sabato 11 giugno 2016

Casta diva

La Stampa
massimo gramellini

Una parlamentare ha scritto su carta intestata della Camera al preside della scuola di suo figlio per chiedere una bonifica ambientale e la riparazione del sistema d’allarme. Il cuore di mamma che batte in ogni italiano, persino in quelli che genitori non sono, è portato a minimizzare l’episodio. Però viviamo nell’era dei lumi a Cinquestelle, sotto l’egemonia culturale dello scontrino e perennemente in trincea nella guerra al privilegio. Secondo le prescrizioni del galateo pentastellato, un parlamentare può benissimo ostentare la propria carica per denunciare lo stato fatiscente delle scuole. Ma se si azzarda a farlo con quella frequentata dal figlio, retrocede dal ruolo di parlamentare a quello di genitore semplice. Ed è come tale che dovrebbe rivolgersi al preside. Senza carta intestata. Altrimenti la sua diventa una forma di intimidazione. 

Qualche berluscones superstite o riconvertito al verbo democratico attingerà a un’interpretazione più elastica: se la deputata non ha chiesto nulla di specifico per la sua creatura, che male ha fatto? Ma l’oracolo pentastellato gli risponderà che è stata proprio la presenza del pupo a indurla a occuparsi delle magagne di quell’istituto. E questa è una discriminazione bella e buona, dato che l’onorevole rappresenta tutti gli italiani, non solo quelli che hanno la fortuna di mandare i figli nella scuola frequentata dal suo. Si può dunque immaginare come si sentiranno i grillini della prima ondata nell’apprendere che la deputata in questione è Roberta Lombardi, già portavoce e ora alta dirigente del movimento. Loro, a quella storia ipocrita dell’«uno vale uno», ci avevano creduto davvero.

Salvatore Esposito: “Genny e una famiglia pulita mi hanno salvato da Gomorra”

La Stampa
michela tamburrino

L’attore nella serie Sky che finisce martedì, è il giovane Savastano diventato duro e crudele



Di Genny Savastano, come è naturale che sia, Salvatore Esposito conserva solo la fisicità massiccia e costruita con cura, tra la pallanuoto da ragazzo e la necessità di mettere su muscoli per essere ancora più potente nella seconda serie di Gomorra, che si concluderà martedì con gli ultimi due episodi e il colpo di scena finale, da brivido. Lo sguardo invece tradisce la sua natura, pacata e consapevole. Ma non è sempre stato così.

Chi era Salvatore prima di incontrare Genny?
«Un ragazzo nato in periferia a Mugnano di Napoli che spiava nel negozio di barbiere del nonno e del papà per rubare le scenette esilaranti. Un bambino che è cresciuto con i film di Troisi e di Totò e che sognava di stare dall’altra parte del televisore».

Un ragazzo che ha visto la camorra molto da vicino?
«Conosco il bene e il male, le infiltrazioni camorristiche nel territorio si sentono, i giovani di periferia vivono in modo veloce, si cresce prima. Io ero, diciamo, vivace. I figli dei boss mi rispettavano perché potevo anche menare le mani e loro si facevano male. Però reagivo solo alle ingiustizie su persone deboli. Certo, avrei potuto prendere un’altra strada se la mia famiglia non mi avesse tutelato come ha fatto. E in zone abbandonate a loro stesse la famiglia è l’unica salvezza. Resisti al mito del denaro facile, del tutto e subito. Avevo amici che non ci sono più, altri in galera, altri drogati. Ma anche ragionieri, avvocati, gente che ce l’ha fatta».

Genny è partito in sordina, poi è esploso, ha subito un cambiamento che altri personaggi come Ciro non hanno avuto.
«È stata la mia fortuna. La produzione voleva solo attori al debutto e io avevo avuto una piccola parte nel “Clan dei camorristi”. Mi permisero di fare da spalla. E più provinavano e più scartavano perché nessuno sapeva rendere le due facce del personaggio. Alla fine, dopo 1200 esclusioni, lo chiesero a me. Due scene: Genny com’era all’inizio, un ragazzo semplice e come sarebbe diventato, un boss. Li convinsi subito. Ho perso 19 chili in due mesi e sono entrato nella testa di un diciottenne».

Tutto frutto del caso?
«Il caso però mi ha trovato preparato. Ho studiato molto e ora mi riconosco il pregio di essere stato pronto quando è passato il treno. Merito anche di mio nonno che mi ha incoraggiato e spronato».

C’è chi accusa Gomorra di aver stimolato l’emulazione nei ragazzi di strada perché in mancanza di un eroe buono si enfatizzano quelli cattivi. C’è un po’ di verità in questo?
«Assolutamente no e la cosa mi fa anche sorridere. Di solito chi muove queste accuse è in malafede, politicanti che si fanno pubblicità attraverso la serie, denigrandola. Gomorra è molto più complessa, tratta di eventi realmente accaduti e l’emulazione è impossibile perché rappresentiamo quello che già c’è. Siamo noi a prendere dalla realtà non il contrario. Per fortuna sono critiche di poco provincialismo».

Lei pensa di poter essere d’esempio per i giovani della sua età e della sua terra?
«Ci sono tanti ragazzi in cerca di riscatto pulito e tanti che vorrebbero frequentare le scuole di recitazione. Quando dai un’alternativa a chi non ce l’ha, salvi delle vite. Ti diamo la possibilità di diventare un calciatore, un attore, un avvocato, un medico, oppure vuoi morire? Chi sceglierebbe la morte? È la mancanza di sogni a creare la delinquenza».

È vero che l’accoglienza sul territorio è stata dura e che girare lì vi ha creato molti problemi?
«Ma quando mai! In tre anni di lavoro la gente del posto ci ha aperto le braccia. Abbiamo tanti fans lì come a Trieste o a Colonia. Scampia pericolosa? Certo ma puoi essere aggredito anche a Roma o a Milano».

Lei ora vive tra Roma e Mugnano ma se potesse votare a Napoli ai ballottaggi?
«Voterei De Magistris senza dubbio. In quattro anni ha cambiato la città, ha dato speranze e si è impegnato al massimo. Guardo anche ai candidati di Roma e mi chiedo: ma saranno in grado? Hanno la preparazione giusta?I nomi non li conosco come non conosco la loro storia politica. Ma questa è una mia lacuna».

Tre figli e suo padre a portare l’unico stipendio. Ora i soldi non saranno più un problema, ha saputo gestire bene questa improvvisa disponibilità?
«Mica sono diventato miliardario. Non è cambiato molto, prima lavoravo da McDonald’s e mi bastava. Ora è un po’ diverso, per qualche viaggio in più ma è tutto lì».

E la sua fidanzata che ne pensa?
«Non fa l’attrice, è laureata in giurisprudenza. L’ho conosciuta in Spagna, lei era lì per Erasmus e non aveva ancora visto Gomorra. Così ho capito che si era innamorata di Salvatore e non di Genny».

La gente fa pazzie per lei e per Marco D’Amore. Uomini e donne. Ne è cosciente?
«Ho visto cose che non credevo possibili, in pochi giorni sulla mia pagina Facebook siamo passati da pochi followers a 360 mila, abbiamo ricevuto qualsiasi proposta da uomini e da donne. Più che una passione sembra un’ossessione».

La sua carriera non si ferma a Genny, vero?
«Sarebbe un guaio. Ho centellinato le proposte perché mi piace il cinema sperimentale. Ho fatto un cameo in “Zeta”, di Cosimo Alemà dove sono il rapper Sante. Ho imparato a muovermi, purtroppo non canto perché sono entrato in corsa nel ruolo. In “Lo chiamavano Jeeg Robot” sono Vincenzo, un piccolo ruolo e adesso parto con il film dei The Jackal e a luglio con “Veleno” diretto da Diego Olivares che racconta del disastro dello scarico di materiali radioattivi nella Terra dei Fuochi».

Ma qual è il suo sogno?
«Una commedia brillante e di qualità, con lo spirito alla Troisi. Mi piace Genovese e il gruppo di Edoardo Leo. E poi vorrei confrontarmi con Sorrentino, Garrone e, perché no, Tarantino».

Prestazione europea di Fassino e Appendino

La Stampa
mattia feltri

Bellissimo il confronto fra Fassino e Appendino. E’ finito 2-1 per la Francia.

Si travestono da dipendenti dell’Apple Store e rubano più di 14 mila euro in iPhone

La Stampa
andrea cominetti

Le nuove divise erano state introdotte a febbraio 2015 da Angela Ahrendts, ex amministratore delegato di Burberry



Erano state cambiate per creare una «squadra di gestione più coesa», ma la semplicità (e, quindi, la facile riproduzione) delle nuove uniformi sta iniziando a costare cara alla Apple. Stando a DNA Info , infatti, ieri pomeriggio una coppia di teenager è entrata in pieno giorno in uno degli store monomarca di New York, nel quartiere di Soho, e – vestita in maniera molto simile ai dipendenti – ha rubato 19 iPhone per un valore di oltre 14 mila euro.

La rapina è soltanto l’ultima di una serie di colpi di questo tipo avvenuti negli Apple Store della città americana. La polizia sta indagando e, in particolare, sta cercando di capire se si tratta di azioni collegate tra di loro (e, quindi, organizzate da un’unica banda) o se i rapinatori non si conoscono tra di loro.

Di certo i due giovani sono stati quantomeno agevolati dalle recenti novità nel dresscode introdotte negli Apple Store da Angela Ahrendts, ex amministratore delegato di Burberry dal 2006 al 2014, e ora responsabile della divisione Retail della società di Cupertino. Da febbraio dell’anno scorso, infatti, i dipendenti sono passati dalle precedenti t-shirt dai vari colori alle uniformi blu «con il logo più piccolo, posto al centro sopra al cuore».

"Back to blue. But all new." Des Apple-Store-Mitarbeiters neue Kleider. — http://t.co/MYgVbcJxHf pic.twitter.com/ZuagDZHy43
— Storeteller (@storetellee) 28 gennaio 2015
La nuova campagna ha il nome di Back to Blue… But All New e consta di sei maglie diverse, dalla polo a maniche corte alla felpa, tutte necessariamente blu. E tutte facilmente replicabili. 

Su Facebook arrivano anche le foto a 360 gradi

La Stampa

Dopo i video, il social network attiva il supporto per le foto panoramiche, visualizzabili sia da smartphone che da pc

Dopo i video, finalmente arrivano su Facebook anche le foto a 360 gradi. Per condividerne una, basta fare una foto panoramica con lo smartphone o una circolare utilizzanto una videocamera a 360 gradi come quelle prodotte da LG, Ricoh e, presto, da Samsung. Facebook convertirà l’immagine in un formato visualizzabile sia da cellulare, ruotando il dispositivo per guardarsi attorno, oppure su pc, trascinando l’inquadratura con il mouse. Queste immagini sono facili da identificare nella timeline: basta cercare l’icona della bussola sul lato destro della foto. 



Oltre alle foto a 360° di amici e familiari, è possibile scoprire gli incredibili scatti fatti da personaggi pubblici, editori e altre organizzazioni. Le foto a 360 gradi danno la possibilità a tutti gli utenti di salire sul palco davanti a 100.000 fan con Paul McCartney, di accedere al backstage della Corte Suprema attraverso il New York Times, di visitare la Stazione Spaziale Internazionale con la NASA, e molto altro ancora. Le foto a 360° saranno esplorabili, oltre che dalla timeline, anche attraverso il Samsung Gear VR.

Così Google spia ogni nostro movimento

La Stampa
andrea signorelli

Su tutti i siti internet sono presenti dei tracker, strumenti che controllano cosa facciamo in rete per inviarci pubblicità mirata. E la privacy?



Google conosce ogni movimento che facciamo sul web e usa i dati raccolti per far comparire sui siti che visitiamo pubblicità sempre più mirate e coerenti con quanto potrebbe interessarci. Non è una novità che compagnie private controllino il comportamento degli utenti su internet a fini commerciali, ma un recentissimo studio condotto da Arvind Narayanan e Steven Englehardt, due ricercatori di Princeton, fornisce nuove informazioni a riguardo.

Lo studio ha analizzato oltre un milione di siti internet utilizzando un software open source sviluppato proprio a Princeton. Il software setaccia il web e raccoglie informazioni su tutti i «tracker» che incontra: brevi sequenze di codice che vengono inserite nei siti per tenere traccia dei comportamenti dei visitatori su internet; da dove sono arrivati, dove andranno dopo, che cosa hanno letto e che cosa hanno ignorato.

81mila tracker sono stati scovati nel milione di siti analizzati: i più diffusi sono tutti riconducibili a Google. Analytics - uno strumento per analizzare il numero di visite che un sito ottiene, ma comunque integrato con il sistema pubblicitario della compagnia - è presente nel 70 per cento del campione. I tracker di DoubleClick, società acquistata da Google nel 2008, sono stati invece trovati sul 50 per cento dei siti analizzati. Nel complesso i cinque tracker più diffusi, e 12 dei primi 20, sono di proprietà di Google.

Questi strumenti vengono creati da Google, Amazon, Adobe e altre compagnie private per rendere sempre più precisa e mirata la pubblicità visualizzata dagli utenti. Quando il tracker di una singola compagnia si trova su un grande numero di pagine web riesce infatti a seguire i nostri movimenti di sito in sito, costruendo profili molto dettagliati delle persone che si muovono per il web.

Un tracker può così accorgersi che in un determinato periodo stiamo visitando numerosi siti di automobili e che ci stiamo interessando a una particolare marca. Da queste informazioni, la «spia» deduce che potremmo essere interessati all’acquisto di una certa macchina; a quel punto inizierà il bombardamento di messaggi pubblicitari perfettamente mirati.

I sistemi che si occupano di tutto ciò sono automatizzati ed è altamente improbabile che ci siano esseri umani che conoscono i nostri movimenti sul web. Nonostante questo, il fatto che dati personali vengano analizzati senza che la maggior parte delle persone ne sia a conoscenza potrebbe rappresentare un problema in termini di privacy.

Per difendersi, comunque, ci sono strumenti gratuiti disponibili in rete che permettono a tutti di verificare cosa succede durante la navigazione. Il più diffuso tra questi è Ghostery, un plug-in che mostra tutte le «terze parti» presenti sui siti, fornisce informazioni specifiche a riguardo e blocca quelli sgraditi, permettendo agli utenti del web di navigare nel più completo anonimato.

Il Giornale regala il Mein Kampf Ambasciata Israele, «Operazione indecente»

Corriere della sera

Polemiche per la scelta del quotidiano diretto da Alessandro Sallusti di allegare il testo di Adolf Hitler a Il Giornale. «Fatto squalido» dice la Comunità Ebraica; «Bisogna conoscere la storia» replica il giornalista

(Afp)

Fa discutere la scelta de Il Giornale di regalare con l’edizione del quotidiano di sabato 11 giugno il «Mein Kampf» di Adolf Hitler. «Un fatto squallido» commenta Renzo Gattegna, presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane. «Non aver paura di storicizzare» replica il direttore del quotidiano, Sallusti.

Il libro di Adolf Hitler, «Mein Kampf», in edicola da sabato con il Giornale, scatena reazioni indignate da parte della communità ebraica. «Siamo rimasti sorpresi dalla decisione de Il Giornale di allegare il Mein Kampf al loro quotidiano. Se ce lo avessero chiesto, avremmo consigliato loro di distribuire libri molto più adeguati per studiare e capire la Shoah” riferiscono fonti dell’ambasciata d’Israele a Roma.

E Gattegna, presidente dell’Unione delle comunità Ebraiche Italiane, commenta come la distribuzione del testo sia «un fatto squallido, lontano anni luce da qualsiasi logica di studio e approfondimento della Shoah e dei diversi fattori che portarono l’umanità intera a sprofondare in un baratro senza fine di odio, morte e violenza». Gattegna poi affonda il colpo: « Bisogna dirlo con chiarezza: l’operazione del Giornale è indecente». «Che qualcuno abbia pensato di usare il «Mein Kampf» per accrescere le vendite è un fatto senza precedenti e allarmante» dice Efraim Zuroff, direttore del Centro Wiesenthal di Gerusalemme.

Non si stupisce delle reazioni il direttore de Il Giornale, Alessandro Sallusti. che replica: Per capire com’è potuto nascere il male assoluto, bisogna andare alla fonte e non aver paura di storicizzare le tragedie del Novecento. Non avrei problemi, per dire, a pubblicare anche il «Libretto rosso» di Mao». Il volume in vendita come allegato al quotidiano è il primo di una collana di otto volumi dedicata proprio alla storia del Terzo Reich. «Lo studio del Novecento ha avuto come tabù proprio il nazismo, come se la storia fosse finita lì. Ma la prima regola è conoscere ciò di cui parliamo e questo libro, che ha cambiato la storia dell’Europa e dell’Occidente, non a caso viene presentato nell’edizione critica curata da uno storico di vaglia come Francesco Perfetti» spiega ancora Sallusti.

10 giugno 2016 (modifica il 10 giugno 2016 | 18:40)

Colobraro, il paese della jella prova a scacciar la sfortuna col SuperEnalotto

Corriere della sera
di Renato Franco

In provincia di Matera, è famoso per essere il paese più sfortunato d’Italia: la leggenda risale agli anni Quaranta. Domenica tutti i 1.091 cittadini giocheranno un maxisistema per vincere il malocchio



Un tempo si diceva che portava sfortuna. Ora però i tempi sono cambiati, siamo negli anni Duemila, certe arretratezze sono superate e le superstizioni si aggiornano: adesso si dice che porta sfiga. La semplice evocazione del nome assicura una jella duratura, ma trovandoci a scriverne senza emetterne il funesto suono forse la passeremo liscia: Colobraro — 80 chilometri più in là di Matera — è italianamente noto come il paese più sfortunato d’Italia. La leggenda risale agli anni Quaranta, si narra che l’allora podestà del paese a una riunione nel salone della Provincia di Matera guardò gli astanti con aria di sfida: «Se non dico la verità, che possa cadere questo candelabro…», e subito dopo un enorme lampadario pieno di aculei — strani i lampadari degli anni Quaranta — cadde facendo secchi gli sventurati che stavano mettendo in dubbio l’onestà delle sue parole.
La fattucchiera: una mummia egizia ma viva
A quel punto la fama del paese fu segnata. Che poi fosse un candelabro o un lampadario fa lo stesso. Poco importa anche che sia questa la versione corretta, perché ne circolano diverse. Ma la sostanza resta e da allora Colobraro per tutti gli altri è diventato «quel paese», l’innominabile, l’appestato, il da evitare, quello che tocchi ferro, fai le corna e tutto il resto. L’Italia dei mille comuni — rivalità e gelosie tra i campanili — è terreno fertile per far crescere la leggenda. Negli anni Cinquanta poi ci mise del suo pure una «masciara», ovvero una maga locale, che si fece la fama di fattucchiera e alimentò il mito grazie a un volto segnato dal sole e scavato dalle rughe che rimandava indietro nel tempo con quell’aria da mummia egizia, ma viva. Che poi fosse solo una vedova vestita sempre di nero fa lo stesso. Da allora è stato un fiorire di «non è vero ma ci credo» e a quel paese non ci vado.
Trasformare la sfortuna in occasione turistica
Negli uffici pubblici della regione appena dici che sei di Colobraro parte il rito dei gesti scaramantici e dei toccamenti furtivi. Ma la superstizione ha anche effetti positivi. Se ti fermano per un controllo e hai la patente con su scritto «quel paese», carabinieri e poliziotti chiudono un occhio e il blocchetto delle multe. «Se non puoi batterli, unisciti a loro» deve aver pensato il sindaco Andrea Bernardo (Pd, è in carica da 9 anni) che ha cercato di far fruttare la sfiga trasformandola in occasione turistica e organizzando una manifestazione (due volte alla settimana, ogni agosto) «Sogno di una notte... a quel paese», dove appena arrivi — non si sa mai — ti omaggiano di un amuleto scaccia malocchio con chicchi di riso (l’abbondanza) e grani di sale (l’anti jella).
La fortuna è cieca ma la sfiga ci vede benissimo
Tipo intraprendente il Bernardo, ora si è rivolto pure al SuperEnalotto che in questi giorni ha un jackpot che ti svolta la vita: oltre 90 milioni di euro. Inteneriti da tanta sfiga, quelli del SuperEnalotto hanno deciso di regalare al paese un maxisistema da 8.250 euro. Domenica 12 ogni maggiorenne di Colobraro (1.091 persone) potrà mettersi in coda per ricevere una quota del «sistemone», come direbbe Fantozzi che qui quanto a sfiga lo farebbero subito cittadino onorario. Per calcoli che ci assicurano giusti e senza entrare nello specifico il maxisistema è diviso in lotti da 100 quote: in 100 potrebbero dunque vincere 900mila euro a testa. Martedì un nuovo appuntamento in piazza. Un’unica incognita: sabato sera c’è una nuova estrazione e il rischio è che dopo oltre un anno di attesa qualcuno azzecchi i numeri vincenti. Il jackpot verrebbe quasi azzerato e si ripartirebbe da 25 milioni di euro. Certo non pochi, però abbastanza per confermare che soprattutto a Colobraro la fortuna è cieca, ma la sfiga ci vede benissimo.

10 giugno 2016 (modifica il 11 giugno 2016 | 00:20)

Che cos’è il Ttip, cosa prevede e perché sta facendo discutere

La Stampa
alberto abburrà

Potrebbe cambiare il commercio e insieme le vite dei cittadini di Usa e Ue. Ma ci sono tante incognite tra opportunità e rischi. I pareri a confronto di favorevoli e contrari


Rivoluzionario o dannoso. Opportunità o condanna. Il dibattito sul Ttip si fa sempre più acceso; è materia complessa, ma toccando da vicino la vita dei cittadini merita di essere approfondita. In attesa di capire gli sviluppi delle trattative, abbiamo provato a fare chiarezza sui contenuti, sui nodi ancora aperti e soprattutto sulle ragioni dei favorevoli e contrari.

CHE COS’È
Il Ttip letteralmente “Transatlantic Trade and Investment Partnership” in Italiano viene definito “Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti”. È un accordo commerciale tra Gli Stati Uniti e l’Europa che prevede di integrare i due mercati attraverso l’abbattimento delle barriere economiche (i dazi) e quelle non tariffarie (regolamenti, norme e standard). L’obiettivo è consentire la libera circolazione delle merci nei rispettivi territori.

TEMPI E PASSAGGI PER L’APPROVAZIONE
Le trattative sono iniziate nel 2013 e sono tuttora in corso. L’obiettivo (non dichiarato) è quello di arrivare alla firma definitiva prima delle presidenziali Usa previste per l’8 novembre, ma viste le criticità che sono emerse negli ultimi mesi sembra davvero difficile che questo possa accadere. Usa e Ue stanno lavorando per giungere almeno a un documento di impegno condiviso. Se si concretizzerà la firma, il Ttip dovrà essere sottoposto al Parlamento europeo e, in caso di parere favorevole, ai 28 Stati membri dell’Ue che avrebbero facoltà di bloccarlo.

LE RAGIONI DEI FAVOREVOLI
Usa e Ue insieme rappresentano un mercato che vale il 50% del Pil mondiale (e oltre il 30% del commercio). Eliminare le barriere sarebbe l’opportunità di dare vita alla più grande area di libero scambio del mondo (800 milioni di consumatori). Una condizione fondamentale per far ripartire i consumi, favorire l’export e aumentare il livello di occupazione.

LE RAGIONI DEI CONTRARI
Un mercato globale così vasto non giocherebbe a favore di aziende, consumatori e ambiente perché porterebbe a un impoverimento della legislazione europea in materia di tutele. In particolare sarebbero a rischio la salute dei cittadini e la sopravvivenza delle piccole e medie imprese minacciata dallo strapotere delle multinazionali Usa.

I PUNTI CRITICI
- Ricadute sul Pil
- Cibo e sicurezza alimentare 
- Tutela dei prodotti tipici e del “Made in”
- Diritti dei lavoratori e occupazione
- Ambiente
- Controversie legali
- Farmaci
- Cosmetica, chimica e principio di precauzione

RICADUTE SUL PIL
I fautori del Ttip prevedono una ricaduta sul Pil (al 2027) tra i 68 e i 199 miliardi di euro per l’Ue e tra i 50 e i 95 miliardi per gli Usa. Uno studio del “Centre for Economic Policy Research” di Londra realizzato per la Commissione Ue ha stimato che l’aumento del Pil significherebbe una maggiore ricchezza di 545 euro a famiglia (ogni anno). Ma ci sono analisi che dicono il contrario. Il centro di ricerche austriaco Ofse per esempio stima che l’accordo farebbe perdere al budget europeo 2,6 miliardi l’anno.

CIBO E SICUREZZA ALIMENTARE
Oggi i tempi per ottenere il via libera all’esportazione di prodotti Ue in Usa sono proibitivi. Ci sono casi di attesa fino a 12 anni e i dazi talvolta rendono anti-economica l’operazione (per alcuni prodotti si supera il 100%). Il timore però è che l’abbattimento delle barriere apra le porte a prodotti Usa che finora sono vietati: verdure ogm, carne con ormoni e antibiotici, verdure trattate con pesticidi. In generale il rischio è quello di andare incontro a un abbassamento degli standard igienici e sanitari perché la legislazione Usa è meno stringente di quella europea rinunciando a etichettatura e tracciabilità dei prodotti. L’eurodeputato del Pd e presidente della Commissione Agricoltura e Sviluppo Rurale per la trattativa, Paolo De Castro, però assicura: «I principi su cui si basano i livelli di protezione dei cittadini-consumatori non sono oggetto di discussione».

TUTELA DEI PRODOTTI TIPICI E DEL “MADE IN”
Secondo i favorevoli, il Ttip offrirebbe una forte opportunità per l’export verso gli Usa anche e soprattutto per quei Paesi che hanno produzioni di qualità in settori di nicchia come l’Italia: dalla moda ai gioielli, ma anche il cibo e il design. Per il fronte del no l’apertura delle frontiere e la revisione delle legislature penalizzerebbe invece i prodotti di qualità che si vedrebbero schiacciati dal peso della grandi multinazionali. Sempre il centro di ricerche austriaco Ofse calcola che nel caso dell’Italia, delle 210 mila imprese che esportano le prime dieci detengono il 72% del volume totale, e dunque beneficerebbero maggiormente del trattato. Le altre soffrirebbero trovandosi a fare i conti con l’inevitabile invasione di prodotti made in Usa.

DIRITTI DEI LAVORATORI E OCCUPAZIONE
Nelle intenzioni dei promotori l’allargamento dei mercati dovrebbe provocare un aumento dell’occupazione snellendo le procedure e favorendo lo spostamento di forza lavoro. Il fronte del no invece ritiene che questo metta a rischio i diritti dei lavoratori che notoriamente nel vecchio continente godono di tutele e condizioni migliori. Su questo punto i promotori stimano che l’aumento delle produzione e quindi la ricchezza derivata sarebbe tale da compensare eventuali perdite in materia di diritti.

Sul tema è intervenuta anche Tiziana Beghin, capo delegazione del M5S al Parlamento europeo: «Pensate al “Nafta” (il North American Free Trade Agreement, ndr). Negli Stati Uniti invece dei 500 mila posti di lavoro in più, ce ne sono stati un milione in meno. E in Messico nel solo settore agricolo si sono persi 2 milioni di posti di lavoro, spazzati via dalla produzione dei grandi agro-business. Questo è quello che succede quando si mettono due sistemi diversi a competere». E anche il centro di ricerche austriaco Ofse stima che l’occupazione non aumenterebbe.

AMBIENTE
Oltre al tema del cibo e della sicurezza alimentare, l’approvazione del Ttip potrebbe interessare anche l’ambiente e il mondo dell’energia. Per esempio Usa e Ue hanno normative molto diverse in tema di estrazioni. Greenpeace denuncia che l’apertura del nuovo mercato globale potrebbe causare l’abolizione dei limiti per la ricerca di petrolio mediante la tecnica del fracking o ancora facilitare l’esportazione da sabbie bituminose (tecniche ad alto impatto ambientale). Anche Legambiente ha espresso forti perplessità sul Ttip invitando alla mobilitazione.

CONTROVERSIE LEGALI
Un’altra novità sarebbe la creazione di appositi tribunali speciali (Isds) che avrebbero il compito di risolvere le controversie (sul trattato) tra aziende straniere e governi nazionali senza doversi affidare alla giustizia ordinaria. «Un nuovo sistema giudiziario, gestito da giudici nominati pubblicamente e soggetto a regole di controllo e di trasparenza – si legge nel documento approvato dai parlamentari Ue - dovrebbe sostituire le corti arbitrali private». Un modo per snellire e le procedure e accorciare i tempi, ma secondo i contrari al Ttip la forza delle multinazionali potrebbe falsare la concorrenza. Una grande azienda statunitense potrebbe infatti citare in giudizio un Paese europeo denunciano un’irregolarità, cosa impossibile per una piccola media impresa.

FARMACI
I sostenitori del Ttip sostengono che una collaborazione tra la Food and Drug Administration (Usa) e la European Medicines Agency (Ue) migliorerebbe la sicurezza dei farmaci e dei dispositivi medici: negli Usa per esempio protesi e valvole cardiache sono soggette a normative molto stringenti. Chi si oppone al Trattato invece reputa l’apertura del mercato molto rischiosa: in Europa i prezzi vengono stabiliti tra case farmaceutiche e governi, in più i principi attivi alla scadenza dei brevetti possono essere utilizzati per dar luogo a medicinali generici. In futuro la pressione delle grandi case farmaceutiche Usa potrebbe impedirlo.

COSMETICA, CHIMICA E PRINCIPIO DI PRECAUZIONE
Anche nel campo della cosmetica i promotori vedono grandi opportunità. Francia e Italia che sono tra i principali Paesi esportatori potrebbero beneficiare di nuove fette di mercato. Il problema riguarda le oltre 1300 sostanze che l’Ue considera a rischio per la salute. In Usa se ne contano solo 11. E questo approccio riguarda più in generale tutta le sfera della chimica: la legislazione europea è basata sul cosiddetto “principio di precauzione” secondo cui un prodotto o una sostanza vengono autorizzati solo se c’è un’evidente assenza di rischi. In Usa invece è sufficiente l’assenza dell’evidenza di un rischio. Se le procedure dovessero essere riviste al ribasso a farne le spese potrebbero essere i consumatori.

I vent’anni di “Independence Day”

La Stampa
andrea cominetti

In occasione dell’anniversario, la 20th Century Fox riporta da oggi nei negozi (in versione restaurata) il blockbuster di Roland Emmerich in attesa del sequel


Jeff Goldblum e Will Smith in Independence Day

Il compleanno che non ti aspetti. Sembra ieri – o l’altro ieri, al massimo – che il gruppo di alieni di Independence Day invadeva la terra distruggendo l’Empire State Building e la Casa Bianca e invece sono già passati vent’anni. Un anniversario che la 20th Century Fox festeggia con il ritorno in home video della pellicola, disponibile da oggi in tutti i negozi – sia nella versione cinematografica che in quella estesa – in Blu-ray e DVD. Ma anche nell’inedita Attacker Edition che, oltre al film, contiene la riproduzione 3D della navicella spaziale.



Era il 2 luglio del 1996 quando il Seti – il programma di Ricerca di Intelligenze Extraterrestri – avvertì uno strano rumore e lo classificò come un segnale di una forma di vita non identificata. In effetti, si trattava di una navicella spaziale grande 550 chilometri di diametro, che avrebbe sconvolto le sorti del mondo intero, della storia del cinema e anche del suo protagonista, Will Smith, famoso – fino a quel momento – soltanto per il suo ruolo da protagonista nella serie tv Willy, il principe di Bel Air.

Il film ottenne uno straordinario successo sia di critica che di pubblico. Al botteghino riuscì, infatti, a incassare più di 306 milioni di dollari negli Stati Uniti e più di 817 milioni in tutto il mondo. La pellicola trovò spazio anche agli Academy Awards del 1997, dove venne nominata per il miglior sonoro e vinse l’Oscar per i migliori effetti speciali.



Ora si attende il sequel, n Italia dal prossimo 8 settembre: «È stato molto divertente tornare a lavorare sul film originale perché guardi indietro e ti rendi conto che quello che è stato fatto vent’anni fa era un qualcosa di davvero eccezionale», ha commentato Roland Emmerich, regista del leggendario blockbuster, a margine della presentazione ufficiale del nuovo cofanetto. «Riabbracciare i compagni di allora è stato un po’ come una riunione di classe tra alunni che non si vedevano da tantissimi anni».