domenica 3 luglio 2016

Wi-Fi più stabile e veloce, è giunta l’ora

La Stampa
lorenzo longhitano

L’ente che definisce i parametri da seguire per la connettività wireless del futuro ha pubblicato i requisiti per la prossima ondata di prodotti, che garantiranno connessioni Wi-Fi fino a tre volte più veloci

Sta per aprirsi l’era di un Wi-Fi più veloce. È questa la prima, quasi immediata conseguenza dell’annuncio fatto dalla Wi-Fi Alliance, l’associazione che si occupa di sviluppare i parametri per le connessioni senza fili che andranno poi adottati dai produttori dei gadget che ci portano in Rete. Il gruppo ha ufficializzato infatti la lista di requisiti del protocollo Wi-Fi 802.11ac Wave 2: i gadget costruiti in conformità con questi dettami potranno collegarsi tra loro in modo più stabile e fino a tre volte più veloce.

Il pensiero va innanzitutto ai router e agli access point: tra le specifiche richieste per la certificazione infatti troviamo ad esempio la funzionalità MU-MIMO (Multi-User/Multi-Input-Multi Output) che farà in modo che un singolo gadget possa inviare o ricevere dati da più dispositivi collegati contemporaneamente, mentre ancora oggi i dati in partenza e in arrivo presso l’antenna sono messi in coda e inviati o ricevuti in modo veloce ma sequenziale. Il risultato saranno prestazioni migliori a prescindere dal numero di smartphone, smart TV e computer connessi alla stessa rete wireless.

I produttori che hanno già pronti i loro chip compatibili comprendono tutti i nomi di spicco del panorama hi tech senza fili, da Broadcom a Marvell, passando per MediaTek, Qualcomm e Quantenna: i primi prodotti certificati per questa Wave 2 arriveranno sul mercato entro l’anno.

Giudici che processano giudici, una voragine da 750 milioni

La Stampa
andrea rossi

Lo Stato debitore non ha abbastanza soldi per le vittime delle cause lumaca, così 8 mila cittadini l’anno si rivolgono al Tar. Che dà loro sempre ragione



Il professor Filippo Fanini, primario all’ospedale Regina Elena di Roma, nel 1992 puntava a dirigere la Chirurgia plastica ricostruttiva alle Figlie di San Camillo. Poiché fu scelto un suo collega presentò ricorso al Tar. L’ha perso, ma quando è arrivata la sentenza - nel 2012 - era già in pensione. Seccato per aver atteso vent’anni, ha fatto causa al ministero della Giustizia. Ha ottenuto il risarcimento il 5 gennaio 2016. Non lo vedrà mai: è morto nel 2015. La sua battaglia sarebbe stata ancora lunga: per essere pagato avrebbe dovuto attendere quattro, cinque, sei anni.

Ogni giorno la Giustizia processa le sue estenuanti lungaggini. Nelle aule di tribunale ci sono giudici che lavorano per stabilire se dei cittadini abbiano diritto di essere risarciti per la lentezza di altri giudici. E in altre aule - stavolta nei tribunali amministrativi - altri giudici processano l’amministrazione dello Stato, colpevole di non aver pagato quei risarcimenti.

Il cane si morde la coda
Il sistema giustizia accumula ritardi verso i suoi utenti e poi li indennizza sborsando centinaia di milioni attraverso le sentenze dei suoi stessi giudici, i quali - impegnati in questa abnorme fatica riparatoria - accumulano altri ritardi e futuri debiti. Lo Stato poi non stanzia abbastanza risorse per risarcire le vittime della giustizia lumaca e le costringe a fargli causa una seconda volta, imbarcandosi in un nuovo e defatigante contenzioso, che può arrivare fino al pignoramento nei confronti della pubblica amministrazione. Negli ultimi anni è diventata la regola e ha prodotto un ulteriore effetto: l’intasamento dei Tar, sommersi dai ricorsi dei cittadini in lotta con il ministero della Giustizia che non paga.

Nel 2003 i provvedimenti emessi dai Tar erano 40; nel 2010, 189. Poi sono esplosi: 1021 nel 2012; 2178 nel 2013, 4102 nel 2014, 6522 nel 2015. A metà 2016 siamo già a 3792. Un fascicolo su otto trattato dalla magistratura amministrativa riguarda i contenziosi tra cittadini e ministero della Giustizia. In alcuni Tar - vedi il Lazio - siamo a uno su cinque. Per non parlare dei ricorsi: solo al Tar del Lazio quelli depositati nel 2015 sono stati 3701, il 53% in più rispetto ai 2418 dell’anno precedente. In tutta Italia si è passati dai 2700 del 2013 ai 5235 del 2014 per sfondare il muro degli 8 mila l’anno scorso. Inutile dire che - salvo i non molti casi in cui viene

meno l’oggetto del contendere perché nel frattempo arriva il risarcimento - i Tar danno sempre ragione al cittadino. Un autogol tutto interno alla pubblica amministrazione, sottolineato dalla presidente del Tar Campania Marilisa D’Amico: «È sintomatico delle difficoltà della pubblica amministrazione nel fare fronte alle proprie obbligazioni, con progressivo aggravio di oneri per spese e interessi, ed è tanto più grave in quanto tali obbligazioni non derivano dall’ordinario svolgimento delle attività amministrative ma conseguono a inefficienze del servizio giustizia».

La beffa della legge Pinto
Nel 2001, su sollecitazione dell’Europa, l’Italia ha varato una norma - chiamata legge Pinto, dal nome del suo estensore, il senatore Pinto dell’allora Ppi - il cui scopo era sgravare la Corte europea di Giustizia dall’enorme mole di cause intentate da cittadini che avevano affrontato processi troppo lunghi in Italia. Il bilancio, quindici anni dopo, è magro: le somme liquidate sono basse rispetto al resto d’Europa, ma soprattutto lo Stato si dimostra un pessimo debitore. Non paga. E quando paga arriva quasi sempre sull’onda di un tribunale che lo costringe.

Un processo è «ragionevole» se si esaurisce in tre anni per il primo grado, due per il secondo e uno per la Cassazione. Lo Stato non ce la fa quasi mai e ogni anno viene inondato di cause: nel 2003, secondo anno di applicazione della legge Pinto, erano 3580, nel 2010 sono esplose a 49.730, 53.320 nel 2011, quindi sono leggermente scese a 45 mila nel 2013. Dopo non sono più stati forniti dati. Significa che la situazione sta migliorando? Non proprio: «È stato dato ordine di sveltire l’arretrato patologico, ma così si fanno slittare i procedimenti in corso per fare posto agli arretrati», spiega l’avvocato Deborah Cianfanelli. «I nuovi processi diventano vecchi e porteranno a nuove cause». Cianfanelli, membro del partito Radicale Trasnazionale, nei mesi scorsi ha lavorato a un dossier inviato al Presidente della Repubblica: «La situazione del sistema giustizia è a uno stadio di criticità tale da potersi definire una vera e propria emergenza sociale ed economica».

I processi durano troppo e vedono il cittadino partire subito in svantaggio. L’Italia, a differenza della Corte europea, considera risarcibile solo la parte eccedente i sei anni (tre, più due, più uno) «tollerati» dalla legge Pinto. Anche il risarcimento è penalizzante: fino allo scorso anno il cittadino incassava 750 euro per i primi tre anni di durata eccessiva e mille per i successivi; il resto d’Europa ha fissato altri parametri, da mille a duemila euro, e non per il solo eccesso, bensì per ogni anno di durata del procedimento. Nonostante queste condizioni di favore l’elevato numero di condanne e il budget esiguo hanno provocato un’esplosione del debito Pinto, passato dai 5 milioni del 2003 ai 750 del 2015 di cui 450 ancora da pagare.

La posizione debitoria dello Stato cresce in media di 8 milioni al mese, come ammette lo stesso ministero della Giustizia. Potrebbe andare molto peggio: in uno studio del 2007 il ministero dell’Economia indicava in 500 milioni all’anno il rischio economico per lo Stato se la prassi di chiedere l’indennizzo si diffondesse tra tutti gli utenti insoddisfatti della Giustizia. Già oggi il numero dei procedimenti che rischia di sforare i parametri della legge Pinto riguarda circa una causa su tre ed è pericolosamente oltre il milione: 1.048.619 (il 28% del totale) nel 2013, 1.117.769 (il 32%) nel 2014. Se ciascuno desse origine a un contenzioso si potrebbe generare una stangata superiore ai 5 miliardi. Che lo Stato, va da sé, non saprebbe fronteggiare.

Nuovi ostacoli
Il moltiplicarsi dei contenziosi di fronte al Tar, poi, è l’effetto anche dell’aumento dei ritardi nei pagamenti e della progressiva eliminazione delle altre possibilità di far valere le proprie ragioni. Nel tentativo di difendersi dai cittadini, lo Stato ha via via eliminato gli strumenti a loro disposizione: ad esempio rendendo non pignorabili tutte le somme del ministero della Giustizia depositate presso le Poste o la Banca d’Italia o eliminando la possibilità di rivalersi sulle agenzie di riscossione come Equitalia. L’unica strada rimasta sono i Tar, ormai allo stremo delle forze. «Sarebbe arrivato il momento di pensare a qualche soluzione di tipo normativo, come prevedere un giudice unico, anziché il collegio, che decida su questi ricorsi, oppure stabilire che l’ottemperanza delle decisioni del giudice ordinario sia attribuita a quest’ultimo», è l’allarme lanciato dal presidente del Tar del Lazio, Carmine Volpe.

Passare attraverso i tribunali amministrativi non è indolore per lo Stato. Ogni volta che viene condannato al risarcimento e non paga, si trova poi a sborsare più del doppio: oltre a soccombere nel giudizio si deve accollare interessi e spese legali. Il costo della legge Pinto è dunque ben superiore ai 750 milioni dichiarati dal ministero della Giustizia. Eppure, rispetto al comune cittadino, l’amministrazione si è garantita condizioni molto vantaggiose. «Quando è il cittadino a essere condannato, la sentenza è immediatamente esecutiva: la notifica può arrivare subito e il pagamento va effettuato entro dieci giorni, altrimenti può iniziare la procedura esecutiva», spiega l’avvocato Cianfanelli. «Quando invece è lo Stato a subire una condanna, ha centoventi giorni dalla notifica per saldare il suo debito». Eppure non paga comunque, costringendo chi ha già subito un processo più lungo del dovuto ad avviarne uno nuovo. «Lo Stato si comporta da delinquente abituale».

Contro il cittadino
Governo e Parlamento hanno preso atto dei costi - diretti e indiretti, compreso l’effetto respingente sugli investitori stranieri - causati da un sistema così schizofrenico. Ma, anziché tentarle tutte per far funzionare meglio la Giustizia e ridurre il numero di cittadini che decide di farle causa, hanno scelto di rendere pressoché impossibile ottenere i risarcimenti. La legge di stabilità per il 2016 ha drasticamente ridotto le possibilità di accedere alla legge Pinto. Il diritto all’equa riparazione viene limitato a chi, nel corso del processo, abbia adottato «rimedi preventivi», cioè tutti quegli strumenti che ne accorciano la durata (riti sommari, istanze di accelerazione).

Niente risarcimento, poi, per chi agisce o resiste in giudizio sapendo che la sua causa è infondata, per l’imputato graziato dalla prescrizione, o in caso di estinzione del processo per rinuncia o inattività delle parti. Molte di queste clausole sono lasciate alla discrezionalità del singolo giudice che le esamina, ma il disegno complessivo è chiaro: lo Stato non si fa carico della lunghezza delle cause, spetta a chi affronta un processo preoccuparsi di farlo durare il meno possibile. «È come se il legislatore ci stesse dicendo che la lecita normalità e la regola del processo è la sua lentezza a cui la parte deve opporsi esplicitamente».

Maurizio De Stefano nel 1987 ha rappresentato l’ordine degli avvocati di fronte alla Corte europea dei diritti dell’uomo nella prima causa sulla lentezza della giustizia civile italiana. La stretta sulla legge Pinto lo preoccupa - «certe norme, come quella che prevede di castrare l’istruttoria, riducono il diritto di difesa ed espongono gli avvocati ad azioni di responsabilità professionale» - ma solo fino a un certo punto: «Alcuni paletti sono di cartapesta: la Corte di Strasburgo, dove ci sono 8 mila ricorsi pendenti per la durata dei processi italiani, li ha già cassati». 

Il 25 febbraio infatti è stato accolto il ricorso di quattro ex dipendenti del Comune di Benevento coinvolti in processi durati oltre 18 anni. L’Italia aveva negato loro il risarcimento perché non avevano fatto nulla per accelerare i tempi. Strasburgo l’ha invece condannata a versare 22 mila euro a ciascuno, e fissando questa somma ha di fatto sconfessato un’altra novità introdotta dalla legge di stabilità 2016: abbattere i risarcimenti, portandoli da 750-1000 euro a 400-800 euro per ogni anno che eccede il termine di ragionevole durata. A quasi trent’anni dalla prima causa contro la giustizia lumaca l’avvocato De Stefano ha raggiunto un convincimento: «Siamo su treno con cento posti su cui si vorrebbero far viaggiare mille passeggeri».

Il mito di Aiazzone rivive su Facebook col gruppo degli “architetti”

La Stampa
paola guabello

I ragazzi di allora ricordano il re dei mobili biellesi



Biella «a causa sua» era diventata famosa. Il Geometra inventava gli slogan sotto la doccia; voleva che i suoi clienti diventassero amici e li invitava il sabato a pranzo con gli architetti; consegnava gratis in tutta Italia, isole comprese. Il suo sogno era realizzare, alle porte del capoluogo, «La Città del mobile» ma a Sartirana, nel Pavese, un tragico incidente aereo mise fine ai suoi progetti visionari. L’aereo su cui viaggiava il mobiliere biellese insieme al giudice Clelia Allegretti e al pilota Giacomo Ramella, il 7 luglio 1986 esplose in volo durante l’atterraggio. Un sibilo, i pezzi del velivolo sparsi sulle case, la fine di quella che oggi si chiamerebbe «case history». 

Ricordi e post
Ma il mito Giorgio Aiazzone, a 30 anni dalla morte, è ancora vivo. I dipendenti del glorioso negozio di corso Europa, i tanti ragazzi di allora che fecero gavetta come venditori, non lo hanno dimenticato. È stato grazie a Facebook che si sono ritrovati, che hanno ricordato quel trentenne esuberante, il «Geometra», che dal nulla aveva creato un impero. «Sì... ho lavorato con Giorgio Aiazzone» è un gruppo chiuso dove ognuno di loro posta ricordi e aneddoti, fotografie di gruppo e vecchi tesserini ingialliti fra nostalgia e medley pubblicitari, quando Aiazzone per i mobili era il massimo.

E come dimenticare il tormentone che negli Anni 80 cantavano tutti: «Vieni vieni da Aiazzone, quanti mobili troverai, vieni in auto o in torpedone, vieni a Biella in carrozzella». Sono 42 i membri, ognuno con un uguale debutto e un bagaglio di esperienze diverse. «Riempiva i pullman: partenza il venerdì mattina, arrivo nella notte, pernottamento nella cintura di Biella (il lago di Viverone per esempio). Al mattino dopo colazione, verso le 9,30 i clienti arrivavano al mobilificio - racconta Piero Ramella, amministratore della pagina -. Lì era tutto pronto: un presentatore, le telecamere, il buffet e tutti noi arredatori in giacca e cravatta, schierati e pronti all’accoglienza con tanto di tastierista e cantante. Da Aiazzone?

C’ero arrivato perché cercavo un lavoro “al volo”. Ero giovane, 28 anni, e volevo andare fuori di casa». «Io a Giorgio ho dedicato una tesi di laurea in sociologia» racconta Antonio Michelone, che fu suo braccio destro insieme al fratello Alberto. 

Personaggio esuberante
L’imprenditore, però, non piaceva a tutti. Era il re dei mobili, ma per molti era un personaggio scomodo, troppo esuberante per i biellesi abituati al «basso profilo e all’abito di flanella grigia». Non lo avevano voluto al Golf Club e nemmeno al Circolo Sociale. E allora lui, senza batter ciglio, era entrato al Rotary di Milano e si era fatto eleggere presidente del Circolo Commerciale. «Non ho mai più trovato un imprenditore così lungimirante - dice Ramella –.

Aveva creato un magazzino con l’insegna diversa: se un cliente andava via a mani vuote da corso Europa, spesso entrava alla Maximobili, pochi chilometri dopo. Lì c’era uno di noi che lo accoglieva con stessa enfasi ma una “giacca” diversa e nel 90% dei casi trovava la soluzione». Conclude Corrado Tempia: «Mia mamma lo conosceva e per caso un giorno gli disse che non avevo voglia di studiare. Lui mi fece fare un colloquio e mi assunse part time. Fu una scuola di vita fantastica in un momento storico irripetibile. Dovevi davvero “provare per credere”». 

Namibia, alla scoperta del più grande meteorite del mondo

La Stampa
f. g. (nexta)

La più grande massa di ferro di origine naturale presente sulla terra si trova nel paese africano.


Tutto quello che arriva dallo spazio desta sempre grande curiosità. E’ il caso dei meteoriti, cioè quello che rimane degli asteroidi quando entrano in collisione con la terra e raggiungono il suolo. E’ di pochi giorni fa la notizia che una famiglia thailandese si è vista piovere in cucina una pietra che ha perforato il soffitto: c’è una sola probabilità su 700 mila di essere colpiti da un meteorite nella zona in cui vive, dunque si può immaginare lo stupore. I meteoriti caduti sulla terra si possono ammirare in varie parti del mondo, dall’Argentina al Messico, da New York all’Africa.

Ed è in Namibia che si trova quello più pesante, nonché la più grande massa di ferro di origine naturale presente sul suolo terrestre. Il luogo dove è custodito è esattamente quello in cui è caduto, ovvero nella fattoria di Hoba West vicino a Grootfontein. E’ formato per l’84% da ferro e dal 16% da nichel, ma si riscontrano anche alcune tracce di cobalto e, sulla superficie, si trovano incrostazioni di idrossido di ferro. La forma è quella di una lastra di metallo largo 2,7 metri per 2,7 e il suo peso originale era di 66 tonnellate. In seguito a fenomeni erosivi, campionamenti a scopo scientifico e ad atti vandalici il suo peso attuale è ridotto a circa 60 tonnellate. Gli scienziati non hanno ancora capito perché, nonostante le sue misure, il meteorite non abbia lasciato un cratere d’impatto: secondo molti, la combinazione della sua forma e della composizione atmosferica avrebbero rallentato molto la velocità di caduta.

E’ precipitato più di 80 mila anni fa e fu scoperto ai primi del Novecento dal proprietario della fattoria che vi si imbatté casualmente con il suo aratro. Il rapporto originale, pubblicato nel 1920, è in mostra presso il  Museum di Grootfontein. La sua storia prosegue con un’altra data importante, quella del marzo 1955 quando è stato dichiarato Monumento Nazionale della Namibia per tutelarlo dai vandali. Risalgono al 1985 i muretti a forma di anelli che lo circondano ancora oggi e che trovano i migliaia di turisti venuti a visitare il centro turistico.

Il meteorite di Hoba è infatti un’importante attrazione della Namibia, cosi come gli altri caduti nella provincia argentina di El Chaco, di 37 tonnellate, che risulta essere il secondo meteorite singolo più grande del mondo. Ci sono poi Williamette, che pesa circa 15 tonnellate e mezzo, custodito al Museo di Storia Naturale di New York cosi come quello di Ahnighito, del peso di 34 tonnellate che risulta essere il più grande mai spostato dall’uomo. A Culiacan, in Messico, è invece conservato il meteorite Barcubirito, di 24 tonnellate e della lunghezza di 4,2 metri, una delle attrazioni turistiche più amate del paese.

Elie Wiesel, l’uomo che vide Dio appeso a una forca

La Stampa
elena loewenthal

Si è spento a Boston, a 87 anni, lo scrittore premio Nobel per la Pace. Nato in Romania, rinchiuso nel ghetto e poi ad Auschwitz


Eliezer (Elie) Wiesel era nato a Sighetu Marmatiei, in Romania, il 30 settembre 1928. è morto ieri a Boston

Ed è giunta anche per lui quella notte infinita di cui la sua scrittura aveva fatto cifra del male assoluto in terra e in cielo. No, qualcosa di più: La notte di Elie Wiesel è il ritratto del mondo che ha attraversato: il ghetto. Buchenwald. Auschwitz. «Dietro di me sentii il solito uomo domandare: Dov’è Dio. E io sentivo in me una voce che gli rispondeva: Dov’è? Eccolo: è appeso lì, a quella forca». Appeso a quella forca c’era un bambino, ancora vivo per un soffio di tempo.

Elie Wiesel ci ha lasciati: l’annuncio arriva dalla collina dello Yad Vashem, il memoriale della Shoah a Gerusalemme, ed è come un’eco triste che risuona ai quattro angoli del mondo, ovunque lui ha vissuto, scritto, lottato. Era nato nel 1928 a Sighetu Marmatiei, in Romania, anzi fra i monti Carpazi, là dove c’era un ebraismo remoto, distante da tutto nel tempo e nello spazio, quasi millenario. Un ebraismo di campagna e di montagne, fatto più di silenzi che di parole. Wiesel aveva attraversato l’infanzia insieme allo yiddish e a un chasidismo dolce, mite, condito di un umanesimo spontaneo, fatto di parole antiche. Aveva studiato tanta Torah, sia con il padre sia con la madre. 

Nel 1944 lui, tutta la sua famiglia e la comunità ebraica erano stati rinchiusi nel ghetto. Anticamera di quello sterminio che da un campo all’altro, da una forca all’altra si portò via tutto il suo mondo. Dopo la guerra Wiesel cominciò a peregrinare: da un luogo all’altro, da una lingua all’altra, da una solitudine all’altra. Incominciò a scrivere, come giornalista e traduttore. Studiò il francese. Nel 1955 si trasferì a New York, ma in fondo ha continuato per tutta la vita a viaggiare fra le sue diverse esistenze, fra le sue lingue - yiddish, romeno, inglese, francese, ebraico -, a muoversi dentro il proprio passato, ad abitarlo con le parole, raccontarlo nello strazio, riviverlo nella consapevolezza che trasmettere la storia di quel male fosse una missione imprescindibile. Un dettato: non divino ma umano.

Ci mise però molti anni a raccontare. Diversamente da Primo Levi che, appena tornato a casa da Auschwitz sentì impellente il bisogno di scagliare sulla pagina quella esperienza, come unica strada per provare a ricominciare a vivere, Wiesel tacque per almeno dieci anni: non voleva né scrivere né parlare di quello che aveva attraversato durante la Shoah. Ma quando cominciò fu un fiume in piena, in yiddish, Un di velt hot geshiving (E il mondo tacque, una specie di immensa bozza di autobiografia sulla quale sarebbe poi tornato varie volte, affinando la scrittura, rendendo tutto via via più lucido. Da quelle originarie 900 pagine fu tratto La notte, uscito nel 1992 nella meritoria traduzione italiana di Daniel Vogelmann per La Giuntina editrice.

Da questo libro in poi, Elie Wiesel è diventato uno dei grandi cantori di quell’orrore. Ma è stato anche molto altro. Intellettuale militante, sempre pienamente coinvolto nell’attualità, sempre in dialogo con le grandi questioni del presente. E quando parlava, la sua voce aveva sempre uno spessore tutto particolare, fatto di impegno e pacatezza, di profonda partecipazione alla vita. Non a caso non vinse mai il Nobel per la Letteratura, ma nel 1986 ebbe quello per la Pace. Undici anni dopo gli fu offerta la carica di Presidente dello Stato d’Israele, ma declinò, cedendo così il passo a Shimon Peres.

Eppure Elie Wiesel è stato tutt’altro che un’icona, una figura «statica» dall’aura spirituale carica di sacralità. La sua vera cifra, come uomo e come scrittore, è l’umanità nel senso più pieno e anche più contraddittorio. Ricco di quelle contraddizioni che raccontano una complessità ricca di sfumature, capace di sfuggire sempre alle semplificazioni. Lui che era nato in un mondo ebraico così conservatore, così ai margini storici e geografici, divenne un ebreo cosmopolita, capace di abitare lingue e spazi diversi: un cittadino del mondo.

Si era formato in un ebraismo tradizionale, era cresciuto dentro la Torah e dentro il pietismo chasidico cui era rimasto in un certo senso fedele per tutta la vita, come testimoniano i suoi tanti scritti dedicati a quel mondo scomparso, da Il Golem. Storia di una leggenda alle Celebrazioni chasidiche. Aveva scritto anche tanto di Bibbia e Talmud, aveva una intimità profonda e spontanea al tempo stesso con tutta la tradizione d’Israele. 

Eppure come pochi altri intellettuali aveva sfidato la fede, aveva sfidato Dio. Vuoi quando lo vede con rabbia e rassegnazione e un dolore indicibile appeso alla forca nel corpo di un bambino impiccato che lancia al mondo i suoi ultimi palpiti. Vuoi quando scrive Il processo di Shamgorod: un testo bellissimo e terribile sull’assenza di Dio, sull’ingiustizia del mondo, dove, a differenza del biblico Giobbe, all’uomo non resta rassegnazione ma solo un’interrogazione senza risposta. E uno sgomento muto di fronte al male, alla sua presenza così incomprensibilmente invadente.

Elie Wiesel è stato un grande testimone, un grande scrittore, uno straordinario uomo di spirito, e anche di azione. Ma è stato soprattutto una figura dalla complessità straordinaria, mai arreso di fronte all’incomprensibile, mai stanco di interrogare e interrogarci. Ci mancherà la sua parola. Ci mancherà la sua notte. Ci mancherà quel silenzio abissale che stava sempre lì, tra una riga e l’altra di testo.