giovedì 16 giugno 2016

Corte Europea: “Gli e-book come i libri, si possono prestare e noleggiare”

La Stampa
emanuele bonini

La conclusione può aprire la strada a un taglio dell’Iva per i libri in formato elettronico, non c’è ancora un’aliquota unica e resta più alta rispetto a quella dei prodotti di carta





Si possono prestare anche gli e-book. L’avvocato generale della Corte di giustizia europea, Maciej Szpunar, ha raggiunto la conclusione che un supporto elettronico va trattato allo stessa stregua di un libro cartaceo, applicando quindi le stesse norme che regolano lo scambio temporaneo delle opere scritte tradizionali. Sembra ovvio, ma non lo è affatto.

A Szpunar è stato chiesto di pronunciarsi su un vuoto normativo dovuto allo sviluppo di una forma di letteratura, quella su supporti digitali, avvenuta solo in tempi recenti. La Vob, l’associazione delle biblioteche pubbliche dei Paesi Bassi, ha chiesto l’estensione della direttiva europea del 2006 sul diritto di noleggio in materia di proprietà intellettuale anche ai prodotti non stampati su cellulosa. Non avendo saputo trovare una risposta, il tribunale dell’Aja si è rivolto all’organismo di Lussemburgo. Il parere non è vincolante ma, raramente, la più alta magistratura europea contraddice il suo avvocato generale.

Le conclusioni
Secondo l’avvocato generale Maciej Szpunar «il legislatore dell’Unione non ha inteso includere il prestito di libri digitali nella nozione di “prestito” figurante nella direttiva, poiché, all’epoca, la tecnologia dei libri digitali sfruttabili commercialmente era solo agli inizi». Ma a suo giudizio l’evoluzione del mercato permette un’applicazione flessibile della stessa direttiva del 2006. Si propone quindi un’interpretazione «dinamica» o «evolutiva» delle disposizioni comunitarie. Sulla base di questa impostazione porta a ritenere che la messa a disposizione del pubblico, per un periodo limitato, di libri digitali da parte delle biblioteche pubbliche «può effettivamente rientrare nell’ambito di applicazione della direttiva sul diritto di noleggio e di prestito».

Libri digitali e libri tradizionali
La conclusione di oggi può aprire la strada ad un taglio dell’Iva per i libri in formato elettronico. A livello europeo non c’è ancora un’aliquota unica degli e-book, che resta più alta rispetto a quella applicata sui prodotti di carta. La Commissione europea ha promesso di proporre entro dine anno un’armonizzazione delle regole che vadano verso un livellamento verso il basso dell’imposta per le letture su kindle e tablet. 

Cinque programmi per proteggere le tue password

La Stampa
dario marchetti

Niente più dati di accesso da ricordare: queste app creano parole chiave inespugnabili e le memorizzano per te su pc, smartphone e tablet



Per proteggere i propri dati personali in Rete basterebbero poche, semplici regole: utilizzare password lunghe, composte da numeri, lettere e simboli e, soprattutto, non usare password identiche o simili tra diversi servizi. Il problema è che però si finisce per avere una lista di parole chiave complesse e quasi impossibili da ricordare. Ecco allora cinque servizi, alcuni gratuiti, altri a pagamento, che aiutano anche i meno esperti di web e computer a raccogliere tutti i nostri dati d’accesso in un solo luogo, consentendoci di ricordare una sola password per fare il login su Facebook, Twitter, Amazon e qualsiasi altro tipo di servizio digitale.

1Password
Uno dei servizi più affidabili in Rete è quello di 1Password. Con un’interfaccia pulita e accessibile, questo programma raccoglie tutte le tue password (ma anche carte di credito e documenti) e le protegge con una cifratura di alto livello. Il sistema include anche un generatore di parole chiave praticamente inespugnabili. E grazie all’integrazione con Mac, Windows, iOS e Android, le informazioni salvate viaggiano sempre con te, permettendoti di accedere agli account con un solo clic, sempre e comunque.
Dove lo trovo: su 1password.com
Quanto costa: 4,50 euro al mese, o 57 euro una tantum
Compatibile con: Windows, Mac, Android, iOS

LastPass
Simile a 1Password, ma con una grafica ancora più intuitiva, LastPass salva gli account in un solo luogo, genera nuove password complesse e se le ricorda tutte in automatico. All’utente tocca il compito di ricordarsene una sola, quella che consente l’accesso a tutte le altre. L’utilizzo di base è gratuito, ma per sincronizzare i dati fra più dispositivi, come pc, tablet e smartphone, è necessario un abbonamento.
Dove lo trovo: su lastpass.com
Quanto costa: gratis, oppure circa 11 euro all’anno per le funzioni complete
Compatibile con: Windows, Mac, Android, iOS

Dashlane
Oltre alle funzioni già descritte per gli altri servizi, Dashlane è in grado di compilare in automatico i dati di pagamento nei maggiori negozi di shopping online, come Amazon ed eBay, generando in automatico un resoconto degli acquisti e salvando una per una tutte le ricevute. E in caso di sospetto hackeraggio, Dashlane cambia in automatico la password per proteggerti dalle intrusioni.
Dove lo trovo: su dashlane.com
Quanto costa: gratis, oppure 39 euro all’anno per le funzioni pro
Compatibile con: Windows, Mac, Android, iOS

KeePass
A differenza di tutti gli altri, KeePass è un progetto gratuito e open-source dedicato agli utenti un po’ più esperti. Invece di salvare tutte le informazioni online, sul cloud, KeePass le codifica con chiavi di cifratura ad alto livello di sicurezza e le memorizza nel dispositivo stesso. E il generatore di password integrato promette di creare dati d’accesso inespugnabili.
Dove lo trovo: su keepass.info
Quanto costa: gratis
Compatibile con: Windows, Mac, Linux, iOS e Android

RoboForm
Più spartano in termini di funzionalità e anche di interfaccia, RoboForm fa comunque il suo dovere, salvando tutte le informazioni o sul dispositivo oppure sul cloud, così da condividerle anche con smartphone e tablet. Attenzione: il servizio sembra gratuito, ma al decimo utilizzo scatta il pagamento dell’abbonamento annuale, che rimane comunque economico e vantaggioso.
Dove lo trovo: su roboform.com
Quanto costa: 9 euro all’anno
Compatibile con: Windows, Mac, Linux, iOS, Android

Roma, Barbareschi attacca Benigni: «Gente come lui tiri fuori i soldi, fanno quelli di sinistra ma tengono il portafogli a destra»

Il Messaggero



«Gente come Benigni tiri fuori i soldi e investa nel teatro». Luca Barbareschi non bada al politically correct e chiama in causa direttamente un "mostro sacro" dello spettacolo italiano. Il direttore artistico del Teatro Eliseo, che ha presentato la nuova stagione che dovrebbe far rinascere lo storico palcoscenico romano, alla domanda su che tipo di sforzo economico ci sia bisogno per rivitalizzare il teatro, non ha esitato e ha risposto: «Chi ha i soldi li investa, anche i privati. Io ho investito 4 milioni e 8 per rifare il teatro e 2 e mezzo in startup. Ho messo soldi miei. Benigni, che è molto ricco, metta soldi. Tutte le grandi star italiane che hanno ingenti mezzi mettano soldi propri».

Su iOs 10 si potranno cancellare le app preinstallate

La Stampa
andrea signorelli

La novità principale tra le tante che non hanno trovato spazio sul palco del WWDC



Su iOs 10, la nuova versione del sistema operativo mobile di Apple presentata durante il WWDC , sarà possibile cancellare le applicazioni preinstallate su iPhone o iPad. Una novità che non ha trovato spazio durante l’evento di lunedì, ma che è stata ufficializzata direttamente sul sito di Apple , per la gioia dei tanti utenti che, finora, si vedevano costretti a raggruppare tutte le app inutilizzate e non cancellabili in una cartella a parte.

Tra le app preinstallate sui dispositivi mobili Apple, in effetti, ce ne sono parecchie che raramente vengono utilizzate: quella relativa alla Borsa, quella dell’iWatch (inutile per chiunque non abbia l’orologio creato a Cupertino) o Apple Maps, che si rivela nella maggior parte dei casi un doppione di Google Maps. 

Le applicazioni che si possono cancellare, liberando spazio sul display e nella memoria dell’iPhone, sono parecchie. Oltre a quelle già citate, si potrà eliminare iBooks, Trova gli Amici, FaceTime, la bussola, la calcolatrice, iTunes, Podcast, Promemoria, Meteo, Mail e altre ancora.

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Apple fa sapere che eliminare queste applicazioni potrebbe però causare dei problemi di funzionamento del sistema: per esempio, cancellando la app Meteo si elimineranno anche le notifiche sul meteo che compaiono nel centro notifiche. Piccoli problemi che potrebbero essere risolti nel momento in cui iOs 10 uscirà dalla fase beta (riservata agli sviluppatori) e verrà diffuso a tutti gli utenti, il prossimo autunno. 

La possibilità di cancellare le app preinstallate è sicuramente la più importante e la più attesa tra le novità minori, ma ce ne sono altre che vale la pena citare: iOs 10 consentirà infatti agli utenti di ricordare dove si ha parcheggiato la macchina, darà la possibilità di cancellarsi dalle newsletter non più gradite, utilizzando un semplice bottone in Mail, e di scattare foto in formato RAW, ovvero senza alcuna perdita di qualità dell’immagine, come invece accade con il JPEG. Una novità che sarà sicuramente apprezzata dai professionisti, che potranno così avere molti più dati su cui lavorare in fase di post-produzione.

La nuova vita del vino d’antan vietato dal Duce

La Stampa
maurizio iappini

Alessandria, era tra i più in voga a inizio ’900 ma una legge lo proibì



Vietato dal Duce, ha resistito all’estinzione grazie alla regola non scritta tipicamente italiana del «fatta la legge, trovato l’inganno» e oggi è diventato un esempio di «archeologia vinicola». È il vitigno conosciuto come «Bacò», incrocio fra Vitis Vinifera e Vitis Riparia e che in tutto il nord Italia fu uno dei vini più in voga a inizio secolo ma che conobbe la sua «damnatio memoriae» durante il regime fascista quando nel 1936, per legge, venne vietata la coltivazione di molti vitigni ibridi, importati nei primi anni dell’800 dall’America per cercare di sostituire quelli autoctoni, devastati dalla filossera a sua volta (ironia della sorte) arrivata dal nuovo continente grazie allo sviluppo delle navi a vapore che accorciarono i tempi della traversata transoceanica permettendo alla malattia di diffondersi in Europa.

La legge fascista fu applicata in modo blando e il Bacò continuò a essere utilizzato come «colorante» naturale per altri vitigni anche perché fino al dopoguerra era normale per ogni cascina della pianura padana (anche se la «delocalizzazione della vite in collina era già avvenuta) «prodursi» il proprio vino per l’inverno. Il motivo di tanto accanimento non era politico (il nero del Bacò ben si sarebbe adeguato al colore di moda nel regime fascista) ma sanitario perché il peccato originale del vino vietato era di possedere un alto tasso di tannino e di sviluppare alcol metilico (sostanza che può provocare danni alla salute) durante la vinificazione. Un divieto proseguito anche durante la Repubblica e confermato dall’Unione Europea al punto che ancora oggi è vietata la trasformazione dell’uva di Bacò in vino.

Nelle campagne di Novi, nell’Alessandrino, c’è chi ha riscoperto questo vitigno: Roberto Bovone, ferroviere per mestiere e amante della storia alimentare e vinicola locale, racconta come si è imbattuto nel Bacò: «Parlando con qualche amico, ho rievocato i tempi dei nonni e i loro racconti, divertendoci a ricordare i nomi dei vitigni più in voga fino al dopoguerra, dal Nerello al Faschetano quando mi sono ricordato del Bacò e di dove mio nonno mi fece conoscere quel vitigno».
È la cascina Scrapa, di Ezio Grosso, in piena Frascheta (un dedalo di strade e di incroci ricchi di cappellette religiose che qualcuno vuole siano state costruite per contrastare i Sabba che le Streghe

avrebbe fatto nei quadrivi in mezzo ai boschi di frasche), zona che fino alla fine dell’800 era rinomata per le tante qualità di vini prodotti. Bovone così lo ha ritrovato salvandolo dall’abbandono e ha provato a piantare una barbatella (di filari interi in zona non se ne trovano più) a casa sua, per spirito di conservazione della memoria: «Abito nella casa di mio nonno e in questo modo mi sembra di fare un omaggio a lui e alla sua generazione anche perché di vinificare il Bacò non ci penso neppure».
Per Bovone (che ora proverà a ricercare altri vitigni autoctoni in abbandono come l’uva Cenerina) una sfida vinta contro l’oblio e la gioia di avere riscoperto una storia che avrebbe rischiato di estinguersi e di cui ai nostri giorni si sarebbe persa ogni memoria, parafrasando De Gregori.

Così la Cia mi ha torturato nel carcere di Guantanamo»

Corriere della sera

di Sara Gandolfi

Washington rende pubblici i documenti «top secret» con la testimonianza di Abu Zubaydah: dal «waterboarding» alle «scatole di confinamento». Il ruolo dei medici



«Avevo i ceppi ovunque, anche alla testa, non potevo muovermi. Poi mi hanno messo un panno in bocca e hanno cominciato a buttare acqua, acqua, acqua». Abu Zubaydah racconta così la pratica di tortura del «waterboarding» inflittagli nel 2007 nella prigione militare di massima sicurezza a Guantanamo Bay, base americana in terra cubana. Il New York Times ha pubblicato parte della testimonianza dell’uomo, che la Cia aveva identificato come un membro di al Qaeda: è la prima testimonianza in prima persona di una vittima di tortura a Guantanamo, resa pubblica dal governo assieme ad altri documenti «top secret» dell’agenzia di intelligence americana, su richiesta dell’American Civil Liberties Union.
In piedi, nudo, per ore
Con un inglese approssimativo, Abu Zubaydah racconta le sofferenze subite. E’ stato costretto a restare in piedi per ore, legato e nudo, in una stanza fredda, con una gamba ferita. Ha dovuto fare i propri bisogni in un secchio davanti ad altra gente, «come un animale». Ed è stato sottoposto al «waterboarding» (83 volte in un mese) finché non smetteva di respirare e i medici lo riportavano in sé. «All’ultimo momento, prima che morissi, si fermavano». Io gli dicevo: «Se volete uccidermi, fatelo». Invece, aspettavano che riprendesse fiato e ricominciavano.
Il dossier del Senato
L’uso di torture a Guantanamo era già emerso in passato, in particolare in un dossier di 500 pagine pubblicato nel dicembre 2014 dal Comitato Intelligence del Senato Usa. Ma è la prima volta che la descrizione del «waterboarding» e di altre forme di tortura fisica e psicologica provengono direttamente da un ex detenuto di Guantanamo.
I consigli «medici»
A questa testimonianza, si aggiungono le rivelazioni fornite da altri documenti «declassificati» in questi giorni, di cui dà notizia il britannico The Guardian: il personale medico della Cia dava istruzioni su come torturare i detenuti — dopo l’attacco alle Torri Gemelle di New York del 2001 — utilizzando la deprivazione del sonno, il digiuno parziale, il «waterboarding» e le «scatole di confinamento», sorta di bare in cui a malapena poteva entrare il corpo di una persona. I documenti datati 2004 e resi pubblici soltanto martedì provano il coinvolgimento diretto dei funzionari assegnati all’Office of Medical Staff (Oms) della Cia. Sono vere e proprie «linee guida per il sostegno medico e psicologico» alla tortura. Non solo. I medici dell’intelligence davano indicazioni anche su come gestire un detenuto in sciopero della fame, alimentandolo forzatamente per via rettale.
Le bare di «confinamento»
Abu Zubaydah, un cittadino saudita catturato in Pakistan nel 2002, è stato «confinato» per 11 giorni in una «scatola» grande poco più del suo corpo e altre 29 ore in una scatola ancor più piccola, 76x76x53 cm. Si trova ancora agli arresti a Guantanamo.

16 giugno 2016 (modifica il 16 giugno 2016 | 09:44)

L’assegno argentino che fa infuriare Francesco

La Stampa
andrea tornielli

Respinta una donazione del governo: il Papa teme strumentalizzazioni


Il simbolo satanico. L’assegno conteneva le cifre “666”, numero diabolico per eccellenza. Un dettaglio che Bergoglio non avrebbe gradito

Una donazione del governo argentino da oltre un milione di euro rispedita al mittente, una fondazione di diritto pontificio, e come tocco finale, un 666, il numero della Bestia satanica. Sono gli ingredienti di quello che a prima vista potrebbe apparire come un giallo diplomatico internazionale ma che ha in realtà una spiegazione molto più semplice: la volontà di Papa Francesco di non farsi strumentalizzare.
Questi i fatti: con il decreto 711/16 pubblicato il 30 maggio scorso il governo del nuovo presidente argentino Mauricio Macri erogava 16 milioni e 666 mila pesos a «Scholas Ocurrentes», Fondazione internazionale di diritto pontificio, approvata da Papa Francesco un anno fa per promuovere l’integrazione sociale e la cultura dell’incontro attraverso una rete che comprende più di 430.000 scuole nei cinque continenti.

All’indomani del VI congresso mondiale di Scholas, tenutosi in Vaticano il pomeriggio di domenica 29 maggio alla presenza di ospiti hollywoodiani come Richard Gere, Salma Hayek y George Clooney, il governo argentino stanziava la generosa somma, pari a poco più di un milione di euro, in favore della fondazione. Ma quel denaro era destinato a rimanere nelle casse dello Stato. Con una lettera datata 9 giugno i direttori mondiali di Scholas Ocurrentes José María del Corral e Enrique Palmeyro dichiaravano infatti di voler rinunciare alla donazione, perché «c’è chi cerca di minare questo gesto istituzionale al fine di creare confusione e divisione tra gli argentini».

Che cosa è accaduto nei dieci giorni trascorsi tra l’annuncio dello stanziamento e la rinuncia? C’è stato un intervento del Papa, che ha chiesto per iscritto ai due responsabili di rifiutare. «Il governo argentino deve rispondere a tante necessità del popolo, non avete diritto di chiedergli un centesimo», sono le parole che vengono attribuite a Francesco, che avrebbe aggiunto: «Dio sempre provvede attraverso la divina Provvidenza». Il Papa avrebbe anche specificato, con un post scriptum, di non aver gradito quel «666», il numero diabolico per eccellenza. Va detto, a questo proposito, che il governo argentino non ha avuto responsabilità nello stabilire quella cifra, che era invece una precisa richiesta di Scholas Ocurrentes, corrispondente alle spese necessarie per ristrutturare la sede centrale della fondazione in Argentina e per l’assunzione di 36 impiegati.

Ma i motivi del rifiuto papale non sono stati certo la numerologia e le simbologie sataniche. All’origine della decisione di restituire lo stanziamento ci sarebbero altre ragioni. Innanzitutto, la donazione era stata presentata da alcuni giornali come un gesto distensivo del nuovo esecutivo nei confronti del Papa, interpretazione non smentita dal governo. E aveva però provocato anche aspri commenti contro Bergoglio. Bisogna infatti comprendere che spesso negli ambienti politici argentini la tonaca del loro connazionale diventato Pontefice è tirata da una parte e dall’altra, in polemiche e strumentalizzazioni. Anche per questo ha preferito rinunciare al denaro.

Ma la clamorosa decisione è anche, e forse principalmente, un segnale alla dirigenza della fondazione, alla sua gestione e all’uso delle risorse che ottiene. Il governo argentino che aveva risposto a una richiesta precisa della fondazione, ha incassato il colpo, prendendo atto della restituzione e ribadendo l’impegno a sostenere Scholas nel compito di promuovere i valori della pace, l’inclusione e l’incontro tra i giovani. I due direttori della fondazione Palmeyro e del Corral hanno comunicato al governo che sosterranno le spese preventivate grazie a mutui e donazioni private.

Tuscania, accusata di furto degli scarti di cibo del supermercato: commessa assolta

Il Messaggero



Portava a casa gli scarti di cibo del supermercato: commessa assolta dall’accusa di furto. E’ stata denunciata dai titolari di un emporio di Tuscania che l’avevano sorpresa all’uscita con gli avanzi.

Decisiva la testimonianza di una collega, secondo la quale nel supermercato dove entrambe lavoravano  -  in due settori alimentari diversi – sarebbe stata prassi, la sera, regalare o cedere sottocosto ai clienti i prodotti a brevissima scadenza, che il giorno successivo non sarebbero più potuti essere messi in vendita, come ad esempio certi tipi di formaggio o le mozzarelle.

I dipendenti, inoltre, avrebbero avuto il permesso di portarsi a casa, gratis, i ritagli di pane, pizza e altri prodotti freschi da forno, nonché i ritagli dei salumi. Meglio sulla tavola delle commesse, che buttarli. Tutto bene fino a quando l’imputata non è stata bloccata all’uscita  con una manciata di avanzi nella busta dove ci sarebbe stata altra spesa, regolarmente pagata. I datori di lavoro hanno chiamato i carabinieri e la commessa, difesa dall’avvocato Remigio Sicilia, è finita sotto processo per furto davanti al giudice Silvia Mattei, che l’ha assolta.

Mercoledì 15 Giugno 2016 - Ultimo aggiornamento: 17:43

E' la vita, bellezza

La Stampa
massimo gramellini

Il nuovo sindaco di Londra ha vietato i cartelloni pubblicitari che portano la bellezza a spasso sugli autobus o la ostentano sui muri della metropolitana. Al cospetto del poster di una modella, le sue figlie adolescenti si sentono inadeguate e lui intende proteggerle da ogni discriminazione basata sull’aspetto fisico. Chiederò al sindaco di mandare al rogo le pubblicità dei maschi forniti di criniera leonina: mi sento discriminato nella mia calvizie. E quelle che reclamizzano oggetti di lusso, perché anche la visione di una fuoriserie fa sentire inadeguato chi non è in condizioni di permettersela.

Il politicamente corretto pensa di proteggere le persone più deboli edulcorando la realtà, anziché rendendole più forti. Nessuno sottovaluta gli effetti nefasti che le modelle anoressiche producono sugli adolescenti. Ma in genere la bellezza fa parte della vita e non può essere oggetto di censura. Altrimenti si innesca un processo al cui culmine c’è la decisione di mettere il velo alle statue. Il problema non sono i cartelloni. È la mancanza di autostima di chi, guardandoli, li paragona a sé stesso e ne soffre.

Ma non è vietando la pubblicità di un’icona ritoccata che si insegna a una ragazzina ad accettare la propria affascinante e irripetibile normalità. Si fa prima e meglio ad ascoltare le sue paranoie fino a dissiparle. La censura dei cartelloni è tanto più ridicola se pensata a tutela di una generazione che vive con lo smartphone a tracolla. La misura del sindaco finisce così per proteggere da paragoni avvilenti soprattutto gli adulti, che però la questione del loro posto nel mondo dovrebbero averla già risolta, si spera.

Il ministro Orlando chiede verifiche sul caso della scarcerazione per ritardi in Calabria

La Stampa

Polemiche dopo l’articolo pubblicato da La Stampa. Il Guardasigilli: bisogna intervenire. Prima commissione del Consiglio superiore della magistratura apre una pratica



Ha sollevato un polverone e una serie di pesanti prese di posizione politiche e istituzionali l’articolo pubblicato oggi dal nostro quotidiano sulla scarcerazione di tre presunti affiliati alla `ndrangheta della Piana di Gioia Tauro per il mancato deposito da parte della Corte d’appello di Reggio Calabria delle motivazioni della sentenza del processo «Cosa mia» sulle cosche di Rosarno.

Il mancato deposito delle motivazioni non ha consentito alla corte di Cassazione di pronunciarsi nei tempi fissati dalla legge sulla sentenza d’appello, determinando il ritorno alla libertà dei tre presunti affiliati per la scadenza dei termini di carcerazione preventiva. 

È intervenuto anche il ministro della Giustizia Andrea Orlando, che ha reso noto di avere chiesto agli ispettori di via Arenula «di acquisire notizie» . Compito degli ispettori, nel caso la vicenda fosse confermata, è di «assumere le conseguenti iniziative». Il ministro fa capire, in sostanza, che quanto è accaduto non potrà non avere conseguenze per chi se n’è reso responsabile.

La prima commissione del Consiglio superiore della magistratura, intanto, ha chiesto al comitato di presidenza l’apertura di una pratica. A renderlo noto il presidente della prima commissione Renato Balduzzi. 

Furbetti

La Stampa
jena

Dichiarazione autobiografica di Renzi: «Per i furbetti è finita la pacchia».

Da Badoo a LinkedIn, così vengono violati e venduti i profili degli utenti

La Stampa
carola frediani

Molti gli account italiani hackerati sul sito di dating. Ma sui mercati neri dei dati personali emerge di tutto, anche profili Trenitalia. I prezzi, i profitti dei venditori, e cosa fare per recuperare i dati



Di tutte le violazioni informatiche emerse nei mesi scorsi, almeno una avrebbe dovuto suscitare più attenzione in Italia: quella che ha riguardato utenti della piattaforma di dating Badoo, piuttosto frequentata nel nostro Paese. A inizio giugno infatti il sito LeakedSource - che raccoglie e categorizza i dati sottratti a servizi e social online, dopo averli raccattati in giro per la Rete, tra siti delle darknet e forum russi - sosteneva che Badoo.com fosse stato hackerato, e di aver quindi ottenuto una copia dei dati trafugati, aggiungendola al proprio motore di ricerca. Badoo ha negato alla testata americana Motherboard di essere stata direttamente violata. Nondimeno, i dati commerciati nell’underground della Rete, quale che sia la loro provenienza, sembrano davvero riguardare utenti iscritti al sito di dating. E contengono molti account italiani.

Il caso Badoo
I dati raccolti da LeakedSource su Badoo assommano a 127 milioni di profili. Ognuno di questi può contenere informazioni come email, nome utente, password, genere, nome e cognome, data di nascita e altri elementi. Guardando i domini delle caselle di posta usate dagli iscritti si intuisce che molti profili sono italiani: oltre 5milioni su @hotmail.it, oltre 2 milioni su @libero.it, quasi 2 milioni su @live.it, 1,1 milione su @yahoo.it, 771mila su @alice.it, 491mila su @tiscali.it e 379mila su @virgilio.it, per un totale di oltre 12 milioni di caselle di posta.

Del resto, nell’elenco delle password più usate dai profili Badoo finiti online, ne appaiono molte che alludono chiaramente a utenti tricolori: Juventus, Antonio, Napoli, amoremio, ciaociao e via dicendo. La Stampa ha potuto verificare che alcuni di questi profili italiani rivelano dati come: nome e cognome, nome utente, password in chiaro, data di nascita. Secondo LeakedSource, le password erano salvate e cifrate con metodi «non all’altezza degli attuali standard» (tecnicamente: in MD5 senza salting), per cui molte sarebbero state violate facilmente.

Non riusare la password
Se si è dunque iscritti a Badoo, quanto meno in via precauzionale, è consigliabile cambiare la propria password e verificare che la stessa non sia stata riutilizzata su altri profili e social. In tal caso, meglio correre a cambiarla dappertutto. Già, perché il riuso delle password su più siti e servizi è alla base di gran parte delle violazioni di profili individuali e del furto di informazioni. E, sempre stando alla cronaca recente, tale pratica è la prima indiziata per una serie di violazioni avvenute ai danni di utenti TeamViewer, il noto software di supporto e accesso remoto. Nonché per il breve sequestro del profilo Twitter di Mark Zuckerberg da parte degli hacker di OurMineTime. Il boss di Facebook avrebbe commesso due leggerezze: usare la stessa password di LinkedIn per altri profili e sceglierne una a dir poco imbarazzante (“dadada”).

Il commercio dei profili
Questa primavera è stata densa di quelli che in gergo si chiamano dump di siti importanti, cioè copie di database degli iscritti a un servizio prelevate non si sa bene quando o come, e improvvisamente affiorate dalle profondità della Rete. Dove ci sono persone specializzate nel commercio all’ingrosso e al dettaglio di profili utente. E ce n’è per tutti i gusti. Ad esempio, La Stampa ha verificato che su Alphabay, uno dei più importanti mercati neri del Deep Web, un venditore, AccountShop, ha messo recentemente in vendita account da oltre 200 siti. Tra questi spiccano anche username e password di utenti Trenitalia, venduti a 8 dollari l’uno (ben più cari della media). I profili Airbnb sono invece venduti a 4,30 dollari l’uno. Quelli EasyJet a 2,90 dollari. Groupon tra 1 e 1,20 dollari. LinkedIn a 2,90 dollari. Zalando a 5 dollari. Ma ce ne sono molti altri. 

La Stampa non ha potuto verificare se gli account in vendita siano autentici e funzionanti, rileva però che la reputazione del “negoziante” e i feeback dei suoi clienti sono abbastanza buoni. «Sono un rivenditore, conosco un sito che vende questi account a prezzi più bassi, li compro lì e li rivendo qua», mi scrive AccountShop attraverso il sistema di messaggistica di AlphaBay. «Vendo circa 500 account al mese. In media guadagno tra i 30 e i 90 dollari al giorno, ma a volte ho delle vendite in massa e faccio di più. Dei profili Trenitalia non so nulla di specifico».

Un altro venditore del sito, Bestworks, con 456 recensioni positive, mette in vendita un dump massivo di oltre 10mila account internazionali hackerati, che vanno da Amazon a Dropbox e Instagram. E questo solo per restare nell’ambito di un solo mercato nero. Su un mercato minore,T•chka, che ha per altro un codice di condotta curioso (i codici di condotta non sono inusuali nei mercati del Deep Web, ce ne aveva uno anche Silk Road, ma questo è molto definito: il sito non accetta droghe sintetiche poco note, armi, veleni ed esplosivi, pornografia, contenuti relativi ad estremismo, nazionalismo ed antisemitismo o altre forme di discriminazione) un hacker ha messo in vendita il database di un popolare sito francese di modelle, anche se i dati sembrano essere limitati a nomi ed email.

I profili LinkedIn
Lo scorso maggio su un altro sito, The Real Deal, circolava un hacker di nome Peace che commerciava 117 milioni di profili LinkedIn, vale a dire ne vendeva email e password. La fuga di dati era stata confermata anche dal già citato LeakedSource, che aggiungeva al suo motore di ricerca ben 167 milioni di profili del social network lavorativo (solo una parte conteneva anche le password).
Da dove arrivavano questi dati? Da un attacco informatico a Linkedin avvenuto nel 2012, quindi già noto.

Tuttavia inizialmente erano stati rilasciati online solo una minima parte dei profili violati (6,5 milioni) mentre i restanti sembrano essere rimasti dormienti da qualche parte per poi sbucare fuori di recente. Così ci si è resi conto che quella violazione del 2012 era molto più seria. LinkedIn ha mandato una mail ai suoi utenti, specificando di aver invalidato la password se l’account non aveva reimpostato la password dal 2012. Se non l’avete ricevuta o comunque siete nel dubbio di non averla più cambiata dal 2012, fate in modo di cambiarla. Idem se usate la stessa per altri siti. 

Sono stato hackerato?
Può essere anche utile controllare che la propria email non sia presente in uno dei passati dump di profili social, altrimenti il proprio account potrebbe essere stato violato (e la sua password in possesso di un numero indefinito di persone). Come verificarlo? Andando sul sito Have I Been Pwned? e digitando la propria mail. Il sito è gestito nel tempo libero dal ricercatore di sicurezza informatica Troy Hunt (che lavora per Microsoft).

Il mercato dei server
A essere commerciati non sono comunque solo i dati degli utenti. Il sito XDedic è un forum che vende l’accesso a server hackerati in tutto il mondo. Un server in Europa costa appena 6 dollari, riferisce l’azienda di cybersicurezza Kaspersky, e può essere utilizzato per sferrare attacchi informatici. Attualmente sul sito sono presenti 70mila server messi in vendita da oltre 400 utenti.

La Madonna del santuario voluto da San Luigi Orione verrà ricoperta con l’oro donato dai fedeli

La Stampa
mauro facciolo

Al lavoro uno degli ultimi artigiani specializzati in questi restauri: la statua è alta 14 metri e pesa 120 quintali


Nel cantiere con l’artigiano Lino Reduzzi

La sottilissima lamina d’oro a 24 carati, larga 8 centimetri per 8, per un refolo d’aria si alza e vola via dalla «pennella», un attrezzo a metà fra spatola e pennello. Lino Reduzzi con consumata esperienza la recupera senza battere ciglio a mezz’aria e poi la sistema con delicatezza sull’enorme capo della statua della Madonna della Guardia col Bambino in braccio, fissandola alla superficie con l’aiuto di un batuffolo di cotone. Procede così, con estrema pazienza e cura, l’operazione di ridoratura dell’enorme statua (è alta 14 metri e pesa 120 quintali) che dall’alto della torre alta 60 metri, eretta a fianco del santuario voluto da don Orione, domina Tortona.

La statua ha una superficie di circa duecento metri quadrati. È in bronzo, realizzata in tre pezzi dallo scultore Narciso Càssino, di Candia Lomellina, e fusa dalla fonderia Battaglia di Milano. I segni del tempo e delle avversità atmosferiche si vedono tutti se ci si arrampica fino in cima al ponteggio che ora nasconde l’effigie. Reduzzi e i suoi collaboratori hanno raschiato e risanato l’intera superficie e stanno completando il trattamento con uno speciale prodotto oleoso che fa da base per la posa delle lamine d’oro.



L’AIUTO DEI FEDELI
L’iniziativa di intraprendere il restauro («ed era davvero necessario» commenta Reduzzi, che ha esaminato la superficie della statua centimetro per centimetro) è stata presa da don Renzo Vanoi, il dinamico rettore orionino che da poco meno di due anni si occupa del santuario. È stato lui a rivolgere un appello ai fedeli, perché donassero vecchi gioielli e ori («come aveva fatto don Orione quando lanciò la raccolta del rame tra la popolazione per realizzare la statua»). I preziosi, così come le offerte, sono arrivati. L’oro è stato portato a una ditta specializzata, la Manetti di Firenze, che l’ha trasformato in lamine.

In tutto circa un chilogrammo e mezzo di metallo prezioso, 24 carati, reso disponibile in «libretti» (duemila) di 25 foglietti ciascuno. Ogni mille fogli 30 grammi d’oro. Il restauratore stacca dalla pagina di carta velina la lamina (che è per l’appunto di 8 centimetri per 8) e la posiziona sulla statua, accanto a un altro «foglio». Vista l’enorme superficie da coprire, serviranno circa 3 mesi per completare l’intervento. «Occorre tanta pazienza ma anche saper stare per ore da soli, senza scambiare parola con nessuno» commenta Reduzzi. Al termine, però, la statua tornerà a risplendere come quando, nel 1958 , fu issata e posizionata con paranchi e carrucole fino in cima alla torre. L’auspicio è di riuscire a ultimare i lavori per il 29 agosto, giorno della festa della Guardia. 



ARTIGIANO PER SCELTA
Lino Reduzzi ha 59 anni. Sposato, 5 figli, è originario del Bergamasco. Ha cominciato a lavorare nella bottega artigiana Fratelli Taragni da ragazzo, d’estate, per pagarsi gli studi di architettura all’Università. Poi però la passione l’ha assorbito completamente, ha lasciato la Facoltà a due esami dalla laurea e ha fatto del restauro il mestiere della sua vita. Ha lavorato come decoratore e doratore, tra l’altro, a Pompei, Cascia, alla Guardia di Genova. Ora è uno degli ultimi artigiani a occuparsi di interventi così impegnativi come quello di Tortona. «Affiderei volentieri i segreti del mestiere a qualche giovane, se fosse determinato a proseguire in questo genere di lavoro» dice.



Un filo rosso lega il suo intervento di restauro a chi l’aveva preceduto nella doratura della grande statua: era stato proprio un artigiano della bottega Taragni a realizzare l’opera, nel 1958. «Una doratura perfetta: in questo settore - commenta Reduzzi - la tradizione artigianale italiana è stratosferica, non ha competitori al mondo». Ed è una bella soddisfazione per lui occuparsi di quella che è la più grande statua di bronzo dorata d’Europa.