lunedì 30 maggio 2016

Gramsci in cella e in clinica I paradossi di una prigionia

Corriere della sera

di FRANCO LO PIPARO

Il leader comunista dopo la condanna e l’ipotesi di una rete protettiva a suo favore

Mussolini con i membri del tribunale speciale che processava gli oppositori
Mussolini con i membri del tribunale speciale che processava gli oppositori

«Per venti anni dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare». È la frase che avrebbe pronunciato il pubblico ministero nel processo contro Antonio Gramsci. In tanti c’è capitato almeno una volta di citarla. La notizia la dà Togliatti nell’articolo scritto nel 1937 per commemorare la recente morte del compagno.

Quella frase non è stata mai detta da nessun giudice. Chi volesse controllare non ha che da leggere gli atti del processo, pubblicati da Domenico Zucaro nel 1961.Il falso storico del 1937 è il punto di partenza di altre falsificazioni su Gramsci e il fascismo. Molte sono note, anche se non sono mai state adeguatamente valorizzate. Ne ricordo alcune tra le più eclatanti.

Ancora Togliatti, nel 1944 appena arrivato in Italia, scriverà che la cognata Tania i Quaderni era riuscita «a trafugarli dalla cella la sera stessa della sua morte, grazie al trambusto creatosi». Gramsci non è morto in una «cella», ma in una delle cliniche più costose di Roma, la Quisisana.

Era accusato di avere attentato alla sicurezza dello Stato. In presenza di un tale capo di imputazione anche i regimi liberal-democratici adottano misure di rigido controllo di ciò che il detenuto scrive. Mussolini, se avesse voluto sequestrare i Quaderni, non aveva che da applicare leggi e regolamenti. Nessuna astuzia di compagni e cognata sarebbe stata efficace. I Quaderni uscirono dalla clinica col consenso o nel disinteresse totale del fascismo. Perché? Escluderei il ricorso all’inefficienza dell’apparato repressivo.

La documentazione disponibile mette sotto gli occhi un paradosso che attende una spiegazione. Gramsci al momento dell’arresto era coperto da immunità parlamentare. Il suo arresto fu illegale, la sentenza o infondata o eccessiva. Una volta condannato (ecco il paradosso) si ha la sensazione che si sia formata una specie di rete protettiva governata direttamente da Mussolini. I fatti che orientano verso questa supposizione sono tanti.

Gramsci dispone di una cella tutta sua che, stando alla descrizione che il detenuto fa alla madre il 31 settembre 1931, è «una cella molto grande, forse più grande di ognuna delle stanze di casa». La lettera non trascura alcuni particolari: «Ho un letto di ferro, con una rete metallica, un materasso e un cuscino di crine e un materasso e un cuscino di lana e ho anche un comodino».

A partire da febbraio 1929 può usare carta, penna e libri diversi da quelli della biblioteca del carcere. Privilegio non concesso agli altri detenuti politici.

A volte il direttore gli proibisce la lettura di determinati libri. Gramsci scrive direttamente a «S.(ua) E.(ccellenza) il Capo del Governo» e l’autorizzazione alla lettura arriva. Nella lettera dell’ottobre 1931 indirizzata a Mussolini, ad esempio, scrive: «Ricordando come ella mi abbia fatto concedere l’anno scorso una serie di libri dello stesso genere, La prego di volersi compiacere di farmi concedere in lettura queste pubblicazioni». Tra esse ci sono: La révolution défigurée di Trotsky, Le opere complete di Marx e Engels, le Lettres à Kugelmanm di Marx con prefazione di Lenin.

Non pare proprio che Mussolini abbia voluto impedire al cervello di Gramsci di funzionare.

A partire dal dicembre 1933 fino alla morte (aprile 1937) Gramsci non è più in carcere ma nella clinica Cusumano, a Formia, prima, nella costosa clinica romana Quisisana dopo. Dodici dei trentatré quaderni a noi pervenuti non hanno timbro carcerario e sono stati interamente redatti nelle cliniche. Correttezza filologica vorrebbe che venissero chiamati Quaderni del carcere e delle cliniche.

La conoscenza del periodo delle cliniche è molto lacunosa. Il cordone protettivo si rafforza. Ruoli importanti vi svolgono l’economista Piero Sraffa e lo zio Mariano D’Amelio, senatore e primo presidente della Corte di Cassazione. È un periodo che presenta molti buchi neri e che potrebbe riservare sorprese.

Prendiamo gli ultimi venti mesi prima della morte, dal 24 agosto 1935 al 27 aprile 1937. Li trascorre nella clinica Quisisana frequentata dalla buona borghesia romana. Al mantenimento delle spese contribuisce la Banca commerciale italiana tramite il banchiere Raffaele Mattioli. Il Ministero dell’Interno dispone la vigilanza solo esterna. La Questura più volte scrive al Ministero per lamentarsi che, date i numerosi ingressi della clinica e il poco personale disponibile, non è nelle condizioni di garantire un vero controllo.

Cito un passaggio della Nota riservata della Questura datata 14 novembre 1935: «La vigilanza esterna non offre neppure la possibilità di alcun controllo sulle persone che si recano a visitare il Gramsci, in quanto trattasi di una clinica vasta, di lusso, in cui sono ricoverati numerosi malati di agiate condizioni e che quindi vengono visitati da persone che vi si recano quasi sempre in automobile».
Non risulta che il Ministero abbia risposto o preso provvedimenti. Segno che così era stato deciso nelle alte sfere del governo.

Il fascismo è crollato da più di settanta anni. Dalla morte di Gramsci sono passati settantanove anni. Il muro di Berlino è stato abbattuto ventisette anni fa. I tempi sono più che maturi per esplorare senza pregiudizi ideologici un capitolo fondamentale della storia d’Italia. Se non ora quando?

29 maggio 2016 (modifica il 29 maggio 2016 | 21:56)

Barbe, sigarette e alcolici: ecco le tasse del Califfato

Corriere della sera

di Viviana Mazza

L’Isis ha perso il 22% del territorio che controllava e con esso le entrate fiscali
I miliziani sono stati costretti a inventarsi modi nuovi per riempire le casse



Se le donne non si coprono per bene gli occhi dietro tripli veli: 10 dollari di multa. Se portano un’abaya troppo «aderente»: 25 dollari. Se tralasciano di indossare i calzini o i guanti: 30 dollari. Per gli uomini che si radono: 100 dollari di multa. Per quelli che si accorciano la barba: 50 dollari. E per chiunque non sappia rispondere ai quesiti sul Corano o la legge islamica posti a sorpresa dalla Hisba, i «vigili» del Califfato: 20 dollari.

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Grazie alle offensive anti-Isis e ai bombardamenti in Siria e in Iraq, tra dicembre e marzo il Califfato ha perso il 22% del territorio che controllava. Questo non significa che non possa sferrare nuove offensive come dimostra la recente avanzata a nord di Aleppo. Ma meno territorio significa anche meno abitanti da tassare (sono passati da 9 a circa 6 milioni), mentre i bombardamenti hanno danneggiato la principale fonte di introito: il petrolio.

Così negli ultimi sei mesi i miliziani sono stati costretti a inventarsi modi nuovi per riempire le casse, come aumentare le imposte e le multe, ma anche introdurne di nuove — per esempio per chi si spunta la barba, lascia la porta di casa aperta, installa/ripara antenne satellitari. Le tasse costituiscono oggi la metà circa del budget di 56 milioni di dollari al mese dell’Isis (l’estate scorsa erano 80 milioni), secondo un rapporto della società di consulenza e analisi di Difesa IHS Inc. I loro dati sono raccolti attraverso interviste, social media, documenti dell’Isis e del governo iracheno.

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Le tasse riguardano ormai ogni aspetto della vita della popolazione e vengono stabilite dall’alto, anche se i governatori locali hanno una certa discrezionalità. Sono suddivise in cinque categorie: comportamenti sociali, istruzione, agricoltura, controllo dell’ordine pubblico, servizi. Oggi i camion devono pagare tra i 600 e i 700 dollari ai posti di blocco dell’Isis, il doppio rispetto alla scorsa estate. Oltre alle tasse sui non musulmani, lo Stato Islamico richiede anche che i musulmani non sunniti, gli ex membri delle forze di polizia e gli ex funzionari dei governi siriano e iracheno comprino un certificato di «pentimento»: prima si pagava una volta l’anno, adesso ogni mese.

«Le imposte sociali sono quelle riscosse con più forza», spiega Ludovico Carlino, ricercatore di IHS. Le donne sono particolarmente colpite dai vincoli sull’abbigliamento, ma gli uomini sono multati il doppio se trovati in possesso di un pacchetto di sigarette (46 dollari) mentre tutti devono sborsare 50 dollari e subire 50 frustate se sorpresi a bere alcolici. «A febbraio e marzo abbiamo visto la polizia della moralità diventare più dura e più rigida con la popolazione — osserva Carlino — ma abbiamo anche notato un fenomeno interessante: lo Stato Islamico ora accetta versamenti in denaro al posto delle punizioni fisiche, un altro segnale delle loro difficoltà economiche».

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Le casse meno piene significano però anche maggiori rischi per i civili. Negli ultimi giorni, alcuni miliziani hanno diffuso per la prima volta sui social network foto di schiave yazide in vendita per 8.000 dollari: acquistate online da miliziani sempre più squattrinati, con meno cibo e medicine, e il pericolo delle bombe. Anche la tassa per poter lasciare città come Raqqa e Fallujah — verso le quali marcia in questi giorni l’offensiva anti-Isis — sono sempre più alte: 800 e 1.000 dollari rispettivamente.

29 maggio 2016 (modifica il 30 maggio 2016 | 07:40)

I magistrati al lavoro e l’infermiera di Piombino

Corriere della sera

Quanto spreco di tempo, spreco di denaro, spreco di lavoro, per arrivare in Italia a costruire inchieste che poi verranno regolarmente scucite dalle sentenze definitive

Il presidente dell’Anm Piercamillo Davigo (Ansa)
Il presidente dell’Anm Piercamillo Davigo (Ansa)

Il neopresidente dell’Associazione Nazionale Magistrati Piercamillo Davigo sostiene che la magistratura italiana, malgrado le apparenze e le interminabili ferie che ne allietano le estati, lavori più dei colleghi sparsi in tutti gli angoli del mondo. Chissà se nel conteggio finale, a corroborare questa ardita tesi, debbano essere anche incluse le ore, i giorni, le settimane (poche) che i giudici del Riesame di Livorno hanno dovuto adoperare per smontare le ore, i giorni, le settimane (moltissime) con cui la Procura aveva motivato un’accusa terribile nei confronti di un’infermiera di Piombino, indicata, con il concorso del sistema corrivo dei media, come una sterminatrice di 13 anziani (anzi 14).

Avessero lavorato qualche ora di più, magari avrebbero tenuto conto di tutte le valutazioni con cui il Riesame ha considerato inconsistenti gli indizi a carico dell’infermiera. Magari l’infermiera non sarebbe stata additata al pubblico ludibrio come un’acclarata assassina seriale prima che un processo regolare ne confermasse l’innocenza, costituzionalmente tutelata fino a sentenza definitiva ma irrisa come una favoletta da tutti i forcaioli d’Italia che in questi anni hanno demolito le fondamenta stesse dello Stato di diritto. Magari le analisi scientifiche avrebbero potuto scagionare chi in pochi giorni ha dovuto subire il processo con condanna incorporata di un’opinione pubblica affamata di mostri. Ed ha subito l’onta e l’angoscia di una carcerazione preventiva usata in Italia con una frequenza da record (questo sì), magari impegnando con un lavoro inutile e supplementare l’attività della polizia penitenziaria.

Sono conteggiate, nel calcolo suggerito dal dottor Davigo, anche tutte le pratiche giudiziarie che finiscono regolarmente nel nulla, che vengono indicate all’opinione pubblica con grande dispendio di strumenti comunicativi e che poi si perdono, tutte le megainchieste, le superinchieste che non riescono a cavare un ragno dal buco. Quanto lavoro, quante ore da aggiungere alla diuturna attività dei magistrati italiani presi da Davigo come un modello mondiale di produttività e di abnegazione. E quanto spreco di tempo, spreco di denaro, spreco di lavoro, per arrivare a costruire inchieste che poi verranno regolarmente scucite dalle sentenze definitive. Errori fisiologici? O non piuttosto, la smania di apparire, di avere un ruolo da protagonisti, di giocare di concerto con i media? Anche a costo di costruire mostri che mostri non erano.

29 maggio 2016 (modifica il 29 maggio 2016 | 14:59)

Quando l’arma si trasforma in un attrezzo contadino

La Stampa
andrea cionci

Elmetti che diventano imbuti, mitragliatrici adattate a seghetti, paracadute trasformati in gonne. A Faenza una collezione raccoglie anche i residui della guerra riutilizzati dai nostri avi per scopi pacifici


Sega da ferro con impugnatura ricavata da mitragliatrice tedesca MG42. Seconda guerra mondiale.

Il collezionismo di cimeli militari è piuttosto diffuso, ma quello del faentino Bruno Zama è concentrato su un genere molto particolare. Ognuno dei 3000 pezzi della sua collezione, spesso esposta in mostre itineranti, racconta non solo i drammi dei soldati coinvolti nelle due Guerre mondiali, ma anche il ritorno alla vita delle popolazioni civili.

Lo sforzo bellico creava una spaventosa penuria di ogni materiale e manufatto. Dopo il passaggio degli eserciti, tuttavia, rimanevano nelle campagne una quantità di residuati costituiti da materiali (ottone, acciaio, alluminio, tessuto) spesso di eccellente qualità, che venivano raccolti, trasformati e riutilizzati dai contadini con fantasia, buon senso ed arte di arrangiarsi. 

Così troviamo, fra gli scaffali del collezionista, un bossolo di cannone inglese, di solido ottone, saldato da uno stagnaro e trasformato in una borsa d’acqua calda. Questo tipo di residuati d’artiglieria spesso venivano sbalzati artisticamente: vi si colava della pece, all’interno e, da fuori, li si martellava per produrre decoratissimi bicchieri e vasi da fiori. Un bossolo più piccolo, di mitragliera da 22 mm, si prestò, invece, a fungere da manico per un pennello da barba. 

Gli elmetti erano prede ambite: bastava chiudere i fori delle prese d’aria con una goccia di metallo, saldarvi manici, tubi o piedini e potevano essere impiegati come imbuti, secchi, mangiatoie, coprifari per trattori, mestoli per il letame, pitali, scudi per lampade a carburo, scaldini, padelle, scolapasta, persino lavandini e lavabi. 

“A tal proposito, mi piace ricordare una storia - commenta Bruno Zama - quella di un parà tedesco, un temibile “diavolo verde”, scampato a Cassino. Nell’aprile ’45, ritirandosi, la sua compagnia venne catturata a Codevigo dai partigiani: molti suoi camerati non tornarono a casa vivi, ma lui ed altri, spogliati di tutto, tornarono in Germania sani e salvi. Il suo elmetto servì ad una “azdora” (massaia, in romagnolo) come pentola per cucinare ed è poi finito nella mia raccolta”. 

Spesso usati dagli agricoltori erano i porta-maschera antigas tedeschi, contenitori di ferro che ben si prestavano ad essere mutati in fornellini per caldarroste o per scaldare il catrame per gli innesti arborei. Le baionette venivano ridotte in coltelli per macellare il maiale, le granate da mortaio adibite a lumi a petrolio. Fra i pezzi più curiosi, spicca una grossa bomba d’aereo americana che fu dotata di sportelletti e trasformata in stufa. 

La canna di un moschetto italiano Mod. ’91 servì da attizzatoio e l’impugnatura di una mitragliatrice tedesca MG42 divenne, per mano di un estroso fabbro, una sega ad arco. Se le canne smontate dalle mitragliatrici di grosso calibro venivano trasformate in timoni per carri agricoli, a volte, le armi venivano riusate integre, per la caccia che, all’epoca, era per molti un’effettiva fonte di cibo.

Così avvenne per una pistola lanciarazzi tedesca, alla quale fu montata la canna di un fucile a pallini.
Mentre le massaie rurali cucivano gonne e camicie con la seta dei paracadute, i bambini si divertivano con giocattoli ricavati da residuati bellici: è il caso di un fucile a elastici ricavato dalla calciatura di una carabina M1 americana e di un aeroplanino realizzato con inneschi di mina antiuomo. 

Tuttavia, in questo riciclo continuo di materiali si avverte non solo un intento meramente utilitaristico, ma anche qualcosa di più: il risentimento verso la guerra, un bisogno inconscio di risarcimento per le tante privazioni subite, e anche l’intento di trattenere i souvenir di quegli eventi storici che erano stati vissuti così da vicino. 

Venezuela, l'utopia socialista ridotta a un inferno

Livio Caputo - Lun, 30/05/2016 - 08:51

Inflazione al 700%, oppositori in carcere e Maduro ridotto a "meschino dittatore"



Dopo Somalia, Libia e Siria, stiamo per avere un altro «Stato fallito»: il Venezuela. La novità è che non si tratta di un tormentato Stato africano o mediorientale, ma di un Paese che una volta fino all'avvento e al successivo crollo del cosiddetto «socialismo bolivariano» - era uno dei più prosperi dell'America latina, con una forte colonia italiana che aveva contribuito al suo sviluppo.

Come ha scritto l'Economist, siamo non solo al collasso di una nazione, ma anche del cosiddetto «chavismo» che, a un certo punto, stava contagiando mezzo continente. Ormai per sopravvivere Nicolas Maduro, l'ex conducente d'autobus succeduto nel 2013 al vecchio caudillo, deve fare strame della stessa Costituzione contenuta nel famoso «libretto blu» del suo mentore: fa bocciare da una Corte suprema formata solo di suoi accoliti leggi e decreti votati da un Parlamento in cui, dalle elezioni dello scorso dicembre, non ha più la maggioranza, incarcera con vari pretesti gli avversari politici, boicotta la richiesta

dell'opposizione di applicare l'articolo che prevede un referendum su una richiesta di «richiamo» del presidente (una specie di impeachment). Inutilmente il segretario dell'Organizzazione degli Stati americani, Luis Almagro, lo ha avvertito che se respingerà questa richiesta si trasformerà in un «meschino dittatore» e il Venezuela potrebbe essere «sospeso» dal consesso. Maduro gli ha risposto accusandolo di essere un agente della Cia, parte del complotto internazionale che a suo dire è responsabile di tutti i mali del Paese.

Più ancora della crisi politica, a rendere drammatica la situazione del Venezuela è quella economica e sociale, dovuta ad anni di insensato statalismo e di cattiva amministrazione, oltre che al crollo del prezzo del petrolio che forniva a Chavez i mezzi per fare quella politica sociale che gli assicurava il sostegno delle masse. Oggi che le casse dello Stato sono vuote, la vita quotidiana della popolazione classe media compresa - è diventata un inferno: code chilometriche si formano davanti ai supermercati prima dell'alba nella speranza di trovare un po' di pane o un quarto di pollo, ma spesso gli empori, disperatamente vuoti, non aprono

neppure; i saccheggi dei pochi negozi che hanno ancora della merce sono sempre più frequenti, e la polizia è costretta ad affrontare manifestanti che protestano semplicemente perché hanno fame; la Coca Cola e numerosi stabilimenti alimentari hanno chiuso per mancanza di materia prima; in molti quartieri di Caracas e in buona parte delle province l'elettricità viene erogata per poche ore e l'acqua ormai una brodaglia bruna impossibile da bere e che infiamma la pelle una volta la settimana; negli ospedali mancano le medicine, buona parte delle apparecchiature sono fuori servizio e muore gente che in ogni altro Paese

civile potrebbe essere facilmente curata; l'inflazione è al 700%; per risparmiare corrente, tribunali e uffici pubblici sono aperti solo il lunedì e il martedì, spesso solo per mezza giornata; da una settimana, hanno cominciato a chiudere anche scuole ed asili; in molte ore della giornata Carcacas, una volta una delle metropoli più caotiche del continente, sembra una città fantasma; e, come è ovvio, la criminalità è rampante, con i sequestri di persona, le rapine e gli omicidi che aumentano di giorno in giorno.

Come andrà a finire? L'impressione è che, se continuerà a violare la Costituzione, Maduro sopravvivrà soltanto fino a quando i militari, dai tempi di Chavez parte integrante del regime, ma ora «infiltrati» anche dall'opposizione, non decideranno di farla finita. Intanto vecchi alleati, come Argentina e Brasile, gli stanno voltando le spalle e perfino Cuba sembra prendere le distanze. Gli Usa hanno ufficialmente definito il regime venezuelano una «minaccia per il continente». Se non vuol finire male, a Maduro converrebbe accettare il referendum e se come i sondaggi lasciano prevedere l'elettorato gli darà il benservito, accettarne il verdetto. Sarebbe la fine di un'epoca, ma almeno senza spargimento di sangue.

Perché Cosa Nostra negli Usa ora parla calabrese

Felice Manti



Le parole del neo procuratore della Dda di Catanzaro Nicola Gratteri confermano quanto Madundrina aveva già scritto a proposito dei nuovi rapporti tra mafia e ‘ndrangheta. Non più un ruolo paritario ma una supremazia delle ‘ndrine nei confronti di Cosa Nostra, soprattutto per quanto riguarda il traffico di sostanze stupefacenti, di cui la ‘ndrangheta è sostanzialmente e indiscutibilmente monopolista.«È la mafia piu forte e piu ricca in questo momento nel mondo occidentale anche perché importa l’80% della cocaina che arriva in Europa.

Ma è come se Cosa nostra americana avesse rotto il cordone ombelicale con quella siciliana, come se avesse perso il pedigree dell’origine siciliana mentre la ’ndrangheta negli Stati Uniti, a New York, a Brooklyn parla molto bene americano, italiano e calabrese», ha detto Gratteri, secondo cui la ’ndrangheta è diventata referente della famiglia Gambino, storico clan di Cosa nostra siciliana. Non è stato sempre così, anzi. Nei giorni scorsi sono uscite alcune conferme in merito a vicende di cui Madundrina si è già occupata come l’omicidio del giudice Antonino Scopelliti.

La ‘ndrangheta lo uccide il 9 agosto 1991, alla vigilia dell’ultimo grado di giudizio del maxiprocesso a Cosa Nostra. Il magistrato viaggia sulla sua auto a Campo Calabro. Gli sparano con un fucile a pallettoni. Due colpi lo prendono in testa. La macchina finisce fuori strada. Stava tornando a casa, senza scorta, da una mattinata passata al mare nelle zona in cui risiedeva, appena fuori Villa San Giovanni. «Mio padre non era un eroe», dice Rosanna Scopelliti, parlamentare Ncd, e infatti la magistratura non è mai riuscita a inchiodare definitivamente i mandanti, almeno per via giudiziaria. Per la vulgata Scopelliti è stato ucciso dalla ‘ndrangheta su richiesta di Cosa Nostra perché avrebbe dovuto sostenere la pubblica accusa contro i mafiosi.

A sparare, lo sappiamo solo oggi con certezza, sono stati tre killer reggini, come ha detto durante il processo Meta (pietra miliare nella ricostruzione della storia della ‘ndrangheta e cristallizza la pax mafiosa dopo la guerra e la tripartizione della Calabria in tre mandamenti: Reggio, Jonica e Tirrenica) il collaboratore di giustizia Antonino Fiume, legato a Giuseppe e Carmine De Stefano, i figli del super boss vittima illustre della seconda guerra di ‘ndrangheta Paolo De Stefano. È Fiume a confermare che l’omicidio venne commesso per fare un favore alla mafia. I nomi Fiume li sa e li ha detti ai pm reggini: «Ci sono situazioni che, se non stiamo attenti, si corre il rischio che ci ammazzano», ha avvertito.

Lo ha confermato anche il pentito di ‘ndrangheta Consolato Villani, che ne ha parlato durante il processo a quel romanzo politico-giudiziario chiamato trattativa Stato-mafia in corso nell’aula bunker del carcere Ucciardone di Palermo: «C’era stato un accordo tra i boss calabresi e Cosa nostra per ucciderlo. I calabresi lo avrebbero ucciso per conto di Cosa nostra». La leggenda narra persino di un Totò Riina latitante sbarcato sullo Stretto in traghetto vestito da frate per chiudere l’accordo.

Non sarebbe la prima volta che la ‘ndrangheta lavora “conto terzi”, d’altronde è ormai acclarato che la ‘ndragheta ebbe un ruolo anche nel rapimento di Aldo Moro. Ma sulla presunta trattativa Stato-mafia c’è ancora qualcosa che non torna. Lo stesso Villani in aula, ricordando l’esistenza di una nave affondata nei mari calabresi che avrebbe trasportato dell’esplosivo, poi rubato dalle organizzazioni criminali della zona, dice:

«Mi fu riferito che il tritolo per le stragi siciliane è partito dalla ’ndrangheta, poi non so se è effettivamente così. Nino Lo Giudice (unn altro boss pentito che poi ha cambiato idea) mi parlò di un uomo e una donna dei servizi deviati, erano l’anello di congiunzione su traffici e interessi per l’approvvigionamento di esplosivo e armamenti tra le mafie».

Eppure, secondo la ricostruzione giudiziaria, non c’è traccia del ruolo della ‘ndrangheta nell’esplosivo che uccise il giudice Giovanni Falcone, la compagna e la scorta. Qualcuno sostiene anche che la ‘ndrangheta non fosse d’accordo con la strategia stragista di Totò Riina ma che venne ovviamente informata di tutto. Avevo già scritto che l’esplosivo usato per via d’Amelio potesse arrivare dalla Laura Couselich o Laura C, la nave carica di rifornimenti salpata dal porto di Venezia nel 1941 e affondata da un sommergibile inglese sul fondo sabbioso di Saline Joniche con almeno 1.500 tonnellate di tritolo.

Come scrive QuiCalabria nel 1995 i Ros di Reggio avviano un’inchiesta, alcuni pentiti (Vincenzino Calcara, Emanuele Di Natale e Carmine Alfieri) dicono che quello era un supermercato per mafia, camorra e Sacra Corona Unita. Ma le frasi del pentito Villani riaprono un capitolo giudiziario che sembrava chiuso.

E soprattutto la storia della trattativa Stato-mafia – ammesso che si sia mai stata – si complica. Che ruolo ha avuto la ‘ndrangheta? Perché ha dato soltanto appoggio logistico alla strategia stragista di Cosa Nostra, fornendo l’esplosivo? E perché finora le indagini non l’hanno mai scoperto finora? Qual è il vero rapporto con la mafia? E se avessero ragione le inchieste, come quella su Paolo Romeo, che indicano in mafia e ‘ndrangheta unite da un’unica cupola affaristico-massonica legata all’eversione nera?