venerdì 3 giugno 2016

Niente ai messaggi dei terroristi I pm di Milano contro WhatsApp

Corriere della sera

di Luigi Ferrarella

Lettera al Dipartimento di Giustizia Usa della procura di Milano. La risposta della società: «Ci sembrava solo propaganda»



La Procura di Milano chiede formalmente all’ambasciata americana in Italia di «portare a conoscenza del Dipartimento di Giustizia» statunitense la «forte preoccupazione» per l’atteggiamento di WhatsApp «difficilmente compatibile con gli attuali strumenti giuridici internazionali di contrasto al terrorismo» internazionale. Lo fa in una lettera che svela ora un inedito retroscena dell’inchiesta emersa il 28 aprile con l’arresto di quattro persone a fronte (specie nel caso del pugile Abderrahim Moutaharrik) del «riscontrato pericolo di un attentato

in Vaticano e all’ambasciata di Israele»: e cioè l’impasse a metà aprile per il fatto che — pur di fronte a messaggi WhatsApp che dal Califfato in Siria incitavano l’aspirante «martire» a farsi esplodere qui in Italia, e pur di fronte alla sopraggiunta impossibilità di monitorarli per colpa della distruzione del telefonino sino allora intercettato solo grazie a un virus informatico — la compagnia americana avesse negato collaborazione, «ritenendola non una situazione di emergenza» ma in teoria anche solo un caso di semplice «condivisione di propaganda con altro utente».

Il 13 aprile il comandante del Ros di Milano, Paolo Storoni, chiede in California a WhatsApp i messaggi ricevuti da una utenza: che a posteriori, oggi spulciando gli atti, si comprende fosse lo smartphone della poi arrestata Wafa Koraichi, sorella del poi latitante Mohammed, all’epoca già andato in Siria con moglie e figli per arruolarsi nell’autoproclamato Stato Islamico. I carabinieri, che solo grazie a un captatore informatico intercettavano i messaggi WhatsApp altrimenti non intercettabili telefonicamente, da pochi giorni ne avevano perso il monitoraggio quando si erano resi conto che il 25 marzo nella casa a Baveno una furibonda lite tra Wafa e suo padre (irritato dalla

deriva integralista della figlia) era sfociata nella distruzione fisica dello smartphone prezioso per l’inquirente. Che a quel punto, sapendo che dal foreign fighter in Siria continuavano a partire messaggi WhatsApp, ma non potendo più «ascoltarli» sulla distrutta utenza destinataria, aveva chiesto al WhatsApp di dare accesso al «contenitore» aziendale su cui (in fase di arrivo) restavano in giacenza.I dati dei nostri utenti sono conservati su server negli Stati Uniti, risponde WhatsApp il 15 aprile, quindi mandateci una rogatoria e poi ne riparliamo. Con annessi tempi biblici.

Forse c’è un equivoco e non avete capito bene l’urgenza, rispiega allora per iscritto il 20 aprile la Procura di Milano: fate almeno il piacere di dirci quali siano le vostre interne «procedure di emergenza» nei casi di terrorismo, cioè le linee-guida aziendali che non avete messo online (a differenza di Facebook o Google, Apple o Microsoft), in base alle quali questi colossi privati valutano quando fornire (per sicurezza pubblica) o non fornire (a tutela della privacy degli utenti) i dati di volta in volta chiesti dai magistrati.

Il 25 aprile WhatsApp risponde con flemma: avremmo bisogno che ci diciate esattamente la natura esatta del pericolo, se ci sia un serio rischio di morte, quanto sia imminente questo rischio, quanta attinenza abbia lo specifico dato. Il 28 aprile il pm Francesco Cajani (che nel frattempo, si intuisce dagli atti, con i colleghi in altro modo è riuscito a riagganciare gli indagati fino al loro arresto) risponde al curaro: grazie molte della spiegazione ma, «dopo 15 giorni» dalla prima richiesta, «fortunatamente oggi abbiamo arrestato i sospetti e l’emergenza è cessata», però per il futuro spiegateci un po’ se, la prossima volta in cui combattenti stranieri dell’Is useranno messaggi WhatsApp per incitare altri terroristi a farsi saltare qui in pubblico, questa vi apparirà abbastanza «emergenza» per aiutarci.

WhatsApp risponde la sera stessa: avremmo avuto bisogno di informazioni più specifiche sull’imminenza e specificità dell’«emergenza», la situazione descrittaci poteva anche essere solo «condivisione di propaganda». Ed è questa «sorprendente motivazione» la goccia che fa traboccare la lettera della Procura milanese all’attaché del Dipartimento di Giustizia presso l’Ambasciata americana.

2 giugno 2016 | 23:45

Lo sterminio dei Pascià e le colpe (ora ammesse) della Germania

Corriere della sera

di Andrea Riccardi

La collaborazione con l’Impero ottomano e il primo processo a Berlino nel 1921

Una foto del 1915: un gruppo di armeno scortati da soldati turchi in un luogo dove poi sarebbero stati uccisi

Il Bundestag ha riconosciuto, con voto quasi unanime, i massacri degli armeni nel 1915 da parte degli ottomani come un genocidio. Il presidente turco Recep Erdogan ha subito condannato con forza il fatto e ritirato il suo ambasciatore a Berlino. Per una questione di cent’anni fa, si apre una tempesta diplomatica tra Ankara e Berlino, soprattutto non molto dopo l’accordo tra Unione Europea e Turchia sui rifugiati, propiziato da Angela Merkel. Attraverso l’intesa, Ankara ha acquisito una centralità nella politica europea quale scudo ai flussi di migranti e rifugiati: una funzione discutibile, ma che riduce assai la pressione migratoria.

Tra l’altro, Germania e Turchia sono legate da un interscambio commerciale che vede l’economia tedesca al primo posto in Anatolia. Ci sono poi in Germania più di 1 milione e 500 mila turchi residenti e altrettanti con passaporto tedesco. Perché questa decisione «impolitica» della Germania, che si era invece manifestata molto realista verso la Turchia? È proprio un’espressione tipica delle democrazie europee che, pur praticando il realismo della politica, non sono dominate solo da questa logica. L’ha mostrato il voto del Bundestag, ben al di là della maggioranza di governo.
Il processo del 1921
I tedeschi sono ovviamente sensibili alla tematica dei genocidi, anche se la Shoah e Metz Yeghern (il Grande male degli armeni) sono vicende storiche diverse. Non si può dimenticare che i tedeschi furono presenti in Turchia e alleati dell’impero nella Prima guerra mondiale. Hitler, alla vigilia dell’invasione della Polonia, nel 1939, avrebbe detto, per sminuire i suoi progetti genocidari: «Chi si ricorda oggi dello sterminio degli armeni?». Invece in Germania si conosceva il dramma armeno. Si tenne nella capitale tedesca, nel 1921, un processo al giovane armeno, Soghomon Tehlirian, che aveva assassinato a colpi di pistola Talaat Pascià, fuggito a Berlino dopo la disfatta ottomana. Talaat, Enver e Cemal avevano formato il triunvirato di «Giovani turchi» (il movimento nazionalista) che aveva portato l’impero in guerra.

Sotto la loro direzione, erano avvenute le stragi e le deportazioni degli armeni verso il deserto siriano. Morirono anche altri cristiani ottomani, come siriaci o caldei (senza alcuna velleità nazionalista). Nel suo diario, l’ambasciatore americano a Istanbul, Morghentau, ricorda di aver difeso l’innocenza degli armeni con Talaat e di aver ricevuto da lui questa risposta: «Gli innocenti di oggi possono essere i colpevoli di domani». L’epurazione etnica degli armeni era una terribile misura preventiva. Finiva un tessuto di convivenza tra musulmani e cristiani, durato secoli, che costituiva una originalità del mondo ottomano.
L’assoluzione di Tehlirian
Il processo a Tehlirian fu un atto d’accusa verso i turchi con l’audizione di testimoni tedeschi e armeni. Si concluse con l’assoluzione dell’imputato, che aveva perso la famiglia nelle stragi. Emersero pure complicità e indifferenze da parte dei militari tedeschi di fronte alla deportazione e all’assassinio degli armeni. Spesso la documentazione tedesca è una delle prove dei massacri. Il Bundestag ha riconosciuto la corresponsabilità della Germania, che «non provò a fermare questi crimini contro l’umanità». Non fecero così tutti i tedeschi. Alcuni ebbero forte sensibilità al dramma armeno: così il pastore protestante Johannes Lepsius, autore di un rapporto segreto sui massacri nel 1916 o il militare Armin Wegner, che ha lasciato una drammatica serie di fotografie (prese di nascosto) degli armeni stremati nel deserto siriano di Deir el Zor.
Il negazionismo turco
Da parte turca si nega la realtà storica del genocidio. Secondo gli storici turchi, i morti armeni nel 1915 sono stati dai 200 mila agli 800 mila, mentre la storiografia internazionale (in genere) parla di 1 milione e 500 mila. Per i turchi la morte degli armeni è uno dei vari terribili episodi durante la guerra, non un caso particolare. Anche la popolazione turca sarebbe perita (pure ad opera di rivoltosi armeni). Il 24 aprile 2014, anniversario del genocidio armeno, il primo ministro Erdogan ha inviato le condoglianze ai nipoti dei caduti armeni, chiedendo di «ricordare questo periodo doloroso con una memoria giusta».

È un’attenuazione di un atteggiamento rigido, non il riconoscimento del genocidio. La Turchia attuale ha però una variegata opinione pubblica: non molto tempo fa un nipote del triunviro Gemal ha riconosciuto il genocidio degli armeni, inchinandosi al memoriale del genocidio in Armenia. Non tutta la storiografia turca è schierata in senso negazionista: nel 2008 un testo di richiesta di perdono agli armeni, promosso da uno storico turco, ha raccolto 30 mila adesioni di turchi. Forse è venuto il momento di superare le rigidità e la storiografia polemica. Vive in Turchia una comunità armena di circa 50 mila persone, mentre recenti immigrati armeni lavorano nel Paese.

La questione del genocidio si riverbera però sui rapporti tra Armenia e Turchia, confinanti tra loro. La chiusura della frontiera manifesta ancora l’irriducibilità tra i due mondi.

Meglio pagare la multa che accogliere i migranti”

La Stampa
francesca paci

Nel piccolo e ricchissimo paese svizzero di Oberwil-Lieli gli abitanti preferiscono pagare la contravvenzione di 130 euro a testa che accettare la quota a loro destinata di 10 rifugiati



Oberwil-Lieli è un ridente paesone svizzero di circa duemila abitanti pressoché ignoto finora alle cronache se non per il fatto di aver dato i natali a un numero sostanzioso di milionari, qualcosa come 300 Paperoni, oltre il 10% della popolazione. Da qualche giorno però Oberwil-Lieli è diventato la metafora dei mille muri difensivi risorgenti in Europa: con un referendum tenutosi il primo maggio e passato con il 52% dei voti infatti, questa comunità del cantone tedesco Argovia ha respinto la quota assegnatagli di 10 rifugiati preferendo pagare i 270 mila euro di multa previsti in caso di rifiuto.

È presto per cantare vittoria, ci dice al telefono il sindaco Andreas Glarner, membro del partito di destra SVP: «La legge prevede che ci sia una verifica ulteriore, così il 10 giugno riuniremo la comunità per stabilire definitivamente se vogliamo o meno prendere con noi queste persone».

L’accusa di razzismo però, quella no, non la prende neppure in considerazione: «Il problema non è il numero di rifugiati da accogliere, non siamo contro i 10 che ci sono stati destinati ma contro la politica della Svizzera. Questo tipo di flussi si affronta facendo accordi con i paesi di provenienza, dobbiamo aiutare chi è in difficoltà, soprattutto i siriani, più bisognosi dei migranti economici, ma a casa propria. Dobbiamo mandare loro soldi e scoraggiarli dal mettersi in mare. Invece no.

Lo scorso anno abbiamo ammesso 40 mila migranti eppure sappiamo bene che dopo 5 anni il tasso di disoccupazione di chi arriva come loro è del 72%, vuol dire che a stretto giro avremo 30 mila nuovi senza lavoro». Nel 2015 la Svizzera ha ricevuto 39523 richieste d’asilo di cui circa un quarto accettate, ma nei primi tre mesi del 2015 il numero è sceso a 8315, il 45% in meno del trimestre precedente (ad aprile hanno applicato in 1748, quasi tutti eritrei, una fetta ridottissima dei 135 mila sbarcati in Europa in cerca di fortuna nei primi due mesi del 2016).

Il sindaco racconta le paure di una comunità composta in buona parte da pensionati ma in una regione dove comunque la disoccupazione è intorno al 3%. Da queste parti il Capodanno di Colonia, con valanghe di denunce di molestie sessuali da parte di donne contro gli stranieri, ha seminato ansia. Molti abitanti di Oberwil-Lieli, strade pulitissime e casette tipo chalet di montagna, spiegano di non voler mettere a repentaglio la tranquilla vita cittadina, dove la criminalità è pari a zero, e non hanno gradito l’impegno della Svizzera, che non è parte dell’Unione Europea, ad accogliere 50 mila migranti, di cui 3 mila siriani, da distribuire tra i 26 cantoni della confederazione. Un paese vicino, Brentgarten, ha visto la tensione sociale aumentare dopo che tre anni fa ha ammesso 150 richiedenti asilo.

«Non li vogliamo, tutto qui, abbiamo lavorato un’intera vita per guadagnarci ciò che abbiamo e non possiamo rischiare di perderlo» concede un uomo al Daily Mail a condizione di restare anonimo. Poi certo, non tutti sono d’accordo e parecchi provano vergogna per le accuse mosse loro da Amnesty International. Ma il sindaco ripete che il paese non è diviso, che si discute come se si trattasse della costruzione di un nuovo edificio, che se il no venisse confermato si pagherà la multa dal fondo annuale delle tasse comunali (circa 130 euro a persona).

Per quanto circoscritto sia, il caso di Oberwil-Lieli è emblematico. E non solo perchè a detta del sindaco stanno arrivando messaggi di solidarietà da parte di altri villaggi (l’adesivo «I love Oberwil-Lieli», distribuito in questi giorni dal Comune, è diventato una specie di endorsment politico, come dire «Non vogliamo i migranti»).

L’intolleranza verso il rischio percepito dello straniero o del diverso sta diventando la cifra dell’Europa alla ricerca di una identità. Due mesi fa ha fatto oltremodo discutere la vicenda del XVI arrondissement, uno dei più ricchi di Parigi, che durante una riunione “di quartiere” ha metaforicamente linciato con epiteti volgarissimi il prefetto reo di voler costruire tra quelle case opulente un centro di accoglienza per senza tetto. C’è l’Europa che fa la staffetta di solidarietà per procurare cibo, abiti e alloggi a chi scappa dall’inferno, indipendentemente da quale inferno sia.

Ma c’è anche il resto, il cuore di tenebra, paure, pance inquiete sollecitate da menti in cattiva fede: altrimenti non vedremmo risorgere i muri.

Il gigante buono che ha stregato l’Africa

La Stampa
miriam massone

Trent’anni fa Roberto liberò un bambino incastrato in un tronco cavo: in Uganda ho rivisto “mio figlio”


Roberto Quagliotto con Lokut, il «bambino nato due volte»

Grande, bue, buono: tre parole che per gli ugandesi sono un dono, cucite addosso a Roberto Quagliotto, di Valenza, 56 anni. Contagiato dal mal d’Africa da quando di anni ne aveva 27, è conosciuto nella Karamoja, al nord-est dell’Uganda, con il nome africano di apalagnamabei.

«Grande bue buono» appunto, appellativo conquistato sul campo. Ormai è una specie di leggenda vivente, l’uomo che ha «sconfitto il Male. Era il 1987: assieme al medico padovano Antonio Sattin ha salvato un bimbo di 10 anni, Lokut, intrappolato in un albero considerato maledetto. «Stavamo lavorando all’ospedale di Matany, per conto di Medici con l’Africa-Cuamm: io alla costruzione di un capannone come tecnico logistico, lui con i malati.

Una sera ci raccontarono di un piccolo pastore rimasto prigioniero dentro un gigantesco ficus». Per fuggire a una punizione il bambino si era arrampicato sui rami ma era precipitato all’interno del profondissimo tronco cavo dalla forma spettrale. «Stava incastrato lì da una settimana, ferito, nutrito solo di bacche e latte attraverso un minuscolo foro, senza nessuna possibilità di uscita».

Sopra la sua testa, avvoltoi e stelle per leggere il disgraziato destino. Sarebbe morto. Nessuno, in quella foresta ai margini del villaggio di Kangol, aveva infatti intenzione di toccare l’albero: pena, sciagure per generazioni. L’unica concessione, una capra, legata al tronco nella speranza che gli spiriti maligni scegliessero lei, ritardando la fine di Lokut. «Rimasi choccato: con Antonio decidemmo di intervenire subito». Così Roberto e il medico riempirono le jeep di martelli, trapani e seghe e raggiunsero, quella notte stessa, albero e bimbo.

Attorno, un anfiteatro di africani, capannelli di occhi sbarrati e fiati intimoriti. A rompere il silenzio, il pianto strozzato del prigioniero, e il gracchiare del trapano. «Ci sono voluti due tentativi: quando finalmente il foro era abbastanza grande siamo riusciti a prenderlo per i piedi, poi il bacino, infine le spalle. E il viso. Uno scambio di sguardi indimenticabile. È stato come un parto». E infatti da allora anche Lokut ha un soprannome: «il bimbo nato due volte». Tutta l’Uganda lo conosce così. 

La storia è finita sul quotidiano New Vision, rimbalzata di giornale in tv, di villaggio in villaggio. Al «grande bue buono», e al medico Sattin, feste e onori al pari delle «forze del Bene». Ogni volta che torna in Africa, Roberto ha una sorpresa: chi lo ricorda, chi lo riconosce, chi se lo stringe forte, soprattutto i bambini diventati adulti. È successo anche con Lokut: «Ero in Uganda con l’ong Insieme si può, molti anni dopo e l’ho incontrato: Lokut era un uomo ormai, ma è stato pazzesco, come rivedere un figlio».

Oggi «il bimbo nato due volte» continua a fare il pastore. L’albero invece non c’è più. E il «grande bue buono» ha incantato l’Italia: la casa di produzione Palomar ha raggiunto Roberto in questi giorni nel suo ufficio alla Pomellato, dove lavora alla progettazione dei gioielli, e l’ha intervistato. La sua storia, felice, è tra quelle candidate a diventare un documentario firmato da Walter Veltroni.

Migranti, Alfano risponde alla Cei: “Non possiamo accoglierli tutti”

La Stampa

Il ministro dell’Interno: «Capisco le parole di Galantino, ma ho il dovere di far rispettare le leggi». Salvini attacca il n.1 dei vescovi: «E’ complice degli scafisti, chieda scusa»



«Noi siamo campioni del mondo di umanità e di accoglienza. Capisco le parole di monsignor Galantino, ma io da ministro dell’Interno ho il dovere di far rispettare le leggi: abbiamo un grande cuore ma non possiamo accogliere tutti». Il ministro dell’Interno Angelino Alfano interviene nel dibattito sull’immigrazione e risponde direttamente al segretario generale della Cei che in un’intervista a Repubblica aveva bocciato l’idea «dei centri di accoglienza sulle navi» e inviato l’Italia «a salvare tutti i migranti per poi offrirgli un futuro».

A Galantino ha risposto anche Salvini: «Chi parla così è complice degli scafisti e nemico degli italiani e dei rifugiati veri. Mi auguro che ora rettifichi o chieda scusa» ha attaccato il segretario della Lega. «La quota di immigrati che l’Italia può accogliere in questo momento è zero - ha aggiunto a margine di una iniziativa elettorale a Torino -. Non deve più partire un solo gommone, più ne partono più ne muoiono in mare». «L’Europa non esiste - ha aggiunto Salvini -. In Italia questa invasione conviene solo a chi si arricchisce sulla pelle dei poveracci.

Se fossimo al governo, useremmo le navi della Marina solo per soccorrere e riportare i migranti nei porti da cui sono partiti». Salvini, che sta incontrando i commercianti del mercato coperto di Porta Palazzo, è stato accolto dalle proteste di qualche decina di antagonisti al grido «vergogna, vergogna». I manifestanti, tenuti a distanza dalle forze dell’ordine, hanno anche lanciato alcuni ortaggi verso Salvini, che non è stato colpito.

Acquisti online, 18 anni fa la prima transazione digitale italiana

La Stampa

Il 3 giugno 1998 su Ibs.it avveniva il primo acquisto elettronico con carta di credito: era una copia del libro «La concessione del telefono» di Andrea Camilleri



Oggi con smartphone e carta di credito abbiamo accesso, a qualsiasi ora e in qualsiasi luogo, ai negozi più grandi del mondo: dalla tecnologia all’abbigliamento, dai mobili alla cultura, ci basta qualche tocco per ricevere a casa praticamente qualsiasi oggetto. Eppure la prima transazione digitale italiana risale a ben 18 anni fa: il 3 giugno del 1998, a soli 35 minuti dalla messa online del sito Ibs.it, un utente da Freemont, in California, acquistò con carta di credito una copia de La concessione del telefono di Andrea Camilleri.

E anche se in Italia gli acquisti digitali non sono ancora così rilevanti rispetto al mercato “offline”, dal 2009 a oggi la crescita è stata esponenziale, con numeri a doppia cifra: il 2015 ha fatto registrare un aumento del 19%, per un fatturato di circa 28 miliardi di euro. Secondo i dati diffusi da Netcomm, solo negli ultimi tre mesi, quasi 20 milioni di italiani hanno fatto shopping elettronico almeno una volta. Di questi, 12 milioni acquistano su internet almeno una volta al mese, la metà ha meno di 44 anni, a dimostrazione che la Rete non è territorio solo dei giovanissimi.

«Nello spazio di 5 anni siamo passati da 9 milioni di acquirenti online a oltre 18 milioni» spiega il Presidente di Netcomm Roberto Liscia. «Un raddoppio della domanda che deve far riflettere a fondo le imprese». E attenzione allo smartphone, visto che «nel primo trimestre di quest’anno la percentuale degli acquisti originati da dispositivo mobile è stata del 21%». 

Abbandonano un gatto in strada a Brooklyn con la lettiera e le altre sue cose

La Stampa



Un gatto di circa un anno di età è stato abbandonato in strada a Brooklyn. E come se non bastasse vicino a lui c’era la lettiera, un cuscino e le altre sue cose. Quando è stato trovato, il felino piangeva disperato, confuso dalla sua nuova situazione. La sua foto è stata pubblicata sulla pagina Facebook di Flatbush Area Team for Cats’ con l’appello di andarlo a catturare prima che facesse una brutta fine. 



«Siamo una comunità molto unita e spesso la gente posta messaggi o foto relative ad animali in difficoltà o che hanno bisogno di assistenza» spiega una delle fondatrici dell’associazione.I volontari sono subito andati sul posto, ma non l’hanno trovato: era una giornata calda e il traffico, probabilmente, aveva spinto il gatto a nascondersi da qualche parte.



Dopo giorni di ricerche, effettuate da più persone, finalmente il felino è stato trovato. Le visite veterinarie hanno mostrato che era privo di microchip, ma era piena salute. «Ha un ottimo carattere, non ha creato alcun problema neanche quando gli hanno fatto un prelievo di sangue per le analisi»



«Purtroppo molti gatti maschi vengono abbandonati quando crescono perché i costi di sterilizzazione vengono considerati troppo elevati»



Ma Nostrand è stato fortunato perché molte persone si sono adoperate per trovarlo, curarlo, farlo sentire al sicuro. E ora, l’ultimo passaggio: trovargli una famiglia che lo voglia adottare e che gli regali una vita piena d’amore.

Vittorio Emanuele sul 2 giugno: "Il referendum 1946 fu incompleto"

Ivan Francese - Gio, 02/06/2016 - 09:32

Il figlio di Re Umberto II attacca: "Molti italiani non poterono votare, ma mio padre dimostrò responsabilità nonostante De Gasoperi si proclamò Capo dello Stato con un colpo di mano"



Secondo Vittorio Emanuele di Savoia il referendum del 2 giugno 1946, con cui l'Italia divenne una repubblica, non sarebbe stato "completo". Perché - e questa è verità storica - in alcuni territori dell'allora Regno d'Italia non fu possibile votare e perché a molti connazionali prigionieri all'estero non venne permesso l'accesso alle urne.

Il primogenito di Re Umberto affida ad un messaggio rivolto "a tutti gli italiani" la sua amarezza in occasione del 70° anniversario della nascita della Repubblica italiana. Non si votò, ricorda il principe, "in alcuni territori italiani ancora non del tutto liberi ed al voto non poterono partecipare molti italiani che, per essersi rifiutati di collaborare con i tedeschi, si trovavano ancora in campi di prigionia all'estero."

Inoltre Vittorio Emanuele elogia il senso di responsabilità del padre, quando "il consiglio dei ministri presieduto da Alcide De Gasperi, con un colpo di mano, nominò lo stesso Capo Provvisorio dello Stato". Il Re, "dopo un mese di regno, desiderando una piena legittimazione che gli permettesse di traghettare la Nazione in una rinascita al termine delle dolorose esperienze della guerra, prima della consultazione dichiarò che se la Monarchia non avesse raggiunto la maggioranza assoluta dei voti, avrebbe indetto un nuovo Referendum. In quei giorni ed in quelle ore di tensione Egli mantenne un alto senso di responsabilità per le sorti del Paese ed una terzietà che il mondo gli ha riconosciuto."

Vittorio Emanuele, infine, vuole celebrare l'abnegazione del Re alla causa d'Italia, che lo portò a rinunciare alla Corona pur di salvare l'indipendenza della Patria: "Pur in assenza di alcuna imposizione, partì di propria volontà per un temporaneo esilio, al fine di smorzare le tensioni di un Paese diviso in due e con le truppe jugoslave di Tito, schierate sul confine orientale, decise ad intervenire in caso di vittoria monarchica. Un esilio durato, poi, per Lui tutta la vita, per me 56 anni e per mio figlio - nato 26 anni dopo il referendum - ben 30 anni"

La Liberazione? È oggi. Basta lavorare per le tasse

Antonio Signorini - Ven, 03/06/2016 - 08:25

Lo studio della Cgia di Mestre: il 3 giugno è il primo giorno in cui i nostri guadagni non finiscono più nelle mani del fisco



Ci sono voluti cinque lunghi mesi, ma da oggi lavoratori autonomi, imprenditori e professionisti avranno la soddisfazione di lavorare con la consapevolezza che i guadagni andranno nelle loro tasche e non nelle casse dello Stato.

Il calcolo che incrocia calendario ed entrate tributarie lo ha fatto come di consueto l'Ufficio studi della Cgia di Mestre. Ogni anno gli artigiani individuano il «tax freedom day», cioè la data esatta in cui le partite Iva hanno, in media, guadagnato abbastanza per pagare le tasse. Nell'anno in corso sono stati necessari 154 giorni di lavoro - tre in meno rispetto l'anno scorso, ma cinque in più rispetto a 20 anni fa e sette in più rispetto al 2006 - per liberarsi del carico fiscale. Da oggi comunque le partite Iva smetteranno di lavorare per lo Stato e inizieranno a guadagnare per se stesse. Per pagare tasse e imposte è stato necessario poco meno di metà anno.

Anche su questo indicatore un po' eterodosso l'Italia non è messa bene nel confronto con gli altri paesi europei. Prendendo come riferimento il 2015, con 157 giorni lavorati per il fisco, l'Italia, con 11 giorni in più, è nettamente indietro (dal punto di vista del contribuente) rispetto alla media dell'Unione europea. Peggio di noi solo uno stato molto pesante come quello francese, con 174 giorni necessari a pagare le imposte. La Germania ci batte con 12 giorni di libertà fiscale in più. In Olanda bastano 137 giorni, nel Regno Unito dopo 127 (30 giorni prima che in Italia) e in Spagna appena 126 giorni.

La ricetta per spostare indietro l'appuntamento nel calendario proposta dalla Cgia è classica. «Con una spesa pubblica più contenuta potremmo ridurre anche le tasse - spiega il coordinatore dell'Ufficio studi Paolo Zabeo - ma questo risultato sarà possibile solo con una seria riforma di federalismo fiscale. Grazie ai costi e ai fabbisogni standard e a una maggiore responsabilizzazione dei centri di spesa periferici, i paesi federali presenti in Ue hanno dimostrato di avere una spesa pubblica più contenuta, un peso fiscale molto inferiore e una qualità e un livello di servizi offerti ai cittadini e alle imprese nettamente migliori dei nostri».

Il no tax day e i suoi spostamenti sono il riflesso della percentuale del Pil, cioè della ricchezza creata in un anno, rispetto alle entrate fiscali. Secondo l'ultima Relazione annuale di Bankitalia le entrate della Pa nel 2015 sono aumentate dell'1% a 784 miliardi, pari al 47,9% del Pil. Al netto dela decontribuzione l'aumento delle entrate si ferma allo 0,7%. La pressione fiscale in senso stretto è al 43,5%, diminuita di 0,2% punti, sempre per effetto della decontribuzione.

Nel dettaglio, sono aumentate le entrate da contributi sociali (del 2%, per effetto dell'aumento delle retribuzioni). In teoria calano le entrate tributarie locali (meno 2,1%), ma è solo per il nuovo meccanismo di deduzione del costo del lavoro dell'Irap. Le aliquote locali delle imposte sono tutte aumentate. Ma è aumentato anche il gettito delle amministrazioni centrali (più 1,9%). Quello Irpef è salito di 2,7 punti percentuali a 166 miliardi. L'ires è aumentata del 3,2 per cento a 32 miliardi. Le imposte sulle attività finanziarie hanno registrato un boom del 6,4% a 16,1 miliardi.

Il divario tra l'Italia e il resto dei Paesi dell'area Euro resta elevato. È diminuito di un punto rispetto al triennio precedente, ma nel 2015 era ancora a 2,4 punti percentuali.

L’astensionismo? Una protesta che non produce alcun risultato

La Stampa
marcello sorgi

Gentile Sorgi,
sono uno dei tanti elettori che domenica si asterranno per protestare contro una politica che offre solo candidati mediocri quando non corrotti, gente che si mette in lista perché non ha altro da fare, e soprattutto non ha alcun mestiere né competenza per affrontare i problemi delle città. 
Ho scritto uno dei tanti perché mi auguro che domenica saremo anche di più dell’ultima volta, più della metà che ormai stabilmente non va a votare, la vera maggioranza del Paese che protesta silenziosamente contro una classe politica incapace che ha perso il filo della comunicazione con i cittadini. Se deciderà di pubblicare questa mia (ma tanto so che non lo farà) la prego di farlo senza il mio nome, non si sa mai.
Lettera firmata


Gentile lettore,
dico la verità, la tentazione di metterla, la sua firma, l’ho avuta, perché la sua l’opinione è legittima, ancorché non condivisibile, almeno per me, però bisogna sempre avere il coraggio delle proprie idee. Tra l’altro, la informo che non ha nulla da temere: l’elettore è libero di fare come crede, ci mancherebbe, e da tempo è stata anche abolita l’annotazione che fino a qualche tempo fa veniva fatta - «non ha votato» - sui documenti degli assenteisti perché è stata considerata come un’intrusione nella sfera più delicata dei diritti del cittadino. 

Nei Paesi occidentali e nelle democrazie mature la scarsa partecipazione al voto, purtroppo, non è una novità, anche se in Italia è più recente, ma ci sono buone ragioni per cercare di contrastarla. Per quanto mediocre, in molti casi, l’offerta politica è molto varia ed è davvero difficile non fare una scelta, sia pure con la logica del «meno peggio». Inoltre il non voto alle elezioni non produce nessuno dei risultati che gli astensionisti si propongono: alla fine, gli eletti ci saranno lo stesso, e amministrazioni più deboli, perché non sostenute da un largo suffragio popolare, avranno ancora meno forza per affrontare i problemi, spesso assai gravi, che si troveranno di fronte.

Marcello Sorgi scrive di politica su «La Stampa» e ne parla tutte le mattine ad «Agorà» su Rai tre. È anche in libreria con «Colosseo vendesi, una storia incredibile ma non troppo», edito da Bompiani, in cui, lavorando di fantasia, racconta la storia di uno sceicco che arriva a Roma e decide di comprarsi il monumento più conosciuto al mondo. E trova pure un governo che glielo vende.

Pazzi

La Stampa
jena@lastampa.it

“O cambio l’Italia o cambio mestiere”, ha detto un pazzo che si crede Renzi.

Apple: problemi con lo Store, iTunes e iCloud

La Stampa
bruno ruffilli

Molti servizi funzionano male o sono irraggiungibili. L’azienda: «Stiamo lavorando per tornare alla normalità»



App Store, iTunes Store, iCloud, iCloud drive, Mail, iTunes, Apple Tv: diversi servizi dell’azienda di Cupertino funzionano male o sono irraggiungibili per gli utenti. I disservizi sono cominciati intorno alle 22 italiane, anche se in realtà pare che a patirli siano perlopiù utenti americani, almeno a giudicare dalle lamentele che si moltiplicano su Twitter.

Ci sono diverse segnalazioni di acquisti non portati a termine, download interrotti, pagine che non si aprono, servizi che non funzionano. La stessa Apple ha ammesso l’esistenza di problemi legati ai sistemi gestiti via cloud, che sono elencati e monitorati costantemente in questa pagina. L’azienda ha cercato anche di rassicurare gli utenti via Twitter, dichiarando di essere già al lavoro per trovare una soluzione:

Alle 23:30 abbiamo provato con App Store, iTunes, le note e la Mail di iCloud, e tutti funzionano senza problemi, ma questo ovviamente non esclude che altri invece possano incontrare difficoltà. Nonostante le poche informazioni sembrerebbe da escludere un attacco informatico, che pure qualcuno ha ipotizzato, e ci pare invece più ragionevole imputare i disservizi a qualche aggiornamento all’infrastruttura cloud di Apple. Ieri, ad esempio, molti utenti (soprattutto in Usa) lamentavano di difficoltà con Apple Music, la piattaforma di streaming musicale della Mela, che pure è basata sul cloud. 


(Una schermata con la panoramica dei vari servizi che al momento non funzionano)

Dietro i malfunzionamenti potrebbe esserci anche un test per le nuove funzionalità dei prossimi sistemi operativi per iPhone e Mac, che saranno annunciati il 13 giugno prossimo alla Worldwide Developer’s Conference di Apple. Ma a Cupertino non hanno mai brillato per i servizi online: MobileMe, ad esempio, era così pieno di difetti che Steve Jobs si sentì in dovere di scusarsi personalmente con gli utenti, spiegando che era stato lanciato troppo presto. Licenziò il responsabile del progetto, Rob Schoeben, e cominciò subito a lavorare ad iCloud, che venne affidato a Eddy Cue, tuttora senior vice president Internet Software and Services.

Il ceto medio dimenticato e il populismo

La Stampa

Il 2 giugno del 1946 si votò per il referendum Monarchia-Repubblica, ma anche per l’Assemblea Costituente, e l’Uomo Qualunque di Giannini ottenne un successo clamoroso che gli permise di eleggere trenta deputati. 

Il suo programma, ostile ai partiti e alla grande industria e incentrato sulla difesa del ceto medio, suonava la stessa musica degli attuali movimenti anti-establishment. Però all’epoca il nasone sopraffino di Alcide De Gasperi fiutò l’aria. Fece suoi molti degli umori e dei malumori di Giannini e nel giro di un paio d’anni la spinta dell’Uomo Qualunque venne completamente assorbita dalla Democrazia Cristiana. Oggi mancano i De Gasperi e le condizioni per esserlo, ma sta di fatto che le classi dirigenti di tutto il mondo ignorano o scherniscono le richieste del ceto medio impoverito dalla crisi e stanno consegnando la democrazia a forze autoritarie di natura opaca che non puntano più all’alternanza, ma allo scardinamento del sistema.

Le élite economiche, politiche e giornalistiche sembrano incapaci di reagire e persino di capire cosa stia succedendo. Si brinda allo scampato pericolo di un presidente reazionario in Austria, come se quei milioni di voti fossero scomparsi il giorno dopo le elezioni: mentre restano lì, pronti ad aumentare la prossima volta. I sondaggi sul referendum inglese di giugno vedono in testa i sostenitori dell’uscita dall’Europa, quelli francesi danno Marine Le Pen nettamente favorita alle presidenziali del 2017. In America le brigate rozze di Trump avanzano come caterpillar, impermeabili a ogni scandalo.

Se il Washington Post che affossò Nixon scatenasse oggi un nuovo caso Watergate contro il candidato repubblicano, «the Donald» non perderebbe neanche un voto perché chi lo appoggia non si fida più dei mezzi di informazione: li considera asserviti agli interessi finanziari di una micro-casta, esattamente come i politici. Per cogliere l’aria che tira anche da noi, l’altra sera su Sky si è svolto un confronto tra i candidati alla poltrona di sindaco di Roma. L’avvocato Virginia Raggi dei Cinquestelle, tutta smorfie di disgusto e sguardi di degnazione, era simpatica come un cubetto di ghiaccio infilato lungo la schiena, eppure nel sondaggio seguito al dibattito è risultata di gran lunga la preferita dai telespettatori.

Di fronte a questa rivoluzione rumorosa che rischia di cambiare in senso reazionario la geografia politica del pianeta, gli eredi dei partiti che settant’anni fa si opposero vittoriosamente al nazifascismo appaiono non solo impotenti, ma ottusi. Si baloccano con i numeri freddi dell’economia, parlano di crescita e di riforme, ma continuano a ignorare l’urlo di dolore che sale dai tinelli della piccola borghesia che giorno dopo giorno si vede trascinare in basso nella scala sociale.
Operai, insegnanti e impiegati che non riescono più a mandare i figli all’università.

Che vedono il lavoro andare all’estero e poi ritornare con stipendi da fame. Che vivono in quartieri periferici dove non si sentono più a casa propria per la presenza sproporzionata di extracomunitari. A queste persone interessa poco che i migranti portino un punto e mezzo di Pil in più l’anno, perché non ne vedono le ricadute nella loro vita quotidiana. Sono offese, rabbiose, sgomente, spaventate. E da sempre la paura porta con sé la richiesta dell’uomo forte in grado di trovare soluzioni facili a problemi complessi.

Si tratta ovviamente di un’illusione, perché il mondo è complicatissimo e il cambiamento non si può fermare. Però lo si potrebbe ancora governare. Se le classi dirigenti si rendessero finalmente conto che tra un’azienda di alta tecnologia e una mensa di poveri - l’alfa e l’omega della globalizzazione - esiste la sterminata terra di mezzo di quei cittadini che, sentendosi ignorati dalla politica, cominciano a pensare di potere fare a meno della democrazia.