venerdì 8 luglio 2016

Triexit

La Stampa
massimo gramellini

Duecentoventinove triestini si rifiutano di pagare le tasse. Che città integerrima, in qualunque altra gli evasori sono molti di più. Però questi duecentoventinove non evadono di nascosto, con la miscela di imbarazzo e noncuranza che caratterizza i professionisti del «total black». Evadono con orgoglio, in quanto cittadini dell’autoproclamato Libero Territorio di Trieste, restituendo al mittente ogni bollettino fiscale che le autorità occupanti abbiano l’ardire di spedirgli.

Persino le multe per sosta vietata. La motivazione è che ritengono un sopruso versare le imposte a uno Stato estero. È una mini-Brexit, con Equitalia al posto di Bruxelles e senza neanche più un sopravvissuto della Prima guerra mondiale che rinfacci ai secessionisti quel mezzo milione di italiani morti sulle pietraie del Carso per consentire un giorno anche a loro di pagare le tasse al governo di Roma.

Chissà quante altre scocciature si evitano, i cittadini del Libero Territorio di Trieste, oltre a quelle di andare dal commercialista e di avere Alfano ministro. Immagino un paradiso dell’anima dove tutto ciò che è proibito è permesso, compreso ruotare i partner a seconda dell’umore e mangiare i dolci come antipasto. C’è però un aspetto che mi lascia dubbioso: quando un libero cittadino del Libero Territorio viene ricoverato in un ospedale del confinante Stato italiano, chi paga per la sua degenza? E per la manutenzione delle strade su cui il libero cittadino sgomma liberamente? E per le scuole frequentate dai suoi liberi figli? Temo che la risposta sia sempre la stessa: gli altri cittadini. Quelli a cui è concessa la sola libertà di pagare per tutti.

L'ultimo covo delle Brigate rosse nascosto tra i muri di un ospedale

repubblica.it

Il caso. Scoperto a Milano durante i lavori al Policlinico. Dentro, le carte originali di una cellula attiva nel 1975

L'ultimo covo delle Brigate rosse nascosto tra i muri di un ospedale
Molti i lati oscuri dei due ritrovamenti nel covo di via Monte Nevoso a Milano

MILANO - È solo un pannello, ma per i carabinieri funziona come una macchina del tempo. Policlinico di Milano, alcuni giorni fa. Sono, questi, lunghi anni di lavori di ristrutturazione dentro l'ospedale e, padiglione dopo padiglione, si è arrivati al Granelli. Due operai salgono in cima a una scala, che porta ai sottotetti. Basta un colpo di martello e si accorgono che qualche cosa non va. Sembra venire giù tutto. Chiamano il titolare della ditta. Provano insieme a capire che cosa succede e cade per terra un fascicolo: sull'intestazione, la stella a cinque punte delle Brigate Rosse, la formazione terroristica comunista, tra i protagonisti degli anni di piombo.

Siamo dunque di fronte al primo caso in Italia di "covo" organizzato dentro un ospedale pubblico e, per di più, scoperto dopo fiumi di processi e parole di pentiti a quarant'anni di distanza. Difficile che si possano riaprire chissà quali indagini, ma - risulta a Repubblica - il materiale è assolutamente "originale ". Non ci sono solo fotocopie. Forse per questo, la notizia è stata tenuta segreta.

Andò molto diversamente nell'ottobre 1990, in un altro caso di ritrovamento, del tutto simile. Il proprietario di un bilocale in via Monte Nevoso decide di ristrutturare. E là, dove, nel 1978, c'erano state un'irruzione dei carabinieri e la cattura di alcuni brigatisti, un muratore scopre una struttura di cartongesso. Protegge centinaia di fotocopie, tra cui non poche pagine del memoriale scritto dal presidente democristiano Aldo Moro prigioniero a Roma. Più 60 milioni in vecchie banconote e varie armi funzionanti. In un pomeriggio di sole, la Digos di Achille Serra porta le cineprese: "Non si sa mai con i dietrologi italiani, il materiale è ancora dentro il muro, noi filmiamo, se inventano storie gli mostriamo i fotogrammi".

Con i progressi scientifici fatti grazie al Dna per l'identificazione delle persone, in quest'estate del 2016 si sta procedendo in un'altra maniera. Anzi, se l'"operazione Policlinico" non è passata del tutto inosservata, dipende dalle unità cinofile: i cani che fiutano esplosivi e gli olii delle armi sono stati mandati, per ordine della procura, lungo il piano. "Un'esercitazione ", è stato spiegato ai curiosi.
Il materiale raccolto è da giorni sotto esame e si possono dire soltanto due cose. La prima è che non ci sono armi e non ci sono collegamenti, stando a indiscrezioni, con quello che resta dei più gravi omicidi firmati dalle Br milanesi, "colonna Walter Alasia, brigata Fabrizio Pelli", e cioè l'agguato mortale contro il medico Luigi Marangoni, il più giovane direttore sanitario italiano.

Semplicemente uno che non s'era voltato dall'altra parte durante gli atti di sabotaggio di alcuni infermieri contro la banca del sangue: li aveva denunciati. Tre capoinfermieri, ritenuti d'accordo con Marangoni, poco dopo vengono azzoppati a colpi di 7.65. "Gambizzati", come si diceva allora. Lui rifiuta la scorta: "Non voglio vedere morire poliziotti al posto mio". Il 17 febbraio 1981, mentre il direttore sanitario del Policlinico Marangoni esce dal garage di casa, al volante della sua auto, incontra quattro terroristi, armati di mitra e di bastoni acuminati. Oggi portano il suo nome a Milano i nuovi giardini e l'ala del Policlinico dedicata ai trapianti.

A indicare Marangoni come bersaglio era stata un'infermiera del Policlinico condannata all'ergastolo nel primo processo milanese: uscita dal carcere, è diventata una collaboratrice di don Gino Rigoldi nei progetti di recupero sociale. Un percorso simile a quello di altri brigatisti, ma contestato - nonostante i numerosi e vibranti incontri in nome della "giustizia riparativa", basata sul dialogo tra autori e vittime del reato - dalle associazioni dei familiari delle vittime (e non solo): "Come possiamo perdonare se non spiegate com'è andata?". Argomento che sembra sottindere l'altro dettaglio emerso. Riguarda - ripetiamo, sono indiscrezioni attendibili, ma non c'è l'ufficialità - alcuni elmenti del tutto inediti su un attentato milanese non mortale, avvenuto nella primavera del lontano 1975.

Un gruppo di brigatisti entra nello studio di Massimo De Carolis, avvocato, democristiano, leader della cosiddetta "maggioranza silenziosa ": blocca lui e i suoi assistenti, lo sottopone a un breve "processo del popolo" e gli spara alle gambe. Con una 7.65 con silenziatore. Quella pistola non aveva sparato solo a Milano, ma anche a Padova, il 17 giugno dell'anno prima: un commando, con una scusa, era entrato nella sede del Movimento sociale, ma i due militanti che c'erano, il carabiniere in congedo Giuseppe Mazzola e l'agente di commercio Graziano Giralucci, avevano reagito, finendo ammazzati. Viene considerato il primo omicidio commesso e rivendicato dalle Brigate rosse.

Quando De Carolis venne "condannato", i suoi "giudici" si appropriarono del tesserino di riconoscimento da deputato. Ma nessuno, allora, aveva messo in relazione De Carolis e la cosiddetta "brigata ospedaliera". Oggi lo si può fare perché, insieme con le rivendicazioni e i lunghi documenti inneggianti alla lotta armata, il tesserino è riemerso dal muro del più antico ospedale milanese. Sembra un reperto archeologico? Eppure, il sangue sulle nostre strade scorreva davvero.

Chi è la vittima di tutti gli attentati terroristici?

La Stampa
francesca paci

La storia del giovane messicano la cui foto compare tra i dispersi della strage Orlando, di quella recentissima all’aeroporto di Istanbul e del volo Egyptair precipitato a maggio



Sarà perché , come scriveva Susan Sontag nel noto saggio «Regarding The Pain of Others», ci stiamo abituando a guardare il dolore degli altri, ma le vittime degli attentati che ormai a ritmo costante insanguinano le città di tutto il mondo sembrano assomigliare una all’altra. Sembrano, perché in realtà sono tutte diverse. O quasi tutte. C’è in particolare il volto di un ragazzo sorridente che ritorna ciclicamente, moro, occhi scuri, età tra i venti e i trenta anni. A scorrere le Spoon River dell’età della paura risulta tra i dispersi del volo EgyptAir 804 inabissatosi nel Mediterraneo a maggio, tra i frequentatori club gay Pulse di Orlando colpito dai terroristi il 12 giugno scorso e anche nella macabra lista della recentissima strage all’aeroporto Ataturk di Istanbul.

In realtà l’immagine compare anche sui social che commentano una sparatoria della polizia messicana contro alcuni attivisti anti-governativi il 19 giugno: il giovane uomo sarebbe stato ucciso anche in Sulle tracce di France24, che per prima ha ricostruito l’identità della misteriosa vittima, abbiamo provato a cercare cosa ci fosse dietro. A lanciare il tam tam è stato inizialmente l’account Twitter di tal Perro al-Baghdadi dicendosi preoccupato per la sorte del fratello Alfonso scomparso come tutti i passeggeri del boeing Egyptair in volo da Parigi al Cairo. Contattato via Twitter Perro al Baghdadi risponde ma tace sull’esistenza di Alfonso e sulla foto segnaletica.



Dagli altri che hanno postato l’immagine in occasione dei diversi attentati - come @marty_batato - viene fuori una storia strana. A detta degli account interessati (è bene ricordare che dietro un account potrebbe esserci chiunque, anche la stessa persona) il ragazzo sarebbe un balordo che avrebbe sottratto loro la somma di circa 1000 dollari. Non ottenendo i soldi indietro, i truffati avrebbero optato per una vendetta “telematica”.

«E’ un truffatore, lo ho denunciato civilmente e penalmente ma dato che le cose vanno per lunghe e lui non ha restituito il denaro abbiamo deciso di punirlo postando la sua foto online per rovinargli la reputazione, vogliamo che tutto il mondo riconosca la sua faccia» spiega uno degli interessati a France24. E’ quanto più o meno, sempre via internet, sostengono anche gli altri (tutti account con pochi follower e molti post strampalati).

Intercettare il ragazzo - che è messicano e probabilmente vive in Messico - è impresa quasi da hacker. Uno smanettone molto bravo che ci ha aiutato nella ricerca online tramite fotografia ammette che «al momento è complicato, lo stanno cercando tutti». Una volta trovato però, lui non risponde. Non risponde più. Ha risposto una volta il 17 giugno scorso ad Alexandre Capron e Chloe Lauvergnier, che gli hanno garantito l’anonimato, e da allora tace. «Ci abbiamo parlato subito dopo l’attentato di Orlando - ci dice Alexandre Capron –.

Ha confermato di aver avuto un contenzioso con alcune persone su internet, esattamente con quelle che hanno postato le foto, ma ovviamente nega di averle truffate. Ha detto di aver provato a contattare la BBC che aveva pubblicato la sua immagine. Sapeva di essere comparso anche in un video del New York Times sulle vittime di Orlando. Lo abbiamo cercato di nuovo dopo l’attentato in Turchia ma non ha più risposto». Secondo “la vittima di tutti gli attentati” intentare una procedura legale contro il cyber-harrassment è inutile perché queste cose in Messico finiscono sempre in un nulla di fatto. Così continua a morire ogni volta che un terrorista si da esplodere in qualche parte del mondo.

La storia - che sembra la versione speculare e virtuale del realissimo diciannovenne americano Mason Wells scampato veramente agli attentati di Bruxelles, Boston 2013 e Parigi -Bataclan - apre diverse questioni. C’è, molto dibattuto in Rete, il nodo di come nasca una notizia e di come sia ingannevole nell’era internet la ricerca d’informazioni online (verifiche, doppi controlli, conoscenza dei dettagli). Ma c’è anche un altro aspetto, il cyber-bullismo, la nuova frontiera della prepotenza e dell’angheria soprattutto tra i più giovani.

«La vendetta attraverso la Rete è purtroppo molto diffusa e il cyberbullismo è la principale preoccupazione degli adolescenti» spiega Alessandra Spada, responsabile tecnologica di Alkemy Tech. Le vittime di casi come quello delle foto postate a loro insaputa su Twitter (o nel caso della creazione di account a nome di persone ignare) possono rivolgersi alla polizia postale, si tratta infatti di reato un che viene equiparato al furto d’identità.

È un mondo sotterraneo, poco esplorato, temutissimo, è stato l’oggetto di un recente hackathon (un evento al quale partecipano, a vario titolo, esperti di diversi settori dell’informatica) al quale a Cagliari ha fatto da giurata Alessandra Spada: «Abbiamo lavorato con le scuole. Per dare una misura di quanto il tema interessi gli adolescenti, il team che ha vinto aveva progettato un app che ti allerta quando si parla di te in Rete in un certo modo, quando vieni citato, quando ci sono foto che ti riguardano».

È probabile che il ragazzo messicano continui a morire (almeno finché i suoi nemici non decideranno che la vendetta è finita) e che la sua foto continui ad affiancare quella delle sfortunate vittime del terrore. È bene ricordarsi di lui ogni volta che si maneggia il mondo virtuale, l’informazione impalpabile, le notizie per cui la fretta vince sulla precisione e la verifica. 

Cos’è HummingBad e come difendersi dal malware che colpisce Android

La Stampa
andrea signorelli

Potrebbe colpire fino a 80 milioni di smartphone e tablet nel mondo, ecco come scoprire se siete stati infettati e come rimuovere il virus



HummingBad è la nuova minaccia per chi possiede uno smartphone o un tablet con sistema operativo Android. Si tratta di un malware che, secondo la ricerca compiuta da Check Point , avrebbe già infettato dieci milioni di dispositivi nel mondo e potrebbe arrivare a colpirne oltre 80 milioni.
Il malware, di origine cinese e che colpisce soprattutto tra Cina e India, produce un’enorme quantità di banner pubblicitari sugli smartphone, grazie ai quali la società che l’ha creato, Yingmob , genera i suoi guadagni, stimati fino a 300mila dollari al mese. 

Il problema peggiore, però, è che HummingBad riesce spesso a conquistare i privilegi “root” sui dispositivi infettati, potendo così arrivare al cuore dello smartphone e spiare all’interno dei dispositivi Android, fino a sottrarre, per esempio, i dati dei conti in banca.



(I Paesi più colpiti da HummingBad )
Venire colpiti da questo malware, però, non è così facile. Chi scarica applicazioni solo da Google Play, per esempio, può ritenersi al sicuro; mentre chi utilizza anche programmi non ufficiali o ha scaricato un’app direttamente da un sito web potrebbe ritrovarsi colpito. Per consentire ad HummingBad di arrivare al cuore di Android, però, bisogna anche accettare di scaricare un programma consigliato da uno dei pop-up pubblicitari e poi installarlo. Un po’ di cautela, quindi, potrebbe essere sufficiente a evitare i pericoli maggiori.

Se si è stati colpiti, come ci si può difendere? La cosa migliore da fare è scaricare qualche applicazione anti-virus come Avast, Lookout, AVG o Zone Alarm. Se questi programmi scovano HummingBad sul vostro smartphone, c’è un solo modo per essere sicuri di eliminare il virus: resettare il telefono e riportarlo alle “condizioni di fabbrica”. Prima di fare ciò, quindi, assicuratevi di aver eseguito il back-up dei vostri file, contatti, applicazioni e tutto ciò che vi interessa conservare.

Invasioni

La Stampa
jena@lastampa.it

Si drogano, spacciano, rubano, picchiano, uccidono… Bisogna fermare questa invasione di italiani.

Banda larga, come obbligare l'operatore a darci la velocità promessa

repubblica.it
di ALESSANDRO LONGO

Parte da oggi il nuovo software Agcom per testare la connessione e rivalersi sull’operatore in caso di problemi. L’abbiamo provato, tra cose buone e altre meno

Banda larga, come obbligare l'operatore a darci la velocità promessa

DA OGGI è possibile scaricare la nuova versione di Misurainternet, il solo test istituzionale - fornito dall'Autorità garante delle comunicazioni (Agcom) - con cui l'utente può non solo verificare la velocità di connessione su rete fissa ma anche rivalersi sull'operatore in caso di problemi. Lo può usare insomma per obbligarlo a correggere eventuali problemi di lentezza e infine anche ottenere una disdetta gratuita. Le novità della nuova versione sono numerose: per la prima volta è possibile mettere sotto torchio anche le connessioni in fibra ottica, ossia cominceremo a vedere ufficialmente se è davvero "banda ultra larga" quella che ci vendono gli operatori. Migliorata anche l'interfaccia del software, che ora funziona tutto via browser. L'usabilità però lascia ancora a desiderare in qualche aspetto, come abbiamo appurato nel nostro test.

Banda larga, come obbligare l'operatore a darci la velocità promessa
Banda larga, come obbligare l'operatore a darci la velocità promessa

È tutto via browser, infatti. Un altro aspetto migliorabile è la chiarezza dei messaggi di errore. Il software a questo punto deve verificare che non ci siano trasferimenti in corso né altri computer connessi alla stessa rete (requisiti necessari per avere un test "pulito"). Nel caso, si blocca senza dare però messaggi di errore chiari (nella barra delle notifiche a destra può apparire il messaggio "presenza di altri host in rete" e non tutti sanno che host è un altro computer).

Se è tutto ok, parte il test, che farà fino a 96 misurazioni di pochi secondi l'una. Non appena una di queste avrà valori inferiori ai minimi di contratto (per download o upload), il software avviserà l'utente. Sarà allora possibile, dalla propria area personale, sotto Licenze internet e certificati inviare direttamente la segnalazione all'operatore. Molto comodo: in precedente, l'utente era costretto a mandare la stampa del Pdf dei risultati via raccomandata. L'operatore a questo punto ha 30 giorni di tempo per correggere l'errore. Se non lo fa, l'utente - dopo aver compiuto un altro test a 45 giorni dal precedente - può chiedere la disdetta gratuita del servizio (i costi di disdetta al solito partono da 40 euro per la rete fissa).

Dalla Fondazione Ugo Bordoni, che ha sviluppato il software per Agcom, fanno sapere che a settembre il sito sarà migliorato nell'usabilità e nella grafica. E che correggerà alcune delle imperfezioni che abbiamo evidenziato nel software. A breve inoltre aggiornerà la pagina con le velocità minime garantite degli operatori, che adesso mostra solo quelle Adsl, aggiungendo quelle per la fibra ottica. L'utente potrà quindi trovarle tutte in una sola pagina di comoda lettura, invece di andare a pescare i minimi garantiti dal proprio contratto. Per esempio, una connessione 30 megabit in fibra garantisce al solio 20 Megabit (e se la velocità è inferiore, l'utente può appunto rivalersi con l'operatore tramite Nemesys). I 100 Megabit possono avere una velocità di picco effettiva inferiore (per esempio 70 megabit). La velocità garantita di solito è la metà di quella di picco.