domenica 5 giugno 2016

Gottardo, spari sugli operai italiani La vergogna del primo traforo

Corriere della sera
di GIAN ANTONIO STELLA

L’inaugurazione della nuova Galleria aiuta a ricordare la strage del 1875,
che costò la vita a quattro persone dopo la protesta per le condizioni di lavoro

Squadre di cantonieri davanti al tunnel del Gottardo, che venne realizzato tra il 1872 e il 1882
Squadre di cantonieri davanti al tunnel del Gottardo, che venne realizzato tra il 1872 e il 1882

«Le fucilazioni di Göschenen non si sono perdute nel tunnel del Gottardo! Il loro frastuono ha passato i monti e i mari e rimbomba ovunque il povero lotta, soffre e muore a causa del ricco». Félix Pyat, polemista e drammaturgo, era furibondo, nella sua Lettera agli operai svizzeri del 5 settembre 1875 contro i miliziani prezzolati dai costruttori della prima galleria ferroviaria che avevano sparato sugli operai disarmati «perforando le loro bluse come i loro avi le corazze di Gessler», il prepotente balivo austriaco nemico di Guglielmo Tell.

Spari contro gli scioperanti in una stampa d’epoca
Spari contro gli scioperanti in una stampa d’epoca

Ma cosa è rimasto nella memoria degli italiani, in questi giorni in cui anche Matteo Renzi è andato a festeggiare l’inaugurazione del nuovo traforo (celebrata perfino dallo show di ballerini vestiti da minatori!) della tragica costruzione del primo traforo aperto nel 1882? Niente. O quasi. Solo le parole di un canto sulle note che nella Grande Guerra saranno poi usate dagli alpini per la leggendaria Ta-pum: «Maledeto sia el Gotardo/ l’ingegneri che l’àn progetà/ e quei pori minatori/ soto i colpi o xè restà». Versione veneta di un lamento in tutti i nostri dialetti settentrionali…

Spiega infatti Konrad Kuoni in La costruzione della galleria ferroviaria del San Gottardo in termini economici, politici e sociali che gli operai erano per il 94% piemontesi, lombardi, veneti, toscani più per un altro 3% trentini, che allora erano sudditi austriaci. Solo due su cento erano svizzeri. E c’è da capirlo. Il lavoro era infatti bestiale.

I nostri operai sul versante di Göschenen nel cantone di Uri, come sarà spiegato giorni dopo al Congresso del Canton Giura dell’Associazione internazionale dei lavoratori, «chiedevano che le 24 ore giornaliere fossero ripartite non più fra tre, ma quattro squadre, ognuna delle quali avrebbe quindi lavorato 6 ore: 8 ore consecutive nel baratro buio e soffocante del tunnel, in mezzo a un fumo che tappava gli occhi, era un compito al di là delle forze umane».

Inoltre, proseguiva il documento, «quando l’impresa dava ai lavoratori degli acconti sulla paga, dava loro non dei soldi ma dei buoni di carta che albergatori e commercianti non accettavano se non trattenendo uno sconto. I lavoratori così erano costretti, per non subire questo taglio, a comprare il loro cibo e altri beni di consumo nei negozi dell’impresa; questo obbligo, fonte di un nuovo sfruttamento, pesava loro e desideravano affrancarsene: chiedevano pertanto che il pagamento avvenisse ogni due settimane invece che ogni mese, e fosse in contanti e non in buoni; chiedevano inoltre un aumento di salario di 50 centesimi al giorno».

Il salario medio di un operaio specializzato, secondo Wikipedia, «era di circa quattro franchi al giorno; quello di un manovale poco più di tre franchi. Per dormire a turni di otto ore in uno stesso letto si pagavano 50 centesimi, mentre una sistemazione in stanzoni con dieci letti era di venti franchi al mese. Un chilo di pane costava 40 centesimi e uno di formaggio poco meno di un franco. Gli operai dovevano inoltre provvedere all’olio per le lampade utilizzato nello scavo».

Quanto alle condizioni igieniche, ecco il rapporto del medico ispettore Jakob Laurenz Sonderegger: «Escrementi dappertutto. Nella maggioranza delle case non si può entrare. Gli escrementi vengono gettati dalle finestre perché per duecento persone non c’è un bagno. Il pavimento non è solo nero ma sporchissimo. Vestiti appesi da tutte le parti. Finestre sbarrate. Se si apre una porta ti investe una puzza paragonabile solo a quella di un pollaio mal tenuto. In ogni corridoio un mastello d’acqua fetida per decine di persone».

In galleria il problema delle latrine era, se possibile, ancora più grave. Risultato: un operaio dopo l’altro finiva per essere colpito dall’«ancylostoma duodenale». Una malattia chiamata, sulle prime, «anemia del Gottardo». Spesso seguita dalla morte. Non bastasse ancora, le esplosioni, le fughe di gas, i crolli, erano quotidiani. Al punto che la conta finale sarà di 199 morti «ufficiali». Anche se alcuni, come appunto Konrad Kuoni, basandosi sui rapporti del medico aziendale Dr. Föder, ne calcola addirittura cinquecento.

Quel 27 luglio, dopo l’ennesimo incidente, i poveretti scesero in sciopero. La reazione, racconta Remo Griglié (già direttore de «La Gazzetta») in un saggio rimasto purtroppo inedito, fu durissima: l’ingegner Ernst Der Stockalper, ricevuta una delegazione dei minatori, «ascoltò le confuse e balbettanti lamentele sul clima, sull’aria irrespirabile, sui ritmi forzati di lavoro, sulle paghe inadeguate. “Avete ragione. Qui la vita è dura e probabilmente ingiusta. Chi non se la sente di continuare non ha che da andarsene. Passi dalla cassa e sarà liquidato. Chi, invece, desidera continuare a lavorare con noi, torni subito al suo posto. Subito”. Girò i tacchi e uscì».

Umiliati dalla risposta, i minatori decisero di picchettare l’ingresso alla galleria. «Italiani! Se volete esser rispettati, rispettate pure la volontà d’altrui. Lasciate liberamente passare ognuno per la sua strada, al suo lavoro, altrimenti vi trovate in grave urto colle leggi della libertà!», ordinò il sindaco. E siccome Louis Favre, l’imprenditore che aveva vinto l’appalto impegnandosi a consegnare il tunnel entro la tal data per non pagare penali stratosferiche, trovava resistenze a far intervenir l’esercito o la polizia, Ernst Der Stockalper mandò alla direzione della società un telegramma: «I minatori sono in sciopero e bloccano i lavoratori. Inviate 50 uomini armati e 30 mila franchi».

Poche ore e i miliziani assoldati dalla società, armati di fucili e pistole, erano sul posto. Respinti a sassate al primo assalto con le baionette, spararono. Lasciando sul terreno quattro morti — Costantino Doselli, Giovanni Merlo, Salvatore Villa e Giovanni Gotta — e decine di feriti. La «rivolta dei “regnicoli”», come chiamavano sprezzantemente gli italiani sudditi dei Savoia, finì lì. Molti italiani tornarono sconfitti e licenziati a casa, molti restarono, rassegnati al ricatto e alla violenza. «L’italiano è molto spavaldo quando tiene lui il pugnale in mano», ironizzò il giornale «Basler Nachrichten», «ma diventa molto incerto non appena si trova di fronte la forza». L’ordine era ristabilito.

4 giugno 2016 (modifica il 4 giugno 2016 | 22:28)

Vaticano, scomunica per i fedeli della «veggente» Giuseppina Norcia

Corriere della sera

di Ester Palma

La decisione è stata presa dalla Congregazione per la Dottrina della Fede: «Ma chi si pente e lascia la setta potrà rientrare nella Chiesa». Le presunte apparizioni e guarigioni mai sottoposte a esami scientifici



Scomunicati e quindi fuori dalla Chiesa cattolica: la massima punizione prevista dall’ordinamento vaticano si è abbattuta sui fedeli della «Chiesa Cristiana Universale della Nuova Gerusalemme», organizzazione religiosa nata a Gallinaro, paesino della Val Comino, in Ciociaria, dalle presunte apparizioni divine a Giuseppina Norcia, morta nel 1989 a 49 anni.
La decisione
La decisione è stata presa dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, l’ex Santo Offizio, e comunicata a monsignor Gerardo Antonazzo, vescovo della diocesi di Sora Cassino Aquino e Pontecorvo, di cui fa parte il Comune di Gallinaro con una nota resa pubblica in tutte le chiese della Diocesi nella messa domenicale. L’accusa è fra le più gravi: scisma. «La posizione dottrinale di tale gruppo - si legge nella nota - chiaramente contraria alla fede cattolica e la sua costituzione in una nuova organizzazione, palesemente scismatica, impone da parte di chi ha la responsabilità di guidare il popolo di Dio una chiara presa di posizione al fine di salvaguardare il bene superiore della Chiesa e dei suoi fedeli.

Coloro che aderiscono alla suddetta associazione incorrono nella scomunica “latae sententiae” per il delitto di scisma. Ma la remissione della scomunica “latae sententiae” è lasciata alla competenza dell’Ordinario del luogo . Per incorrere in tale sanzione è necessario che i fedeli aderiscano consapevolmente od in maniera formale a tale associazione considerandone la dottrina e le idee, per cui non è sufficiente una frequentazione occasionale o episodica». Il percorso per redimersi e rientrare nella Chiesa è quindi tracciato ed indicato.

La decisione ufficiale della Chiesa viene dopo decenni di rapporti sempre piuttosto conflittuali, anche se negli anni Ottanta la setta trovò l’appoggio dell’allora vescovo Carlo Minchiatti. Ma nel 1992 una nota della Diocesi metteva in guardia i fedeli da «fatti che tendono a presentarsi come “straordinari” o “soprannaturali”, mentre non risultano tali né per origine, né per natura, né per contenuto. Ciò vale anche per affermate guarigioni che si dicono colà avvenute, in quanto non provate scientificamente e mai presentate e sottoposte ad esame degli Organi competenti».


La «Culla di Gallinaro»
La località della Valle di Comino, con la «Culla di Gallinaro», la chiesetta della congregazione, è frequentata da molti fedeli in cerca del miracolo, ma la massima affluenza nell’ultima domenica di giugno, anniversario della prima apparizione del Bambin Gesù alla presunta veggente. In più negli ultimi anni, dopo la morte della donna, il genero si sarebbe autoproclamato suo «erede spirituale».«Il nostro Vescovo Mons. Gerardo Antonazzo, avvalendosi delle sue facoltà, concede a tutti i sacerdoti in servizio pastorale nella nostra Diocesi la facoltà di rimettere, all’atto della celebrazione del sacramento delle penitenza, la censura della scomunica latae sententiae per il suddetto delitto.

Ma il confessore verifichi se vi sia stata un’adesione formale e vi sia stata piena consapevolezza, per accertare se il fedele sia effettivamente incorso nella scomunica e soprattutto se vi siano vero pentimento e la volontà di abbandonare definitivamente il suddetto gruppo prima di conceder la remissione della censura e l’assoluzione, ammonendo della gravità degli abusi commessi ed imponendo un’adeguata penitenza», aggiunge la nota vaticana.

5 giugno 2016 | 10:59

Solo

La Stampa
jena@lastampa.it

Non si può non votare un sindaco solo perché è renziano...
E ti pare poco?

Ottocento medici per 350 posti letto I paradossi della sanità calabrese

Corriere della sera

di Giusi Fasano e Carlo Macrì

Il commissario Scura: «Una marea di imboscati». Tra gli amministrativi 80 psicologi

Era da anni che nessuno faceva caso all’elenco del personale. Finché nella sanità calabrese commissariata (quella che non sa nemmeno quanti debiti ha) non è arrivato il momento di mettere mano anche a quello, per capire esattamente chi fa cosa, dove, con quali mansioni, con quali turni. Ed ecco le sorprese. Una fra le tante: nel settore amministrativo della sanità regionale risultano assunti ottanta psicologi. Ci sono settori nei quali si contano più di cento medici quando ne servirebbero meno della metà, altri che hanno più della metà dell’organico esentato dai normali turni di lavoro, infermieri che non fanno gli infermieri. «Una marea e mezzo di imboscati» per dirla con il commissario straordinario Massimo Scura.
«Sotto gli occhi posizioni vergognose»
«Abbiamo un elenco di problemi infiniti e in mezzo agli altri c’è anche quello di stanare gli scansafatiche, sì» conferma Francesco Politanò, dell’attivissima segretaria provinciale (Reggio Calabria) della Uil-Federazione poteri locali. «Abbiamo sotto gli occhi posizioni vergognose e ci accusano pure di essere contro i lavoratori... Ma lo sa che c’è un procedimento penale in corso perché sette infermieri e cinque medici si dividono quasi 500 mila euro extra lavoro dichiarando turni che richiederebbero giornate di 48 ore? Lo sa che nell’ufficio vaccinazioni abbiamo otto medici e quattro infermieri?»
«Aggressioni all’ordine del giorno»
Quegli otto medici sono parte di un gruppo di 138, tutti al lavoro nel Dipartimento di prevenzione provinciale di Reggio.«Abbiamo portato mazzi di denunce alle procure su irregolarità nei concorsi, negli appalti, nelle strutture» se la prende il suo collega e segretario provinciale Nuccio Azzarà, destinatario di minacce e buste con proiettili. «Ma sa qual è il vero problema? Che nonostante l’antimafia e i commissariamenti i posti chiave della sanità calabrese sono sempre in mano agli stessi da trent’anni, i dirigenti sono investiti at divinis. Perché davanti a risultati disastrosi nessuno viene mai rimosso?». A Catanzaro sono rientrati da poco alle loro mansioni 24 infermieri che per anni avevano fatto altro ma Alfredo Iorno, segretario generale della Funzione Pubblica calabrese per la Cgil, dice che «è sbagliato parlare di imboscati e generalizzare. Si rischia di essere ingiusti e mettere nel mirino gente che lavora», e ricorda che «le aggressioni agli operatori sanitari sono all’ordine del giorno».
Due medici per ogni posto letto
Ancora una anomalia, chiamiamola così. E ancora Asp di Reggio Calabria: nel suo territorio provinciale (esclusa la città di Reggio) lavorano 800 medici - senza contare i convenzionati e quelli di famiglia - per 350/400 posti letto. La stessa Asp registra la più alta percentuale di personale ospedaliero (cioè il 53%) ad avere il diritto di limitazione o esclusione dai turni di lavoro, perché fisicamente non idoneo o per assistere parenti gravemente malati. 53% significa che, su 1178, lavorano a regime ridotto 652 operatori sanitari vari. Nelle altre province, invece, la quota scende al 25-30%.
Quasi mille posizioni da regolarizzare
A fronte di tutto questo risultano da regolarizzare in tutta la regione le posizioni di 900 dipendenti della sanità che lavorano da anni con contratti a termine. «Io so soltanto che in tutta la Calabria gli infermieri, fra il pubblico e il privato, sono più di 15 mila e ne servirebbero altri 750 per rispettare la normativa sugli orari di lavoro» dice Fausto Sposato, docente di infermieristica e presidente regionale dell’ordine degli infermieri. «Nella provincia di Cosenza, che è la più vasta d’Italia, la situazione è drammatica». Drammatica. Non soltanto perché mancano infermieri, giura Alessandra Cozza, dell’Associazione «Sanità è vita», «ma perché nell’alto Cosentino, chiusi tutti gli ospedali, quello calabrese più vicino è a 55 chilometri e abbiamo casi di persone morte di ictus o infarto per la troppa distanza. Il Consiglio di Stato ci ha dato ragione per riaprire Praia ma nonostante la sentenza nessuno fa un passo. E i calabresi vanno a curarsi o a far nascere i loro bambini in Basilicata».
I costi della migrazione dei pazienti
Ecco un altro problema: la migrazione dei pazienti, una realtà che alle casse regionali è costata 300 milioni di euro nel solo 2015. La riassume bene il presidente della Regione, Mario Oliverio: «Il più grande ospedale della Calabria è fuori dalla Calabria» dice, puntando il dito sulla gestione commissariale che «ha lavorato come un corpo a sé stante» e ricordando che «siamo ultimi nella famosa Griglia Lea», quella che misura i livelli essenziali di assistenza (ferma al 2014). Ultimi: con 137 punti quando il minimo sarebbe 160. Ultimi (soprattutto nella provincia di Cosenza) anche nella prevenzione, con screening oncologici a quota 2 quando la sufficienza per il livello essenziale di assistenza è 9. E ultimi nei tempi di attesa per le visite specialistiche con una media che va oltre i dodici mesi. E nonostante quest’affresco non c’è un solo dirigente del Dipartimento per la tutela della salute che nel 2015 non abbia incassato il 100% del premio di risultato.
Le procure
Le segnalazioni alle procure per irregolarità di ogni genere si moltiplicano ma, per dirla con il procuratore capo di Vibo Valentia Mario Spagnuolo «Le nostre indagini sono fatte tutte senza la collaborazione o, peggio, contro la volontà della parte offesa. E intanto, per citare un dettaglio, non c’è un solo controllo dei vigili del fuoco in una struttura sanitaria che non abbia trovato criticità sul fronte della sicurezza e della prevenzione». Criticità. La parola più citata nei discorsi, la più scritta nelle relazioni sulla sanità in Calabria.

4 giugno 2016 (modifica il 4 giugno 2016 | 22:54)

Ecco il profilo di Leonardo, era nascosto in un suo disegno”

La Stampa

Ad annunciarlo all’agenzia Adnkrons la ricercatrice italiana Carla Glori


Il profilo nascosto di Leonardo (Foto di Adnkrons)

Scoperto dopo oltre 500 anni il profilo di Leonardo da Vinci. È celato nel Codice Atlantico, mimetizzato nel foglio numero 399 dove è disegnato il volto di una nobildonna milanese. Lo annuncia all’Adnkronos la ricercatrice italiana Carla Glori. «Il maestro - dice - ha nascosto il proprio profilo rovesciato «sotto l’ascella» della fanciulla che è ritratta di profilo».

Il disegno dell’Ambrosiana, esaminato in originale dalla studiosa, viene ricondotto alla tendenza di Leonardo all’auto-mimesi e alla sua padronanza degli artifici di prospettiva. «Comparando il profilo nascosto con quello della fanciulla -spiega- si nota una straordinaria somiglianza, che nella parte inferiore del volto è addirittura una «coincidenza» sovrapponibile, mentre la parte che va dalla base del naso alla fronte diverge solo quel tanto che permette di caratterizzare l’inconfondibile fisionomia di Leonardo stesso».

La somiglianza del profilo della fanciulla disegnata nel foglio è stata verificata dalla studiosa sia sull’Autoritratto che sul ritratto di profilo di Leonardo attribuito al Melzi dalle comparazioni del ricercatore Sergio Frumento. Ma c’è di più. Sulla base delle similitudini delle immagini pubblicate, Carla Glori ipotizza che, per dipingere la Gioconda, Leonardo attraverso interventi mirati abbia «coniugato» il volto femminile del primo ritratto, (ricostruito dallo studioso Pascal Cotte tramite la macchina multispettrale), con il proprio volto.

Immigrati a scuola: 650mila euro buttati!

Michel Dessi



Per chi tra i miei affezionati lettori non avesse avuto la possibilità di leggerlo, ripropongo il mio articolo sullo spreco di denaro pubblico che si consuma in Calabria, nella Piana di Gioia Tauro, con il solito alibi della falsa accoglienza.

Inaugurato in pompa magna, alla presenza di Nicola Irto, presidente del Consiglio Regionale della Calabria, e di tutta la sua corte piddina, quando il sacco della befana non era ancora completamente svuotato, il centro polifunzionale per migranti “Donna Livia” di Taurianova, nel cuore di quella Piana di Gioia Tauro invasa da migliaia di africani regolari e soprattutto non, è stato subito sigillato e mai utilizzato. 545mila euro sborsati per la ristrutturazione e 107mila spesi per l’acquisto di arredi e attrezzature. Per una piccola costruzione rurale, edificata in tempi lontani tra i boschi d’ulivo e rimasta inutilizzata per decenni. Valore commerciale? Zero! Eppure, in questi cinque mesi, un impianto di illuminazione esterna costantemente acceso la fa sembrare una sorta di faro  nella nebbia dell’immigrazione clandestina forzata.

centro migranti

Dove si terranno mai questi corsi di formazione al lavoro per i regolari fra gli immigrati che vivono nelle tendopoli e negli accampamenti più disumani che si possano immaginare fra le fresche frasche degli agrumi della Piana?  Dove stanno svolgendo il loro compito socio-psicologico e ricreativo i responsabili dell’associazione culturale “Parallelo38”, co-assegnataria della gestione del centro assieme All’Auser, che, invece, dovrebbe occuparsi della gestione amministrativa? Dove si stano divertendo i migranti, e da quale internet point stano chattando coi parenti rimasti nelle capanne in mezzo alle foreste equatoriali?

Non certamente da quello organizzato per loro all’interno del centro fantasma, e costato migliaia di euro. Uno solo dei tanti computer, fattura alla mano, è stato pagato ben 1 647,50 euro (+IVA) ed è dotato di un processore i7 da 3,9 GHz, 32 Gb di memoria RAM e 1 Tb di hard disk: praticamente una dotazione da centro NASA, utile per contattare i fratelli col naso a trombetta e le antenne dietro le orecchie.  Certo che deve essere difficile passare dalla lingua bambara o wolof all’italiano. Se, al posto di un lapis e un quaderno a righe diventa necessario un armamentario di ultimissima generazione. Oppure ci troviamo difronte ad una ottimistica e allegra gestione di fondi pubblici.

migranti-scuola

Del resto il buongiorno si era visto dal mattino, quando, l’amministrazione comunale di Taurianova aveva assegnato ben 55mila euro al progetto da dividersi fra le due associazione assegnatarie. Viene naturale chiedersi se si è già provveduto agli anticipi e quando le associazioni (no profit) intendono iniziare a lavorarci dentro. La risposta potrebbero darla il consigliere comunale piddino Dario Romeo e l’assessore alla cultura, dello stesso partito, Raffaele Loprete, visto che sono due tra i soci fondatori di “Parallelo38”.

O, forse, potrebbe rispondere direttamente il sindaco Fabio Scionti, stesso partito, che all’epoca dell’incarico alle associazioni era impegnato nel ballottaggio per la carica di primo cittadino, ma, soprattutto, di fresca dimissione da presidente della Consulta delle Associazione cittadine. Come dire, se c’è da ballare, balliamo tutti.

I cittadini, inoltre, si chiedono dove mai siano andati ad acquistare gli arredi, i responsabili del progetto, considerando che una poltrona d’ufficio è stata pagata ben  577euro (+IVA) e un divano a due posti 859euro (+IVA). E, altro cruccio civico, chi sta pagando la bolletta del consumo di energia elettrica, visto lo sperpero vergognoso delle lampadine accese 24h su 24 per un centro chiuso prim’ancora di essere aperto. Quando al dubbio si unisce l’evidente certezza, non vi è confine per lo schifo.

Paralizzata dalle botte ricevute, una gatta si trascina per tornare dai suoi cuccioli

La Stampa
fulvio cerutti



Uno spirito materno che dovrebbe essere d’esempio per molti umani. È quello dimostrato da una gatta che, sebbene con le zampe paralizzate per le botte ricevute, è riuscita a tornare dove aveva lasciato i suoi cuccioli. Tutto ha avuto inizio lo scorso mese quando Dee Walton, proprietario del Sawyers Gully Animal Rescue, ha ricevuto un messaggio sulla segreteria telefonica: una donna diceva di aver nutrito una gatta randagia e i suoi cuccioli nel suo cortile, ma che il suo vicino aveva ucciso la mamma felina.



Prima che l’uomo riuscisse a intervenire, la storia ha avuto una svolta importante: in realtà la gatta era sopravvissuta alle botte ricevute, ma era rimasta paralizzata delle sue zampe posteriori. Nonostante questo Princess, come è poi stata chiamata, è riuscita a trovare le forze per trascinarsi sino al punto dove aveva lasciato i suoi piccoli.



La famiglia felina è stata poi affidata alla protezione animali che però, considerate le condizioni della gatta, l’avrebbe separata dai piccoli. Una decisione che Walton non è riuscito ad accettare: nonostante i problemi di Princess, e l’impegno che richiedono, Walton ha deciso di accogliere tutta la famiglia nel suo rifugio. Il giusto riconoscimento per la “mamma coraggio”.

Riccardo Realfonzo: "Ecco perché la Napoli di De Magistris è fallita"

Simone Savoia - Sab, 04/06/2016 - 14:55

Economista, punto di riferimento in Italia della scuola classico-keynesiana, direttore della Scuola di governo del territorio, è stato assessore al bilancio del Comune di Napoli per due volte



Riccardo Realfonzo non è un personaggio facile. Economista, punto di riferimento in Italia della scuola classico-keynesiana, direttore della Scuola di governo del territorio, è stato assessore al bilancio del Comune di Napoli per due volte. La prima con Rosa Russo Jervolino, quasi al tramonto del decennio che ha sfasciato la città partenopea; se ne andò sbattendo la porta dopo aver denunciato il sistema clientelare che teneva in ostaggio la stessa sindaca.

Lei per tutta risposta lo definì “il Robin Hood di Palazzo San Giacomo”, che alla fine del 2010 diventò un libro-denuncia scritto dallo stesso Realfonzo. La seconda con Luigi de Magistris, del quale è stato stretto collaboratore nella vittoriosa campagna elettorale per le comunali 2011. A giugno di quell’anno si insediò nel suo ufficio a Palazzo San Giacomo. A luglio 2012 la rottura con il sindaco e l’uscita dalla giunta.

E questa è la vicenda politica del professor Realfonzo. L’altra questione riguarda Napoli e tutte le grandi città italiane diventate dal 1° gennaio 2015 città metropolitane, quindi organismi complessi con decine e decine di Comuni da gestire e milioni di abitanti, tra residenti e pendolari. Oggi quante città metropolitane hanno strumenti contabili adeguati? Napoli, in qualche modo, è paradigma dei problemi amministrativi di tutte le metropoli italiane, da Roma a Milano. Nodi irrisolti e casse miseramente vuote.

Qual è lo stato attuale del bilancio del Comune di Napoli?
"Il Comune è in condizioni fallimentari. Se gli uffici sono ancora aperti e i servizi minimi ancora in qualche misura vengono erogati, ciò è dovuto al fatto che l’amministrazione de Magistris nel 2013 ha dichiarato formalmente il pre-dissesto aderendo alla procedura del decreto “Salva Comuni”. Grazie a ciò, e anche ai decreti sui debiti della pubblica amministrazione, il sindaco ha ottenuto dal Governo oltre un miliardo e duecento milioni. Un finanziamento senza precedenti e che noi cittadini napoletani dovremo restituire nei prossimi 30 anni. Inoltre, de Magistris ha già portato le tasse e le tariffe ai massimi, determinando una pressione fiscale asfissiante sull’economia cittadina. Insomma, il dissesto c’è già, ma grazie ai crediti del Governo per ora la dichiarazione formale di dissesto non c’è stata. E la città ne paga le conseguenze".

Quanti soldi ci sono in cassa?
"Il miliardo e duecento milioni se n’è andato rapidamente in fumo. È servito a pagare una parte dei debiti del Comune e delle società partecipate. Ormai la liquidità e pochissima e non a caso i tempi di pagamento del Comune stanno riprendendo ad aumentare molto rapidamente".

Qual è il disavanzo?
"È difficile dirlo con precisione anche perché i conti che il Comune presenta risultano poco credibili. Il punto è che il bilancio del Comune ha in pancia moltissimi crediti anche molto antichi, tra questi soprattutto multe e fitti degli immobili comunali, che sono di dubbia esigibilità. Nelle mie due esperienze da assessore al bilancio del Comune ho condotto un battaglia senza tregua per fare emergere la verità sui conti. Una battaglia chiusasi in entrambe le esperienze con l’abbandono dell’incarico dopo un anno. Nel 2009 presentai un bilancio che conteneva 200 milioni di tagli ai crediti inesigibili, il che evidentemente implicava uno stop alla capacità di spesa del Comune.

Gli attacchi e gli ostacoli che mi veniva frapposti furono insostenibili e mi dimisi. Tornato al Comune con de Magistris, il mio ultimo atto fu la delibera 388 del maggio 2012 che bloccava tutte le spese non indispensabili e imponeva una ricognizione straordinaria dei crediti del Comune. L’esito di quella delibera fu la quantificazione di un buco di bilancio di circa 850 milioni. Ma la cosa non andò giù al sindaco e anche in questo caso fui costretto a lasciare. Tenga conto che, come le dicevo, per queste battaglie sulla trasparenza del bilancio ho ricevuto molti attacchi e qualcuno si spinse ad affermare che avevo addirittura causato un danno erariale al Comune.

Feci denuncia e il Pm incaricò la Guardia di Finanza di fare una indagine molto approfondita, che ha riconosciuto fino in fondo la piena correttezza del mio operato. La conclusione è stata che il Tribunale penale di Napoli ha appena emesso due pesanti condanne di diffamazione ai danni di chi mi aveva attaccato. È stata una grande soddisfazione vedere riconosciuto il merito del mio operato anche nelle aule del Tribunale della mia Città".

De Magistris scrive sul sito Dema che nel 2011, anno della sua elezione, c'era un debito di 1 miliardo e mezzo e un disavanzo di 850 milioni all'anno.
"Non è così. De Magistris raccolse una eredità molto pesante cinque anni fa. Però la quantificazione del debito, come ho detto prima, scaturì dalla delibera del maggio 2012. Da allora lui sostiene che i conti sono migliorati, ma non è così. Sono peggiorati e non potrebbe essere diversamente visto che tutte le azioni che avevo proposto per riorganizzare gli uffici, aumentare le riscossioni e sconfiggere l’evasione sono state bloccate. Badi bene che non è solo la mia opinione, è soprattutto quella della magistratura contabile.

Infatti, recentemente la Corte dei Conti ha emesso una pronuncia relativa al bilancio 2013 del Comune che è in aperto contrasto con le conclusioni di de Magistris. Secondo il Sindaco nel 2013 lo squilibrio era sceso a 700 milioni di euro, mentre secondo la Corte il buco di bilancio era in forte aumento, ben oltre il miliardo di euro. Nell’occasione la magistratura ha puntato il dito contro quelle che non ha esitato a definire “gravi irregolarità contabili e finanziarie”.

Il sindaco de Magistris rivendica alla sua amministrazione l’accorpamento delle società partecipate, gestione pubblica del patrimonio, contenimento leva fiscale e altri provvedimenti di questo tipo
"Tutto fumo. La verità è che la stagione delle riforme che era stata promessa ai cittadini napoletani non è mai nemmeno partita. E quanti di noi si battevano per introdurre la riforma della inefficientissima macchina comunale, delle società partecipate, per la lotta all’evasione e alle malversazioni, hanno lasciato gli incarichi o sono stati allontanati. De Magistris ha tradito la parte migliore della società civile partenopea che aveva voluto credere nella possibilità di una rinascita cittadina".

Se il Comune di Napoli fosse un negozio o una piccola impresa dovrebbe dichiarare fallimento? Perchè?
"Semplicemente perché ogni giorno continua a spendere quanto prevede di incassare, ma poi le riscossioni effettive sono sistematicamente molto inferiori alle previsioni di incasso".

De Magistris propone un reddito minimo cittadino. Quanto costerebbe alle casse del Comune?
"Lei fa riferimento al fantomatico bilancio di previsione, la cui discussione in Consiglio è calendarizzata per il giorno 8 giugno, dopo le elezioni? Un’altra sceneggiata di de Magistris, degna della tradizione teatrale popolare partenopea. Il dato relativo al costo del provvedimento non lo so io e soprattutto non lo sa neppure de Magistris. E questo perché nessuno ha i dati relativi agli aventi diritto secondo i requisiti previsti nel fantomatico bilancio. Ma d’altra parte tutto ciò non ha nessuna importanza. Anche in questo caso ci troviamo infatti difronte a un manovra ultra-populista, senza nessuna velleità di divenire una cosa concreta. Il Comune non ha nemmeno i quattrini per i servizi essenziali, figuriamoci per il reddito minimo. E d’altra parte il sindaco non ha fatto appostare in bilancio nemmeno il becco di un quattrino".

Bagnoli: l'area dell'ex Ilva è di 200 ettari. Quanto costa una bonifica? E la sola rimozione della colmata, che già sarebbe un bell'inizio?
"Il presidente del Consiglio Renzi ha messo in campo circa 270 milioni per Bagnoli. Dopo 25 anni di mortificante immobilismo vogliamo tutti sperare che sia la volta buona. Dal 1° gennaio 2015 Napoli è una città metropolitana che raccoglie 92 comuni e oltre tre milioni di abitanti".

Lo strumento del bilancio come dovrebbe modificarsi a questa nuova realtà, anche in termini di spese materiali cui far fronte?
"Si tratta, come ricorda lei, di mettere in rete le risorse di 92 comuni. Quella della città metropolitana potrebbe una occasione straordinaria per Napoli. Grazie alle economie di scala, si potrebbe migliorare molto la qualità dei servizi pubblici locali, si potrebbero costruire politiche urbane integrate, ci sarebbe finalmente l’occasione per modernizzare la pubblica amministrazione. Ma siamo già partiti molto male, in forte ritardo. Infatti, de Magistris non ha predisposto il Piano Strategico, che è il documento di pianificazione strategica essenziale, che definisce gli obiettivi e gli strumenti per lo sviluppo anche in relazione alle zone omogenee.

E Napoli rappresenta certamente una delle sfide più difficili di Europa, considerando che è una delle città più compatte e congestionate del Continente, con servizi pubblici e qualità della vita scadenti, e un reddito per abitante tra i più bassi. Insomma, la città metropolitana potrebbe essere una grande occasione, ma certo non se de Magistris fosse riconfermato sindaco. In questo caso Napoli andrebbe ancora indietro anziché avanzare, e direi che non ce lo possiamo proprio permettere".

L’economista Riccardo Realfonzo, sostenitore dell’intervento pubblico in economia e propugnatore di nuove politiche industriali, ha idee in buona parte diverse dalla linea editoriale del Giornale. E, come avrebbe detto Montanelli, come tutte le persone di carattere non ha un bel carattere. Ma in nome delle sue idee ha lasciato le poltrone o si è fatto cacciare pur di non smentire se stesso e il suo percorso. E se la politica italiana è diventata una giungla o una foresta di Sherwood, ben vengano anche i Robin Hood…