mercoledì 1 giugno 2016

La candidata sexy si chiama Pompa: questo è il suo manifesto, guardate lei..

Libero



Si chiama Maria Rosa Pompa ed è candidata al consiglio comunale di Salerno per la lista "Attiva Salerno", a sostegno del candidato a sindaco Roberto Celano. Come scrive il blog "Napolispia" che segnala la notizia, la Pompa è il personaggio del momento. I doppi sensi sul suo cognome si sprecano ma lei, bellissima e super sexy, sta al gioco. Non si preoccupa.

Il messaggio - “Sono una ragazza che in questa esperienza – scrive su facebook – ci sta mettendo entusiasmo, passione e grinta nel portare avanti dei progetti sostenibili e tentare di cambiare le cose a Salerno. Quindi, in qualsiasi modo vada, sarà per me bagaglio di esperienza. L’unica cosa che mi dispiace e di continuare a constatare la rivalità che continua a persistere tra noi donne, un peccato le chiacchiere sull’aspetto fisico, che un male non è, e sulle credenziali, che si potranno verificare solo nel tempo”.

Maria Rosa si dice sicura di aver mostrato tre qualità che sono "l’umiltà di non sentirsi superiore a nessuno, il coraggio di affrontare qualsiasi situazione e, nonostante la mia giovane età anagrafica, la saggezza, che mi permette di tacere davanti alla stupidità e alle provocazioni. Miss Tacco 16 vi saluta”.

Confronto offerte ricaricabili di Tim, Vodafone, Wind e 3 Italia

La Stampa
francesca spoto (cellulare-magazine.it)

La maggior parte degli operatori italiani offre soluzioni di tipo “tutto incluso” (alcune con addebito su credito residuo, altre con addebito su conto corrente o carta di credito e un vincolo contrattuale di 12, 24 o 30 mesi) che comprendono minuti, SMS e traffico internet.



Non sempre è facile muoversi tra le varie offerte dei principali operatori mobili Italiani. Ogni gestore però dà la possibilità al cliente di scegliere la tariffa secondo le proprie esigenze. La maggior parte di loro offre soluzioni di tipo "tutto incluso" (alcune con addebito su credito residuo, altre con addebito su conto corrente o carta di credito e un vincolo contrattuale di 12, 24 o 30 mesi). Comprendono minuti, SMS e traffico dati ogni 4 settimane. Vediamo insieme, dunque, cosa offrono al momento i quattro maggiori operatori mobili italiani per chi ha un budget limitato, per chi naviga spesso e per chi desidera essere al top con l'ultimo modello di smartphone.

MINUTI, SMS E INTERNET CON POCA SPESA
Volete avere minuti, SMS e Internet spendendo poco? Potete scegliere tra Tim Special Voce + Dati di TIM, che offre 500 minuti di chiamate verso tutti e 2 GIGA di traffico dati al costo di 15 euro oppure Flexi Start di Vodafone che offre 400 minuti, 100 SMS e 100 MB a 10 euro. Se usate molto gli SMS, invece, potete rivolgere la vostra attenzione verso All Inclusive di Wind che al costo di 12 euro offre 500 minuti, 500 SMS e 2 GIGA di traffico dati oppure a All-IN Extra Double di 3 Italia che con 10 euro propone 400 minuti, 400 SMS e 2 GIGA di Internet; inoltre dopo sei mesi, se si è ricaricato di almeno 60 euro, minuti ed SMS raddoppiano mentre il costo resta lo stesso.

INTERNET CHE PASSIONE!Siete sempre informati sull'ultima notizia del momento, volete condividere con gli amici i vostri momenti più belli sui social, chattare e ascoltare musica? Allora vi serve una tariffa che vi offra abbastanza traffico dati. La scelta cade fra le All-IN Extra Fast di 3 Italia, che offrono oltre a minuti e SMS, 4 GIGA di traffico dati. Il costo varia tra i 10 e i 14 euro. Oppure date un'occhiata a Tim Special Large che prevede 3.000 minuti di chiamate verso tutti e 3 GIGA di navigazione Web al costo di 30 euro. In alternativa potete attivare Flexi Maxi di Vodafone al costo di 34 euro e avere 1.000 minuti verso tutti, 200 SMS e 5 GIGA di traffico dati oppure All Digital di Wind che dà 500 minuti, SMS illimitati e 2 GIGA di navigazione Web a fronte di un canone di 10 euro se si usano i canali digitali del gestore per ricaricare o contattare il servizio clienti. Diversamente il prezzo sarà di 14 euro. Tutti gli operatori, inoltre, offrono la possibilità di aggiungere altri GB con opzioni specifiche.

PER CHI VUOLE ANCHE LO SMARTPHONE Oltre a minuti, SMS e traffico dati desiderate essere al top con l'ultimo smartphone del momento, pagandolo a rate mensili? I gestori mobili offrono una vasta scelta in questo ambito. Potete ad esempio optare per la nuova offerta ricaricabile di 3 Italia: con Free Unlimited al costo di 30 euro al mese avrete a disposizione minuti ed SMS illimitati e 4 GIGA di traffico dati e in più potrete sostituire il cellulare con uno nuovo dopo 12 mesi senza costi aggiuntivi. Red Start di Vodafone invece con 39 euro al mese e senza tassa di concessione governativa offre minuti e SMS illimitati, 4 GIGA di traffico dati e uno smartphone incluso. Wind e Tim permettono di abbinare un cellulare, a partire da 1 euro o 3 euro, all'offerta ricaricabile scelta tra All Inclusive e Magnum per Wind e uno dei pacchetti Tim Special per Tim.

QUALE OFFERTA SCEGLIERE?Giunti alla fine di questa panoramica non resta che scegliere l'offerta più adatta. Dopo aver valutato velocità, latenza e copertura del segnale, anche dati, non resta che scegliere la più adatta alla proprie esigenze anche in base al rapporto tra qualità e prezzo. Per farlo vi rimandiamo al comparatore di tariffe di rete mobile di Tariffa.it, un alleato prezioso per assicurarsi il piano tariffario perfetto.

In collaborazione con Cellulare-Magazine.it

L’Italia com’è (mettetevi il cuore in pace)

La Stampa
mattia feltri

La mia barista (cinese) parla in cinese al marito (cinese) e in italiano alla figlia (italiana).

Migranti

La Stampa
jena@lastampa.it

Ottocento morti in una settimana, più di cento al giorno, cioè cinque all’ora. Calcolate voi quanti al minuto, o all’anno.

Italiano ad honorem

La Stampa
massimo gramellini

Non può finire così, quasi peggio di com’era cominciata. Ed era cominciata malissimo, con un bimbo del Bangladesh emigrato a Schio, in provincia di Vicenza, e costretto ogni giorno a vedere le mani del padre abbattersi sul volto della madre. A sette anni non può difenderla, ma solo cercare di difendersi, evadendo in un altrove. La scuola. Abu, nome finto di una storia vera, ama le maestre, i compagni e i libri: sono la sua famiglia. Impara in fretta l’italiano, e talmente bene da diventare il primo della classe. Intanto il padre finisce in galera per avere tentato di ammazzare la moglie, che va a rifarsi una vita con un altro uomo in un’altra città. Abu si trasferisce dagli zii materni, che lo adorano e lo vorrebbero adottare.

Il lieto fine sembra dietro l’angolo. A rovinarlo è una buona notizia: gli zii hanno ottenuto un lavoro in Inghilterra. Devono partire subito, altrimenti lo perderanno. Ma non vogliono perdere Abu. Per portarlo con loro serve il consenso del padre, che dalla galera da cui sta già per uscire glielo nega. Pur di scampare alle grinfie di quell’uomo, Abu è costretto a ritornare subito in Bangladesh, dentro un quartiere miserabile, nella baracca di una nonna cieca. Le maestre e i genitori dei suoi compagni si ribellano, gli avvocati studiano le carte per il ritiro della patria potestà e gli imprenditori vicentini pagano le spese.

Questa Italia che qualcuno descrive razzista si rivela meravigliosa nel sostenere chi se lo merita. Là nel buco del mondo, sradicato dai suoi affetti e dai suoi libri, un piccolo italiano ad honorem aspetta col cuore gonfio di nostalgia e di speranza. Non può finire così, troppo peggio di com’era continuata. 

Elezioni, i 14 candidati impresentabili secondo l’Antimafia. Bindi: “Tutti nelle liste civiche”

La Stampa

Sette a Battipaglia (SA), 5 a Roma. La presidente Bindi: «Tutti nelle liste civiche». E nella capitale uno dei candidati sindaco era stato arrestato nel 2013



«Sono 14 i nomi degli impresentabili» secondo la Commissione Antimafia che ha realizzato uno screening su liste e candidature in vista delle elezioni del 5 giugno. «La situazione è complessivamente incoraggiante - ha detto Bindi - anche se alcuni dati sono preoccupanti».

I NOMI
7 a Battipaglia: Carmine Fasano, Daniela Minniti, Lucio Carrara, Francesco Procida, Bartolomeo D’Apuzzo, Demetrio Landi e Giuseppe Del Percio.
5 a Roma: 4 nel sesto municipio: Antonio Carone, Domenico Schioppa, Antonio Giugliano e Fernando Vendetti; un unico impresentabile nel consiglio comunale, Mattia Marchetti. 
2 in Calabria: a Scalea Carmelo Bagnato; a San Sostene Alessandro Codispoti.

I COMUNI COINVOLTI
«Il lavoro svolto è molto importante abbiamo preso in esame la posizione di oltre 3500 candidati 2500 nel solo comune di Roma» ha spiegato. I comuni presi in esame sono 13, come ha spiegato Bindi:

San Sostene (Cz) 
Joppolo (Vv) 
Badolato (Cz) 
Sant’Oreste (Rm) 
Platì (Rc) 
Ricadi (Vv) 
Diano Marina (Im) 
Villa di Briano (Ce) 
Morlupo (Rm) 
Scalea (Cs) 
Finale Emilia (Mo) 
Battipaglia (Sa)
Roma

A ROMA UN CANDIDATO SINDACO ARRESTATO NEL 2013
Uno dei candidati sindaci a Roma è stato tratto in arresto in flagranza per furto aggravato nel dicembre 2013. A segnalarlo è la Commissione Antimafia, nella relazione sulle candidature approvata oggi, nella quale non indica il nome. È stato poi rilevato che una candidata è coniugata con un avvocato, attualmente in carcere, condannato a anni 9 e 6 sei mesi per i delitti di concorso in corruzione e di partecipazione ad associazione mafiosa. Infine, un candidato risulta imparentato con un soggetto indicato appartenente al clan Gallace della `ndrangheta.

“LISTE CIVICHE UN VARCO PER LE MAFIE”
I 14 nomi di candidati “impresentabili” arrivano tutti dalle liste civiche. «Se si vuole combattere la mafia non ci si può nascondere, bisogna metterci la faccia» ha detto Bindi evidenziando come in alcuni Comuni i partiti politici non abbiano presentato candidati e in altri siano state presentate solo liste civiche. «Che le liste civiche fatte nei comuni presi in esame siano un varco per le mafie è indubbio. Conosciamo anche liste civiche come capacità di riscatto, non vogliamo certo col nostro lavoro delegittimare tentativi che ci sono, ma il 100% di liste civiche in quasi tutti i comuni sciolti per mafia, qualcosa vorranno dire».

“SITUAZIONE MIGLIORATA RISPETTO ALL’ANNO SCORSO”
«Abbiamo rilevato una situazione sicuramente incoraggiante rispetto allo scorso anno. Credo che attenzione che si è creata intorno alla qualità della classe dirigente ci consegna dei dati preoccupanti, ma anche rassicuranti per le situazioni più critiche».

“LEGGE SEVERINO? SERVE UN TAGLIANDO”
«La legge Severino richiede un tagliando, e non siamo i primi a dirlo. A parte il gioco strano tra incandidabilità e ineleggibilità, un altro aspetto da rivedere riguarda le pene, con condanne definitive non inferiori a 2 anni, ma è anche vero che molti candidati sono stati condannati varie volte. La legge però non consente di sommare le condanne» ha aggiunto.

“SERVE COMMISSIONE PIU’ EFFICACE”
«Bisogna verificare quale tipo di commissariamento adottare per renderlo veramente efficace. Qualche volta capita che non ci sono le condizioni per lo scioglimento, ma un problema vero è che certe volte non ci sono le condizioni per farlo e allora in quel caso bisogna trovare il modo opportuno pere difendere quelle popolazioni».

“A ROMA SOLO UN IMPRESENTABILE”
«I candidati al Consiglio comunale di Roma sono tutte situazioni nelle quali non si registra un discostamento, sia dalla legge Severino, che dal codice di autoregolamentazione. Nel VI municipio qualche situazione critica l’abbiamo rilevata» ha spiegato Bindi secondo cui nella capitale «è stato rilevato solo un caso tra tutti i candidati in una lista civetta» in pratica nella lista civica Giovanni Salvini.

Pure il Dalai Lama bastona il Papa: "Così diventate un Paese arabo"

Libero

Papa Francesco e il Dalai Lama

«Anche da un punto di vista morale», il Dalai Lama è convinto che «i rifugiati dovrebbero essere ammessi soltanto temporaneamente» e «l’obiettivo dovrebbe essere che ritornino e aiutino a ricostruire i loro Paesi».

L’argomento è scottante, il terreno è scivoloso, ma lui non ha paura a dichiararlo pubblicamente, in un’intervista alla tedesca Frankfurter Allgemeine Zeitung, consapevole che sta per farsi dei nemici. A partire dalla cancelliera tedesca Angela Merkel, a cui sembra rivolto il messaggio visto il mezzo di comunicazione, ma anche le parole scelte per parlare dell’emergenza migranti: «Ce ne sono troppi adesso», ha aggiunto.

Se lo avessero detto Marine Le Pen, Matteo Salvini o qualche leader di Pegida, nessuno ci avrebbe fatto caso. Che le loro opinioni siano condivise da una delle personalità più note e stimate del mondo, sconcerta. Potrà risultare anche sorprendente che un religioso mantenga il proprio attaccamento a una tradizione minacciata dalla globalizzazione, eppure il Dalai Lama sa quel che dice quando ci mette sul chi va là, spiegando che l’Europa, in particolare la Germania non può diventare un Paese arabo. La Germania è la Germania».

Certo, «quando guardiamo il volto di ogni rifugiato, ma specialmente quelli di donne e bambini, percepiamo la loro sofferenza e un essere umano che è un pochino più fortunato ha il dovere di aiutarlim ma ce ne sono così tanti che in pratica è diventato difficile».

Certo, i templi e i monasteri buddisti non sono noti come succursali della Caritas, ma ognuno ha la propria vocazione e in ogni caso Tenzin Gyatso, l’81enne leader mondiale del buddismo tibetano, è lui stesso un profugo, che ha scelto l’esilio dal 1959, a causa dell’invasione del Tibet da parte della Cina comunista nel 1950 e della successiva persecuzione della religione buddista. Già questa sua posizione politica ha contribuito un po’ a dipingere il Dalai Lama come un bieco reazionario e lo ha reso sgradito a molti che con Pechino desiderano a tutti i costi fare affari, dispostissimi a chiudere due occhi davanti ai campi di concentramento, alle esecuzioni capitali e alla mancanza di democrazia.

Magari tenteranno di togliergli anche il Nobel per la Pace, che gli era stato assegnato nel 1989, di dargli dello xenofobo se non proprio del nazista, scoprendo che fra i simboli buddisti si trova anche una svastica.

di Andrea Morigi

Fazio sfora di 1 ora, furia di Angela. Ribellione in diretta: cosa trasmette in diretta

Libero



Riavvolgiamo il nastro fino a domenica sera. Siamo su Rai3, dove Fabio Fazio sta officiando la sua messa laica che risponde al nome di Che tempo che fa. Sfilano Massimiliano Allegri, la Gialappa's Band, Niccolò Fabi e Flavio Caroli. Poi, certo, c'è spazio, tempo e modo anche per Luciana Littizzetto. La trasmissione prosegue, si chiacchiera, ci si dilunga. Anzi, ci si dilunga tantissimo: quasi un'ora, uno sforamento probabilmente che vale un record assoluto.

E a pagarne le conseguenze è il povero Alberto Angela, il cui Ulisse doveva andare in onda alle 21.45 e, invece, è cominciato a ridosso delle 22.45. Insomma, un ottimo motivo per essere nervosi. Non soltanto per una questione di rispetto, ma anche per una questione di share: a quell'ora il pubblico si riduce e l'audience ne risente. Ma Alberto Angela, come ha notato l'attentissimo Italia Oggi, si è vendicato. Come? Semplice, nel corso della puntata di Ulisse ha messo in onda la protesta dei telespettatori, facendo scorrere in sovrimpressione lo "scoramento" di chi ha dovuto a lungo attendere il programma.

E, in parallelo - come potete vedere nella gallery - lo scontento montava su Twitter: vi proponiamo soltanto alcuni dei (numerosissimi) messaggi infuocati contro Fazio e le sue lungaggini. Certo, Fabio Fazio è "padrone", in Rai fa quello che vuole, e lo dimostra l'indifferenza con cui ruba addirittura 45 minuti al collega. Ma applausi a scena aperta per Alberto Angela, che ha il coraggio dei giusti, quello che serve per "ribellarsi" in diretta al "padrone" Fazio.

Salsicce killer: è già morto un uomo. Prodotto ritirato da tutti i supermercati

Libero

Salsicce killer: è già morto un uomo. Prodotto ritirato da tutti i supermercati


Salsicce killer: è già morto un uomo. Prodotto ritirato da tutti i supermercati
Lotto contaminato

Aveva comprato una confezione di una partita contaminata di wurstel un uomo morto in Baviera. Come riporta l'emittente tedesco N-tv, l'ufficio per la salute e la sicurezza alimentare del land tedesco ha diramato l'allarme che riguarda diverse confezioni di prodotti dell'azienda Siebert, che ha già avviato le procedure per il ritiro del lotto sotto inchiesta. Le confezioni sono infette di batterio listeria.

Ovetto Kinder "sorpresa" via dagli scaffali. Bandito dai supermercati

Libero

Ovetto Kinder "sorpresa" via dagli scaffali. Bandito dai supermercati: ecco perché

Il problema dell'obesità dilagante, soprattutto tra i bambini, ha indotto il governo del Cile a dettare regole ferree e severe in materia di etichettatura degli alimenti, vendita e pubblicità ai minori di 14 anni. Come riporta il Fatto alimentare, per quanto riguarda l'etichettatura, per esempio, quando calorie, grassi, sale o zuccheri superano la soglia raccomandata, dovrà essere apposta la scritta "Alto en…" e gli alimenti che hanno questa indicazione non potranno contenere o essere associati a giocattoli o figurine: quindi, l'Uovo Kinder, con dentro la mitica sorpresina sarà vietato e sparirà dai supermercati. Così come al McDonald's verrà tolto l'Happy meal, il menù speciale per bambini con annesso regalo.

Così un Comune su tre rischia di sparire

La Stampa
gabriele martini

Il dossier di Legambiente lancia l’allarme sullo spopolamento nei municipi sotto i 5mila abitanti: “In 25 anni un residente su sette se n’è andato. Due anziani per ogni giovane. Vuota una casa su tre”



Non solo Nord-Sud, c’è un altro divario che zavorra l’Italia. È quello tra centro e periferia. Da un lato ci sono le aree metropolitane e i capoluoghi «a sviluppo elevato»: centri che hanno consolidato specificità imprenditoriali spesso trascinandosi dietro l’hinterland. Dall’altra c’è la pletora dei piccoli comuni: paesini alpini che resistono alle asperità della montagna, mini-insediamenti abitativi abbarbicati sull’Appennino, municipi dimenticati da Dio e dagli uomini sparsi nelle campagne del Sud. Di questi mini-Comuni, 2430 (il 30% del totale) rischiano di non sopravvivere a causa del lento (ma almeno finora inesorabile) spopolamento.

NOI E L’EUROPA
Nel Paese dei campanili l’85% dei Comuni (6875) ha meno di 10 mila abitanti. Di questi 5627 sono incasellati dalle statistiche sotto la voce «piccoli» perché non raggiungono i 5 mila residenti. Di più: ben 3532 (vale a dire il 43,8% del totale) restano sotto i 2 mila. Attenzione però, l’Italia non ha un numero di municipi superiore al resto d’Europa. A fronte degli 8 mila Comuni italiani (circa uno ogni 7500 abitanti circa), in Germania ci sono 11.334 gemeinden (uno ogni 7213), nel Regno Unito 9434 wards (uno ogni 6618) in Francia 36.680 communes (uno ogni 1774) e in Spagna 8116 municipios (uno ogni 5687). La media dell’Ue è di un ente ogni 4132 abitanti. Il problema è un altro e si chiama crollo demografico. Speso conseguenza della mancanza di lavoro e servizi locali.

IL CALO DEMOGRAFICO
Un dossier di Legambiente (che sarà presentato oggi a Roma con l’Anci) fotografa il calo di popolazione e le caratteristiche di quello che viene definito il «disagio insediativo» dei piccoli Comuni. Non è un pericolo marginale: nei 2430 Comuni a rischio sopravvivenza vivono quasi 3 milioni e mezzo di italiani, il 5,8% della popolazione. Ma in 25 anni i Paesi sotto i 5 mila residenti hanno perso 675 mila abitanti. Un calo del 6,3%, mentre nello stesso periodo la popolazione italiana cresceva del +7% con oltre 4 milioni di cittadini in più rispetto al 1991. La differenza demografica netta è quindi del 13%. Significa che in un quarto di secolo una persona su sette se n’è andata dai piccoli Comuni. La densità è scesa a 36 persone per chilometro quadrato: 13 volte in meno rispetto agli insediamenti con oltre 5 mila abitanti.

PAESI FANTASMA
Sempre di meno e sempre più vecchi. In quest’Italia in miniatura, dall’anima rurale, gli over 65 sono aumentati dell’83% a fronte degli under 14. Dalla sostanziale parità si è passati a oltre due anziani per ogni giovanissimo. I piccoli comuni sono poco attraenti anche per la popolazione che arriva dall’estero. Dato ribadito dal deficit di imprese straniere, il 25,6% in meno della media. Il pericolo è che i borghi siano destinati a diventare i paesi fantasma del terzo millennio. Già oggi le abitazioni vuote sfiorano i 2 milioni (mentre sono 4 milioni e 345 mila quelle occupate): vale a dire una su tre. E finora nemmeno il turismo ha salvato il patrimonio dei mini-Comuni, dove la capacità ricettiva è cresciuta meno della metà di quella urbana.

LA CORSA ALLA FUSIONE
Il rilancio dei «piccoli» è al centro di “Voler bene all’Italia”, la festa dei borghi promossa da Legambiente dal 2 al 5 giugno. Per la presidente Rossella Muroni «è indispensabile puntare sulla semplificazione amministrativa, mantenere presidi come scuole, servizi postali e ospedali e garantire risorse per la valorizzazione come prevede il ddl in discussione alla Camera». Anche perché «una politica che dimentica i piccoli comuni - avverte Massimo Castelli, coordinatore dell’Anci - non fa l’interesse del Paese». L’altra faccia di questo quadro a tinte fosche è la corsa alle fusioni per razionalizzare spese e gestioni dei servizi. Il primo gennaio 2016 sono spariti 40 Comuni.

E non è finita. Il governo spinge sull’acceleratore e in manovra ha confermato il contributo straordinario pari al 40% dei trasferimenti erariali dell’anno 2010 per chi si fonde. Altri sette progetti di accorpamento hanno già ottenuto il via libera dei cittadini tramite referendum. È il paradosso del Paese dei mille campanili: per salvarli, tocca superarli.

@gabrielemartini

Nel paese tra gli alpeggi dove tutti hanno un parente che ha perso soldi

La Stampa

Viaggio a Caprezzo (Verbania), il comune con il più alto tasso di azionisti. “Ci fidavamo della banca locale, ci dicevano che quelle azioni erano sicure”


Caprezzo: il piccolo paese del Verbano Cusio Ossola si trova all’interno del Parco nazionale della Val Grande. Ha 172 abitanti, si estende per sette chilometri quadri ed è a 522 metri sul livello del mare

Il primo abitante di Caprezzo spunta dietro una curva sulla strada provinciale. Pantaloni da lavoro e camicia a quadri, ha un falcetto in mano con cui cerca di diradare un enorme cespuglio un po’ troppo invadente. 

«Stiamo ripulendo - dice - questa è l’unica strada che arriva al paese, ma la Provincia non ha più soldi. E allora una volta all’anno ci pensiamo noi, a pulire». Due tornanti più sopra, ecco altri abitanti. Con decespugliatori e motoseghe affrontano la stessa battaglia. C’è anche il sindaco, Alberto Barbini: «Scusate se vi accolgo così».

Quanto sembrano lontani il fondo Atlante, l’Ipo, le quotazioni in Borsa dai volontari decespugliatori, gli alpeggi, i coltivatori di lamponi e i pensionati che si godono il fresco di Caprezzo. Ma è anche venendo qui, in questo paesino di 172 anime incastonato nel parco nazionale della Val Grande, sul Lago Maggiore, che si può capire la portata del disastro dei 5 miliardi di euro in azioni di Veneto Banca bruciati nella svalutazione. Il terremoto si è fatto sentire fin quassù, effetto dell’acquisto da parte di Veneto Banca, nel 2007, di Banca Intra, l’istituto locale dove, bene o male, qui tutti avevano il conto corrente.

Così a Caprezzo ogni abitante ha un familiare o un vicino di casa che ha perso migliaia di euro. È il comune con il più alto tasso di azionisti rispetto alla popolazione: 19 investitori, il 14% dei contribuenti. In una notte si sono volatilizzati 180.000 euro che qui non sono pochi considerando che in media un abitante di Caprezzo dichiara 16.000 euro l’anno. Quei soldi erano i sacrifici di chi sperava di lasciare qualcosa ai figli, di chi metteva da parte per l’impresa, o per ristrutturare il tetto di piode «che ormai terrà un paio di inverni al massimo, glielo dico io».

E così oggi, tra il negozio di alimentari e il «giallissimo» circolo del paese, dove prima o poi passano tutti per un bicchiere, non si parla d’altro. «Ma chi è che aveva comprato quelle azioni? La Pina. E poi? Chi altri?». A Caprezzo l’ufficio postale apre solo per tre mattine a settimana. Quando va il collegamento internet, perché se non funziona - come oggi - l’impiegata se ne torna a Verbania e pace. Difficile trovare da queste parti squali della finanza. Eppure qui, le azioni Veneto Banca, andavano come il pane. 

Le aveva Alfredo Borgazzi, 42 anni, titolare di una piccola impresa edile: «Cosa dovevamo fare? - si domanda dopo aver spento il decespugliatore - È 40 anni che lavoriamo con quella banca: mutui, fidi, prestiti, pagamenti. Alla fine, quando allo sportello ti dicono che sono azioni sicure, qualche soldo lo metti. Ma mai una volta che abbiano fruttato». Le azioni Veneto Banca sono costate ai Borgazzi, padre e figlio, circa 25.000 euro. E le aveva Valeria Albergati, 65 anni, insegnante in pensione: «Mi hanno fatto vendere quelle di prima e mi hanno fatto acquistare queste dicendomi che erano sicure. Ora ho perso quel poco che avevo». 

E poi c’è Piergiorgio Marini, 77 anni, una vita da operaio della Montefibre, oggi in pensione. Tra lui e la moglie hanno buttato 30.000 euro (anche se lui, forse un po’ confuso, parla di 125.000). Marini all’inizio prova a prenderla con filosofia: «Come dice mia moglie: vorrà dire che chi si aspettava di avere qualcosa in eredità, avrà un dispiacere». Ma poi si commuove pensando a quando è stato male, due operazioni al cuore, quando ha saputo che le sue azioni crollavano: «Mi telefonavano a casa, dalla banca - racconta -: “Signor Marini, cosa facciamo, li investiamo questi soldi?”. E io: “Ma sì, ma sì, da qualche parte mettiamoli”. Che poi mio nonno, lo sa, è stato uno dei primi azionisti di Banca Intra. E così mio padre». 

E forse poi è anche questa, la storia che racconta la piccola Caprezzo. Che è una storia dove il grande capitale incontra le piccole realtà. Una storia che passa sopra alle teste dei Marini, dei coltivatori di lamponi, dei volontari che disboscano la strada. Fusioni, incorporazioni, operazioni finanziarie: ma poi alla fine, per gli abitanti di Caprezzo, la filiale della banca a valle dove tutti avevano bene o male il conto era sempre la stessa. Cambiava l’insegna, il logo, ma dietro lo sportello c’erano sempre le stesse persone. Quelle di cui ti eri sempre fidato, di cui conosci la famiglia, che hanno i figli che vanno nella stessa scuola in cui vanno i tuoi. Quella banca che una volta si chiamava Intra e di cui tuo nonno era stato uno dei primi azionisti.

Caprezzo, Bee, Cossogno, Cambiasca, Intragna: dove vai è sempre la stessa storia. La banca piazzava le sue azioni e qualche migliaio di euro qualcuno lo investiva sempre. Che qualcosa non andasse per il verso giusto, chi poteva immaginarlo? Non l’impiegata. Magari, è vero, sperava in qualche premio, in una promozione, ma poi anche lei e il compagno dei soldi li hanno investiti in Veneto Banca. E allora, come dice ancora il signor Marini: «Alla fine, la frutta guasta, se la portava a casa anche il commesso sperando fosse buona».

Il dramma del gorilla e del bambino: uno non è King Kong, l’altro non è Mowgli

La Stampa
carlo grande


Harambe il gorilla di 17 anni ucciso nello zoo di Cincinnati

«E Harambe incontrò gli umani», si potrebbe intitolare. Un incontro ravvicinato visto da molti, pochi giorni fa: un bambino di quattro anni cade nella gabbia di un gorilla nello zoo di Cincinnati, davanti a un animale gigantesco di quasi 200 chili, una femmina di 17 anni, Harambe, nata in cattività, mai stata aggressiva. Dopo un salto di qualche metro il piccolo finisce a tu per tu con lei, in un fossato poco profondo e pieno d’acqua. 



Nel filmato la gente urla, l’animale reagisce con calma. Lo stesso direttore dello zoo ha riconosciuto che la gorilla non ha attaccato il bambino. Non sembrava volergli fare del male. Prima sembra lo sfiori, si guarda intorno confusa, lo spinge, lo trascina nell’acqua qualche metro, lo rimette in piedi. Forse cerca di metterlo al riparo perché la gente (non ci riferiamo alla madre ed eventuali parenti, per quanto negligenti) starnazza in preda al panico.

Il bambino tocca Harambe, non piange, forse è pietrificato. Chissà cosa pensano entrambi. Conclusione: interviene una squadra dello zoo che uccide la gorilla, mentre tiene il bambino fra le gambe. Sarebbe bastato un tranquillante? Gli esperti dicono che la gorilla avrebbe potuto agitarsi di più, avrebbe potuto mettere in pericolo, con un solo gesto, la vita del bambino. Ovviamente era molto incuriosita e il rischio che con la sua forza potesse ucciderlo era alto. E’ stata una scelta difficilissima.



L’etologo Frans de Waal ricorda che ci sono due precedenti, «uno con Binti Jua al Brookfield zoo (che salva un bambino, ndr), un altro in uno zoo britannico. In entrambi i casi non hanno sparato ai gorilla e i bambini umani non sono morti».

Questi i fatti. La madre del bambino posta su FB una foto, ringrazia Dio e chi ha aiutato il figlio. Altri postano insulti del tipo: «Sparate alla madre». Cose molto tristi. Di sicuro il protocollo è stato rispettato. Di sicuro la vita di un essere umano ha la precedenza sugli animali. Di sicuro Harambe non era King Kong e il bambino non era Mowgli. Di sicuro le foreste continuano a sparire, in Congo, nell’Estremo Oriente e il «protocollo» economico è rispettato, anche quello contro natura che prevede di distruggere gli habitat e tenere gli animali in gabbia, di farne carne da ticket. Di sicuro il bambino non doveva finire lì. E il gorilla nemmeno.

Moria di immigrati Meschini ma liberi

Alessandro Sallusti - Mar, 31/05/2016 - 15:18

Siamo di fronte a una catastrofe e che l'unico meschino è il premier che la nega



L'ultima di Matteo Renzi è che è meschino chiunque parli di allarme immigrazione. Per il premier siamo visionari.

Clandestini? Ma dove? Non certo a Palazzo Chigi, dove gli unici abusivi che circolano sono i membri di un governo mai eletto. Ma fuori, mi creda presidente, la situazione è ben diversa. Io sarò anche meschino, ma volevo ricordarle che dall'inizio dell'anno, cioè in cinque mesi, sono sbarcati in Italia 42mila disgraziati, più di quanti approdarono sulle nostre coste in tutto il 2015. Continuando con questo ritmo, a dicembre avremo aggiunto alla popolazione italiana un numero di clandestini pari agli abitanti di un medio capoluogo di provincia. Le pare poco?

Andiamo avanti. Vogliamo essere ancora più meschini: solo nell'ultima settimana sono morti nel tentativo di raggiungere l'Italia poco meno di mille persone, un numero simile a quelli che venivano riportati nei bollettini della Seconda guerra mondiale. Ma il massimo della meschinità è ricordarle che da settembre a oggi hanno perso la vita 340 bambini, una media di due al giorno, cosa da epidemia.

Potremmo andare avanti ancora per dimostrare che siamo di fronte a una catastrofe e che l'unico meschino è il premier che la nega. Ci limitiamo a segnalare un ultimo dato: sulle coste dell'Africa, soprattutto su quelle libiche, preme un milione di persone in attesa di imbarco. È meschino chiedersi quante di queste moriranno annegate nei prossimi giorni e mesi? Oppure cercare di capire se il governo ha una vaga idea di come gestire quei fortunati che saranno salvati dai nostri marinai?

È noto come faceva il Duce a gestire l'opinione pubblica: impediva ai giornali di scrivere su temi sgradevoli. Era vietato persino pubblicare notizie di omicidi efferati e di suicidi. L'Italia fascista doveva essere felice a prescindere. Adesso Renzi, anche se sta a Mussolini come un gatto sta a un leone, vorrebbe fare lo stesso, silenziare l'emergenza immigrati, la morte, il dolore e i problemi che si porta appresso.

Sono notizie che disturbano, stridono con la narrazione dell'Italia risolta e in rampa di lancio, rubano spazio all'offensiva mediatica per fare approvare il referendum sulla riforma del Senato, dimostrano quanto siano carta straccia gli accordi firmati in Europa e sbandierati come un eccezionale successo politico di questo governo. Noi disubbidiamo e scriviamo, meschini ma liberi.

Sparare a chi entra in casa nostra per rubare, deve essere un diritto

Andrea Pasini



È davvero sorprendente che una legge di iniziativa popolare riesca a raccogliere in appena due mesi quasi 500mila firme. Non conta tanto chi l’ha proposta, ma l’oggetto stesso della legge, che riguarda il diritto sempre legittimo a difendersi dai furti. L’iniziativa , che sposa in buona parte le istanze suggerite dalla Lega, tocca tre punti fondamentali: la liceità della difesa in ogni caso, senza sanzioni per chi vi ricorre; l’inasprimento delle pene per i ladri, da 2 a 6 anni; lo stop ai risarcimenti ai malviventi danneggiati per legittima difesa.

Pensandoci bene, se fossero stati già in vigore questi principi sacrosanti, il povero Graziano Stacchio, il benzinaio che sparò a una banda di rom, uccidendo un rapinatore che stava assaltando la gioielleria vicina al suo distributore, non sarebbe mai stato indagato per quel reato assurdo chiamato “eccesso colposo di legittima difesa” (da quando in qua difendersi e tutelare la propria sicurezza e incolumità è “eccessivo”? È come se lo Stato ti dicesse: difenditi ma non troppo…).

Né sarebbe stato indagato per lo stesso reato quel gioielliere di Ercolano che lo scorso autunno uccise due rapinatori che volevano sottrargli i soldi appena prelevati dalla banca. E se ci fossero stati quei principi, i due ladri cui il povero Ermes Mattielli sparò per difendere la sua proprietà, non avrebbero mai goduto di un risarcimento di 135mila euro (sic!) per essere stati colpiti dalla vittima del furto. Né uno dei due ladri, Cris Caris, avrebbe ottenuto una pena blanda dopo il primo furto (avvenuto nel 2006), al punto da potersi permettere di essere recidivo, venendo arrestato in flagrante di nuovo nel 2016 e poi rimesso in libertà in attesa del giudizio.

E invece ora ci troviamo nella situazione in cui ladro continua a godere di più diritti e più tutele rispetto al proprietario derubato; cosicché i ruoli di colpevole e vittima si rovesciano in modo assurdo davanti alla legge e alla giustizia. Occorrerebbe dunque ristabilire i ruoli e le conseguenze relative delle proprie azioni: chi deve essere risarcito (per i danni materiali, ma anche morali, tanto più se ha subìto un’ingiusta accusa, come Stacchio, un ingiusto processo, come Mattielli, o addirittura una vergognosa detenzione, come il povero Antonio Monella, condannato a sei anni di reclusione per aver ucciso il ladro della sua auto e di recente

graziato dal capo dello Stato) è l’onesto cittadino che si vede aggredito nella propria abitazione o nel proprio negozio, non il ladro; e chi deve essere punito è chi delinque e irrompe in una casa, armato di cattive intenzioni e non solo di quelle, e non chi invece vede violata la sua proprietà e messa a repentaglio la sua sicurezza e per questo spara. Tutto ciò sarebbe molto più aderente alla logica, oltreché al buon senso e allo spirito di uno Stato di diritto. Non come quelle proposte-aspirina di cui si sta discutendo adesso in Parlamento, avanzate da Pd e Ncd, che provano a modificare il diritto di legittima difesa, ponendo una

serie insopportabile di “se” e “ma”: è lecito sparare solo se il proprietario di casa o di un’attività commerciale ha già subìto altri episodi simili(come dire che al primo furto deve stare zitto e buono e farsi derubare con una certa disponibilità, senza opporre resistenza); si può ricorrere alle armi contro il ladro solo per difendere l’incolumità di eventuali minori presenti (quasi a dire che se uno invece spara per difendere la propria vita e quella della propria moglie o quella del proprio genitore deve essere considerato un criminale).

Eccola lì, questa è la competenza e la lungimiranza dei nostri legislatori. Sarò allora incompetente e poco lungimirante, ma io  da imprenditore e da onesto cittadino, proprietario di casa e padre di famiglia continuo a trovare inaccettabile che una persona non possa difendere la sua stessa vita da un gruppo di malviventi; che lo Stato non difenda adeguatamente e anzi punisca chi è costretto a farsi giustizia da solo; che quelle stesse istituzioni non assicurino certezza della pena né adeguata durata della stessa a chi compie un reato (i ladri, intendo), e in tal modo si rendano complici dei malviventi, aiutandoli a prosperare. E non sopporto che in un Paese come il nostro parole

come “vita”, “sicurezza” “libertà”, “proprietà” siano completamente private di senso, trasformate da diritti fondamentali e ineliminabili dell’individuo a orpelli superflui, che non spetta allo Stato garantire e anzi possono rovesciarsi perfino in capi di accusa. “Condannato al carcere perché ci teneva molto alla sua vita, voleva difendere la sua casa e i suoi affetti più cari, voleva sentirsi sicuro nella sua città e nel luogo dove lavorava e non sopportava che qualcuno minacciasse armato la sua libertà”. Sembra la trama di un film dell’assurdo, e invece è cronaca quotidiana, da quel Paese delle meraviglie chiamato Italia.

Vi lascio dunque con un appello. Chiunque voglia e possa, chiunque raccolga firme sufficienti o trovi forze parlamentari disponibili, faccia approdare in aula e approvare al più presto una legge sulla legittima difesa priva di condizioni e condizionamenti, pienamente garantista verso il cittadino-vittima e durissima contro chi delinque. Deve essere una legge completa e tosta che sbarazzi il campo da equivoci e interpretazioni, e che sappia non solo reprimere il crimine e difendere le vittime di furti, ma anche fungere da deterrente verso chi ha intenzione ancora di delinquere.

Sparare per difendersi è sempre legittimo. Compiere un furto nella proprietà altrui è sempre un reato. Basterebbe applicare questi due principi per vivere in un Paese migliore.  www.ilgiornale.it