martedì 21 giugno 2016

Scoperti gli hackers del sito Invalsi: quattro ragazzi denunciati fra Torino e Matera

La Stampa

Utilizzavano una rete anonima, ma le analisi delle tracce lasciate hanno consentito agli investigatori della polizia postale di arrivare ai responsabili dell’attacco informatico


Smascherati gli hacker del sito Invalsi. Gli investigatori della Polizia Postale e delle Comunicazioni hanno portato a termine la lunga indagine nei confronti di quattro giovani residenti nelle provincie di Venezia, Torino, Firenze e Matera: sono stati denunciati per accesso abusivo a sistema informatico di pubblico interesse, al termine dell’anno scolastico 2015-16. 

L’obiettivo dei quattro era di ottenere il controllo totale del sito, impossessarsi illecitamente anche dei dati contenuti nei database della società. L’hackeraggio è stato portato a termine grazie ad un file eseguibile di tipo «backdoor» che - controllato a distanza - ha consentito ai giovani di accedere al sistema informatico. Sono stati rintracciati grazie alle analisi delle tracce informatiche lasciate, pur essendosi sempre mossi molto cautamente, sfruttando le opportunità di anonimizzazione offerte dal Darknet. 

L’operazione arriva a poche ore di distanza dal lancio della campagna «Maturità al sicuro», attraverso la quale la polizia postale e delle comunicazioni, in collaborazione con il portale degli studenti Skuola.net, intende debellare il fenomeno delle «bufale» e delle leggende metropolitane che ruotano intorno alle prove d’esame, per evitare che gli studenti, oltre a perdere del tempo prezioso, possano anche rimetterci del denaro alla ricerca della soffiata giusta.

Morbo K, quella malattia inventata per salvare gli ebrei dalle persecuzioni nazifasciste a Roma

La Stampa
ariela piattelli

La storia del dottor Ossicini, oggi 96enne, che scrisse false cartelle cliniche per proteggere i pazienti. Oggi l’ospedale Fatebenefratelli riceverà il titolo “Casa di Vita”



L’ospedale Fatebenefratelli all’Isola Tiberina a Roma riceve dalla Fondazione internazionale Raoul Wallenberg, con il patrocinio comunità ebraica di Roma e la Fondazione museo della Shoah, il titolo di “Casa di Vita” in memoria del salvataggio di ebrei durante le persecuzioni naziste. 

Adriano Ossicini ha infatti inventato una malattia per salvare decine di ebrei romani dalle persecuzioni nazifasciste e dai campi di sterminio. Si chiamava “Morbo di K” (K come gli ufficiali nazisti Kesselring e Kappler). Lui, allora medico del Fatebenefratelli, nosocomio vicino al Ghetto e alla grande Sinagoga, lo inventò insieme al primario Giovanni Borromeo (riconosciuto dal memoriale della Shoah Yad Vashem come Giusto tra le Nazioni).

Ossicini, antifascista e membro della Resistenza, insieme ai suoi colleghi scrisse sulle false cartelle cliniche il nome della malattia “contagiosissima” che scoraggiò i nazisti al controllo dei nomi dei pazienti. Mentre nei sotterranei una radio clandestina permetteva di comunicare con i partigiani, nell’ospedale trovavano rifugio molti romani. Il suo attivismo costò a Ossicini la prigione e le violenze dei nazisti e dei fascisti. A 96 anni ricorda la sua storia con un monito: «Bisogna sempre cercare di essere dalla parte giusta…».

La madonna rapita di S’archittu: prima le polemiche, poi il blitz nella notte

La Stampa
nicola pinna

La vergine col bambino era stata piazzata di fronte ad una delle bellezze naturali della costa occidentale della Sardegna



Non è il solito atto vandalico, tanto meno un blitz sacrilego. La madonnina di S’Archittu è stata rapita nel cuore della notte: statua smantellata con precisione e fatta sparire. La Vergine col bambino era stata piazzata di fronte al mare da poche settimane e da subito al centro delle contestazioni: «Rovina, anzi compromette, il panorama e lo skyline di questa borgata». Qualcuno ha fatto partire la petizione ma un commando ha deciso di usare la forza.



Sulla costa occidentale della Sardegna, quasi a metà strada tra Alghero e Oristano, c’è una delle località turistiche più conosciute. Si chiama S’Archittu e il nome non è casuale. Nel corso dei millenni il mare ha scavato un grande arco attraverso le rocce: un vero monumento naturale, diventato set per qualche film e luogo scelto dai turisti per un tuffo indimenticabile e per le immancabili foto ricordo. 



Di fronte all’arco, sul lungomare, l’amministrazione comunale di Cuglieri (il paese su cui ricadono le borgate marine) ha deciso di piazzare la statua in marmo bianco della Madonna col bambino. Doveva ricordare un carabiniere morto qualche anno fa durante una battuta di pesca, ma ha scatenato la polemica dell’estate. 



Contro la statua si era schierata anche Italia Nostra e il fotografo Oliviero Toscani aveva usato toni pesanti: «Se in Italia tutti i dolori privati dovessero essere simboleggiati da una statuetta non sarebbe più possibile camminare per strada. La Sovrintendenza ha ovviamente sbagliato a concedere l’autorizzazione per piazzare la statua in un punto storico e monumentale del territorio. Questo non è un dettaglio. Nessun dettaglio è piccolo. A furia di non considerare i dettagli stiamo rovinando l’Italia».

Il lanciafiamme e l’appendino

La Stampa
massimo gramellini

Ti candidi alla segreteria del partito e hai tutti contro, tranne i dispari e gli anarchici. Perdi, ma è come se avessi vinto. Infatti l’anno dopo vinci tu. Ti lasci riempire dalle speranze che hai suscitato: la meritocrazia, l’innovazione, la rottamazione degli apparati. In virtù della carica rivoluzionaria che emani, ti perdonano l’aria furbetta e persino lo sgambetto a Letta, indispensabile per conquistare il governo in tempo utile a vincere le Europee. Adesso puoi fare quello che hai promesso, magari andare alle elezioni e stravincerle.

Invece ti impantani nei riti di Palazzo con gli Alfano e i Verdini e ti circondi, Boschi a parte, di esecutori mediocri e ruffiani. Allontani i liberi pensatori e li sostituisci - anche nei media - con falsi amici che fino a ieri stendevano stuoie a Bersani e domani le spolvereranno per Di Maio. A Palazzo Chigi hai due sottosegretari: Del Rio l’anima bianca e Lotti l’anima nera. Fai fuori l’anima bianca. Perdi contatto col mondo reale, vai solo dove sei sicuro di prendere applausi, ma i fischi ti raggiungono anche lì.

Prometti che tornerai quello di prima, però in Campania sostieni vecchi arnesi alla De Luca, mentre a Roma costringi alle dimissioni Marino - un atipico, come eri tu - e ovunque sposti a destra il partito senza intercettare i voti di destra. Ti aggrappi ossessivamente a un referendum sulle regole del gioco, anziché combattere l’oligarchia finanziaria che impoverisce i tuoi elettori. Perdi Roma, Torino e il tuo senso in questa storia. Ma puoi ancora ritrovarlo, se invece del lanciafiamme prenderai qualche appendino. In giro ce ne sono tanti e una volta piacevano anche a te.

Conseguenze

La Stampa
jena@lastampa.it

Quantomeno dovrebbe dimettersi il lanciafiamme.

Salire quei 1.500 scalini per potere tornare a casa

La Stampa
beatrice archesso

Il borgo di Crealla, in valle Cannobina, ha atteso la strada per oltre mezzo secolo



Millecinquecento gradini separavano Crealla dal resto del mondo fino al 2005, quando è arrivata quella strada attesa per più di mezzo secolo. Fino a 11 anni fa non c’era altro modo di raggiungere il borgo se non a piedi, e quei gradini le donne coi vestiti tradizionali li percorrevano con le gerle piene. Crealla - 15 residenti oggi, anche 350 negli Anni 60 - è una frazione di Falmenta, Comune della val Cannobina di 138 abitanti nel Piemonte settentrionale. A due passi dalla Svizzera c’è un paese dove ancora un decennio fa tutto era scandito dal passo lento degli abitanti. 

TUTTO A MISURA D’UOMO
Qui tutto è a misura d’uomo: il campanile scandisce le ore, la messa una volta a settimana e l’ambulatorio ogni terzo mercoledì del mese nella struttura che ospitò la scuola femminile. Pure il cimitero è in miniatura: 80 mq di ordinato ricordo dei nativi della frazione, che in maggioranza portano lo stesso cognome (Ferrari). Anche le cose più scontate, a Crealla, non lo sono. «Finché non è arrivata la strada, ogni evento richiedeva tempo e fatica perché tutto si appoggiava su braccia e gambe degli abitanti nel saliscendi di sentieri acciottolati che compongono il borgo costruito nel verde. Ogni casa ha un pezzo d’orto e la staccionata a delimitarlo». 

La strada è arrivata solo nel 2005, due anni prima che nascesse il primo iPhone di Apple. Mentre il mondo scopriva gli smartphone, Crealla apriva il suo primo collegamento carrabile. L’auto andava parcheggiata a Ponte Falmenta poi si proseguiva a piedi, in salita, lungo i 1.500 gradini della «rizzada», gli scalini di pietre miste a terra ed erba che portano al paese. Le donne si caricavano cibo e rifornimenti sulle spalle, altre volte si usava la teleferica collegata con Falmenta: fino a 50 anni fa era l’unico mezzo per trasportare la merce pesante. È tuttora attiva, sebbene la strada costruita in 51 anni e inaugurata nel 2005 abbia sostituito gran parte della sua funzione. «Anche i funerali erano un problema - racconta Antonio Ferrari dell’associazione Rinascita per Crealla -: le bare si portavano in spalla, così pure le barelle con gli ammalati». 

Nella via principale - larga due metri - fino al ’95 c’era l’emporio, bottega che vendeva «di tutto – dice Marilena Ferrari, figlia del titolare -: imbottigliavamo il vino e c’erano costumi e stoffe, che erano per le donne gli unici vestiti. La bottega era luogo di socializzazione, si usciva per una compera e si tornava dopo un’ora: la panca fuori era per chiacchierare». Papà Gino, oggi a 90 anni è il più anziano della frazione: aprì il negozio nel ’22 e acquistò la bilancia pesa merce grazie a uno zio che inviò denaro dall’America.

NEL 1995 HA CHIUSO L’ULTIMA OSTERIA
Sempre nel ’95 chiuse l’osteria con le specialità preparate da Franca Ferrari, che «quando avevo le mani buone - dice - cucivo anche i pedù», le resistenti scarpe tipiche della valle con suole di stracci. A Crealla, poi, c’è chi ancora ogni giorno veste il costume tradizionale: Dorina Ferrari, 83 anni, da sempre ripete lo stesso rituale, fermando il tempo alla sua giovinezza. Con l’arrivo della strada la frazione è diventata di facile accessibilità. A ottobre la castagnata storica richiama centinaia di persone e a Natale la «Via dei presepi» ne propone a decine negli angoli più impensati. «Il sogno, ora, è trovare qualcuno che voglia investire - dice il sindaco Luigi Milani -, magari con un albergo diffuso». 

L’eroe dimenticato che salvò il mondo dall’apocalisse nucleare

Corriere della sera

di Fabrizio Dragosei

Stanislav Petrov non si fidò del sistema di difesa sovietico per cui missili atomici lanciati dagli Usa erano in arrivo: «Ero un analista, ero certo che si trattasse di un errore»

Stanislav Petrov

FRYASINO (Russia) È una persona schiva l’uomo che ha salvato il mondo. Ed è anche di poche parole. Quando lo incontriamo davanti all’ingresso del palazzone di cemento in stile kruscioviano dove vive, sta andando a pagare la bolletta del gas. «Noo!, che ho fatto? Niente di speciale, solamente il mio lavoro». Poi ripete quello che disse all’inizio degli anni Novanta, quando la sua storia fu resa pubblica per la prima volta. «Ero l’uomo giusto al posto giusto al momento giusto».
L’analista che non si comportò da ottuso
In realtà è stata una fortuna per questo pianeta il fatto che il tenente colonnello Stanislav Petrov non fosse un militare qualunque, uno dei tanti addetti alla sorveglianza. Lui era un analista che quella notte si trovò quasi casualmente a fare un turno di guardia ai calcolatori, sostituendo uno dei militari professionisti. Un altro avrebbe semplicemente controllato i segnali in arrivo (cosa che lui fece) e si sarebbe limitato ad applicare il protocollo, informando i suoi superiori: «Missili termonucleari americani in arrivo. Colpiranno il territorio dell’Unione Sovietica fra 25/30 minuti». Quest’ometto minuto reagì invece diversamente. Lui non credeva che gli Stati Uniti potessero veramente attaccare.

«E se pure l’avessero fatto, non avrebbero lanciato solo un grappolo di missili». Si convinse che fosse «un’avaria del sistema». Così non disse nulla. E salvò il pianeta. La notte in questione era quella del 26 settembre 1983, «per la precisione le 00.15». Venticinque giorni prima, il 1° settembre, un caccia sovietico aveva abbattuto un jumbo jet coreano con 269 persone a bordo che era entrato nello spazio aereo dell’Urss. Erano gli anni della gerontocrazia al comando, della paranoia e della profondissima crisi.

Il gensek (segretario generale del partito) Jurij Andropov era permanentemente in ospedale. In quell’occasione a controllare i radar non c’era un «Petrov», ma un militare disciplinato e ottuso che riferì ai suoi superiori: un apparecchio, probabilmente un aereo spia degli Stati Uniti, aveva violato il territorio della madrepatria. I generali e i politici applicarono le regole. In pochi minuti il maggiore Gennadij Osipovich che aveva affiancato il jet civile con il suo Sukhoi, ricevette l’ordine di abbattere l’intruso. «Non dissi alla base che era un Boeing, perché nessuno me lo aveva chiesto», si è giustificato in seguito.
L’errore del sistema di difesa
Petrov no. Petrov non era ottuso. I missili impiegano meno di mezz’ora per raggiungere la Russia dagli Usa. Alcuni minuti servono per controllare che tutti i parametri siano giusti. Poi la comunicazione telefonica a Mosca. L’informazione arriva ai vertici. Si sveglia il gensek e a quel punto bisogna decidere subito. Militari ed ex agenti del Kgb non sono abituati a mettere in discussione le procedure. La tensione era altissima, con Reagan che aveva bollato l’Urss come «impero del male» appena sei mesi prima e Andropov che si diceva convinto della volontà di aggressione americana.

A un attacco si sarebbe risposto quasi certamente con una massiccia rappresaglia: decine di missili sovietici lanciati verso gli Stati Uniti. E Washington avrebbe certamente replicato con il lancio (questa volta vero) delle sue testate nucleari. Per il pianeta sarebbe stata la fine. Ma Petrov non era ottuso. Al suo posto di controllo a Serpukhov-15, vicino Mosca, arrivò il segnale sempre atteso e tanto temuto: «Si accese una luce rossa, segno che un missile era partito. Tutti si girarono verso di me, aspettando un ordine. Io ero come paralizzato, dapprincipio.

Ci mettemmo subito a controllare l’operatività del sistema, ventinove livelli in tutto». Pochissimi minuti e si accese un’altra luce, poi un’altra. «Nessun dubbio, il sistema diceva che erano in corso lanci multipli dalla stessa base», racconta. «Una nostra comunicazione avrebbe dato ai vertici del Paese al massimo 12 minuti. Poi sarebbe stato troppo tardi».
Nessun riconoscimento in patria
Petrov era sicuro che la segnalazione fosse sbagliata, nonostante tutto. «Ero un analista, ero certo che si trattasse di un errore, me lo diceva la mia intuizione». Così comunicò che c’era stato un malfunzionamento del sistema. «I quindici minuti di attesa furono lunghissimi. E se eravamo noi a sbagliare? Ma nessun missile colpì l’Unione Sovietica». In seguito si chiarì che il sistema era stato ingannato da riflessi di luce sulle nuvole. Pensava di venir premiato, e invece gli arrivò un richiamo: se lui aveva ragione, qualcun altro aveva sbagliato a progettare il sistema.

E tutto venne insabbiato. «Quando mi congedai, non mi concessero nemmeno la solita promozione a colonnello», racconta ancora. Petrov ha ricevuto vari riconoscimenti all’estero, ma nulla in patria. E ancora oggi, a 76 anni, fa la vita di sempre nel palazzo di Fryasino. Nessuno ricorda più l’uomo che ha salvato il mondo.

20 giugno 2016 (modifica il 20 giugno 2016 | 22:07)

Terza guerra d’indipendenza Noi «vincitori» senza vittorie

Corriere della sera

di PAOLO MIELI

Lo storico Heyriès spiega come la disfatta inflitta dalla Prussia all’Austria
consentì al nostro Paese di espandersi, nonostante gli insuccessi militari

Un particolare dell’affresco Il quadrato di Villafranca, nel quale l’artista Raffaele Pontremoli (1832-1905) rappresentò un episodio della battaglia di Custoza del 24 giugno 1866 che si concluse con la vittoria degli austriaci sulle truppe italiane
Un particolare dell’affresco Il quadrato di Villafranca, nel quale l’artista Raffaele Pontremoli (1832-1905) rappresentò un episodio della battaglia di Custoza del 24 giugno 1866 che si concluse con la vittoria degli austriaci sulle truppe italiane

Ai primi di gennaio del 1866 l’imperatore austriaco Francesco Giuseppe inaugurò l’anno profetizzando all’ambasciatore inglese John Bloomfield che, stando alle sue sensazioni, quei dodici mesi sarebbero trascorsi «tranquillamente e pacificamente». Un annuncio incauto dal momento che di lì a breve l’Austria sarebbe entrata in conflitto con la Prussia e avrebbe subito una sonora sconfitta. Il nostro Paese, che pure era alleato della Prussia, di sconfitte ne subì due, anche se in qualche modo verrà considerato tra i vincitori di quel conflitto, come ben spiega il libro di Hubert Heyriès, Italia 1866.

Storia di una guerra perduta e vinta, che sta per essere pubblicato dal Mulino. Nella Terza guerra d’indipendenza l’Italia si segnalò, dunque, per due batoste: una di terra (Custoza, 24 giugno), una in mare (Lissa, 20 luglio). Però, essendo alleata della Prussia che aveva umiliato gli austriaci a Sadowa, a dispetto della catastrofe militare ottenne il Veneto. Regione che però a Vittorio Emanuele II fu consegnata da Napoleone III, il quale l’aveva ricevuta dall’Austria a compenso della neutralità francese. Per l’Italia, un autentico sfregio.

All’origine ci fu da parte italiana un eccesso di ottimismo per i successi conseguiti dal nostro esercito al Sud nella lotta al brigantaggio che l’autore non esita a definire «la prima guerra civile dell’Italia». A metà degli anni Sessanta, scrive Heyriès, si nutriva nei vertici nazionali l’illusione che l’esercito, reso agguerrito dai combattimenti contro le «forze reazionarie antiunitarie» del Mezzogiorno, sarebbe stato in grado di «misurarsi con l’Austria» per conquistare il Veneto, «in attesa di risolvere poi la questione romana».

L’alto comando e il personale politico «non si rendevano conto che le azioni di guerriglia, che impiegavano effettivi ridotti contro un nemico male armato, erano totalmente diverse dalle forme della guerra moderna contro l’Austria, ove sarebbero state mobilitate centinaia di migliaia di uomini contro uno dei più importanti eserciti europei». L’Italia, secondo Edmondo De Amicis, che vi partecipò, si limitò a considerare la guerra come «giusta e santa, ch’era necessità e dovere di farla».

Personaggio centrale di questa vicenda sarà il generale Alfonso Ferrero della Marmora, già presidente del Consiglio dal settembre 1864 alla metà di giugno del 1866, quando era iniziata la guerra e ne aveva assunto la direzione, lasciando a Bettino Ricasoli la guida politica del Paese. Per restare alla testa del governo La Marmora aveva accettato consistenti tagli alle spese militari (drastica fu la riduzione dell’acquisto di cavalli e muli) e questo, assieme al fatto che buona parte dell’esercito — ottantamila soldati — era ancora dislocato al Sud per i motivi già ricordati, fu tra le cause per cui dopo soli quattro giorni di guerra l’Italia subì il primo umiliante rovescio.

Il consigliere militare dell’ambasciata prussiana Theodor von Bernhardi descrisse La Marmora come «uomo mediocremente intelligente», cresciuto «nello stretto ambito di uno Stato di terzo livello». Grande ammiratore di Napoleone III, La Marmora considerava la guerra vinta in partenza al punto di prefigurare uno «smembramento» dell’Impero austriaco. Avrebbe desiderato condurre lo scontro militare in modo blando, cosicché l’Austria non fosse costretta a distrarre truppe dal fronte lungo il quale combatteva con la Prussia. La Prussia ne sarebbe uscita fiaccata e ciò sarebbe stato negli interessi francesi che, a dispetto degli accordi con Berlino, continuavano a stare a cuore al nostro generale.

L’intesa italo-prussiana, spiega Heyriès, non fu così scontata quanto un’interpretazione deterministica della storia potrebbe far pensare: «Molte reticenze, sospetti e incomprensioni reciproche indebolirono fin dall’inizio un trattato di alleanza che legava i due Paesi sia sul piano dell’offesa che della difesa».
La guerra scoppiò il 20 giugno del 1866 in un’atmosfera di «elettrizzante entusiasmo», anche per la fiducia italiana nella superiorità militare per terra e sulle acque adriatiche.

Una superiorità numerica, beninteso. Data la stagione, l’Italia ritenne di risparmiare sulle coperte, ma le notti nella pianura del Po erano assai umide e molti soldati si svegliarono con la febbre. Di giorno faceva un caldo insopportabile. Presto mancò il pane che arrivava ammuffito, lo si sostituì con biscotti che però giungevano sbriciolati, la carne era andata a male, il formaggio era in via di deperimento e il vino si era trasformato in aceto. In mancanza di avena, ai cavalli fu dato del fieno fresco, che ne fece ammalare un bel po’.

Alla battaglia ai piedi delle colline di Custoza il 24 giugno molti soldati si presentarono digiuni o, peggio, intossicati. La guardia nazionale dava di sé l’immagine di un’accolita «pietosa»: «Erano per metà in divisa, parte in giacchetta, parte in marsina; alcuni in manica di camicia, altri a piedi scalzi, qualche soprabito, qualche cappello a cilindro compiva il quadro». Un battaglione di Bari, si legge in un rapporto militare, scioccò la popolazione per lo «stato lurido dell’equipaggiamento», la «sudiceria delle persone» e la «cattiva composizione del personale di bassa forza, il quale conteneva individui noti sfavorevolmente come dediti al furto».

Secondo Angelo Umiltà e Giovanni Cadolini — che di quei soldati scrissero a ridosso degli eventi — molti cercarono di fuggire, ad altri cedettero i nervi, altri si diedero al furto persino delle «scodelle loro distribuite per la minestra». Ma all’origine del disastro furono soprattutto i generali. La Marmora contrapposto a Enrico Cialdini (che non volle con sé il principe Umberto): li accomunava solo l’antipatia nei confronti del re, peraltro ricambiata. La Marmora detestava anche Giuseppe Govone («un professorino rompiscatole»). Enrico Della Rocca, apprezzato dal sovrano ma amareggiato per essere rimasto un generale di corpo d’armata, li criticava tutti. Giovanni Durando aveva fama di non essere precisamente un portafortuna. Agostino Petitti (incaricato di «impiantare un embrione di quartier generale a Piacenza») fu ribattezzato sprezzantemente «embrione».

Si distinsero per meriti militari i granatieri di Sardegna che, sul monte Croce, nel corso di combattimenti contro brigate austriache due volte più numerose, ebbero la meglio. Tra loro il capitano Luigi Pelloux, destinato a diventare presidente del Consiglio nella crisi di fine secolo che lo avrebbe travolto. La Marmora, appena le cose presero ad andar male, crollò psicologicamente: «Che disfatta! Che catastrofe! Nemmeno nel ’49», lo si sentì mormorare.

Il generale Govone avrebbe potuto vincere, ma nessuno lo aiutò. Circostanza che restò incomprensibile per il generale prussiano Helmuth von Moltke il quale, in merito, giunse a chiedere chiarimenti allo stato maggiore italiano. La Marmora lì per lì pensò al suicidio. Poi dispose che i soldati stravolti e con le uniformi in brandelli si ritirassero. «Se ne ebbe una tale vergogna», scrive Heyriès, «che venne dato l’ordine di attraversare in silenzio i villaggi per non attirare l’attenzione degli abitanti».

Ai primi di luglio giunse la notizia dell’inaspettata e travolgente vittoria prussiana a Sadowa e a quel punto l’Italia si sentì costretta a cercare un proprio trionfo riparatore. Il re si rivolse alla Marina all’interno della quale, però, non si erano ancora ben amalgamate la piemontese, dove prevaleva il vapore, e quella napoletana, tutta improntata sull’uso della vela. Sotto la guida del recalcitrante Carlo Pellion di Persano alcune navi italiane uscirono dal porto di Ancona e immediatamente si abbordarono l’un l’altra, causando reciproche avarie. Persano — che si era autopromosso ammiraglio nel 1862 ai tempi in cui era ministro della Marina — aveva innescato un circuito di odio con Giovanni Battista Albini e con il contrammiraglio napoletano Giovanni Vacca.

Un uomo di quest’ultimo, Tommaso Bucchia, si spinse ad accusare Persano di vigliaccheria in una lettera al ministro della Marina Agostino Depretis. E quando Depretis lo minacciò di destituzione nel caso fosse rimasto inerte, Persano decise di lanciare la sfida su Lissa. Tutto sembrava mettersi in maniera favorevole alla flotta italiana e invece, anche per mancanza di fortuna, fu una seconda catastrofe. Gli austriaci lamentarono la morte di 123 marinai. Gli italiani ne persero 638; 376 sul «Re d’Italia», 194 sulla «Palestro». Un disastro.

L’Italia si riscattò (relativamente) solo il 21 luglio con la vittoria di Giuseppe Garibaldi a Bezzecca. I garibaldini erano quasi tre volte più numerosi degli austriaci. E anche il numero dei loro caduti fu assai più alto di quello dei nemici. Anche loro patirono per le carenze nell’equipaggiamento: scarpe inutilizzabili e soprattutto assenza di borracce («al minimo corso d’acqua, nasceva la più grande confusione, l’ordine si spezzava e tutti si fermavano a bere»). Nessun mantello, per cui anche qui freddo, pioggia e febbre. E le camicie rosse li rendevano per gli austriaci «un tiro a segno tra gli alberi» (così Fedrigo Bossi Fedrigotti).

Il loro addestramento lasciava a desiderare: a Monte Suello lo stesso Garibaldi fu ferito da uno dei suoi e vennero uccisi alcuni bersaglieri le cui uniformi grigie furono confuse con quelle dei cacciatori tirolesi. Ma almeno quella battaglia fu vinta, anche se Garibaldi dovette rassegnarsi a non procedere oltre. E ad Alfonso La Marmora che gli aveva intimato l’alt, rispose «Obbedisco!». All’improvviso era giunta l’ora dell’armistizio e della pace.

La delusione italiana fu grande. La ritirata, annota Heyriès, «prese il gusto amaro della sconfitta mascherata, della disfatta morale». Poi i soldati italiani, passati sotto la guida di Cialdini che in agosto aveva preso il posto di La Marmora, cercarono una rivincita a Palermo. Qui il generale Raffaele Cadorna fu incaricato di domare una rivolta che mise a sacco la città dal 16 al 22 settembre. Giunsero via mare in Sicilia 24 mila uomini e l’ordine fu ristabilito con modalità spietate. Così ironizzò a fine settembre il giornale satirico «Il Buonumore»: «Grrrande vittoria! La flotta è sbarcata a Palermo. Nessuna nave sfiancata o affondata. Questo strano fenomeno viene spiegato dall’assenza dell’ammiraglio Persano, e anche un po’ dall’assenza di navi nemiche».

Persano era diventato il capro espiatorio di quella bruciante sconfitta. Il principe Eugenio gli suggerì di sollecitare l’istituzione di un consiglio di guerra per mettere a tacere insinuazioni e accuse contro di lui. Persano accettò, ma il gesto fu inteso quasi come un’ammissione di colpa anche perché l’ammiraglio, essendo dal 1865 senatore, avrebbe potuto essere giudicato solo dai suoi pari e perciò fu subito chiaro che quel consiglio non sarebbe mai stato riunito. A lui pensò il Senato, che lo mise sotto processo per «viltà innanzi al nemico», lo trasse in arresto e, nel giro di quindici giorni con dodici udienze pubbliche, lo condannò alle dimissioni, alla perdita del grado di ammiraglio e a farsi carico delle spese di giudizio (ma 163 senatori su 273 non parteciparono al voto).

Gli altri protagonisti della sfortunata battaglia di Lissa — Augusto Ribotty, Simone de Saint-Bon, Guglielmo Acton — uscirono illesi dalla tempesta che aveva travolto Persano e, sottolinea con perfidia Heyriès, «divennero i padri della moderna Marina italiana». Pure La Marmora se la cavò senza essere portato in giudizio, anche se la stampa democratica lo ribattezzò «Alfonso dalle gambe lunghe» e lo descrisse da quel momento come un incompetente pusillanime. Lui cercò di rifarsi attaccando pubblicamente Cialdini, il quale gli rispose rendendo pubblici alcuni suoi telegrammi dei giorni di Custoza pressoché disfattisti.

Anche il generale Giuseppe Sirtori si unì al coro di accuse contro La Marmora. Quest’ultimo se la prese allora con la Germania, mettendo in imbarazzo il cancelliere Bismarck che nel gennaio del 1874 fu addirittura chiamato a rispondere delle accuse di fronte al Parlamento tedesco. Il già menzionato von Bernhardi accusò La Marmora d’aver ordito «un intrigo molto losco». Il giornale mazziniano «Il Sole», per parte sua, montò una campagna contro il generale Enrico Della Rocca. Il generale Giuseppe Govone nel 1872 si suicidò.

Agli italiani restò la necessità, come disse Garibaldi (in una lettera all’amico Orazio Dogliotti) di «lavare Lissa e Custoza». Ad ogni costo. «Il complesso di Lissa e Custoza», ha scritto Marco Mondini nel saggio «La guerra perduta: il 1866 e l’antimito della disfatta» — pubblicato nel libro Fare l’Italia, a cura di Mario Isnenghi ed Eva Cecchinato, primo volume della serie Gli italiani in guerra (Utet) —, «diventò rapidamente uno dei più solidi (cattivi) luoghi della memoria della storia italiana». Tale complesso ci accompagnò fino alla Prima guerra mondiale. E anche oltre.