sabato 28 maggio 2016

Tra integralisti e Imam vietati, tutte le foto che inguaiano il Pd

Alberto Giannoni - Sab, 28/05/2016 - 10:42

Ecco simpatia e rapporti degli islamici milanesi fra leader fondamentalisti e predicatori di odio



Due soli passi separano idealmente il Pd milanese da un islam politico controverso. Al centro il coordinamento delle associazioni islamiche, cuore della vicenda e protagonista di quello che sembra un patto elettorale coi dem, che hanno candidato uno dei volti più noti del Caim, Sumaya Abdel Qader.

Il Caim da un lustro gestisce la partita delle moschee e da allora è al centro di critiche anche di musulmani (la moderata «Casa» di via Padova, non ha mai aderito). La comunità ebraica da anni ha interrotto i rapporti col Caim (aveva invitato all'Arena un imam che aveva inneggiato al «martirio» dei kamikaze).

Tutto il centrodestra considera il Caim un interlocutore poco affidabile, non credibile. In più occasioni gli ebrei milanesi hanno auspicato un passo indietro del coordinatore Davide Piccardo, incappato in diverse occasioni in posizioni discutibili: parole di fuoco contro Israele, attacchi alla Comunità ebraica, difesa di personaggi discutibili, come l'imam Al Suwaidan, cui il Viminale ha negato l'ingresso in Italia.

1 Un giovane iscritto al Pd, Sam Aly, aspirante candidato, aveva postato un «selfie» con l'imam. Altri, aderenti al Caim o vicini in qualche modo, hanno mostrato posizioni simili. Legami, o simpatie per personaggi che appartengono all'area di un islam controverso (guarda la foto).

2 Il consigliere Max Bastoni ha diffuso una foto che ritrae il marito della candidata, Abdallah Kabakebbji, in compagnia del padre Maher Kebakebbji (che risulta presidente del Caim) e di quello che viene indicato come «il leader dei Fratelli musulmani tunisini Rachid Ghannouchi» (guarda la foto).

3 In un'altra immagine, per il consigliere, si vede Ahmed Abdel Aziz, responsabile relazioni interne del Caim, insieme al fratello Omar Abdel Aziz, nella sede dell'Alleanza Islamica d'Italia (inserita nella lista nera degli Emirati Arabi) «con Salah Sultan, elemento legato all'ex governo islamista di Mohamed Morsy». Il capolista di Milano Popolare, Maurizio Lupi, ha detto: «È una vergogna che ci sia chi rappresenta i Fratelli musulmani», tirando in ballo il movimento diventato punto di riferimento per molti integralisti. Piccardo, parlando della «Fratellanza», ha scritto che chi la «criminalizza» «o non sa di cosa parla o è in assoluta malafede» (guarda la foto).

4 Una foto pubblicata (e non smentita) immortala l'incontro fra il padre della Abdel Qader e il premier egiziano Morsi (guarda la foto).

5 Alle manifestazioni per il leader deposto hanno partecipato in molti (anche Abu Sumaya l'avrebbe fatto). La Abdel Qader ha smentito la sua adesione al movimento, ma non ha escluso che nel suo «bagaglio» ci sia anche il fondatore. E non ha escluso di essere stata dirigente del dipartimento giovani e studenti della Fioe, considerata da molti vicina ai Fm (guarda la foto).

6 Il consigliere Matteo Forte ha pubblicato una foto in cui vede la candidata che esibisce un premio assegnato a Colonia nella sede di Milli Gorus, associazione turca citata in una «black list» governativa tedesca e a Milano aderente al Caim e parte di un progetto per la costruzione della moschea al Palasharp (guarda la foto).

Diritti d'autore, strappo di D'Alessio lascia la Siae e passa a Soundreef

Il Mattino



Dopo Fedez anche Gigi D'Alessio lascia la Siae e si affida a Soundreef per la raccolta dei suoi diritti

d'autore. L'accordo è stato firmato oggi tra il cantautore e l'amministratore delegato di Soundreef, Davide D'Atri. D'Alessio, forte di 20 milioni di dischi venduti in tutto il mondo e con un repertorio di circa 750 brani (uno dei più grandi della discografia italiana) ha incaricato Soundreef, una delle prime società in Europ a ad essere riconosciuta dal governo inglese ai sensi della nuova direttiva, di riscuotere dall'1 gennaio 2017 i suoi proventi musicali.

«Siamo felicissimi - commenta D'Atri - per l'arrivo di Gigi e questo ci testimonia che siamo sulla strada giusta dell'innovazione, e della necessità di cambiare garantendo meglio tutti, soprattutto i più deboli. Con la direttiva Barnier l'Unione Europea ha preso atto della rivoluzione digitale in corso e della conseguente fine dell'era dei pochi monopoli che ancora resistono come quello italiano della Siae. Credo che presto assisteremo a un effetto domino. Abbiamo tanti contatti in fase avanzata di artisti che hanno espresso la loro volontà di cambiare, esercitando la libertà che la Direttiva riconosce loro».

Sabato 28 Maggio 2016, 11:01 - Ultimo aggiornamento: 28-05-2016 11:02

Henry Heimlich, l'inventore della manovra anti-soffocamento a 96 anni salva una donna

Il Mattino

Henry Heimlich, l'inventore della mossa anti soffocamento (Ap)

Non ha perso il tocco Henry Heimlich, il chirurgo che ha dato il suo nome alla manovra di primo soccorso che può salvare la vita in caso di soffocamento per ostruzione delle vie aeree. Alla tenera età di 96 anni ha salvato la vita di una donna di 87 anni che si stava strozzando con un pezzo di hamburger.

Il chirurgo ha raccontato la storia al 'Cincinnati Enquirer', sottolineando che questa era la prima volta che lui stesso provava il famoso 'abbraccio' su una persona che stava soffocando. Mentre in precedenza l'aveva sempre effettuata in dimostrazioni pubbliche non in una vera emergenza.

Venerdì 27 Maggio 2016, 22:45 - Ultimo aggiornamento: 28 Maggio, 09:31

Corte distratta, in fuga 15 di Al Qaida

Simone Di Meo - Sab, 28/05/2016 - 08:13

A Napoli, dal 2012 a oggi non si è trovato il tempo di fissare il processo di appello. E gli jihadisti sono rimpatriati



Hanno finanziato il terrorismo. Hanno allestito, tra Napoli e Milano, centrali di contraffazione di documenti da smerciare sul mercato clandestino delle identità fantasma. Hanno promosso collette e raccolto soldi da inviare ai fratelli del «Gruppo salafita per la predicazione e il combattimento». Hanno dato ospitalità a combattenti ricercati in patria e ne hanno reclutati di nuovi da inviare nelle terre del jihad, nel Nordafrica e in Cecenia e in Afghanistan per portare avanti la Guerra Santa.

Sono stati condannati in primo grado per aver costituito una «associazione con finalità di terrorismo internazionale» operante in Algeria. Ma, i tempi biblici della giustizia italiana, ha permesso loro di fuggire. Di tornare a casa dove hanno trovato un'inaspettata amnistia che, di fatto, chiude qualsiasi capitolo con la magistratura tricolore. Perché la Corte d'appello di Napoli non ha ancora fissato l'udienza del dibattimento-bis. È la storia dei 19 reclutatori della cellula islamista che, nel 2009, venne sgominata da due inchieste condotte dalle Procura di Milano e di Napoli, poi riunificate in sede processuale.

I giudici di primo grado hanno impiegato undici mesi per scrivere le motivazioni della condanna a fronte dei tre prescritti. Nel frattempo, alla spicciolata, i terroristi hanno potuto organizzare l'esodo anche perché hanno affrontato l'iter giudiziario a piede libero. Il ping pong tra Cassazione e Riesame, dopo che già il gip aveva negato gli arresti, ha prodotto solo diverse interpretazioni di giurisprudenza sulla valutazione delle prove e sulla definizione di organizzazione terroristica. Per la Suprema Corte, gli indizi relativi al loro legame con Al Qaeda erano più che sufficienti a far scattare le manette. Per i giudici dell'impugnazione, no: bisognava valutare in senso positivo il contesto.

I 19 imputati, secondo la ricostruzione dei carabinieri del Ros, avevano addirittura impiantato attività commerciali in Lombardia e in Campania per fare business e racimolare migliaia di euro da spedire ai gruppi sunniti impegnati in un colpo di Stato in Algeria, come nel caso del leader della formazione Djamel Lounici. I giudici partenopei hanno riconosciuto che i miliziani, oltre a offrire «sostegno finanziario» e «assistenza legale» ai complici coinvolti in altre inchieste in Italia, si preoccupavano pure di «indottrinare ideologicamente» i nuovi arrivati.

Compito, quest'ultimo, assolto dall'ex vice imam della moschea di corso Arnaldo Lucci, a Napoli. Nella primissima fase delle indagini, i servizi di intelligence ipotizzarono una collaborazione diretta con la camorra del centro storico, capeggiata dal boss Edoardo Contini, per la fabbricazione di patenti e carte d'identità false. Le settimane di attesa, intanto, son diventati mesi. E mesi gli anni. Se tutto andrà bene, l'Appello malgrado le insistenze della Procura che ha premura di chiudere il fascicolo e di arrivare a sentenza potrà iniziare tra non meno di sei mesi.

Sicuramente dopo l'estate, forse tra ottobre e novembre. Ma è un provvedimento che arriva in ritardo, comunque. Già dal 2013, gli algerini hanno abbandonato definitivamente l'Italia. Hanno riallacciato i rapporti con la madrepatria, e hanno deciso di rifarsi una vita nel paese che avevano contribuito a insanguinare agli inizi del Duemila. Hanno ottenuto la cancellazione delle condanne riportate in Algeria, e si sono sistemati. Qualcuno ha addirittura aperto un ristorante.

Lo scandalo delle pensioni gratis

Alessandro Sallusti - Gio, 26/05/2016 - 15:48

Gli enti pubblici non pagano i contributi per 50 miliardi. Per questo non ci sono i soldi

Uno dei motivi per cui il sistema pensioni è in tilt è che lo Stato e gli Enti pubblici non pagano i contributi dei loro dipendenti.

Il buco che comuni, regioni, province ed enti pubblici hanno provocato all'Inps ammonta oggi a 54 miliardi e cresce al ritmo di 7 ogni anno. Non pagare i contributi è un reato grave, punito duramente in sede civile e con una condanna fino a due anni di carcere in sede penale. Questo almeno è quello che succede a un imprenditore o datore di lavoro moroso. Governatori, sindaci e presidenti vari invece la fanno franca. Anche perché l'Inps, contrariamente a come si comporta con noi comuni mortali, nei loro confronti non agisce per vie legali. Questione di opportunità politica, dicono che se lo facesse salterebbe il sistema dell'amministrazione pubblica.

Siamo alla solita Italia a due legalità. Una che vale per noi, severa, inflessibile e spesso strozzina, l'altra che vale solo per lo Stato. Al quale è data ampia facoltà di non pagare i debiti, di non onorare i patti, di operare un regime di illegalità impunita. Che siano contributi Inps o uffici pubblici non a norma di legge, tra i quali molte scuole (con gravi rischi per chi li frequenta), nessuno pare eccepire. Tanto a pagare ci pensiamo noi. Gli enti pubblici sono morosi con i contributi pensionistici? Il rimedio è semplice: tagliano le nostre pensioni imponendo contributi di solidarietà, bloccano gli adeguamenti, lasciano le minime a livello da fame, costringendo la gente a lavorare fino a settant'anni.

So di dire una banalità, ma una azienda assume un numero di persone in base alla capacità di pagare stipendi e oneri. Se sbaglia i conti, fallisce. Perché a un ente pubblico è invece concesso di vivere al di sopra delle proprie possibilità? Non c'è risposta logica e si deve ripiegare in un'altra banalità: perché siamo in Italia. Paese che avendo la coda di paglia si è convinto che l'onestà del politico consista unicamente nel non rubare (cosa ovvia) e non lo sosteneva Benedetto Croce, come ricordiamo oggi nelle pagine culturali nella capacità di fare politica, così come l'onestà del medico è quella di salvare il paziente. È che siamo governati da disonesti, cioè da incapaci. E in questo, purtroppo, Renzi non fa alcuna eccezione.

Sgarbi: "Il Papa abbraccia il suo carnefice"

Francesco Curridori - Sab, 28/05/2016 - 10:56



"Cosa avremmo detto se Pio XII avesse abbracciato Hitler?" Se lo chiede Vittorio Sgarbi sul suo profilo Facebook, commentando la foto che ritrae Papa Francesco insieme all'imam di Al Azhar, Ahmed al Tayeb.

"Ovvero, il Papa che abbraccia il suo carnefice", scrive il critico d'arte che si domanda anche:"Perché il Pontefice non ha chiesto ragione delle tanti stragi di cristiani avvenute in questi mesi in Iraq, Siria o Pakistan? Perchè non ha chiesto all'Imam in nome di quale Dio sono stati uccisi ?". E ripete: "Cosa avremmo detto se Pio XII avesse abbracciato Hitler? " per poi concludere:"Se avesse sentito una parola di pietà nei confronti di quei poveri morti, forse il Papa avrebbe dato un significato di perdono al suo abbraccio".

Sollima, regista di Gomorra: “Racconto la camorra senza paura di sporcarmi le mani”

La Stampa
angelica d’errico

Al Wired Next Fest di Milano, il regista della popolare serie tv Sky ha parlato dei suoi prossimi progetti, ispirati a Roberto Saviano e Sergio Leone



Dieci anni fa ha cominciato con un esperimento: quello di raccontare la banda della Magliana attraverso gli standard delle serie internazionali. E forse all’epoca non si aspettava che il pubblico italiano – e non solo quello più giovane - avrebbe apprezzato così tanto da non poter fare più a meno di quei canoni. Stefano Sollima, cinquant’anni da pochi giorni, è tornato sul piccolo schermo con la seconda stagione di Gomorra , la serie sulla camorra che dall’Italia ha conquistato il pubblico internazionale . Ma, annuncia al Wired Next Fest dove è stato ospite in questi giorni, non sarà lui a girarne il già confermato terzo appuntamento. Lo abbiamo incontrato su una panchina dei giardini Indro Montanelli, a Milano, e qui ci ha parlato dei suoi prossimi progetti: Zerozerozero, serie ispirata al libro di Roberto Saviano, e Colt, un western nato da un’idea di Sergio Leone. 

Stefano Sollima, come si racconta la mafia in televisione?
«Noi non abbiamo raccontato «la» mafia. Noi abbiamo raccontato «una» mafia, ossia la camorra. Lo abbiamo fatto mettendoci in gioco con un enorme lavoro di documentazione, ma soprattutto con una profonda onestà intellettuale. E senza paura di sporcarci le mani».

Quando si racconta la criminalità in tv si dice che si finisce per “tifare per il cattivo”. È un rischio che si corre?
«Il male in Gomorra non viene idealizzato. Anzi, viene raccontato per quello che è. È uno degli aspetti della nostra società e come tale va riportato in forma di racconto cinematografico e televisivo. La questione del «tifare per il cattivo» ha origini lontane, diciamo dai tempi del neorealismo, quando ci si cominciava a chiedere: «È giusto rappresentare il nostro lato oscuro oppure è meglio lavare i panni sporchi in famiglia?». Onestamente sono gli estremi di una polemica che non mi appassiona».

Quali sono i modelli a cui si ispira il tuo racconto?
«Io sono un grande consumatore di cinema e di tv internazionale. È uno standard che esiste nel mondo e io, come regista, non me la sentivo di ignorarlo. Così ho scelto di girare secondo i canoni estetici delle grandi serialità estere. Era un esperimento considerando che, sia con la malavita romana di Romanzo criminale ma soprattutto con Gomorra, si tratta di due realtà influenti ma nostrane».

C’era grande aspettativa per questa seconda stagione di Gomorra. Come l’avete vissuta durante le riprese?
«Non ci abbiamo mai pensato. Credo che sia giusto, per rispettare il pubblico, ”ignorarne” le attese: è l’unico modo per fare un buon lavoro. Difatti non abbiamo avuto fretta, ci siamo presi un tempo congruo per riuscire a garantire la stessa qualità e la stessa profondità di racconto».

Cosa cambia tra una serie televisiva e un lungometraggio?
«Mettiamola così: al cinema decidi di chiuderti in una sala buia per due ore. La serie tv prevede una sorta di investimento emotivo, perché lo spettatore si lega a storie e personaggi. Magari anche consumandola per ore, tutta d’un fiato». 

E tu come preferisci vedere una serie? Con calma o tutta d’un fiato?
«Direi che l’appuntamento settimanale continua a conservare un suo fascino. Ma la libertà di fruizione è un’innovazione impagabile. Una rivoluzione». 

Al Wired Next Fest hai detto che non parteciperai alla regia di Gomorra 3. Cosa c’è nel tuo futuro lavorativo?
«Sto lavorando su due progetti diversi. Uno è Zerozerozero, tratto dall’ultimo libro di Roberto Saviano, una serie in otto episodi prodotta da Studio Canal e Sky. Poi un’idea a cui tengo molto: una miniserie western tratta dall’ultimo soggetto di Sergio Leone. Si chiama Colt: protagonista è una pistola che, passando di mano in mano, funge da testimone nella storia del west. Ma non aggiungo altro, la stiamo ancora scrivendo». 

Sardegna, riemerge un sommergibile inglese della II Guerra Mondiale

La Stampa
nicola pinna

All’interno ci sono ancora i corpi di tutti i componenti dell’equipaggio



Era arrivato al largo della Sardegna per attaccare: per affondare due incrociatori italiani e, forse, per devastare La Maddalena. Il sommergibile P311 era sparito nel nulla a gennaio del 1943, nel corso della sua prima missione: era partito da Malta a dicembre, poi era misteriosamente affondato. Ma in che punto nessuno l’ha mai saputo con precisione. Si sospettava che non fosse lontano dalla Sardegna perché in quei giorni alcuni pescatori di La Maddalena avevano sentito un’esplosione fortissima, ma dalla Seconda guerra mondiale a oggi nessuno aveva trovato una sola traccia del siluro della Royal Navy. Il sub genovese Massimo Domenico Bondone lo ha cercato ovunque: ha studiato tutti i documenti disponibili e ha compiuto più di una missione per trovarlo. Ore e ore passate negli abissi alla ricerca questo gigante di ferro che sembrava svanito nel nulla. 

Il tentativo fortunato, quello che doveva essere l’ultimo, è stato compiuto domenica scorsa: un’immersione organizzata con i tecnici dell’Orso diving di Poltu Quatu e durata circa tre ore. La scoperta è stata clamorosa e in Gran Bretagna in questi giorni sta suscitando grande interesse. Il sommergibile (lungo 84 metri e largo 8) è adagiato a novanta metri di profondità, quasi intatto, non lontano dall’isola di Tavolara, nel Nord-est della Sardegna. Le coordinate per il momento devono rimanere segrete, in attesa che le autorità inglesi decidano cosa fare. Anche perché all’interno del P311 (un sommergibile sul quale si erano costruite tante storie) ci sono ancora i corpi di tutti i componenti dell’equipaggio: 71 giovani incaricati di svolgere una missione che in breve tempo si è rivelata suicida. 

La Marina italiana aveva previsto un attacco subacqueo e aveva piazzato una barriera di mine in fondo al mare, una specie di muraglia esplosiva e sommerca per difendere l’Arcipelago di La Maddalena. Il sommergibile di sua maestà è finito proprio in una di queste mine e i danni ancora ben visibili sulla prua lo dimostrano con chiarezza. Gli inglesi, commossi da questo ritrovamento, hanno già annunciato una cerimonia di commemorazione nelle acque della Sardegna e l’intenzione di istituire a novanta metri di profondità un cimitero di guerra. 

Voglia di tenerezza

La Stampa
massimo gramellini

Vorrei esprimere solidarietà umana alla signora Luana Velliscig, l’addetta al casting lapidata di insulti e costretta alle dimissioni per avere richiesto un figurante «nano o con altra disabilità che trasmetta tenerezza». La frase era e resta infelice, anche se per assurdo la sua gretta brutalità suona a garanzia della buona fede di chi l’ha scritta.

Una cinica manipolatrice di sentimenti avrebbe usato espressioni più edulcorate. Ma senza volere minimizzare una gaffe provocata probabilmente dalla stanchezza, ciò che ho trovato davvero sconvolgente è stata la reazione violenta della Rete. Non alludo al video con cui Gianluca Nicoletti e il figlio (disabile) hanno ironizzato da par loro sulla vicenda. Semmai al flusso di commenti spietati che hanno alzato un’onda immensa di indignazione, trasformando l’errore di quella donna in un peccato mortale.

In Rete succede ogni giorno e per le questioni più disparate. Aizzata dalle urla dei giustizieri, una folla di persone largamente imperfette si erge a giudice dell’imputato esposto al pubblico ludibrio, accusandolo di non essere perfetto. Difendersi è impossibile e le voci sottili della riflessione sono ridotte al silenzio dall’arroganza di chi cavalca l’opinione tranciante. La sentenza è immediatamente esecutiva: il plotone di esecuzione formato da milioni di tastiere reclama un capro espiatorio, il cui sacrificio placherà la furia popolare fino all’indignazione successiva.

Come ogni altra massa anonima, anche la Rete non conosce pietà. E non trasmette tenerezza.

Manco

La Stampa
jena@lastampa.it

Scoperto un super batterio che resiste a tutti gli antibiotici, manco fosse Renzi.

I sistemi nucleari del Pentagono? Dipendono da un floppy disk

La Stampa
dario marchetti

L’unità di comando dell’arsenale nucleare Usa è gestita da un vecchio computer risalente al 1976. La portavoce del Pentagono: «Il sistema rimane attivo perché funziona bene»



Squadra che vince, non si cambia. E lo stesso vale per la tecnologia: se un sistema funziona a dovere, perché sostituirlo con qualcosa di nuovo? In un epoca in cui smartphone e pc rischiano di diventare obsoleti pochi giorni dopo l’acquisto, a dare l’esempio è il Pentagono, il quartier generale della Difesa statunitense, che per controllare buona parte dei sistemi di lancio delle testate nucleari utilizza una tecnologia davvero avanzata: i floppy disk.

A prima vista potrebbe sembrare una bufala, ma a diffondere l’informazione è stata proprio un’agenzia governativa: secondo il rapporto del Government Accountability Office, l’unità di comando e controllo con il compito di coordinare «le funzioni operative dell’arsenale nucleare nazionale» utilizzano vecchi floppy disk da 8 pollici e computer IBM / Series 1, un modello prodotto nel lontano 1976.

Ma perché continuare a utilizzare sistemi così sorpassati, con costi di mantenimento che arrivano anche a 75 milioni di dollari ogni anno? «Il sistema rimane attivo perchè, sostanzialmente, funziona ancora bene» ha spiegato la portavoce del Pentagono Valerie Henderson. Un’altra possibile spiegazione potrebbe però essere legata alla sicurezza: in un mondo iperconesso e digitalizzato, dove le informazioni viaggiano alla velocità da uno smartphone all’altro e la privacy rischia di diventare un bene prezioso, una tecnologia così arretrata e ormai obsoleta può rivelarsi più difficile da tracciare, intercettare o hackerare.

E anche se il governo Usa ha promesso che entro il 2017 i floppy andranno in pensione, quello del Pentagono non è però l’unico caso di tecnologie «antiche» ancora in uso. Sempre negli Stati Uniti, nello stato del Michigan, i sistemi di riscaldamento e condizionamento dell’aria di 19 scuole pubbliche continuano a essere gestiti da un vecchio Commodore Amiga risalente agli anni ’80, in grado ancora di inviare comandi sulle frequenze radio a onde corte. La speranza è che non decida di smettere di funzionare proprio mentre l’estate è in arrivo.