martedì 5 luglio 2016

Il sopravvissuto

La Stampa
massimo gramellini

Gianni Boschetti è l’uomo di cui tutti parlano e che nessuno invidia. Il vedovo di Claudia D’Antona, una delle nove vittime di Dacca. Colui che si è nascosto dietro un cespuglio mentre i terroristi rastrellavano gli italiani e la moglie gridava il suo nome. Sei ore è rimasto in quel cespuglio e forse non ci uscirà più, benché adesso transiti da una tv all’altra per tenere a bada il senso di colpa. Se fosse venuto allo scoperto, isolato e disarmato com’era, sarebbe morto anche lui. Ma sarebbe morto con lei. 

Nelle chiacchiere ci si divide in due partiti. Quello di chi sostiene le supreme ragioni dell’istinto di sopravvivenza. E quello di chi fa prevalere l’impulso di correre dalla persona amata, pur sapendo che rispondere alla sua invocazione d’aiuto significava andare incontro a un destino segnato. Segnato, ma comune. Nell’uomo che assiste alla carneficina rintanato dietro un cespuglio qualcuno ha visto l’emblema dell’occidentale moderno.

Ma è ingeneroso mettere a confronto il suo attaccamento alla vita con il sublime disinteresse manifestato dal giovane islamico a cui i terroristi avevano intimato di andarsene e che invece è voluto restare, e morire, accanto alla ragazza che amava. A parole è facilissimo uscire da quel cespuglio. Nella realtà nessuno ha i titoli per ergersi a giudice del sopravvissuto Gianni Boschetti perché nessuno si conosce talmente bene da sapere come si sarebbe comportato al suo posto, se avesse avuto la disgrazia di trovarcisi.

Direzione Pd

La Stampa
jena

«Situazioni che stancamente si ripetono senza tempo…»
(Edoardo Bennato, 1973)

Addio alla partigiana Marisa, che liberò il Corriere il 25 aprile 1945

Corriere della sera

di Davide Casati e Claudio Jampaglia

Claudia Ruggerini è scomparsa lunedì 4 luglio nella sua casa di Milano, all’età di 94 anni. Neurologa specializzata in neuropsichiatria, aveva preso parte alla lotta di Liberazione e, insieme a Elio Vittorini, Alfonso Gatto e altri aveva liberato il Corriere il 25 aprile di 71 anni fa



Erano le otto del mattino del 25 aprile 1945 quando Claudia Ruggerini, nome di battaglia «Marisa», entrò insieme a Elio Vittorini, Alfonso Gatto, Antonio D’Ambrosio e altri giornalisti al Corriere della Sera, in via Solferino, a Milano, per liberarlo. Erano da poco passate le due del mattino di oggi, 4 luglio 2016, quando «Marisa» se n’è andata. Chi le è stato vicino fino agli ultimi istanti della sua vita — una vita straordinaria — la racconta ormai stanca, ma ancora in grado di sorridere quando le si ricordava del «suo» Corriere, del suo ritorno in via Solferino a settant’anni da quella prima volta.
«La Liberazione non è lontana»
Una coscienza politica maturata per ragioni culturali, ma anche e prima di tutto personali (il padre, ferroviere socialista, venne licenziato per motivi politici e poi massacrato di botte da una ronda fascista, lasciandola orfana all’età di 12 anni), Claudia Ruggerini si era iscritta all’università di Chimica industriale, salvo poi passare — nel 1942 — alla facoltà di Medicina. Un passaggio decisivo: perché all’università Claudia si avvicinò al Comitato iniziative intellettuali, il cui compito era quello di immaginare i passaggi per una ripresa culturale dell’Italia, una volta liberata dal nazifascismo. Partecipò come staffetta alla Resistenza in val d’Ossola, e poi entrò nelle Brigate Garibaldi. Fu lei — sfidando i pericoli — a riconoscere il corpo di Eugenio Curiel, tra i fondatori del Fronte della Gioventù, ucciso il 24 febbraio ‘45, a pochi mesi dalla Liberazione, e a ottenere che venisse conservato nell’obitorio della Facoltà di Medicina, al sicuro: «Dissi all’addetto che la salma doveva essere conservata lì fino al giorno della Liberazione, che non era lontano. Così avvenne».
Una questione di libertà
Fu il Comitato iniziative intellettuali a chiederle di entrare, il 25 aprile 1945, al Corriere della Sera. Lei rimase in redazione per tutta la mattinata, «ad ascoltare le radio, perché c’era da fare il giornale». «Era importante, il Corriere: ma ancor più importante era la libertà dei giornalisti», aveva detto lo scorso anno. Quella libertà non era, per Claudia, una conquista messa al riparo una volta per tutte: anzi. «Perché la libertà va coltivata con coscienza, con la conoscenza, il rispetto degli altri e il riconoscimento della loro libertà, passando da una libertà personale a una collettiva. Non è licenza, non va confusa con la liceità. La Resistenza, la liberazione del Corriere, è stata una questione di libertà».

4 luglio 2016 (modifica il 4 luglio 2016 | 15:59)

4 luglio: i barbecue delll’indipendenza

Corriere della sera
 di Paolo Rastelli e Silvia Morosi | @MorosiSilvia @paolo_rastelli



Il 4 luglio, Independence Day, è insieme al Thanksgiving – il giorno del Ringraziamento – tra le feste simbolo degli Stati Uniti dal 1776, quando le tredici colonie sul territorio americano furono ufficialmente dichiarate indipendenti dal Regno Unito con il voto del Secondo Congresso Continentale. Con l’approvazione del documento che spiegava quella decisione: la dichiarazione di Indipendenza. Coincidenza vuole che John Adams e Thomas Jefferson, gli undici due firmatari della dichiarazione di Indipendenza (in seguito sono stati eletti presidenti a stelle e strisce), morirono lo stesso giorno, il 4 luglio 1826, il giorno del 50esimo anniversario dalla firma. Il 3 luglio 1776, Adams scrisse alla moglie Abigail:

Il secondo giorno di luglio del 1776 sarà l’evento più memorabile della storia dell’America. Sono portato a credere che sarà celebrato dalle generazioni future come una grande festa commemorativa. Dovrebbe essere celebrato come il giorno della liberazione, attraverso solenni atti di devozione a Dio Onnipotente. Dovrebbe essere festeggiato con pompe e parate, con spettacoli, giochi, sport, spari, campane, falò ed illuminazioni, da un’estremità di questo continente all’altra, oggi e per sempre (Letter from John Adams to Abigail Adams, Adams Family Papers: An Electronic Archive. Massachusetts Historical Society)



Previsione che si rivelò errata di due giorni: in seguito si scelse di festeggiare l’indipendenza il 4 luglio, il giorno in cui fu mostrata pubblicamente la Dichiarazione d’indipendenza, piuttosto che il 2 luglio, quando fu approvata la risoluzione Lee in una sessione chiusa del Congresso (Fonte: Wikipedia). Anche James Monroe, un altro dei “padri fondatori” diventato in seguito presidente (non aveva però firmato il documento), morì 4 luglio, nel 1831. Anche il nome di un altro presidente è legato al giorno dell’Indipendenza: Calvin Coolidge, il 30esimo inquilino della Casa Bianca, nacque il 4 luglio 1872.



Da sempre i colori che contraddistinguono questa festa sono quelli della bandiera americana, – bianco, rosso e blu, – e gli americani si riversano in spiaggia, nei parchi o nei giardini delle loro case per festeggiare con barbecue e picnic. È uno di quei pochi giorni dell’anno in cui tutti gli uffici rimangono chiusi, e anche le efficientissime poste americane per un giorno si fermano. A mezzogiorno in ogni base militare americana si volge il “Salute to the Union”(Il saluto all’Unione) e vengono sparati in aria tanti colpi quanti sono gli Stati che formano il Paese. In  240 anni sono passati da 13 a 50.

La parola barbecue (abbreviato in BBQ) fa parte del linguaggio corrente, ma la sua storia è avvolta nella leggenda e legata a due misteri. Il primo ritiene che furono gli esploratori Spagnoli a scoprire ai Caraibi una tribù locale chiamata “Taino”, all’epoca delle spedizioni di scoperta del nuovo mondo. Questa tribù utilizzava una tecnica di cottura molto particolare : disponevano la carne su una griglia in legna sospesa sopra un braciere. Ciò permetteva una cottura lenta della carne, ma offriva soprattutto il vantaggio di tenere gli alimenti a distanza.

I Taino chiamavano la loro griglia il “barbacoa”. Una versione contestata dai francesi che sostengono, sempre all’epoca delle esplorazioni, di aver degustato una capra intera cotta da un’altra tribù. Dalla “barba alla coda”, dando vita alla parola barbecue (“Barbecue. Tutti i segreti della cucina alla griglia, Mimma Ruffini Zorn”). Il 4 luglio è anche sinonimo di fuochi d’artificio: nel 2011, New York ha battuto ogni record con quelli più imponenti del Paese. Ogni anno, per il giorno dell’Indipendenza si tiene anche la gara di hot dog di Nathan’s a Coney Island, New York: vince chi riesce a mangiarne il maggior numero in 10 minuti.