venerdì 10 giugno 2016

E' finito il boom delle app. Apple cambia le regole della «app economy». Da lunedì

Corriere della sera

di Vincenzo Scagliarini
A Cupertino nel luglio 2008 è stato lanciato l’Apple Store per il neonato iPhone. Snapchat e WhatsApp non esisterebbero senza, così come un’economia di 1,5 milioni di software e dal valore per gli sviluppatori di 40 miliardi di dollari. Ma ora i dati dicono che la corsa è finita

Il boom delle app è finito?

Il mondo delle app deve cambiare. E la prima a reagire è Apple, che lunedì annuncerà una rivoluzione nel suo store per iPhone e iPad. L’occasione è la Wwdc, la conferenza annuale della Mela dedicata agli sviluppatori. E non è un caso che il segnale arrivi da Cupertino. Perché qui, a luglio 2008, è stato lanciato l’Apple Store per il neonato iPhone. Snapchat e WhatsApp non esisterebbero senza questa piattaforma, così come un’economia di 1,5 milioni di software, che ha fatto guadagnare agli sviluppatori 40 miliardi di dollari. Ora «Il boom è finito», è il titolo di un articolo del sito Re/Code. I dati sono evidenti.

A maggio, i 15 maggiori produttori di programmi per dispositivi mobili hanno visto calare del 20 per cento il numero di download. Numeri che riguardano solo gli Stati Uniti, ma è il mercato più florido e non possono essere trascurati. L’utente medio ha smesso di installare programmi per smartphone e, in media, ne usa solo otto. Nonostante ciò, parlare della fine della «app economy» sarebbe azzardato (dopotutto gli smartphone hanno definitivamente sorpassato i pc come dispositivo preferito per connettersi a Internet), semplicemente non cresce più come un tempo. E, forse, il prossimo servizio multimiliardario della Silicon Valley non sarà un’app. Magari si tratterà di un chat bot controllato da un’intelligenza artificiale. È presto per dirlo. Di certo i software per smartphone non sono più l’ultima novità.



Ecco perché Phil Schiller, responsabile mondiale del marketing di Cupertino, ha rilasciato un’intervista esclusiva a The Verge. Ha raccontato quali saranno i cambiamenti modello di business legato alle app. Inizieremo a vedergli dalla prossima settimana e si protrarranno fino all’autunno. È davvero raro che la Mela spiattelli le sue novità prima di un grande evento, di solito circondato da voci non confermate e prototipi trafugati di nuovi gadget. Questa volta è diverso: «Chi spera che Apple annunci novità emozionanti, farà meglio ad abbassare le aspettative», ha scritto Select/All, blog tecnologico del New York Magazine.

Perché ora più che mai la Mela vuole concentrarsi su chi crea tecnologia piuttosto che chi la consuma. La Mela deve quindi gestire un ecosistema entrano nella sua maturità e non scoraggiare gli sviluppatori (che potrebbero fuggire da una piattaforma che non genera più profitti elevati). Ciò non deve succedere. Otto anni fa Apple è riuscita a ridefinire il modo in cui acquistiamo software. Ora ci riprova.

Come cambierà l'App Store

Non tutti i cambiamenti nell’«App Store 2.0» riguarderanno direttamente gli utenti. Ma il modo in cui troveremo i nuovi software per iPhone e iPad sì. E non è poco. Gli sviluppatori potranno farsi trovare più facilmente sponsorizzando le proprie creazioni. Così, quando cercheremo qualcosa sullo store, vedremo in cima ai risultati i programmi che avranno pagato un'inserzione alla Mela. Queste app saranno segnalate con un colore diverso. Da tempo i programmatori chiedono a Cupertino un modo per promuovere il loro lavoro ma, finora, non sono stati ascoltati.
Un'app sponsorizzata sul nuovo App Store
Non si tratta di una novità di per sé: i risultati sponsorizzati ci sono da sempre sui motori di ricerca ed è una strategia seguita anche da Twitter e Facebook con in contenuti. Anche il Play Store di Android – il grande concorrente dei device Apple – segue questa strada. È una scelta che aiuterà gli utenti a scompaginare l’ordine tradizionale delle app e permetterà agli utenti a scoprine di nuove. Ma, al contempo, potrà affossare chi non vorrà la sponsorizzazione. Cupertino però non vuole innervosire gli sviluppatori: chi sceglie di pubblicizzare la propria app, pagherà solo in base al numero di download, senza alcun costo iniziale.

Dagli acquisti agli abbonamenti

Dalla nascita dello Store sono cambiate molte cose: oggi è diventato naturale pagare una tariffa mensile (bassa) per un servizio, anziché acquistare un software una volta sola. È il «modello Spotify», seguito anche da colossi del software come Adobe e Microsoft. Ora Apple vuole favorire la transizione di tutte le app verso questo schema. Finora, solo alcune categorie di software potevano chiedere agli utenti altri soldi dopo il download (i cosiddetti acquisti in-app), presto sarà una formula aperta a tutti. È un modello che si è rivelato efficace con i giochi (per esempio si paga per avere nuove vite a Candy Crush o potenziamenti in Real Racing). E, nell’ultimo anno, questi piccoli acquisti secondari hanno generato il 75 per cento dei ricavi dell’App Store. Gli sviluppatori inoltre potranno impostare piani d’abbonamento diversificate per area geografica. Per esempio, offrire tariffe più basse quando si entra su un nuovo mercato.

Ad aprile, il 75 per cento dei ricavi dell'App Store sono stati generati da giochi (usano il sistema degli acquisti «in-app»)
Da Schiller abbiamo anche la garanzia che gli utenti verranno tutelati. Se, dopo un aggiornamento, un programma richiede altro denaro, l’opzione predefinita sarà l’«opt-out» (la rinuncia al servizio). La procedura andrà avanti solo dopo il nostro consenso esplicito. In ogni caso, se il sistema verrà gestito a livello centrale, ci sarà meno spazio per le truffe. E ne guadagneremo in trasparenza. Inoltre Apple sta già riducendo al minimo i tempi di «review» e cioè il processo di approvazione che le app devono superare prima della pubblicazione sullo Store. Oggi, nel 50 per cento dei casi è di 24 ore e nel 90 per cento di 48 ore.

Dopo un anno, più soldi per gli sviluppatori

Anche se non coinvolge direttamente gli utenti, il cambiamento più grande però riguarda la percentuale che la Mela trattiene da ogni transazione effettuata sullo Store. Ammonta al 30 per cento e i programmatori la chiamano «Apple tax». In futuro, si dimezzerà dopo il primo anno e passerà al 15 per cento. Insomma è una forma di incentivo: chi riuscirà a mantenere la fiducia degli utenti, guadagnerà di più.

È una conseguenza diretta della transizione verso il modello basato su abbonamento. E un adattamento (un po’ tardivo) alle scelte di Spotify, Tidal e Amazon. I primi due scaricano quel 30 per cento in più chiesto da Cupertino sugli utenti, che quindi pagano 3 euro in più. A meno che non sottoscrivano l’abbonamento via web, in quel caso i prezzi sono invariati. Il colosso di Jeff Bezos invece è stato più radicale: pur di non pagare il balzello ad Apple, ha tolto l’opzione d’acquisto dall’app Kindle per iPhone e iPad.

In difesa della «classe media» dei programmatori

Tutti i cambiamenti nell'App Store non vogliono far contenti i giganti: Amazon, Facebook, Netflix, Spotify hanno modelli di business indipendenti dalla «app economy». Piuttosto sono rivolti a incoraggiare quella che Casey Newton su The Verge ha chiamato «la classe media degli sviluppatori». Sono coloro i quali oggi faticano a guadagnarsi da vivere scrivendo app. E, come abbiamo accennato, potrebbero spostare le energie altrove. Senza software che rendano utili le novità hardware progettate dalla Mela, l’interesse degli utenti potrebbe calare. Potrebbe iniziare un avvitamento che porterebbe le vendite dei gadget a scendere, i conti di Cupertino a contrarsi e gli investitori ad andar via (come ha già fatto Carl Icahn).

Nell'ultimo anno i download delle maggiori app sono scesi in modo sensibile. L'unica grande eccezione è Snapchat
È qualcosa che, in parte, sta già succedendo: a sei mesi dal lancio dell’iPad Pro da 12,9 pollici (qui la nostra recensione) ci sono ancora pochi programmi ottimizzati per il maxi tablet. E non ci sono ancora software che rendano indispensabile il 3D Touch, la funzione introdotta con gli iPhone 6S (qui la recensione) che attiva diverse opzioni a seconda della pressione delle dita sullo schermo. Insomma, è una tendenza che dev’essere invertita.

La risposta di Google

Nel frattempo Mountain View non aspetta. Secondo un’indiscrezione di Re/Code, Big G starebbe già sperimentando il nuovo tariffario proposto da Apple con alcune società di streaming. Con una strategia più aggressiva: non chiede una «fedeltà» di un anno. Ha intenzione di trattenere già il 15 per cento anziché il 30 dal primo giorno. Ma non è ancora chiaro quando i nuovi prezzi verranno estesi a tutti. Di certo non passerà molto tempo.

Google da tempo usa gli annunci sponsorizzati per le app Android
Google sta preparando un cambiamento più radicale: la possibilità di avviare app direttamente dal browser Chrome. E cioè: non si dovrà più installare nulla. Basterà toccare un link per avviare il software: i tempi di accesso verranno così azzerati. La funzionalità si chiama «Instant app» ed è stata annunciata durante la conferenza I/O (qui il nostro approfondimento). Ma non è ancora chiaro quando verrà rilasciata.

E la provocazione di Microsoft

Anche Microsoft ha intenzione di dire la sua sul futuro delle app. Con una mossa provocatoria, ha organizzato un «Afterparty» dopo il grande evento della Mela. Tutti sono invitati. Si mangia, si beve gratis e si può discutere della «concorrenza». E cioè dell’(ex) nemico di sempre: Apple. Redmond finora non è riuscita a imporsi con una strategia mobile (i suoi Windows Phone continuano a perdere quote). E ha pronta una strategia alternativa: dare ai programmatori strumenti per creare software per Android, iOs, e qualunque tipo di ambiente. E cioè: scrivere una sola volta il codice e coprire tutto il frastagliato mercato dei device. In teoria è un risparmio notevole di risorse. Per questa ragione a febbraio ha acquistato la piattaforma Xamarin e ne ha mostrato le potenzialità durante l’evento Build di quest’anno.

Le critiche (benvenute) e la nostra libertà di pensiero

La Stampa
massimo russo

Dopo gli attacchi al Buongiorno di Massimo Gramellini e alla visita del direttore Maurizio Molinari alla Moschea di Roma



Diceva Albert Einstein che la mente è come un paracadute: funziona solo quando è aperta. Due piccoli fatti avvenuti attorno a La Stampa dimostrano quanto sia vero. Accade che nel Buongiorno di oggi, la zona franca per definizione della prima pagina del giornale, Massimo Gramellini abbia messo alla berlina le nuove divise Alitalia, scatenando migliaia di reazioni viscerali che lo accusano indistintamente (e a volte al tempo stesso) di islamofobia e/o di sessismo. Nelle stesse ore sul giornale grandinano contumelie per la decisione del direttore Maurizio Molinari di partecipare alla celebrazione del Ramadan nella moschea di Roma, rivendicando la cultura dell’Islam e del rispetto come un patrimonio di tutti gli italiani.

Attenzione, qui non si sta parlando di critiche, ché quelle, anche le più aspre, sono sempre benvenute come una boccata d’aria fresca. No, si va dalle minacce alle offese. Non si attaccano le idee, ma le persone o quel che rappresentano. Quasi che di una questione centrale come il rapporto con la religione e il mondo musulmano non si potesse più parlare perché argomento troppo sensibile, un tabù inviolabile. Sia che si affronti il tema con il registro del racconto di costume, dell’ironia e della leggerezza, sia che lo si tratti dal punto di vista del confronto di idee, per misurarsi e capire. Spesso gli attacchi più violenti vengono da quelli che «eravamo tutti Charlie Hebdo», o da coloro che sventolano il primo emendamento della Costituzione americana solo quando serve a tutelare quanti la pensano nel loro identico modo.

Avviso a costoro: questo giornale da quasi 150 anni esiste proprio per garantire il rispetto della grammatica fondamentale dei diritti, dell’esercizio del dubbio, del paradosso, delle libertà personali e della responsabilità. Con un filo rosso che parte da Alfredo Frassati, passa da Norberto Bobbio e da Alessandro Galante Garrone per arrivare fino a noi, incrociando nel suo percorso l’Unità d’Italia, Giustizia e Libertà, l’azionismo, la nascita della Repubblica. È stato così al tempo della carta, in quello del digitale e lo sarà anche quando le notizie e le idee le condivideremo attraverso la trasmissione da sinapsi a sinapsi. Soprattutto sui temi più divisivi, sui quali secondo alcuni bisognerebbe tacere, aderire al pensiero unico, adeguarsi all’ipocrisia del politicamente corretto.
 
Per noi gli unici confini sono l’istigazione all’odio e la negazione dei fatti. Su tutto il resto, ogni opinione ha cittadinanza, ogni domanda è benvenuta. È questo che ci tiene insieme, storie diverse, idee differenti che crescono ogni giorno nel confronto. Non è pensiero debole o ambiguità. È la nostra natura, ciò che fa impazzire di rabbia gli integralisti, i cultori della paura e del silenzio, i maestrini della correttezza, quelli che preferiscono la rassicurante mestizia del colore unico alla ricchezza degli arcobaleni dopo i temporali primaverili di questi giorni. 

Via, fatevi una risata, tirate la cordicella del paracadute e cominciate a veleggiare con noi nella libertà di pensiero. Sì, è vero, provoca dipendenza. È per questo che la coltiviamo con tanto entusiasmo.

Prova del dna per risolvere il giallo del ghiacciaio

La Stampa
massimo numa

I resti potrebbero essere di un giovane scomparso nel 1951 cercando un amico
Sul ghiacciaio delle Grandes Murailles sono stati ritrovati scarponi neri, sci e un astuccio con occhiali di tartaruga

È il 22 luglio del 2005. Il ghiacciaio delle Grandes Murailles di Valtournenche restituisce i resti di un alpinista, scoperti in un canalone a quota 3 mila, ora custoditi nell’obitorio di Aosta. Lo scheletro è incompleto (solo il cranio, la mandibola e alcune costole) ma vengono recuperati, in buone condizioni, le attrezzature e gli oggetti personali - ma non i documenti - di quest’uomo che poteva avere un’età compresa tra i 24 e i 43 anni, secondo il primo esame dell’antropologa forense Chantal Milani.

Gli sci Rossignol Mt Olimpique, scarponi neri Le Trapperur della Belle Donne Fit Grenoble, 60 biglietti della funivia Breuil-Plain Maison; calze di lana fatte a mano; una giacca di tessuto leggero carta da zucchero con la zip; un maglione azzurro; una cintura; un astuccio con occhiali e un orologio Omega. Infine una sola moneta da 5 lire coniata nel 1949, con un grappolo d’uva sul retro, ha consentito agli investigatori della polizia scientifica di individuare più o meno il periodo in cui lo sconosciuto precipitò nel canalone. Tra gli Anni 40 e 50. «Ogni reperto - racconta Valter Capussotto, detective della Scientifica - fu attentamente esaminato. E alla fine, incrociando i dati, abbiamo ristretto le ricerche a una serie di tragedie della montagna apparentemente slegate tra loro». 

Il mistero della vita e della morte dello sconosciuto potrebbe forse nascondersi in due storie segnate da un immenso dolore: nel 1950 il figlio unico del grande alpinista Enzo Benedetti (nel 1931 aveva scalato la parete Sud del Cervino, con Luigi Carrel e Maurizio Bich) sparì durante un’escursione nei ghiacciai delle Grandes Murailles. Il padre restò così sconvolto dalla perdita che, assieme alla moglie e alle guide alpine più esperte, batté per anni la zona nella vana ricerca dei resti. 

Nell’agosto 1951, un amico del disperso, l’alpinista torinese Luigi Visca, 31 anni, ingegnere con la passione della montagna, sentì una specie di irresistibile richiamo. Disse di avere sognato l’amico e costui gli aveva detto: «Raggiungimi, qui nel ghiacciaio si sta bene». Partì una mattina di fine luglio per seguire le ultime tracce del disperso. Prima ne incontrò la madre. In preda a un presentimento, la donna gli disse: «Stai attento, potresti fare la stessa fine».

Ma Luigi replicò: «Sento che devo andare». Non tornò più nella sua stanza dell’hotel Monte Rosa di Valtournenche. La sorella, con l’aiuto della famiglia Benedetti, si fermò ancora molto tempo per cercare il corpo. Oggi nella casa di corso Fiume 17 la famiglia Visca non abita più. Un familiare è stato rintracciato a Genova e, attraverso l’analisi del suo Dna, si potrebbe dare finalmente un nome a quei poveri resti o eliminare uno dei tanti dubbi che gravano sull’identità degli scomparsi. 

Enzo Benedetti, uno dei simboli del Club Alpino di Milano, non aveva mai superato lo choc della morte del suo ragazzo: «Lo troverò io il mio “bocia” nel ghiacciaio». Quel figlio cresciuto tra pericolose escursioni, notti nei rifugi e racconti di imprese incredibili, era già un alpinista provetto. Papà Enzo diceva sempre che «il mio scoiattolo diventerà più bravo del padre». Poi il nuovo dolore senza nome per la scomparsa di Luigi.

La notte dell’8 dicembre 1954 si allontanò da solo dalla casa di Milano e si lasciò annegare nelle acque gelide del Naviglio. Era rimasto sconvolto dal sogno, quando il figlio aveva invitato il giovane amico, rampollo di una famiglia torinese della borghesia, a seguirlo nel dolce sonno tra le nevi eterne. Lo disse a bassa voce: «Io vado da mio figlio, addio». Se non appartengono a Luigi Visca, i resti potrebbero essere dello «scoiattolo» sparito quasi 70 anni fa. O anche di tanti altri alpinisti. La lista dei dispersi è ancora lunga. 

Immigrati? Spesso dei vigliacchi

LuigiIannone



Non ne posso più della retorica degli immigrati che fuggono dalla guerra. Farò anche il pieno di insulti, ma poco importa.

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Il fatto di essere sempre dalla parte della ragione solo perché si dileguino dinnanzi a conflitti e guerre civili sta diventando intollerabile. Ammetto ogni sorta di comprensione e di pietà per donne, bambini e anziani, tollero le leggi internazionali che obbligano al soccorso e alla protezione (e l’Italia in questo senso sta dando lezioni di umanità e di fratellanza), ma non riesco più a sopportare giovani o signori maturi che arrivano sulle nostre coste dopo aver girato le spalle alle tragedie.

Da poco abbiamo digerito l’abbuffata retorica che si snoda ogni anno tra il 25 aprile e il 2 giugno. Ci siamo sorbiti tutti coloro i quali ci ricordano dei nostri avi in armi contro il nazifascismo. E allora non comprendo perché non si utilizzi la stessa logica per le migliaia di persone che scappano dalle loro guerre civili e rinuncino a difendere le comunità di appartenenza, i familiari, il credo religioso, l’ideologia, o più banalmente un pezzo di terra.

Vi immaginate i nostri nonni, in pieno secondo conflitto mondiale, darsela a gambe e affollarsi sulle coste per prendere barconi in direzione extraeuropea?

Si usi allora lo stesso metro di giudizio. Chi scappa da una guerra civile va accolto e rifocillato. Resta tuttavia un vigliacco.

Tendopoli Rosarno e San Ferdinando: africani razzisti!

Nino Spirlì



E basta, con questa manfrina dei poveri africani e degli italiani razzisti! Sono decenni che qui, nella Piana di Gioia Tauro, gli africani arrivano a frotte e la mia Gente li accoglie, scema, senza se e senza ma.

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I primi ad arrivare furono, negli anni ’80, marocchini e tunisini: i “vucumprà”. Si stabilirono senza tante storie nei nostri paesi; si sposarono con ragazze italiane, perfino. Misero su casa e famiglia. Poi, come previsto da molti, abbandonarono mogli occidentali e figli meticci  e scomparirono nelle nebbie. Probabilmente, con le tasche e il culo pieni di soldi italiani, tornarono dalle loro famiglie d’origine e aprirono bottega lì da dove partirono. Una delusione? No: una liberazione.

Non ne potevamo più di carretti sgangherati che gironzolavano per le strade stracolmi di mercanzia scadente e, spesso, pericolosa. Giocattolini senza alcun controllo di sicurezza, tappeti colorati coi veleni peggiori, biancheria di dubbia produzione, attrezzi per il lavoro di fabbricazione cinese, affidabili come una mina antiuomo. Sparirono senza che uno di noi avesse mai usato il benché minimo segno di intolleranza o maleducazione: li chiamavamo “Cuggìnu”!

Poi, è arrivato il turno dei dubbi mercanti cinesi: i loro negozi hanno soffocato l’economia locale. Tutto a prezzi bassissimi, sia per la pessima qualità delle porcherie che vendono, sia perché le agevolazioni fiscali di cui godono glielo consentono, sia perché non rilasciano uno scontrino manco se gli punti una katana alla carotide. Vivono, spavaldi, sulle loro macchinone fuoriserie, recitano il ruolo di mafioso giallolimone, non spendono sul territorio un centesimo di quello che scippano alla povera gente, spediscono tutto in Cina che si ingrassa con la nostra stupidità. Non ricevono mai controlli dallo Stato italiano, e, se accade, tutto torna come prima in una frazione di secondo. Tutti sogniamo che spariscano, ma nessuno ha mai pensato di farglielo fare con violenza. Altro che razzismo!

Ed infine, loro: i neri neri neri dell’Africa nera nera nera equatoriale. Quelli che mia nonna, morta prima,  non ha mai avuto il tempo di vedere da vicino. Quelli che, nelle amorevoli minacce delle mamme, hanno spaventato i bambini di tutta la penisola. Sono arrivati, di colpo, nella Piana e sapevano già dove andare a dormire e, soprattutto, a lavorare. A prima botta, ci hanno fatto paura e pena. Sembravano pacifici e desiderosi solo di lavorare. Non cercavano l’incontro. Stavano “periferici”. Non volevano raccontarsi, né sapere di noi. Poi, la fame e il freddo li hanno convinti. Siamo stati noi, chi più chi meno, a cercarli per “accoglierli e integrarli”.

Per quanto lo volessero. Niente carni rosse, per paura che facessimo mangiare loro bistecche di maiale o animali uccisi con metodo non halal: solo pollo e riso. Evvabbeh! Niente che avesse a che fare con Gesù Cristo, per non offendere la loro fede muslim. Evvabbeh! E così via, fino allo sfinimento, con attenzioni misurate, ripeto, per non offenderli. Poi, tanto per testimoniare in prima persona, qualcuno ha pensato di mettere su qualche microprogetto più mirato: con quel famoso Progetto Etico mafiaNO (chiuso per interferenza politicomagnona), decidemmo di aiutare una piccola comunità di un centinaio di africani “residenti” sul territorio di Taurianova.

Dopo aver badato a loro nelle necessità quotidiane, con cibo, vettovaglie, mobili, abiti, derattizzazioni, risistemazione di locali, avevamo pensato di “fabbricare” la possibilità di liberarli dalla schiavitù mafiosa regalandogli una batteria di polli e conigli d’allevamento, le gabbie, il nutrimento, e MILLE, dico MILLE, piantine di ortaggi da piantare. Oltre che le zappe e gli altri attrezzi per l’orto. I polli e i conigli se li sono mangiati. Le piantine sono morte nei vasetti di plastica, mai piantate nella terra.

Vaffanculo! Hanno preferito impegnare il tempo libero a giocare alle macchinette e a scommettere nei centri scommesse. Girano tutti per il paese con smartphone e cuffiette, anche se continuano a vivere nella merda. Quando ci siamo spesi con le istituzioni locali affinché i mezzi del Comune andassero a caricare i cumuli di spazzatura presenti a fianco alle loro baracche, si sono pure incazzati. Vaffanculo.

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Nelle tendopoli, la situazione non è diversa da quella presente nelle bidonville delle città africane: le ho visitate e le conosco. Le une e le altre. Ma qui si lamentano e pretendono non si sa cosa. Da lì scappano. Molti perché nel loro Paese sarebbero carne da galera. Qui fanno gli spacconi e ci urlano Italiani Razzisti! Carabinieri Assassini! Polizia Assassina! E noi a batterci il petto per cercare il nostro errore. Che è uno solo: NON AVER CHIUSO LE FRONTIERE!
A San Ferdinando, l’altro ieri, si è consumata la tragedia: un giovane Carabiniere è stato costretto a difendersi dall’assalto di un africano armato di coltello. Le sue coltellate hanno colpito il nostro militare al braccio e a un millimetro dall’occhio e dalla tempia: poteva morire lui. Si è difeso. La tendopoli si è rivoltata contro le nostre Forze dell’Ordine e non contro il facinoroso nero nero nero.

Immigrato ucciso: protesta a San Ferdinando

Da lì, la protesta. Con l’odio negli occhi, ieri mattina, gli africani sono usciti dalla tendopoli e hanno sciamato per le vie di San Ferdinando, minacciando e urlando offese contro tutti. Razzisti veri loro, mentre i cittadini sanferdinandesi li pativano, osservandoli senza profferire parola. Annichiliti da tanta violenza interiore. Una vergogna africana, altro che italiana. Ieri ci hanno fatto vedere quanto ci detestino e quanto male ci vorrebbero fare. E i razzisti saremo noi? Ma per piacere!!!!!!

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Io un’ultima proposta ce l’avrei: NIENTE SOLDI ALLE ONLUS E ALLE ASSOCIAZIONI che li coccolano per interesse. Se vogliono aiutarli, vadano in quei Paesi dove sembra sia necessaria la solidarietà. SENZA SOLDI PUBBLICI! Ma non ce li portino in casa. Ché, nelle nostre case, i problemi non mancano e non possiamo caricarcene sul groppone altri.

Altro che razzisti, siamo morti di fame!
Fra me e me.

Lo sciopero perfetto

La Stampa
massimo gramellini

Per la serata di lunedì prossimo, a Roma, il sindacato Ugl degli autoferrotranvieri ha apparecchiato uno sciopero di quattro ore dei mezzi pubblici, dalle 20,30 alle 0,30. Si può immaginare che la decisione stia provocando tra gli utenti una certa indispettita curiosità, dal momento che proprio lunedì sera, a partire dalle 21, l’Italia giocherà contro il Belgio la prima difficile partita dei suoi Europei.

Il candidato sindaco Giachetti ha sottolineato la «straordinaria coincidenza» tra i due avvenimenti, quasi a volere insinuare il sospetto che gli scioperanti abbiano per una volta anteposto meschini calcoli di bottega alle sacrosante esigenze dei cittadini. Ma solo un osservatore particolarmente malevolo potrebbe mettere in dubbio che i sindacalisti utilizzeranno il tempo dello sciopero per riunirsi in una sala orfana di televisori a dibattere animatamente i problemi della loro categoria, non meno gravi di quelli che angustiano il c.t. azzurro.

Va semmai lodata la sensibilità di chi, per non gravare sul sistema nervoso della popolazione già piuttosto scosso, ha programmato lo sciopero in un orario in cui i mezzi pubblici sarebbero stati comunque vuoti. Così invece il tifoso potrà agevolmente recarsi a casa di amici con l’autobus delle otto, gustarsi con calma anche le interviste e i commenti del dopo-match, le moviole e i movioloni, per poi uscire in strada verso l’una di notte a sciopero finito, confidando che qualche sindacalista dell’Atac reduce dalla partita - pardon, dalla riunione - si degni di tirarlo su.

Proprio

La Stampa
jena@lastampa.it

Il medico sconsiglia Berlusconi di continuare a fare politica, proprio come gli elettori.

Il gran sollievo dei ballottaggi

La Stampa
mattia feltri

A guardare certi ballottaggi c’è da ringraziare il cielo che almeno uno dei due perderà. 

Il 50% delle coppie ha le “corna”. E sono più di 2

La Stampa
SALVO CAGNAZZO

Secondo un nuovo studio oggi si tradisce con più frequenza e con un maggior numero di persone, soprattutto dopo i 50 anni

Tradimento

Era il 2014 quando Gleeden.com, uno dei principali siti d’incontri in Europa dedicato esclusivamente a donne sposate e coppie in cerca di avventure, aveva commissionato a IFOP uno studio a livello europeo per capire la percezione nei confronti dell’infedeltà nei diversi Paesi. Ne era uscito un quadro decisamente libertino, dove il 41% degli intervistati ammetteva di aver vissuto relazioni sessuali al di fuori della coppia e in cui l’Italia faceva da portabandiera con un tasso del 45%, il più alto d’Europa.

Oggi Gleeden coinvolge nuovamente l’Istituto di Opinione Pubblica per monitorare se e come è cambiata la situazione negli ultimi due anni. Stavolta i dati sono globali e coinvolgono un campione di 2.003 intervistati, sia uomini che donne, tutti sposati o in coppia.  

Si scopre che +24% è il tasso di crescita del numero di relazioni extraconiugali in Europa rispetto al 2014. E la percentuale sale al 51%: questo significa che nel 2016 oltre la metà delle persone sposate o in coppia, ad un certo punto della loro vita, sono venute meno all’obbligo di fedeltà nei confronti del compagno/a.

La percentuale è maggiore negli uomini, oggi il 56% contro il 49% del 2014 (+14%), dove un 29% dichiara addirittura di averlo fatto con frequenza. Ma anche se le donne continuano a tradire di meno, con un 45% di “sì” rispetto alla controparte maschile, il dato che davvero sorprende è che in soli 2 anni la percentuale di tradimenti femminili è aumentata del +36%: nel 2014, infatti, solo il 33% ammetteva di aver commesso peccato d’infedeltà.

Tradimento

Tradimento

Ma quand’è che si può parlare tradimento? Qual è il limite che le persone in coppia devono oltrepassare per essere considerate fedifraghe? Tra gli atti che costituiscono fonte di infedeltà non figurano solo i più ovvi baciare alla francese e avere rapporti sessuali o orali con persone diverse dal partner, di cui oggi si dichiara colpevole il 49%, il 42% e il 18% degli intervistati, ma anche scambiarsi messaggi piccanti con un altro via chat o SMS, come ammette di fare il 47%.

Complice il proliferare di app per incontri, lo scambio digitale è entrato di diritto nella classifica degli atti considerati tradimento. Tuttavia anche in questo caso si registra una maggiore apertura, come dimostrano i dati raccolti da un altro sondaggio Gleeden pubblicato un paio di settimane fa: nel 2014 l’atto di chattare con un altro era condannato dal 54% degli intervistati. Oggi, invece la percentuale si abbassa al 42% (-22%). E anche in questo caso sono le donne ad essersi maggiormente “evolute” verso una visione più libera e aperta dei rapporti con l’altro sesso, con un 53% di “sì” contro il 63% registrato nel 2014.

Con chi si tradisce nel 2016? A chi ci si rivolge per appagare il desiderio di una scappatella extraconiugale? Anche in questo caso i dati IFOP riportano un cambiamento nelle abitudini degli infedeli di oggi. Se alla domanda “con chi ha tradito il partner ufficiale?” il 50% degli intervistati risponde ancora “con uno sconosciuto” (-18% vs 2014), un buon 45% ammette invece di essere scappato tra le braccia di un amico/a (+36% vs 2014). In particolare le donne, che preferiscono rivolgersi a un conoscente nel 40% dei casi (contro il 36% che preferirebbe uno sconosciuto).
Il 36% lo ha fatto con un/a collega (+29% vs 2014), mentre il 27% è ricascato tra le braccia dell’ex (nessuna variazione). Il 26% infine ha addirittura ammesso di aver ceduto alla tentazione con qualcuno di molto vicino al partner ufficiale, come il/la miglior amico/a (18%, +6% vs 2014) o addirittura un suo familiare (8%, +60% vs 2014).

Sull’App Store arrivano le pubblicità e gli abbonamenti per tutte le app

La Stampa
andrea nepori

Grosse novità per l’App Store di Apple: i tempi di approvazioni si riducono, gli abbonamenti saranno disponibili per tutte le applicazioni e gli sviluppatori potranno comprare uno spazio pubblicitario nei risultati delle ricerche.



Con una mossa inattesa Apple ha reso pubbliche con qualche giorno di anticipo alcune importanti novità della WWDC, la conferenza annuale dedicata agli sviluppatori che partirà lunedì prossimo 13 giugno a San Francisco. L’annuncio riguarda l’App Store per iOS e il Mac App Store, i negozi virtuali di applicazioni per iPhone, iPad e Mac. 

“Abbiamo un po’ di novità per gli sviluppatori previste per la prossima settimana,” ha spiegato Phil Schiller, Senior Vice President Marketing di Apple, a John Gruber di Daring Fireball, uno dei prescelti cui Apple ha fornito le informazioni in anteprima. “Il Keynote d’apertura è già abbastanza pieno, però, e abbiamo deciso che non avremmo coperto questi aspetti durante la conferenza.”

E’ una piccola rivoluzione (per gli sviluppatori, ma anche per gli utenti) in tre punti, con l’intenzione di colmare alcune storiche lacune dell’offerta Apple: introduzione del modello in abbonamento per tutte le applicazioni, velocizzazione dei tempi di approvazione delle app, attivazione di uno spazio sponsorizzato nei risultati di ricerca (senza alcuna profilazione degli utenti).

Abbonamenti per tutti
La novità più importante è l’estensione degli abbonamenti a tutte le categorie di applicazioni. Fino ad oggi la possibilità di offrire una sottoscrizione mensile o annuale era riservata solamente alle app per la distribuzione di contenuti (riviste, app di streaming audio o video) ma dall’autunno, con l’arrivo del nuovo iOS, tutti gli sviluppatori potranno offrire questa modalità di pagamento. 

Lo scopo è quello di combattere la corsa al ribasso nel prezzo delle applicazioni, che non favorisce le app professionali e di qualità. Gli sviluppatori, grazie agli abbonamenti, potranno contare su entrate costanti che permettano di finanziare un lavoro più continuativo, con aggiornamenti frequenti del software, introduzione di contenuti sempre nuovi e in generale una gestione più stabile
dell’applicazione. 

E non è tutto: a partire da lunedì prossimo, 13 giugno, Apple modificherà la commissione sui prezzi in favore degli sviluppatori. Per le sottoscrizioni più vecchie di un anno l’85% del prezzo pagato per l’abbonamento finirà nelle tasche degli autori dell’app, mentre Apple tratterrà il 15%. Il cambio vale anche per tutti gli abbonamenti esistenti e attivati prima del 13 giugno 2015. Una differenza sostanziale rispetto all’attuale rapporto 70/30, che resterà comunque in vigore per le entrate delle app che non prevedono abbonamento e per le sottoscrizioni che non hanno ancora compiuto un anno.

Approvazione rapida
 Ogni singola applicazione presente sull’App Store viene sottoposta ad un controllo preventivo da parte delle squadre di revisione di Apple. Un collo di bottiglia necessario per garantire la qualità del software e l’adesione alle regole dello Store, che tuttavia ha sempre creato rallentamenti nei tempi di pubblicazione delle applicazioni e degli aggiornamenti.

Nel corso degli ultimi mesi la fase di revisione si è velocizzata molto, con un numero crescente di nuove applicazioni e aggiornamenti pubblicate in tempi molto brevi. Non è un caso, ha spiegato Phil Schiller, ma il frutto di una serie di cambiamenti importanti che hanno migliorato il processo di approvazione. Apple ha introdotto nuovi strumenti per l’automatizzazione del controllo, rinnovato lo staff che si occupa dell’approvazione e cambiato alcuni aspetti delle procedure e della policy interna (segrete e gelosamente custodite) cui i cerberi dello Store si devono rigorosamente attenere.

Il risultato è che il 50% delle app viene approvato in 24 ore dall’invio in revisione, il 90% entro 48 ore. Nessun cambiamento nelle regole del “giardino recintato” dell’App Store, però, a riprova che i tempi biblici di approvazione cui gli sviluppatori avevano ormai fatto il callo non erano affatto una condizione ineliminabile del processo di controllo. Il cambiamento, fondamentale per gli sviluppatori, è importante anche per gli utenti, soprattutto nel caso di aggiornamenti importanti delle app che risolvono bug critici o tappano falle di sicurezza e devono essere disponibili nel tempo più breve possibile. 

Pubblicità nei risultati di ricerca
La terza (e forse più controversa) novità riguarda la pubblicità sull’App Store. Un tasto dolente per Apple, che di recente ha annunciato la chiusura definitiva della piattaforma iAd, prevista per il 30 giugno. Con iAd Apple voleva offrire un’alternativa pubblicitaria che limitasse la profilazione degli utenti e mantenesse al primo posto il rispetto della privacy. Una posizione etica ammirevole, ma che non si sposa con le necessità degli inserzionisti, che negli ultimi anni hanno continuato a favorire soluzioni della concorrenza più invasive ma anche molto più efficaci e capaci di offrire più dati e un maggiore riscontro sull’efficacia delle campagne. 

Ora Apple ci riprova con l’introduzione di uno spazio sponsorizzato che comparirà nelle ricerche dell’App Store, inizialmente solo quello statunitense. Nulla a che vedere con le pubblicità di Google o altri network, però. Un etichetta azzurra con la scritta “ad” verrà mostrata accanto al nome dello sviluppatore e l’area, distinta da uno sfondo azzurro, sarà destinata unicamente alla promozione delle applicazioni. Il contenuto pubblicitario sarà ricavato dalla descrizione e dalle foto dell’app pubblicizzata, elementi già sottoposti all’approvazione preventiva da parte dei revisori.

E non solo: le inserzioni verranno mostrate solo ed esclusivamente sulla base delle parole di ricerca utilizzate dall’utente (con un acquisizione basata su un meccanismo ad asta) e compariranno solo se l’utente ha più di 13 anni. Gli sviluppatori pagheranno solo i tap effettuati sull’inserzione, indipendentemente dal fatto che poi si traducano in un’installazione, e nei report delle campagne non avranno a disposizione alcun dato che possa identificare l’utente. 

La proposta. I social network e l’eredità digitale “spazio gratuito il testamento online”

Corriere della sera

di Nicola Di Turi

Cosa succede ai profili Facebook e degli altri net in caso di morte? Le contraddittorie norme internazionali e la proposta dell’associazione dell’Associazione dei Giovani Notai italiani: un Registro Digitale e l’indicazione della delega in caso di scomparsa

La tastieradi un computer (Fotolia)

Una mattina, una delle tante, ti svegli e apri Facebook. Notifica: oggi è il compleanno di una tua amica. Purtroppo, però, sai bene che quella tua amica non c’è più. Eppure Facebook continua a notificarti la ricorrenza, come se nulla fosse cambiato, anno dopo anno. Effettivamente per Palo Alto è successo poco, nel frattempo. Niente, almeno, che qualcuno abbia pensato di comunicargli. Cosa succede ai nostri profili quando non ci saremo più? La nostra identità digitale, fatta di dati, fotografie e contatti, è qualcosa di ereditabile? E fino a che punto gli eredi possono amministrare i dati del caro estinto?

La questione dell’eredità digitale si sta imponendo di pari passo con la diffusione della rete. E dal momento che le statistiche testimoniano come internet sia spesso anche la piazza virtuale della terza età, presto dovremo fare i conti l’idea del testamento digitale. «Ciascuno di noi può indicare anche oggi in un testamento chi sarà il suo successore in gran parte dei profili in rete. Il problema è che poi l’erede dovrà dimostrare a Google, Apple o Facebook di essere il legittimo successore della persona.
«Lungaggini burocratiche oggi inaccettabili»
E qui subentrano le difficoltà di dimostrare a un giudice della contea di Santa Clara, che il signor Mario Rossi è davvero l’erede del signor Giuseppe Rossi, deceduto a Cosenza il giorno X. Subentrano, quindi, elementi probatori non giuridicamente e universalmente riconosciuti, oltre a lungaggini burocratiche oggi inaccettabili e non sempre correttamente risolte», spiega al Corriere della Sera Raffaele Viggiani, notaio a Lecco e ricercatore di Diritto commerciale. A nome dell’Associazione dei Giovani Notai italiani, Viggiani assieme a Ludovico Capuano (presidente) e Michele Manente (consigliere) hanno presentato una proposta di legge per regolare la questione dell’eredità digitale a livello legislativo e giuridico.

La soluzione prevede l’istituzione di un Registro Generale Digitale, nel quale ciascun utente possa creare, in vita, uno spazio gratuito in cui indicare i servizi a cui è iscritto e le persone a cui vorrebbe delegare la gestione, a fronte dell’impossibilità di continuare a farlo in prima persona. Dopo il decesso del titolare, l’erede si rivolgerebbe a un notaio, il quale certificherebbe l’avvenuta morte del titolare direttamente nel sistema online. La piattaforma avviserebbe quindi i gestori dei servizi online, che a quel punto contatterebbero i soggetti indicati come successori, i quali riceverebbero la possibilità di accedere agli account del titolare originario.
«Servizi regolati da norme straniere»
«Il problema dell’eredità digitale deriva principalmente dal fatto che i servizi online di riferimento sono regolati da norme straniere, che prevedono per ciascun servizio delle condizioni contrattuali differenti, le quali a volte escludono anche la delega del rapporto contrattuale», ragiona ancora Raffaele Viggiani, segretario nazionale dell’Associazione Italiana Giovani Notai. «Oggi ci sono alcune soluzioni messe a punto direttamente da ciascun fornitore di servizi. Ma avere accesso al contenitore, non significa divenire titolari del contenuto. A norma di legge, se il soggetto fosse morto, oggi i titolari delle sue foto sarebbero in realtà gli eredi (legittimi o testamentari), non certo i soggetti indicati come utenti da contattare in caso di inattività dell’account.

Cosa aspettiamo a regolamentare la questione?», si domanda Viggiani. Altro caso di scuola potrebbe essere la vedova a cui viene a mancare il marito. Si scopre come il defunto fosse in possesso di due conti online aperti all’estero, con le credenziali custodite in via esclusiva dentro la casella email. Le parti in causa, anche in questo caso, sarebbero tre: i presunti eredi, i fornitori di servizi, le autorità giudiziarie. D’altronde, le società stesse si potrebbero trovare a gestire il paradosso di spazi virtuali occupati e inutilizzati, con relativi costi di gestione da mettere a bilancio. Negli Stati Uniti, 19 Paesi si sono dotati di una normativa nazionale per l’amministrazione dell’eredità digitale. In Italia, invece, se esiste il diritto di successione analogico, quello digitale sembra ancora affidato al caso.

nicoladituri
9 giugno 2016 (modifica il 9 giugno 2016 | 21:22)

Veneti popolo di ubriaconi»: parole di Toscani non diffamatorie

Corriere della sera

La quinta sezione penale della Cassazione ha confermato l’archiviazione del procedimento contro del fotografo. A presentare la querela furono 4 cittadini veneti che si sentirono offesi per le dichiarazioni alla trasmissione radiofonica «La Zanzara»



Non rientra nel reato di diffamazione parlare dei veneti come «un popolo di ubriaconi ed alcolizzati». La quinta sezione penale della Cassazione ha per questo confermato l’archiviazione, disposta dal gip di Verona, del procedimento penale che era stato aperto a carico del fotografo Oliviero Toscani, indagato per diffamazione a seguito di una querela presentata da quattro cittadini veneti.

Toscani, nel corso della trasmissione radiofonica «La Zanzara», su Radio 24, nel febbraio 2015, aveva affermato che i veneti sono «un popolo di ubriaconi ed alcolizzati» e proseguito con frasi quali «poveretti, non è colpa loro se nascono in Veneto», «i veneti sono un popolo di ubriaconi, alcolizzati atavici, i nonni, i padri, le madri», «poveretti i veneti, non è colpa loro se uno nasce in quel posto, è un destino. Basta sentire l’accento veneto: è da ubriachi, da alcolizzati, da ombretta, da vino».
Preconcetti e luoghi comuni
I querelanti, dopo l’archiviazione disposta dal gip, hanno presentato ricorso in Cassazione, che i supremi giudici hanno dichiarato infondato: «non integra il reato di diffamazione l’affermazione offensiva, caratterizzata da preconcetti e luoghi comuni, che non consenta l’individuazione specifica ovvero riferimenti inequivoci a circostanze e fatti di notoria conoscenza attribuibili ad un determinato individuo, giacché il soggetto passivo del reato

deve essere individuabile, in termini di affidabile certezza, dalla stessa prospettazione oggettiva dell’offesa, quale si desume anche dal contesto in cui è inserita. Tale criterio - è il principio di diritto enunciato dalla Corte - non è surrogabile con intuizioni o con soggettive congetture che possano insorgere in chi, per sua scienza diretta, può essere consapevole, di fronte alla genericita’ di un’accusa denigratoria, di poter essere uno dei destinatari».

Nel caso in esame, Toscani, si legge ancora nella sentenza depositata oggi, «nel definire i `veneti...ubriaconi alcolizzati´, ha fatto affermazioni del tutto generiche, indubbiamente caratterizzate da preconcetti e luoghi comuni (con riferimento alle asserite caratteristiche di abitanti in una determinata zona del territorio nazionale) ma prive di specifica connessione con l’operato e la figura di soggetti determinati o determinabili».
Non è odio razziale
Il ricorso è stato rigettato anche sul punto in cui i querelanti lamentavano che il fatto fosse riconducibile a discriminazioni razziali: «Le affermazioni di Toscani - scrivono i giudici di piazza Cavour - non sono riconducibili nel concetto di `odio razziale o etnico´ né comunque possono considerarsi potenzialmente discriminatori nei confronti di una determinata categoria di soggetti appartenenti ad una determinata razza, nazionalità o religione».

9 giugno 2016 | 17:46

Cancro, pacemaker e il resto il corpo restaurato del Capo

La Stampa
francesco bei

Dalla rivelazione del Duemila sul tumore alla prostata ai problemi cardiaci Il carisma del leader, alla ricerca dell’immortalità, accresciuto dalle malattie



«Ho avuto un cancro e dopo aver superato questa prova, ho imparato a non avere più paura di nulla». Berlusconi e il mito della sua immortalità, la malattia, il corpo vulnerabile e tuttavia onnipotente. E poi la potenza virile e la delicatezza femminile, gli acciacchi dell’età e la rincorsa all’eterna giovinezza, insomma con tutto quello che c’è tra la vita e la morte, sesso incluso naturalmente, ci gioca da sempre traendone anche una discreta rendita politica. 

Quel corpo, su cui si sono esercitati in molti e la letteratura abbonda, a partire dal molto citato “Il corpo del capo” di Marco Belpoliti (Guanda), è ormai una sorta di monumento italiano e come tutti i monumenti negli anni ha subito colpi, è stato restaurato, un pezzo crollato, un altro sostituito. In un susseguirsi di lifting, pacemaker, uveiti, trapianti, operazioni varie, aggiunte e tagli, sempre tutto pubblico, perché nell’ostensione del corpo, anche del corpo malato, il leader ha sempre ritrovato la sua forza. E così, appunto, nel 2000 fu la rivelazione del cancro alla prostata, ma l’operazione risaliva a tre anni prima. Anche in quel caso, curiosamente, durante una campagna elettorale per le amministrative.

«Ero sul palco, in mezzo alla gente, ma parlavo con la morte nel cuore. La mattina dopo dovevo entrare in sala operatoria, non riuscivo a non pensarci, temevo che il male fosse incurabile», confidò in un’intervista a Repubblica. Altra fuga in gran segreto in America nel 2006. «Vado a divertirmi a Las Vegas», disse ai cronisti prima di partire. Invece era a Cleveland a mettersi un pacemaker. E ancora nel 2015, quando quel ricambio elettronico dovette essere sostituito. Vita sregolata, notti insonni, troppo stress, (troppe ragazze), troppo tutto. 

Nel 2006 a un convegno dei giovani di Dell’Utri – a proposito, il gemello politico del Cavaliere ha avuto problemi di cuore pochi giorni fa – Berlusconi clamorosamente e pure in diretta tv, s’accasciò, svenne, perse i sensi e le guardie del corpo fecero appena in tempo ad acchiapparlo al volo perché non cadesse dal palco. Ma erano già i giorni del declino, lontani da quelli della potenza fisica. Come l’esaltazione del fitness, della corsa del ’95 alle Bermuda con gli amici di sempre: Fedele Confalonieri, Adriano Galliani, Carlo Bernasconi, Gianni Letta e, appunto, Marcello Dell’Utri.

Lui davanti e gli altri a inseguirlo, tutti in divisa bianca. «Sui cento metri non ce n’è per nessuno, mi lascio dietro anche i ragazzi della scorta», raccontava in Sardegna negli ultimi anni. Ma il primo a non crederci era lui. Di lì a poco, nel 2009, sarebbe arrivato quel pazzo di Massimo Tartaglia a scagliargli in pieno volto una miniatura appuntita del Duomo. «E ci mancò poco che mi cavasse un occhio». Anche allora l’ostensione del volto tumefatto e pieno di sangue ebbe un effetto magico sulle masse dei fedeli, rinsaldò il mito di un uomo «tecnicamente immortale» (parola di Umberto Scapagnini, il suo medico prima di Zangrillo, morto nel 2013). Lo stesso Scapagnini che gli somministrava un misteriosissimo elisir antietà a base di «olio di onfacio e palosanto, una pianta di cui si nutrono gli abitanti centenari di Ocobamba».

Che poi esisterà veramente sull’atlante? Ma si potrebbe andare avanti con l’uveite che lo costrinse a girare in Senato con gli occhialoni da sole stile il Padrino, con la sciatica che miracolosamente lo abbandonò a Vicenza per mostrarsi arrabbiato e pimpante davanti ai industriali, l’Alzheimer, «ma al primo stadio», come i malati di Cesano Boscone dove svolgeva i servizi sociali. Fino alla valvola atriale di un suino che gli impianteranno martedì. Confermandone così la natura ibrida di uomo/animale, nel segno totemico del verro. Per gli antichi Celti simbolo di fertilità. E che sia lunga vita. 

Quali sono i Paesi più pacifici al mondo?

La Stampa
filippo femia

Secondo il rapporto Global Peace Index il pianeta non è mai stato così violento. Solo 10 Stati sono del tutto estranei da conflitti



Guerre, terrorismo, instabilità politica. Il nostro pianeta è un luogo sempre meno sicuro. La pace è un miraggio, in un mondo stritolato da una spirale di violenza che sembra non finire. La conferma arriva dal rapporto del Global Peace Index 2016, pubblicato dal londinese Institute for Economics and Peace. Uno studio che analizza la situazione di 163 Paesi, incrociando 23 indicatori, tra cui terrorismo, militarizzazione, violenza politica e insicurezza sociale.

MAPPA - Il livello di pace globale (Fonte: www.visionofhumanity.org)


ISLANDA AL TOP, ITALIA 39ª
A guidare la classifica dei Paesi più pacifici è l’Islanda, con un punteggio di 1,192 su una scala da 1 (la totale assenza di violenza e conflitti) a 5. Sul podio anche Danimarca (1,246) e Austria (1,278). Anche quest’anno la Siria si conferma la maglia nera, seguita da Sud Sudan e Iraq. L’Europa è ancora la regione più pacifica: 15 dei primi 20 posti della classifica sono occupati dal Vecchio Continente. Ma rispetto al 2014 è stato registrato un peggioramento della situazione complessiva. L’Italia compare al 39° posto, penalizzata da criminalità percepita, esportazione di armi pesanti e la facilità di accesso a quelle leggere. Alle nostre spalle, però, ci sono Stati come Francia (46) e Regno Unito (47). 

INFOGRAFICA La top 10 dei Paesi più pacifici (Fonte: www.visionofhumanity.org)


L’INFERNO IN MEDIO ORIENTE
La situazione globale non è mai stata così grave. Le vittime di terrorismo sono aumentate dell’80% rispetto allo scorso anno e 69 Paesi hanno registrato almeno un attentato. Il numero di vittime dei conflitti armati a livello globale è drammaticamente aumentato, raggiungendo i livelli massimi degli ultimi 25 anni. Dai 49 mila morti del 2010 si è passati ai 180 mila del 2014. Una cifra record. La situazione peggiore è in Medio Oriente e Nordafrica. Soprattutto a causa della guerra in Siria (e la conseguente crisi dei rifugiati), ma anche per i conflitti di Yemen, Libia e Ucraina. 

IL MONDO SPACCATO IN DUE
Il rapporto evidenzia una tendenza contraddittoria. I Paesi in testa alla classifica stanno godendo di livelli di pace storicamente mai raggiunti, con la diminuzione del tasso di omicidi, delle spese militari e il ritiro delle forze armate da teatri di guerra all’estero. Quelli colpiti da conflitti, invece, stanno sprofondando in situazioni sempre peggiori. Un altro dato interessante: eliminando dal conteggio Medio Oriente e Nordafrica, secondo gli analisti, si otterrebbe un innalzamento del livello di pace globale. 

INFOGRAFICA Il peggioramento dal 2008 (Fonte: www.visionofhumanity.org)



IL PARADISO IN 10 STATI
Solo 10 Paesi, secondo il rapporto Global Peace Index, sono totalmente esenti da conflitti: Botswana, Cile, Costa Rica, Giappone, Mauritius, Panama, Qatar, Svizzera, Uruguay e Vietnam. Qualche spiraglio di ottimismo? Negli ultimi 12 mesi 81 Paesi sono diventati più pacifici, mentre la situazione è peggiorata in 79.

INFOGRAFICA Il costo globale della violenza (Fonte: www.visionofhumanity.org)



QUANTO COSTA LA VIOLENZA
Un altro dato preoccupante è il costo globale di conflitti e violenze: 13mila miliardi, equivalenti al 13.4% del Pil mondiale, ovvero le economie di Canada, Francia, Germania, Spagna e Regno Unito sommate. Se la violenza globale diminuisse del 10%, secondo i calcoli del rapporto, ci sarebbero 1,3 mila miliardi da investire: sei volte la cifra dei prestiti per salvare la Grecia e 10 volte l’ammontare degli investimenti per l’assistenza dei Paesi poveri.

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