechino rivendica la sovranità su oltre due milioni di kmq. Di qui passa un traffico di merci del valore annuale di 5mila miliardi di dollari. Inoltre controllare queste acque significa avere un corridoio di accesso ad oriente verso il Pacifico e a occidente verso l’Oceano indiano e, quindi, l’Europa. Di fatto è un passaggio fondamentale per la «via della seta marittima del XXI secolo» e, come se non bastasse, diversi studi dimostrano che i suoi fondali sono ricchi di petrolio e gas.

Per affermare la sua supremazia sull’area, negli ultimi anni Pechino ha cominciato un’opera di cementificazione massiccia degli atolli, in gran parte fino ad oggi disabitati, degli arcipelaghi Paracel, Scarborough e Spratly dove sono stati costruiti porti, aeroporti e diverse strutture con funzioni civili e militari.

Inoltre Pechino si è fatto scudo dei suoi rapporti economici per rifiutare completamente la legittimità del Tribunale dell’Aja e diffondere in maniera propagandistica le proprie ragioni. Lunghi articoli che appoggiano la visione di Pechino sono usciti su quotidiani nazionali e internazionali. Negli ultimi mesi la campagna mediatica ha messo addirittura in dubbio la neutralità dei giudici.

Questi ultimi infatti sono stati scelti dal giapponese Shunji Yanai che è stato etichettato come «destrorso» e lo stesso viceministro degli esteri cinese ha messo in dubbio «la procedura giuridica» sul bisettimanale di partito Qiushi. Di fatto, poiché la Cina si è rifiutata di partecipare all’arbitrato, dei cinque giudici chiamati ad esprimersi oggi, quattro sono stati scelti da Yanai e uno dalle Filippine che comunque negli ultimi tempi sembrano sempre più disposte a una mediazione.

«La situazione è a nostro favore, riprendiamo i colloqui» ha dichiarato in un recente discorso alle forze armate l’appena insediato presidente Rodrigo Duterte. E non ha tralasciato di aggiungere: «non siamo preparati per una guerra».