giovedì 30 giugno 2016

Le popstar chiedono a Bruxelles un aiuto contro YouTube

La Stampa

In una lettera inviata alla Commissione Europea, oltre mille artisti accusano la piattaforma video di aumentare il «value gap» tra ascolti online e redistribuzione dei profitti. Tra i firmatari, molti big internazionali e italiani



La crociata musicale contro YouTube sbarca in Europa. Oltre mille artisti (da Ed Sheeran ai Coldplay, da Laura Pausini a Fedez) hanno firmato una lettera inviata mercoledì 29 giugno al presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker, in cui si accusa YouTube di sottrarre valore economico alla comunità degli artisti e degli autori di canzoni.

È un nuovo capitolo, il primo squisitamente europeo, della «guerra del value gap», in corso ormai da diversi mesi. La piattaforma video di proprietà di Google viene indicata come la principale responsabile del progressivo aumento nella distanza tra la quantità di musica ascoltata online (sempre di più) e i profitti generati per artisti e detentori di diritti (per singolo ascolto, sempre di meno).

Il confronto è stato inaugurato dalle principali case discografiche a inizio 2016, ma pian piano ha attirato anche l’adesione degli artisti, che hanno iniziato a criticare YouTube a livello individuale (vedi i casi recenti di Trent Reznor e dei Black Keys) o a rivolgersi collettivamente alle istituzioni. Poche settimane di quella inviata a Bruxelles, quasi duecento protagonisti della musica mondiale avevano imbucato una lettera molto simile, destinazione Congresso degli Stati Uniti.

Le richieste non riguardano solo aspetti economici, ma anche giuridici. Se la campagna può rientrare in una strategia contrattuale di breve termine (secondo il Financial Times, sono in corso le trattative per il rinnovo delle licenze dei contenuti tra YouTube e le tre major Universal, Sony, Warner), tanto al Congresso USA quanto alla Commissione Europea viene chiesto di eliminare uno dei cardini della prima legislazione digitale: quel concetto di «safe harbour» che ha permesso a servizi come YouTube di non correre il rischio di essere rinviati a giudizio a causa del caricamento da parte degli utenti di contenuti protetti dal diritto d’autore.

«Una regola vecchia», ripetono etichette e artisti, «scritta in un’altra epoca». Nel 2015, per la prima volta dai tempi di Napster, l’industria discografica ha fatto registrare un significativo rimbalzo nel fatturato globale (+3,2% per un valore complessivo di 15 miliardi di dollari), soprattutto grazie alla spinta degli abbonamenti a pagamento a servizi streaming come Spotify e Apple Music. YouTube rimane tuttavia uno dei principali distributori di musica su Internet: un jukebox fondamentalmente gratuito. L’azienda californiana ha risposto alle accuse sottolineando di aver versato tre miliardi di dollari in royalties all’industria discografica e che la maggior parte dei suoi contenuti è disponibile in seguito alla firma di regolari accordi con gli aventi diritto (accordi monetizzati con la pubblicità).

A differenza della lettera a Washington, firmata da artisti di lingua inglese (soprattutto statunitensi, ma con una robusta presenza britannica), la missiva spedita a Bruxelles presenta un campione di nomi geograficamente molto distribuito. Nonostante il peso specifico nettamente più rilevante sul mercato continentale, questo non era il periodo più adatto per inviare a Juncker una richiesta d’aiuto a maggioranza inglese. Nella lunga lista compaiono anche molti big italiani: tra gli altri, Biagio Antonacci, Francesco De Gregori, Elio e le Storie Tese, Fedez, Marco Mengoni, Francesca Michielin, Laura Pausini, Pooh, Subsonica e Zucchero. Testimonial di un braccio di ferro - complesso e direttamente legato ai moderni consumi musicali - che riguarda da vicino l’intera comunità contemporanea di artisti e creativi.

La rispsota di YouTube è arrivat nel pomeriggio: 
«I servizi digitali non sono il nemico», si legge in un comunicato dell’azienda. «YouTube collabora con l’industria musicale per generare ancora più ricavi per gli artisti, in aggiunta ai 3 miliardi di dollari che abbiamo già pagato sino ad oggi. La stragrande maggioranza delle etichette e degli editori ha accordi di licenza in essere con YouTube e nel 95% dei casi sceglie di lasciare i video caricati dai fan sulla piattaforma e di trarre guadagni da questi video. Il nostro sistema di gestione dei diritti, Content ID, va ben oltre ciò che la legge richiede per aiutare i detentori dei diritti d’autore a gestire i propri contenuti su YouTube: i video caricati dai fan generano ad oggi il 50% delle loro revenue su YouTube. Infine siamo convinti che, offrendo maggiore trasparenza nelle remunerazioni agli artisti, possiamo affrontare molte di queste preoccupazioni».

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Google mostra direttamente i testi delle canzoni

La Stampa
andrea signorelli

La nuova funzione del motore di ricerca semina il panico tra i siti specializzati



Da lunedì 27 giugno, Google ha iniziato a mostrare i testi delle canzoni direttamente all’interno del motore di ricerca. La funzione è da oggi disponibile anche in Italia: andando su Google.it e aggiungendo la parola “testo” al titolo della canzone, le strofe appariranno in un box in cima ai risultati.

Il nuovo strumento è stato reso possibile da un accordo, annunciato da Billboard , tra Google e la società specializzata LyricFind, fondata già nel 2004. Sul motore di ricerca, comunque, appare solo una parte del testo: per poterlo vedere integralmente è necessario cliccare su un link che rimanda a Google Play, dove sarà anche possibile acquistare la canzone o ascoltarla in streaming.

Google, quindi, sfrutterà le tantissime ricerche di questo tipo fatte dagli utenti per espandere il suo mercato nella musica digitale. Come già avvenuto con le previsioni meteo o con i risultati delle partite , quindi, non sarà più necessario cliccare sui link di altri siti, visto che le informazioni saranno fornite direttamente da Google.

La novità semina il panico tra i tanti siti specializzati proprio nel fornire i testi delle canzoni, che rischiano di perdere una grossa percentuale di visitatori. Allo stesso tempo, la nuova funzione di Google potrebbe fare la gioia del mercato musicale (già in ripresa nel 2015 ): a differenza di molte testate, che pubblicano i testi illegalmente, LyricFind ha stretto partnership con oltre 4mila case discografiche per utilizzare i testi delle canzoni in maniera legale. Secondo il capo di LyricFind, Darryl Ballantyne, grazie a questo accordo “le case discografiche guadagneranno milioni di dollari in più”.

A cosa serve davvero la parte blu della gomma per cancellare?

Rachele Nenzi - Mer, 29/06/2016 - 11:16

Sul web una teoria secondo cui la parte blu della gomme per cancellare non serva per l'inchiostro delle penne. La risposta sul sito della Pelikan



Chissà quanti di voi si sono chiesti a cosa serva, davvero, la parte blu della gomma per cancellare.
Quella che tutti, in un modo o nell'altro, abbiamo usato almeno una volta. Non può mancare, infatti, nell'astuccio di uno scolaretto questa gomma. Sul web in questi giorni sta impazzando un articolo, ripreso da blog, siti e qualche piccola testata giornalistica, che svelerebbe il motivo "vero" per cui le gomme Pelikan sono per metà rosse e metà blu.

L'uso della gomma per cancellare

A dire il vero, probabilmente tutti quelli che ne hanno fatto uso almeno una volta avranno testato che la parte rossa funziona benissimo per le matite in grafite. Qualcuno, invece, ha qualche dubbio sulla parte colorata di blu. I fogli strappati e i buchi provocati da un uso troppo vigoroso di questa parte della gomma per cancellare non si contano. Tanto che la Rete ha messo in dubbio che il reale scopo della parte blu fosse di cancellare l'inchiostro delle penne.
Il "reale" scopo, scrive l'articolo ripreso da più parti, sarebbe esclusivamente quello di cancellare la matita dalle superfici più rigide. Come il cartone.

La risposta dell'azienda

Eppure la risposta si trova nel sito della Pelikan, che presentando il prodotto scrive come le sue gomme per cancellare rosse e blu siano così divise perché quel 1/3 colorato d'azzurro serve per cancellare "inchiostro/inchiostro colorato/penne a sfera e pastelli". Mistero svelato, o forse no. In molti rimangono convinti che non sia così. Anche se chi la produce lo assicura.

Bud Spencer, dieci cose che (forse) non sapete

Corriere della sera

di Valentina Santarpia
L’attore popolarissimo per la serie di Spaghetti western con Terence Hill era in realtà anche un nuotatore olimpico, un pilota di elicottero, un musicista, un chimico. Ha girato mezzo mondo, ma non amava le vacanze. E si è tagliato la barba una sola volta nella vita, ma poi l’ha fatta ricrescere

L‘attore napoletano (che odiava viaggiare)

Tutti lo conoscono come Bud Spencer, il compare di Terence Hill della serie di Spaghetti western più amata del cinema. Ma pochi sanno che in realtà il gigante buono del cinema, morto lunedì 27 giugno, si chiamava Carlo Pedersoli, ed era nato a Napoli, nel quartiere Santa Lucia. Nel 1940 lasciò Napoli per Roma, dove iniziò le scuole superiori. Fu solo il primo dei suoi tanti trasferimenti, che lo hanno portato poi a girare mezzo mondo, soprattutto per lavoro. Ma odiava le vacanze: il suo viaggio di nozze è durato tre giorni.

L’anno scorso il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, gli aveva consegnato una medaglia e una targa a palazzo San Giacomo in nome della sua città d’origine
L’anno scorso il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, gli aveva consegnato una medaglia e una targa a palazzo San Giacomo in nome della sua città d’origine

Le Olimpiadi

Al cinema ci era arrivato solo per caso. In realtà Spencer era uno sportivo, uno degli atleti di punta del nostro Paese. Nel luglio 1950, a 20 anni, fu il primo italiano a scendere sotto il minuto nei 100 stile: 59”5. Venti volte campione nazionale (stile, rana e farfalla), nonostante abbia lasciato la carriera del nuoto per tre anni, ha preso parte comunque a due Olimpiadi (Helsinki 1952 e Melbourne 1956) ed è stato azzurro di pallanuoto fino al 1960, praticando anche rugby e pugilato. Alle Olimpiadi ha giocato contemporaneamente a pallanuoto (giocava con la SS Lazio) e alle gare di nuoto.


 La piscina (e la fama) in Germania

E infatti in Germania, dov’è popolarissimo, gli hanno persino intitolato un impianto. È successo nel 2011, quando Schwäbisch Gmund, città di 61 mila abitanti a 50 km da Stoccarda, ha intitolato la sua piscina comunale al grande attore scomparso: «Bud Spencer Bad». Il 9 luglio 1951 proprio in quella piscina, scoperta, che fino a quel giorno si era chiamata Schiesstal, l’allora forte nuotatore azzurro Carlo Pedersoli, ventunenne, durante un bilaterale Germania-Italia vinse i 100 metri stile libero. Il primo nuotatore in assoluto sul suolo tedesco a nuotare la distanza in meno di un minuto. Ma che la fama di Bud Spencer in Germania fosse tenace lo ha dimostrato l’uscita del suo libro, «Altrimenti mi arrabbio»: un’autobiografia che è stata al primo posto nelle classifiche di vendita tedesche per settimane.



La candidatura in Forza Italia

È successo nel febbraio del 2005: affiancato dal coordinatore del Lazio Antonio Tajani, Bud Spencer presentò la sua candidatura alle regionali con Forza Italia, sostenendo Francesco Storace. Delle idee politiche dell’ attore fino ad allora si sapeva poco. «Condivido tutto quello che ha fatto Berlusconi», aveva detto una volta, «lo conosco da tempo, lo stimo da prima che facesse politica. E quando si stima l’ uomo già prima e poi lo si vede in politica lo si accetta e lo si ama». Non fu eletto, nonostante le quasi 4000 preferenze.



Il Sud America

Nel 1947 andò in Sud America, dove prima lavorò come chimico, poi approdò in Brasile, dove lavorò presso il consolato di Recife. Per un periodo lavorò come dipendente di un’impresa statunitense impegnata nella costruzione di una lunga strada di collegamento tra Panamá e Buenos Aires. Negli anni in America Latina lavorò anche per l’Alfa Romeo di Caracas e disputò come pilota la Caracas-Maracaibo.



L’elicottero e il rimorchiatore

Un’altra delle sue passioni poco conosciuta è quella per il volo: nel 1975 prese la licenza di pilota di elicottero per l’Italia, la Svizzera e gli Stati Uniti. Ma era anche un appassionato di motori: e infatti comprò un rimorchiatore.



La musica

Nonostante il padre della moglie, Maria Amato, fosse un noto proprietario di sale cinematografiche, Carlo non era interessato al grande schermo quando tornò in Italia, negli anni ‘60, ma alla musica: firmò un contratto con l’etichetta musicale Rca, e scrisse i testi per noti cantanti italiani, come Ornella Vanoni e Nico Fidenco, e anche qualche colonna sonora.

(LaPresse)
(LaPresse)

Bud come la birra

Quando iniziò la serie degli spaghetti western, consigliarono sia a lui che al suo compagno Mario Girotti di cambiare nome, perché troppo italiano. Ma mentre Girotti scelse il suo tra una ventina di nomi inventati, Carlo decise il suo nome d’arte, Bud Spencer, pensando all’attore Spencer Tracy e giocando con ironia sul nome della birra Budweiser, in Italia commercializzata come Bud.



Universitario record

Fu una delle matricole più giovani dell’università di Roma, dove studiò Chimica: aveva solo diciassette anni. Non riuscì a laurearsi per via del trasferimento in Sud America, ma la laurea poi l’ha presa più tardi, nel 1955, in Giurisprudenza.



La barba mai tagliata

Si è tagliato una volta sola la barba nella sua vita: ma poi l’ha fatta subito ricrescere.

In «Al di là della legge» (1968) un inedito Bud Spencer senza barba
In «Al di là della legge» (1968) un inedito Bud Spencer senza barba

L’iPhone l’ho inventato io nel 1992» Causa a Apple per 9 miliardi di euro

Corriere della sera

di Raffaella Cagnazzo

Thomas Ross porta in tribunale la casa di Cupertino sostenendo che la multinazionale di Jobs ha rubato il suo progetto del 1992 e poi, nel 2007, ha lanciato il melafonino

Il disegno originale di Ross e la prima versione dell’iPhone

Un uomo residente in Florida ha presentato querela contro Apple sostenendo che iPhone, iPad e iPod violano i diritti della sua invenzione del 1992. E a sostegno della sua tesi Thomas S. Ross, questo il nome dell’americano, presenta i suoi disegni a mano di un «dispositivo di lettura elettronica».
Il progetto del 1992
Ross sostiene di aver progettato tra maggio e settembre 1992 un dispositivo che «incarnava una fusione di design e funzionalità» mai esistito prima di allora. L’idea di Ross era creare un device che permettesse di leggere storie, racconti, notizie, ma al contempo anche guardare immagini e video: tutto su una superficie piana e retroilluminata. E a leggere così sembra davvero che il dispositivo pensato dall’americano sia una prima bozza dei più famosi prodotti Apple. Nel progetto di Ross, poi, era previsto anche che il dispositivo potesse essere utile per telefonare, scrivere, archiviare e memorizzare file grazie ad una memoria interna di 240Mb e 2MB di Ram.
La disputa sul mancato brevetto
Con un simile progetto in mano, nel novembre 1992 Thomas Ross si presenta all’Ufficio Marchi e Brevetti statunitense per registrare la sua invenzione, ma l’inventore statunitense non paga le tasse richieste e la sua domanda rimane in sospeso per anni fino a quando nell’aprile 1995 viene dichiarata «decaduta». La disputa però è ben più lunga e articolata. L’11 luglio 2007, dodici giorni dopo che Steve Jobs ha presentato il primo iPhone, Ross denuncia l’ufficio brevetti per aver dichiarato decaduta la sua richiesta. Nel 2014, presenta richiesta di riconoscimento per i diritti d’autore dei suoi disegni all’ufficio Copyright statunitense. E ancora: nel marzo 2015 presenta a Tim Cook, amministratore delegato di Apple, una richiesta di «cease and desist» ovvero diffida alla società e chiede di cessare la produzione degli smarphone con il marchio della Mela. «Affermazioni prive di fondamento e irragionevoli», rispondono i legali Apple.
La causa contro Apple
Ora, ben 24 anni dopo quei disegni, Ross cita in giudizio Apple. E con la causa numero 0:2016cv61471 depositata il 27 giugno scorso presso la Florida Southern District Court chiede alla società della Mela il «rimborso» per il mancato pagamento per l’utilizzo del progetto originale. In totale, non meno di 10 miliardi di dollari (l’equivalente di poco più di 9 miliardi di euro) e diritti fino all’1,5% sulle vendite mondiali dei dispositivi Apple ispirati ai suoi disegni venduti dal 2007 (anno di lancio dell’iPhone) fino ad oggi.
Quando Jobs diceva: «I grandi artisti rubano»
A rafforzare la tesi di Thomas Ross c’è una frase pronunciata dal fondatore di Apple, Steve Jobs, che in un’intervista rilasciata nel 1994 dichiarò:«i buoni artisti copiano mentre i grandi artisti rubano». Aggiungendo poi, «Non ci siamo mai vergognati nell’ammettere di aver rubato grandi idee».

@rafficagnazzo
29 giugno 2016 (modifica il 29 giugno 2016 | 16:13)

L’Italia esporterà software di sorveglianza in Egitto

La Stampa
carola frediani

Nonostante la crisi diplomatica, il Governo autorizza l’azienda Area a vendere ad Al Sisi tecnologie per il controllo di massa delle comunicazioni in Rete



Un sistema di monitoraggio delle comunicazioni su internet. È la tecnologia che verrà esportata dall’Italia in Egitto, al di là della crisi diplomatica tra i due governi conseguente alla brutale uccisione di Giulio Regeni e alle denunce, avanzate da molte organizzazioni di attivisti e giornalisti, sulle diffuse violazioni dei diritti umani in quel Paese.

Pochi giorni fa il Ministero dello Sviluppo Economico (Mise) ha infatti concesso all’azienda italiana Area spa, di Vizzola Ticino, una autorizzazione specifica per l’esportazione di una tecnologia di sorveglianza del traffico internet in Egitto. L’uso finale dichiarato è di agevolare l’attività di intercettazione di comunicazioni ai fini della sicurezza nazionale. Il cliente finale è degno di nota: il Technical Research Department (TRD), localizzato a Kobri El Kobba, all’interno del Consiglio nazionale di difesa. L’azienda locale intermediaria è l’Alkan Communication and Information Technology del Cairo. Il valore della commessa: oltre 3,1 milioni di dollari.

Perché è interessante il Technical Research Department? Perché, come riportato tempo fa dalla Stampa, si tratterebbe di un’unità opaca, autonoma e priva di controlli democratici dell’intelligence e degli apparati egiziani, protagonista di una intensa attività di sorveglianza delle comunicazioni, sia di massa che mirata. Nel corso degli ultimi anni il TRD avrebbe infatti comprato, riferiva un rapporto di Privacy International, sistemi per la gestione di intercettazioni, centri di monitoraggio per telefoni mobili e fissi, prodotti di intercettazioni passiva e di massa e spyware da varie aziende europee, inclusa la tedesca AGT e l’italiana Hacking Team. 

Le tecnologie di monitoraggio delle comunicazioni su reti IP - come quelle esportate da Area - intercettano il traffico internet facendo quella che in gergo si chiama DPI, Deep Packet Inspection. Il che significa che possono “leggere” il traffico in chiaro ma anche, se hanno a disposizione dei mezzi ulteriori come dei certificati per la cifratura (Cert), quello cifrato. Potenzialmente, queste tecnologie sono pure in grado di scavare nei dati e nelle comunicazioni dei social media (social mining), scaricare allegati e foto, categorizzare i contenuti, mappare i contatti delle app di messaggistica, archiviare il traffico e fare ricerche a ritroso sullo stesso.

Area è un’azienda dell’area di Varese che da anni esporta questo genere di tecnologie in vari Paesi, tanto che nel 2011 finì al centro delle polemiche per una commessa dalla Siria di Bashar Al-Assad, poi bloccata. Rifornisce anche diversi apparati statali italiani di varie tecnologie, comprese piattaforme per l’infiltrazione online di gruppi. E da anni è sempre presente alle fiere del settore sui prodotti di sorveglianza e intercettazione, a partire dai simposi organizzati dalle forze armate (come raccontato qui).

Ci sono due aspetti interessanti nella vicenda. Il primo è che l’azienda varesotta ha lavorato in passato a stretto contatto con Hacking Team, avendo dei prodotti che si integravano a livello commerciale (intercettazione del traffico internet e intercettazione mirata di un target attraverso uno spyware), per cui si coinvolgevano in vari bandi per il mondo (Area comprava anche licenze per Rcs, lo spyware di Hacking Team). Il secondo è che l’azienda di Vizzola Ticino aveva già provato a vendere un sistema di intercettazione del traffico internet all’Egitto. E sempre attraverso il partner locale Alkan.

Come riportato mesi fa sulla Stampa, nell’autunno 2014 Area prova a coinvolgere Hacking Team in una gara nello Stato dove si è da poco insediato presidente Al Sisi per una soluzione tattico strategica su tutto il Paese (country wide). Cosa significa? Lo spiega il commerciale di Area nelle comunicazioni diffuse poi online: il completo monitoraggio del traffico internet, passivo e attivo, strategico e tattico. Il cliente finale di questo monitoraggio a tappeto sarebbe, allora, la Telecomunication Regulatory Authority, l’equivalente egiziana dell’AGCOM italiana. E il partner locale, l’impresa Alkan del Cairo, la stessa di oggi. Il contratto sembra poi cadere nel vuoto, stando a quanto emerso dalle comunicazioni di Hacking Team, almeno fino ad oggi. 

L’autorizzazione del Mise ad esportare in Egitto mostrerebbe che alla fine il contratto di Area, o uno molto simile, sia andato in porto. Anche se il nuovo cliente finale è quel Technical Research Department di cui dicevamo. Ricordiamo che il Mise lo scorso 31 marzo aveva revocato l’autorizzazione globale per l’esportazione in precedenza concessa ad Hacking Team. Che da allora in poi dovrà chiedere delle autorizzazioni specifiche individuali per vendere i suoi prodotti (spyware) in Paesi extraeuropei. L’autorizzazione appena concessa ad Area sembra essere proprio di tipo specifico individuale. Il fatto che il destinatario sia l’Egitto e che si tratti di una tecnologia di monitoraggio di tutte le comunicazioni internet non sembra destare preoccupazione nel governo italiano. Nemmeno alla luce delle tensioni con il Cairo sul caso Regeni.

Le “signorine del telefono” che facevano parlare l’Italia

La Stampa
paolo coccorese

Oggi a Torino si ripercorre la storia di un lavoro “estinto”



Quando si alzava la cornetta per una telefonata extraurbana, dall’altro capo del filo c’era sempre la stessa risposta: «Stipel, desidera?». Voce di donna. E un numero a identificare l’operatrice che aveva il divieto tassativo di concedere il nome. «Negli anni Cinquanta la società era diversa. Allora, per una ragazza, andare al cinema da sola era sconveniente. Figuriamoci dare confidenza a un utente». Apre l’album dei ricordi, Irma, 80 anni, torinese. Per una vita «Signorina del telefono». O, meglio, telefonista in quella Società piemontese-lombarda antenata dalla Tim. «Assunta nel 1956. Come le colleghe, ero universitaria. La prima regola da rispettare era parlare sempre “col sorriso”».

Prima dello smartphone, prima di Internet, prima ancora della teleselezione del servizio negli anni Settanta. Le «signorine del telefono», nate nel 1881, agli albori della telefonia nostrana, sono una delle categorie professionali estinte che più hanno segnato la cultura femminile del lavoro. Giovani. Diplomate. Né operaie né impiegate. Meglio operatrici di commutazione, addette al collegamento degli spinotti delle linee che univano un paese dove c’era un numero per ogni cosa. Per esempio? Per chiedere la sveglia il giorno dopo il 114, per scoprire la coincidenza del treno o la definizione delle Treccani il 110.

Dall’altro capo della cornetta loro: le «signorine». Grembiule nero, corso di dizione e codici di comportamento da marines. «Negli anni Quaranta, tra i divieti documentati c’era anche quello di non farsi accompagnare al lavoro se non da famigliari. Anche nella vita si doveva rispondere ai canoni di rispettabilità», raccontano Chiara Ottaviano e Walter Tucci di Cliomedia Officina, i pionieri della Public History nel nostro paese, che questo pomeriggio a Torino, al Polo del 900, racconteranno la loro storia in un evento dell’archivio Storico Tim e d’Ismel. Tra le foto e i documenti, saranno proiettati gli spezzoni di commedie cinematografiche come «Le signorine dello 04» con una giovane Franca Valeri. 

«Erano voci prive di corpo che alimentavano più di una fantasia», dicono gli storici. In realtà, nell’azienda c’erano vincoli rigidissimi per tutelare l’onorabilità. «La cautela nei rapporti era doverosa – ricorda Irma -, ma a volte capitavano avances». Tipo? «D’estate, i mariti, rimasti soli in città per lavorare, telefonavano per chiedere una ricetta. E capitava che scattasse l’invito a cena».

Traditi dai coetanei dei Beatles

La Stampa
massimo gramellini



Per un ragazzo di Londra, l’Europa è la fidanzata spagnola con cui ha amoreggiato durante l’estate del corso Erasmus a Barcellona. Per la vecchietta di Bristol citata dal capo degli ultrà nazionalisti Farage, l’Europa è il migrante nigeriano che attraversa la Manica per togliere il lavoro al figlio inglese della sua vicina. Ha vinto la vecchietta di Bristol, perché ci sono più vecchiette che ragazzi, in questa Europa che non fa più bambini. Non è sconvolgente che a decretare la Brexit sia stata proprio la generazione dei Beatles e dei Rolling Stones, quella che voleva cambiare il mondo e oggi in effetti lo ha cambiato, ma nel senso che se lo è chiuso dietro le spalle a doppia mandata? 

I giovani, i laureati e i londinesi hanno votato in larga maggioranza per restare. Gli anziani, i meno istruiti e gli inglesi di provincia per andarsene. La prova evidente che si è trattato di una scelta di paura, determinata da persone che, non avendo strumenti conoscitivi adeguati, hanno fatto prevalere la pancia sulla testa e la bile sul cuore. Di fronte all’incertezza del futuro, non hanno reagito con la curiosità ma con la chiusura. La retorica della gente comune ha francamente scocciato. Una democrazia ha bisogno di cittadini evoluti, che conoscano le materie su cui sono chiamati a deliberare. La vecchietta di Bristol sapeva che il suo voto, affossando la sterlina, le avrebbe alleggerito di colpo il portafogli, dal momento che i suonatori di piffero alla Farage si erano ben guardati dal dirglielo?

Una parte di ragione però la vecchietta di Bristol ce l’ha. Molti di coloro che hanno votato «Leave» pensavano di non avere più niente da perdere. Nessuno fa volentieri la rivoluzione, finché avverte il rischio di rimetterci i risparmi o la sanità e la scuola gratuita per i figli. Il patto sociale su cui la Gran Bretagna e l’Europa si sono rette per sessant’anni garantiva a tutti una speranza crescente di benessere. Ma questa Europa con troppa finanza e poca politica non ha fatto nulla per frenare la caduta libera del lavoro, la smagliatura delle reti di protezione e l’impoverimento della piccola borghesia, che oggi la ripaga con la stessa moneta: disprezzandola.

Un maestro di tennis ti insegna che sul campo ci sono soltanto due posti dove stare: dietro la linea di fondo o sotto rete. Se traccheggi a metà, vieni infilzato. L’Europa è da troppo tempo a metà campo. O ritorna dietro la linea di fondo, come ha appena fatto la vecchietta di Bristol. Oppure decide di scendere sotto rete. Rimettendo al centro del progetto i cittadini, e non i mercati, e unificando il sistema fiscale, l’esercito e la politica estera. Il primo passo verso quegli Stati Uniti d’Europa in cui anche il ragazzo di Londra non vede l’ora di entrare.

Tranne

La Stampa
jena@lastampa.it

Possiamo sopportare tutto nella vita, tranne che i kamikaze ci rovinino le vacanze. 

Amore vero

La Stampa
massimo gramellini

Il consiglio della provincia di Bolzano ha approvato a maggioranza teutonica una mozione per iscrivere la Nazionale sudtirolese ai prossimi tornei di calcio. Ognuno si fa la Brexit che può. In attesa dell’incertissimo derby Sudtirolo-Germania, gli indipendentisti dovranno accontentarsi di sostenere i cugini prussiani contro un paese confinante: l’Italiuzza. Ma forse li stupirà apprendere che un tedesco tiferà per gli azzurri. Si chiama Eike Schmidt e a Presutti dell’Ansa ha confessato di essersi innamorato di noi per via della flessibilità. Solo gli italiani, sostiene, riescono a esprimerla in ogni campo, dal Rinascimento agli scioperi, che in Germania bloccano tutto mentre in Italia mai del tutto. Perché l’Italia è già bloccata di suo e non si nota la differenza, replicherei io, che sono italiano. Non lui, che essendo tedesco ci crede davvero. 

Va detto che Schmidt è il direttore degli Uffizi. Bella forza, gli piacciamo perché ci conosce attraverso le opere d’arte. Obiezione vera, ma incompleta. Schmidt ha avuto l’idea rivoluzionaria di prendersi cura dei visitatori del suo museo sistemando degli altoparlanti all’ingresso per avvertirli della presenza di scippatori e bagarini. La risposta dello Stato non si è fatta attendere. Una multa di 422 euro per «pubblicità fonica a mezzo altoparlanti priva della prescritta autorizzazione». Così il signor Schmidt ha imparato che farsi i fatti propri è l’unica attività per cui in Italia non serve un permesso. Ma se persino dopo averlo scoperto continua a tifare per noi, il suo è un caso irrecuperabile. Trattasi di amore vero. 

La chiave inglese

La Stampa
massimo gramellini

Dal giorno successivo al patatrac, gli inglesi cercano forsennatamente di capire cosa diavolo sia quell’Unione Europea da cui hanno deciso di autoespellersi. Non è una freddura british, ma il freddo responso di Google. La seconda domanda più digitata sul motore di ricerca dai prodi secessionisti britannici risulta essere: «What is the Eu?» («Che cos’è la Ue?»). Seguita da un quesito non meno amletico: «What happens if we leave the Eu?» («Che succede se lasciamo la Ue?»).

Ma non potevano chiederselo venerdì mattina? Magari avrebbero votato allo stesso modo, ma almeno dopo averci pensato su. Altro che «conoscere per deliberare». Questi prima hanno deliberato e poi, con molta calma, hanno incominciato a informarsi sull’oggetto e sulle conseguenze del loro voto. Ooopss… è crollata la sterlina. Ooopss… i capitali fuggono dalla City. Ooopss… da Bruxelles ci intimano di andarcene per davvero. Chi l’avrebbe immaginato, milord. 

Nessuno auspica di mettere paletti al suffragio universale: le alternative sperimentate nei secoli si sono rivelate peggiori. Ma se persino il popolo più compassato del mondo si comporta in modo tanto impulsivo e superficiale, significa che la percezione della realtà è saltata un po’ dappertutto. Come se la vita fosse diventata un rullo, un flusso continuo dove le scelte non sono più decisioni significative ma gesti dimostrativi senza conseguenze. Tanto che gli inglesi, dopo avere votato il referendum per lasciare l’Europa, già pensano di indirne un altro per rientrarci. Forse hanno finalmente capito cos’è.

Votantonio

La Stampa
massimo gramellini

Da tifoso di una squadra che non è la sua Juve, c’è stato un tempo in cui avrei preferito camminare a piedi nudi su un tappeto di vetri rotti piuttosto che scrivere queste righe. Ma Antonio Conte se le merita tutte. E non solo perché, chiamato a guidare una leva calcistica tecnicamente modesta, ha dato un ripasso di calcio alla Spagna campione d’Europa. Dell’italiano verace il ct della Nazionale possiede il vittimismo, incorniciato su quel volto addolorato che ti scruta come se fosse in credito col mondo e con te.

E poi la permalosità, la megalomania, l’irruenza disarticolata e pittoresca. Ma è uno dei pochissimi leader politici di questo Paese, se per politica si intende la capacità di avere sempre un’idea precisa del posto in cui si vuole andare. Conte ha l’energia visionaria di chi immagina un futuro improbabile, eppure possibile. E riesce a realizzarlo attingendo ai valori profondi del genio italico, che non sono l’estro e l’indisciplina, ma la volontà di soffrire e di offrire una dedizione ossessiva alla causa. 

Il mio primo caporedattore sosteneva che lo sport e il giornalismo sono come l’amore: per farli bene bisogna essere eccitati. Il problema dell’Italia, intesa come popolo, è che siamo diventati flosci. La molla dell’entusiasmo si è inceppata, a furia di scattare a vuoto. Invece quella dell’Italia, intesa come Nazionale, è indistruttibile al pari della chioma del suo condottiero. Chapeau.

Ustica, Bologna e le altre stragi caduto il segreto, restano i misteri

La Stampa
giovanni de luna

La declassificazione decisa dal governo due anni fa si è rivelata macchinosa: storici, archivisti e familiari delle vittime a confronto



Sono passati 36 anni dalla tragedia di Ustica. Il ricordo dell’abbattimento del Dc 9 Itavia, in volo da Bologna a Palermo, 81 vittime, è anche questa volta l’occasione per sollecitare la verità sugli eventi stragisti degli Anni 70. Lo hanno fatto il Presidente della Repubblica («rimuovere le opacità») e la presidente della Camera, Laura Boldrini («troppi i tasselli mancanti»).

È un fatto. La cappa di opacità che avvolse le nostre istituzioni in quel decennio inquinò la fiducia sulla quale la democrazia fonda il suo patto con i cittadini; un patto in cui lo Stato chiede lealtà e rispetto delle leggi assicurando in cambio la massima trasparenza nel funzionamento dei suoi organi. Il ruolo del potere invisibile divenne esorbitante, lasciando uno strascico di sospetti e diffidenze che ha avvelenato per decenni il nostro sistema politico. Il segreto di Stato calò come una pietra tombale sulla ricerca della verità e alla sua ombra cominciò a crescere la malapianta dell’antipolitica. 

Nel frattempo però c’è stata una svolta importante legata alla direttiva emanata dal governo Renzi il 22 aprile 2014: con procedura straordinaria, tutte le amministrazioni statali sono state obbligate a versare anticipatamente all’Archivio Centrale dello Stato la documentazione relativa alle stragi di Piazza Fontana (Milano, 1969), Gioia Tauro (1970), Peteano (1972), Questura di Milano (1973), Piazza della Loggia (Brescia 1974), Italicus (1974), Ustica (1980), Stazione di Bologna (1980), Rapido 904 (1984). 

Il provvedimento era stato fortemente sollecitato dai familiari delle vittime e dagli storici, gli uni e gli altri chiamati a interpretare un ruolo decisivo nello spazio pubblico dove si elabora la nostra memoria collettiva. In particolare, i familiari delle vittime si sono ormai accreditati come portatori di un interesse generale alla giustizia che trascende anche la dimensione privata delle loro associazioni. Capaci di spezzare la spirale tra vendetta e perdono, hanno saputo coniugare l’elaborazione dei propri lutti familiari con l’ostinata ricerca del bene comune della trasparenza istituzionale. 

Quanto agli storici, la loro fame di fonti e di documenti finora è stata appagata in gran parte solo dai fascicoli emersi nel corso degli innumerevoli procedimenti giudiziari. Qualche certezza è stata raggiunta. La strategia della tensione, per intenderci, è oggi storicamente definita attraverso la presenza simultanea di tre elementi: i neofascisti come esecutori materiali; gli apparati dello Stato in un ruolo ambiguo, se non direttamente colpevole; un attentato di tipo stragista, che puntava ad alimentare una sensazione diffusa di disordine sociale da attribuire alla debolezza dello Stato democratico. In questo senso, le possibilità di accedere alla documentazione prima secretata è stata accolta come una opportunità per arricchire queste certezze, spalancando inedite prospettive di ricerca. 
Ora, però, a due anni di distanza, qualche punta di delusione comincia ad affiorare. La procedura di declassificazione si è rivelata macchinosa; non tutte le amministrazioni hanno seguito criteri omogenei; alcuni fondi arrivano all’Archivio centrale in formato cartaceo, altri digitalizzati. Nel caso dei 4.406 fascicoli versati dal Comparto Intelligence, il criterio tecnico seguito è stato quello di privilegiare le serie archivistiche, senza operare selezioni di documenti e assicurando l’integrità dell’operazione di declassificazione. In altri casi, invece, gli atti sono stati sottratti ai loro contesti archivistici originali con scelte arbitrarie che propongono fascicoli isolati e per questo incomprensibili o fuorvianti. 

Di qui, nonostante lo zelo con cui sta operando l’Archivio Centrale dello Stato, le critiche avanzate dalle associazioni dei familiari delle vittime. Troppe carte inutili, troppo materiale che al rischio dell’inedia sostituisce quello dell’indigestione. La sfiducia è difficile da cancellare; a declassificare i documenti sono le stesse amministrazioni che per anni hanno lavorato ad alimentare i miasmi del potere invisibile e lo fanno con un inquietante margine di discrezionalità. La decisione di ricordare l’anniversario di Ustica con un confronto diretto - domani - tra storici, archivisti, familiari delle vittime e presidenza del Consiglio va in questa direzione: è un segnale che le istituzioni hanno finalmente accettato di inserirsi in un circuito virtuoso, fondato sulle ricerca della verità e sul ripristino di quel patto di lealtà e trasparenza che ispira qualsiasi democrazia compiuta.