martedì 24 maggio 2016

La vignetta diI Marassi

Il Mattino
24 maggio 2016

Totò, la storia delle spalle comiche e le loro battute più esilaranti

Il Mattino

Più che spalle comiche, attori coprotagonisti, comprimari, o – se preferite – partner storici. “Totò e Peppino”, “Totò e Fabrizi” e molti altri. Antonio De Curtis, senza di loro, sarebbe diventato comunque il principe della risata (c’è da scommetterlo), ma il pubblico avrebbe rinunciato a duetti esilaranti e scambi di battute memorabili, entrati oggi nel linguaggio comune.


Peppino De Filippo

Dopo il clamoroso litigio col fratello Eduardo, Peppino iniziò accanto a Totò una nuova e luminosa fase della propria carriera artistica, specialmente al cinema. Numerosi i capolavori impressi nei cuori del pubblico: tra questi, sicuramente Totò, Peppino e La Malafemmina (di Camillo Mastrocinque, 1956). Di vero e proprio culto, ormai, le scene in cui i fratelli Caponi, giunti a Milano in cerca del nipote Gianni, chiedono indicazioni stradali a un vigile («Nojo vulavàm savuàr l’indiriss») oppure, in una camera d’albergo, scrivono la famosa lettera alla soubrette Marisa Florian per convincerla a rinunciare al suo amore («Punto. Due punti, punto e virgola… meglio abbondare»).

Mario Castellani

Truffatore ne L’Imperatore di Capri; onorevole ne Un Turco Napoletano; marito geloso ne Il Medico dei Pazzi. In vent’anni di carriera, Mario Castellani ha interpretato decine di film accanto al suo storico partner, il principe della risata. Maschere diverse, ma accomunate dalla signorilità dell’interprete: sempre ironico e sottile, ideale contrappeso per la vulcanica comicità di Totò. Tra i personaggi di Castellani non si può dimenticare l’onorevole Cosimo Trombetta in Totò a Colori (di Steno, 1952). Il compositore Scannagatti (interpretato dal De Curtis) lo incontra in treno verso Milano, nel vagone letto: un susseguirsi di equivoci trascinerà i due in battibecchi esilaranti («Io ho conosciuto quel trombone di suo padre»).

Nino Taranto

Stella della rivista e del varietà, Taranto raggiunge la popolarità al cinema prima grazie al sodalizio con Totò e poi anche ai cosiddetti musicarelli (per esempio quelli con protagonista Gianni Morandi). Lo ricordiamo in diversi e spassosi ruoli, per esempio Tarantenkamen in Totò contro Maciste, il sergente Quaglia ne I Due Colonnelli, o ancora il marchese don Egidio ne Il Monaco di Monza. Forse, quello cui il pubblico è più affezionato è il personaggio di Camillo in Totò Truffa ’62 (di Camillo Mastrocinque, 1961). Nella pellicola, Taranto è il fedele complice di Peluffo (Totò), un simpatico furfante che vive di espedienti e raggiri per assicurare alla figlia la migliore istruzione in un collegio privato.

Erminio Macario
La maschera di Torino per eccellenza, meglio nota come Macario, recitò accanto a Totò in pellicole fortunate come Il Monaco di Monza, Totò Sexy e Totò contro i Quattro. Ne Il Monaco di Monza (Sergio Corbucci, 1963), l’attore interpreta Mamozio, pastore e mendicante che si finge monaco insieme a Pasquale Cicciacalda (Totò) e ai suoi dodici figli per elemosinare cibo e carità. Esilaranti le sequenze in cui Totò e Macario, rispettivamente fra Pasquale da Casoria e fra Mamozio, cercano di sfuggire alla furia vendicatrice del marchese don Egidio (interpretato da Nino Taranto), nelle segrete del suo castello.

Aldo Fabrizi

Così come Totò è il simbolo della comicità e della cultura partenopea, Fabrizi è una bandiera per Roma. La sua “ingombrante” presenza scenica (non solo in senso fisico) ha impreziosito capolavori teatrali e cinematografici, rendendosi protagonista delle più belle pagine del varietà nostrano. Accanto al principe De Curtis, Fabrizi ha recitato (per esempio) in Totò, Fabrizi e i giovani d’oggi (di Mario Mattoli, 1960). Nella pellicola i due comici sono il dovizioso cavalier Antonio Cocozza («dell’omonima pasticceria») e il modesto ragionier D’Amore, archetipi maschili diametralmente opposti che fino all’ultimo si opporranno all’amore tra i loro figli Carlo e Gabriella pur di non diventare consuoceri. Martedì 24 Maggio 2016, 11:12 - Ultimo aggiornamento: 24-05-2016 11:12

Il paese di 760 abitanti che diventerà la capitale mondiale di Wikipedia

Corriere della sera

di di Claudio Del Frate

Il congresso mondiale a Esino Lario, un piccolo centro a strapiombo sul lago di Como. Gli ospiti accolti nelle case

Il paese di Esino Lario

La connessione wi-fi funziona? L’ultimo collaudo è avvenuto domenica e sì, è andato tutto bene. Fatto non scontato, a 910 metri di altitudine in una valle chiusa. E quelli che arriveranno all’aeroporto di Orio, chi li va a caricare? Servirà un pulmino, da trovare al più presto. E infine, il concerto rock: siamo sicuri che una banda di smanettoni sempre attaccati al computer abbia piacere di ascoltare musica dal vivo? Esino Lario si prepara all’evento che potrebbe cambiare la sua storia con la stessa meticolosità e solennità con cui si attende lo zio d’America.
Londra, Hong Kong ed Esino
Dal 21 al 28 giugno questo micro paese di 760 abitanti ospiterà il raduno mondiale di Wikipedia, uno dei più rivoluzionari fenomeni nati sul web e arriveranno «contributori» (vale a dire coloro che aggiornano e arricchiscono le voci dell’enciclopedia online) dai cinque continenti. E qui nasce già una bella domanda: come è stato possibile che un misconosciuto comune delle prealpi lombarde potesse aggiudicarsi un evento planetario battendo la concorrenza di una megalopoli come Manila e subentrando a città delle dimensioni di Londra, Hong Kong, Mexico City (per dire, Montreal ospiterà l’edizione 2017)? «Wikipedia era di per sé una scommessa impossibile, ma è stata vinta; noi a Esino Lario siamo entrati nello stesso spirito». L’impresa mondiale ha il volto e la voce di Iolanda Pensa: ricercatrice all’università di Lugano, africanista, contributrice di Wikipedia e soprattutto abitante di Esino Lario.
Il motivo
«La sfida che abbiamo lanciato — racconta Iolanda — voleva dimostrare che nell’era della condivisione, della conoscenza aperta a tutti, un evento può svolgersi indifferentemente in una città internazionale o in un paesino. In più è piaciuta l’idea che in un paese piccolo, a differenza di una grande città dispersiva, i partecipanti vivranno sempre a stretto contatto, al bar, in piazza e l’atmosfera sarà più friendly. Anche se scherzando ho detto che portare quassù per sette giorni mille ospiti, configura un sequestro di persona!».

Wikipedia sarà anche virtuale, ma gli attivisti che risaliranno la montagna lecchese (a proposito, sono 12 chilometri di tornanti dal paese più vicino, Varenna) sono in carne e ossa e hanno esigenze molto concrete. Tanto per cominciare: a Esino ci sono dignitose pensioni che dispongono di appena 250 posti letto. E gli altri? «Abbiamo mobilitato l’intero paese attorno all’impresa, abbiamo chiesto ai residenti di aprire le loro case. Nessuno si è tirato indietro e senza questo sforzo comune tutto sarebbe stato impossibile» confessa Catherine de Senarclens, assessore alla cultura di Esino.
Corsi di lingua
Un dettaglio racconta bene lo spirito con cui la piccola comunità di montagna ha affrontato la sfida. Quasi nessuno dei residenti in paese ha dimestichezza con l’inglese. «E allora a 65 anni sono tornata sui banchi di scuola, io e altre 40 persone: abbiamo seguito corsi di lingue organizzati nella scuola del paese. E adesso sono pronta. Be’, insomma... diciamo abbastanza pronta» scherza con l’entusiasmo di una ragazza Luciana Nasazzi. Lei ha aperto la sua elegante villa con giardino degli anni 30 e ha messo a disposizione dieci posti letto. «Non ho esitato: quando ricapita un’occasione del genere al paese?».

Altro fatto importante: in accordo con lo spirito dell’enciclopedia libera e gratuita, anche il raduno di Esino sarà rigorosamente low budget. Trascorrere una settimana qui costerà 300 euro a ogni partecipante per alloggio e vitto (verrà allestito un tendone dove tutti potranno pranzare assieme) e l’intera organizzazione è costata 400 mila euro, esborso sostenuto a metà dalla Fondazione Wikipedia e dalla Fondazione Cariplo. Il resto è frutto dello slancio dei volontari. Che da solo fa scalare qualsiasi montagna. Comprese quelle a strapiombo sul lago di Como.

23 maggio 2016 (modifica il 24 maggio 2016 | 10:30)

Il Venezuela non beve più Coca-Cola Niente zucchero, si ferma la fabbrica

Corriere della sera

di Sara Gandolfi

Dopo la birra nazionale Polar, si blocca anche la produzione della bibita americana. L’ex premier spagnolo Zapatero tenta una mediazione fra Maduro e l’opposizione



Colpo basso per i venezuelani che, dopo la birra nazionale, rischiano di perdere anche gli (amatissimi) soft-drinks americani. La Coca-Cola ha annunciato di aver sospeso la produzione della sua bibita classica nel Paese sudamericano a causa della mancanza ormai cronica di zucchero raffinato ad uso industriale, anche se continuerà a produrre altre linee «che non necessitano di tale materia prima, come acqua e Diet Coke». Nel comunicato, la compagnia sostiene che «si sono esaurite le scorte» e, in attesa che queste possano essere «recuperate», ha offerto ai suoi lavoratori «uno stipendio di solidarietà, superiore ai minimi di legge, attraverso il quale vogliamo ribadire l’impegno a restare in Venezuela sul lungo periodo».
La mancanza di zucchero (e non solo)
La produzione di zucchero è crollata negli ultimi anni a causa dei controlli statali sui prezzi e dell’aumento dei costi di produzione, oltre che per la mancanza di fertilizzanti. Molti contadini hanno preferito passare ad altre coltivazioni, che assicurano profitti maggiori. In generale, la scarsità dei prodotti primari in Venezuela — tra cui farina, latte, caffè, burro , articoli di igiene personale e di pulizia, carta — ha già bloccato molte piccole e medie imprese ma anche diversi marchi storici del Paese.

Come la Cerveceria Polar, una delle principali fabbriche di birra nazionali, che in aprile ha sospeso completamente la produzione, ufficialmente perché il governo di Nicolas Maduro non le ha permesso di accedere alle valute estere senza le quali non può importare le materie prime necessarie. «Senza materie prime non possiamo produrre», aveva comunicato l’azienda, spiegando che a causa delle restrizioni cambiarie in vigore dal 2003 «è il governo nazionale che controlla l’assegnazione di valuta estera nel Paese, decidendo come e con che fine sono usate».
La mediazione «spagnola»
A livello politico, intanto, si registrano gli ennesimi tentativo di mediazione internazionale fra il presidente Maduro e il cartello d’opposizione Mesa de Unidad Democratica che dallo scorso dicembre ha la maggioranza in Parlamento. Due spagnoli, in particolare, si contendono la «mission impossible» di far piegare il presidente-padrone, che resiste con tutti i mezzi alla richiesta di referendum «revocatorio».

L’ex premier socialista José Luis Rodriguez Zapatero, su invito dell’Unione delle nazioni sudamericane (Unasur), è da giovedì a Caracas per sollecitare l’apertura di «un grande dialogo nazionale». Lunedì notte è sbarcato anche Albert Rivera, leader del partito di centro-destra Ciudadanos, che con una maggior vena polemica ha assicurato di essere in Venezuela «con volontà di dialogo, ma anche con il convincimento che la democrazia non è negoziabile».
Posizioni distanti
Il processo di mediazione sarà «lungo e difficile», ha ammesso Zapatero. Le posizioni sono davvero molto distanti. Da un lato, l’opposizione ha raccolto oltre due milioni di firme per convocare entro l’anno un referendum sulla fine anticipata del mandato di Maduro, che terminerebbe altrimenti nel 2019. Da parte sua il presidente, che continua ad accusare gli Stati Uniti di complottare contro di lui, ha escluso la consultazione popolare e ha invece ampliato e allungato i termini dello stato d’emergenza in tutto il Paese, dando maggiori poteri ai militari e alle forze di polizia.

La missione di Zapatero, però, raccoglie giorno dopo giorno sempre più adesioni: dopo Cile, Argentina e Uruguay, che propongono di creare un gruppo di «Paesi amici» del dialogo, anche il governo colombiano e il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon hanno dato il loro sostegno all’ex premier spagnolo. D’altronde, il 68% dei venezuelani, secondo sondaggi indipendenti, sperano ormai che Maduro se ne vada.

24 maggio 2016 (modifica il 24 maggio 2016 | 09:11)

Da Truman a Eisenhower Il «polso» dei presidenti americani

Corriere della sera
di Augusto Veroni
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Dalle ricerche storiche sembra che il primo Presidente degli Stati Uniti d’America ad indossare ufficialmente un orologio da polso sia stato Franklin Delano Roosevelt, trentaduesimo Presidente. E’ curioso notare come molti presidenti degli USA (qui ne prendiamo in considerazione tre, per iniziare) abbiano alternato oggetti di poco valore a preziosissime creazioni d’alta orologeria, massicci cronometri d’oro a più sportivi cronografi d’acciaio, sempre però cercando di favorire, dove possibili, i pochi orologi “made in USA” o comunque modelli popolari negli Stati Uniti.

La maggior parte di questi orologi sono doni fatti ai Presidenti, in genere con tanto di dedica. Nella maggioranza dei casi sono stati considerati, senza scandalo, oggetti personali trasmessi poi a parenti o amici oppure donati dagli eredi a musei dedicati al Presidente.Il Tiffany di Franklin Delano Roosevelt è un orologio da polso di grande pregio perché arricchito dall’indicazione di data, giorno della settimana e mese: un calendario completo, come viene definito tecnicamente, con la cassa in oro. A Roosevelt era stato regalato, anni prima, un eccezionale orologio da tasca con ripetizione minuti e quadrante trasparente per poter ammirare il movimento.


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Universal Geneve di Truman - Di Harry Truman, trentatreesimo Presidente USA, si ricordano parecchi orologi. Uno dei sui preferiti era un cronografo Universal Geneve Tricompax con cassa d’oro che sembra indossasse durante la Conferenza di Postdam, nel 1945, come inciso sul fondello


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Truman con l’Universal Genève - Sembra che il Tricompax di Universal Geneve abbia segnato momenti molto importanti. Truman lo ha al polso anche quando, nel 1950, firma il coinvolgimento USA in Corea


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Il Vulcain Cricket, primo orologio da polso con svegliarino, è stato evidentemente considerato simbolo d’operosità e come tale è stato al polso di molti Presidenti USA. Qui vediamo l’esemplare donato ad Harry Truman da un’associazione di fotografi parlamentari.


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Sul fondello del Vulcain regalato a Truman i fotografi avevano scritto «un’altra, per favore», per giocare sulla loro insistenza nel tentare di convincere il Presidente a farsi fotografare ancora.


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Un altro degli orologi appartenuti a Truman appartiene ad una categoria molto amata a quei tempi: gli orologi contenuti all’interno di una moneta o di un medaglione. In questo caso un medaglione di San Cristoforo.


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Premendo sulla parte esterna del medaglione l’orologio di apriva mostrando il quadrante. In questo caso l’orologio era prodotto da Movado (marca che ha sempre avuto un buon mercato negli USA), ma si tratta di una tipologia praticata anche da marchi storici come Patek Philippe e Vacheron Constantin


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Il Presidente successivo, Dwight D. Eisenhower sembra abbia posseduto anche lui un Vulcain Cricket e un Hamilton con i visi dei suoi famigliari riprodotti sul quadrante. Ma ha usato a lungo anche questo Rolex Oyster d’oro.


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Il Rolex del generale Dwight D. Eisenhower, trentaquattresimo Presidente degli Stati Uniti. L’eccezionale popolarità di Eisenhower ha certamente aiutato la diffusione di Rolex negli USA.


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Una copertina del settimanale «Life». Il Rolex del Presidente è in bella evidenza. Oggi, con ogni probabilità, scatenerebbe polemiche infinite.


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Sembra che Eisenhower abbia molto amato anche i cronografi Heuer, ieri come oggi considerati fa i migliori orologi sportivi. In questa foto si direbbe proprio che lo abbia al polso.


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Nel 1946 l’immagine del generale Eisenhower venne persino usata per pubblicizzare in Brasile i cronografi Heuer.

Mastelloni : “Così nel ’71 bloccammo un golpe Gheddafi”

La Stampa
francesco grignetti

Il giudice rivela i dettagli di un Lodo Moro stipulato con i libici tre anni prima di quello con i palestinesi, per ottenere la liberazione degli italiani imprigionati


Il colonnello Muammar Gheddafi (con il presidente egiziano Gamal Abd el-Nasser) in una foto del 1969, quando era appena salito al potere in Libia. È stato ucciso il 20 ottobre 2011 durante la guerra civile nel suo Paese

Nella storia segreta della Repubblica c’è stato un altro Lodo Moro, oltre a quello stipulato nel 1973 con Arafat. Tre anni prima, Aldo Moro, che era ministro degli Esteri, raggiunse un analogo accordo con Gheddafi. Anche questo l’ha scoperto il giudice Carlo Mastelloni, oggi procuratore capo a Trieste, che più di tutti ha indagato sui rapporti tra italiani e mondo arabo. Racconta: «Avvenne al tempo della cacciata degli italiani dalla Libia, nel 1970, e fu preceduto da un lungo lavorio paradiplomatico.

Su ordine dell’allora capo di stato maggiore dell’Esercito, il generale Francesco Mereu, ci furono diverse missioni preparatorie di un giovane colonnello dei carabinieri, Roberto Jucci, che poi fece carriera. Moro si affidava a queste missioni non ortodosse per battere la strada. Ma per raggiungere l’accordo non bastò un primo incontro: Gheddafi ricevette il ministro italiano senza scendere da cavallo e lo costrinse a guardare dal basso in alto. Al secondo incontro, presente anche il segretario generale della Farnesina, Roberto Gaja, finalmente i due si capirono».

In che cosa consisteva questo secondo Lodo Moro?
«In cambio della liberazione di alcuni italiani imprigionati, e della possibilità per tutti di rientrare in patria, ci impegnammo a consistenti forniture militari e soprattutto a vigilare contro tentativi di rovesciare il regime che fossero partiti dal nostro territorio. Noi rispettammo gli impegni. Inviammo carri armati riverniciati di fresco, che permisero a Gheddafi di farsi bello nelle parate, ma non prima di avere avuto l’assenso dall’ambasciata Usa. E nel 1971 fu bloccata una nave di congiurati nel porto di Trieste.

Era un tentativo di putsch sobillato dagli inglesi: Gheddafi aveva quasi del tutto estromesso la British Petroleum, che sotto re Idris, grazie anche a una lady sposata con un maggiorente di corte, si era accaparrata i migliori pozzi di petrolio, e aveva cacciato le loro truppe dalla Libia. Da quel momento in poi, peraltro, Tripoli spalancò le porte alle imprese italiane, compresa l’Eni. Si consideri che i libici non sapevano aggiustare un frigorifero; per le nostre ditte fu un’età dell’oro».

Tornando al più celebre Lodo Moro, quello con i palestinesi, la commissione Moro ha scovato un cablo finora segreto del 18 febbraio 1978, risalente cioè a un mese prima della strage di via Fani.
«Considero quel cablo solo il primo brandello di un carteggio tra la Centrale e l’ufficio di Beirut, retto dal colonnello Stefano Giovannone, che dev’essere molto più corposo. Peccato che, alle mie richieste di vedere le carte, l’allora direttore del Sismi, ammiraglio Fulvio Martini, mi disse che il carteggio era andato smarrito...».

Ora sappiamo che non è andata così, tant’è vero che in Parlamento alcuni chiedono la desecretazione di tutto il resto. Il cablo di Giovannone, liberalizzato dalla direttiva Renzi, è però la prima prova documentale dell’esistenza del Lodo Moro. Di che cosa si trattava?
«Era un accordo non scritto, che si è andato affinando nel tempo. Qualcosa del genere lo siglarono anche i francesi. Il nostro, però, era più articolato: prevedeva, in cambio della non belligeranza dei palestinesi contro l’Italia, sostegno politico nelle sedi internazionali e molti aiuti materiali. Mi risultano consegne di armi, nascoste dietro il sistema delle triangolazioni, e poi camion, ospedali, soldi, borse di studio per i loro studenti, i quali peraltro tutto facevano meno che studiare, libero transito per il nostro territorio di armi e di combattenti. L’accordo prevedeva anche la liberazione di terroristi palestinesi nel caso la polizia li avesse arrestati».

Un accordo politico.
«Ci furono naturalmente delle resistenze. Il segretario generale della Farnesina, per dire, non permise mai l’ingresso di Farouk Kaddoumi, che era una sorta di ministro dell’Olp, nel palazzo».

E gli israeliani?
«Ho letto il resoconto di un gelido incontro tra i ministri della Difesa Arnaldo Forlani e Moshe Dayan. Dayan chiedeva conto di una fornitura di elicotteri ai palestinesi, noi dicevamo di non sapere».

Giovannone cita informazioni che arrivano dall’organizzazione marxista palestinese Fplp.
«Ai miei occhi questa è la rivelazione più importante. È la prova che il Lodo Moro era stato esteso anche all’Fplp, e considerando che i suoi capi, George Habbash e soprattutto Wadi Haddad, erano collegati con il Kgb, con il terrorismo internazionale, e con Carlos, penso che qui stiano i veri segreti».

Dal Libano avvertivano che vi era stata una riunione tra più organizzazioni terroristiche a cui avrebbero partecipato anche italiani.
«Nessun pentito delle Br ci ha mai parlato di riunioni preparatorie con terroristi stranieri».

Eppure, qualche giorno fa sul Corriere della Sera il palestinese Bassam Abu Sharif, che aveva un ruolo importante nell’Fplp, ammette di essere stato informato da terroriste tedesche della Raf e di avere dato lui la dritta.
«A volte la memoria fa brutti scherzi. E mi sembra difficile che le Br raccontassero i loro piani a gruppi estranei». 

Non è vero il rapporto delle Br con le Raf, la temibile banda Baader-Meinhof?
«Qualche contatto c’era, ma le Br ne diffidavano perché li consideravano, non a torto, legati al Kgb. E se Giovannone avesse saputo, la storia sarebbe andata diversamente».

Dopo il delitto Moro, però, Moretti strinse accordi. Lei stesso ha scoperto la storia di quel veliero, il Papago, che andò in Libano a rifornirsi di armi da dividersi tra Br, Eta e Ira.
«Vero. Ma ciò avveniva un anno dopo, nel settembre ’79, dopo che le Br furono ammesse nel giro grosso del terrorismo internazionale».

L’ultimo segreto nelle carte di Moro: “La Libia dietro Ustica e Bologna”

La Stampa
francesco grignetti   05/05/2016

Da Beirut i servizi segreti avvisarono: “Tripoli controlla i terroristi palestinesi”. I parlamentari della Commissione d’inchiesta: “Renzi renda pubblici i documenti”


Aldo Moro, due volte presidente del Consiglio e leader della Dc, fu rapito e ucciso dalle Brigate Rosse

Tutto nasce da una direttiva di Matteo Renzi, che ha fatto togliere il segreto a decine di migliaia di documenti sulle stragi italiane. Nel mucchio, i consulenti della commissione d’inchiesta sul caso Moro hanno trovato una pepita d’oro: un cablo del Sismi, da Beirut, che risale al febbraio 1978, ossia un mese prima della strage di via Fani, in cui si mettono per iscritto le modalità del Lodo Moro. Il Lodo Moro è quell’accordo informale tra italiani e palestinesi che risale al 1973 per cui noi sostenemmo in molti modi la loro lotta e in cambio l’Olp ma anche l’Fplp, i guerriglieri marxisti di George Habbash, avrebbero tenuto l’Italia al riparo da atti di terrorismo. 

Ebbene, partendo da quel cablo cifrato, alcuni parlamentari della commissione Moro hanno continuato a scavare. Loro e soltanto loro, che hanno i poteri dell’autorità giudiziaria, hanno potuto visionare l’intero carteggio di Beirut relativamente agli anni ’79 e ’80, ancora coperto dal timbro «segreto» o «segretissimo». E ora sono convinti di avere trovato qualcosa di esplosivo. Ma non lo possono raccontare perché c’è un assoluto divieto di divulgazione. 

Chi ha potuto leggere quei documenti, spera ardentemente che Renzi faccia un passo più in là e liberalizzi il resto del carteggio. Hanno presentato una prima interpellanza. «È davvero incomprensibile e scandaloso - scrivono i senatori Carlo Giovanardi, Luigi Compagna e Aldo Di Biagio - che, mentre continuano in Italia polemiche e dibattiti, con accuse pesantissime agli alleati francesi e statunitensi di essere responsabili dell’abbattimento del DC9 Itavia a Ustica nel giugno del 1980, l’opinione pubblica non sia messa a conoscenza di quanto chiaramente emerge dai documenti secretati in ordine a quella tragedia e più in generale degli attentati che insanguinarono l’Italia nel 1980, ivi compresa la strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980».



L’AVVERTIMENTO - Ecco il messaggio destinato al ministro degli Interni, ai servizi italiani e a quelli alleati in cui si segnala che George Habbash, capo dei guerriglieri palestinesi del Fplp, indica l’Italia come possibile obiettivo di un’«operazione terroristica».

Va raccontato innanzitutto l’antefatto: nelle settimane scorse, dopo un certo tira-e-molla con Palazzo Chigi, i commissari parlamentari sono stati ammessi tra mille cautele in una sede dei servizi segreti nel centro di Roma. Dagli archivi della sede centrale, a Forte Braschi, erano stati prelevati alcuni faldoni con il marchio «segretissimo» e portati, con adeguata scorta, in un ufficio attrezzato per l’occasione. Lì, finalmente, attorniati da 007, con divieto di fotocopiare, senza cellulari al seguito, ma solo una penna e qualche foglio di carta, hanno potuto prendere visione del carteggio tra Roma e Beirut che riporta al famoso colonnello Stefano Giovannone, il migliore uomo della nostra intelligence mai schierato in Medio Oriente. 

Il punto è che i commissari parlamentari hanno trovato molto di più di quello che cercavano. Volevano verificare se nel dossier ci fossero state notizie di fonte palestinese per il caso Moro, cioè documenti sul 1978. Sono incappati invece in documenti che sorreggono - non comprovano, ovvio - la cosiddetta pista araba per le stragi di Ustica e di Bologna. O meglio, a giudicare da quel che ormai è noto (si veda il recente libro «La strage dimenticata. Fiumicino 17 dicembre 1973» di Gabriele Paradisi e Rosario Priore) si dovrebbe parlare di una pista libico-araba, ché per molti anni c’è stato Gheddafi dietro alcune sigle del terrore. C’era la Libia dietro Abu Nidal, per dire, come dietro Carlos, o i terroristi dell’Armata rossa giapponese.

Giovanardi e altri cinque senatori hanno presentato ieri una nuova interpellanza. Ricordando le fasi buie di quel periodo, in un crescendo che va dall’arresto di Daniele Pifano a Ortona con due lanciamissili dei palestinesi dell’Fplp, agli omicidi di dissidenti libici ad opera di sicari di Gheddafi, alla firma dell’accordo italo-maltese che subentrava a un precedente accordo tra Libia e Malta sia per l’assistenza militare che per lo sfruttamento di giacimenti di petrolio, concludono:

«I membri della Commissione di inchiesta sulla morte dell’on. Aldo Moro hanno potuto consultare il carteggio di quel periodo tra la nostra ambasciata a Beirut e i servizi segreti a Roma, materiale non più coperto dal segreto di Stato ma che, essendo stato classificato come segreto e segretissimo, non può essere divulgato; il terribile e drammatico conflitto fra l’Italia e alcune organizzazioni palestinesi controllate dai libici registra il suo apice la mattina del 27 giugno 1980».

Dice ora il senatore Giovanardi, che è fuoriuscito dal gruppo di Alfano e ha seguito Gaetano Quagliariello all’opposizione, ed è da sempre sostenitore della tesi di una bomba dietro la strage di Ustica: «Io capisco che ci debbano essere degli omissis sui rapporti con Paesi stranieri, ma spero che il governo renda immediatamente pubblici quei documenti». 

Russia di mercato: l’ex Pcus vuole brevettare la stella rossa

La Stampa
anna zafesova

L’idea di un politico della Duma: impedire ai marchi stranieri di utilizzare lo storico simbolo sovietico. A rischio i loghi di Converse, Heineken, Macy’s e San Pellegrino



Il capitalismo ha vinto. Perlomeno in un singolo Paese, in Russia, dove quasi 100 anni dopo la rivoluzione d’Ottobre i comunisti hanno imparato parole come “brand” e “copyright”. La nuova sfida all’imperialismo occidentale riparte proprio da questi concetti, con il giurista del Comitato centrale del Partito comunista della Federazione Russa – il Kprf, erede per nulla pentito o revisionista del Pcus – Vadim Soloviov che vuole proibire l’utilizzo della stella rossa nei marchi societari esteri.

Soprattutto se provengono da Paesi che aderiscono alle sanzioni contro la Russia. «Una situazione ambigua», si lamenta il deputato della Duma, che rivendica l’importanza della stella rossa come «uno dei più importanti simboli dello Stato russo, è il simbolo della nostra vittoria sul nazismo». La Heineken, la San Pellegrino e Converse sono avvertiti, e se i grandi magazzini americani Macy’s volessero aprire a Mosca dovrebbero cambiare lo storico marchio. La stella rossa è russa, e gli stranieri non la devono toccare, men che mai a scopo di lucro. Soloviov vorrebbe però lasciare alle società russe il diritto di utilizzare il simbolo nei loro marchi.

In altre parole, il problema non è tanto ideologico quanto nazionale, contrariamente a quello che pensava Lev Trozky, che introdusse come simbolo dell’Armata Rossa la stella dello stesso colore,
descritta nel suo decreto del 7 maggio 1918 come “stella di Marte”. Trozky era uno dei bolscevichi più colti, e probabilmente considerava un tocco di grande raffinatezza recuperare l’antico emblema del dio della guerra greco, tornato di attualità 100 anni prima sulle insegne dell’esercito napoleonico. Altri 100 anni dopo, i russi lo rivendicano come simbolo nazionale, anche perché le stelle rosse di vetro di rubino continuano a coronare le torri del Cremlino accanto alle aquile bicefale bizantine, tornate sulle torrette con la fine del comunismo.

Difficile che il premier Dmitry Medvedev accolga la proposta di “branding” dei comunisti, se non altro per le difficoltà oggettive di un divieto che comunque avrebbe valore solo in territorio russo. Il governo negli ultimi anni è subissato di idee stravaganti provenienti dalla Duma, soprannominata negli ambienti politici moscoviti “stampante impazzita”: impegnati essenzialmente a convalidare progetti legge sfornati dalla presidenza e dal governo, i 450 deputati cercano disperatamente di farsi notare con proposte bizzarre, che vanno dal bando delle mutande di pizzo a quello del divieto di insegnare inglese nella scuola d’obbligo.

Ma oltre a regalare al deputato Soloviov i suoi 15 minuti di gloria, l’idea di trasformare la stella rossa in un marchio registrato, una denominazione di origine russa controllata dal governo, è sintomatico di una certa confusione identitaria.La stella rossa infatti non fa più parte dell’araldica ufficiale della Federazione Russa, anche se resiste sulla bandiera delle forze armate, tornata rossa per volere di Vladimir Putin, che ha anche ripristinato il vecchio inno dell’Urss. A differenza dell’Ucraina, dove da mesi si lavora di pennello e scalpello per cancellare ogni riferimento al comunismo dalla toponomastica e dall’architettura, in Russia i Lenin, le stelle rosse, le falci e martelli e tutti gli altri simboli del passato sono rimasti intatti, ormai spogliati del loro valore ideologico ma radicati nella memoria. Fino al revival nostalgico degli ultimi anni, accompagnato però da un approccio al marketing sconosciuto ai tempi sovietici.

E così dai contenziosi dei primi anni del postcomunismo, essenzialmente incentrati sui marchi della vodka – dalla Smirnoff americana sfidata dalla rinata Smirnov russa, alla mitica Stolichnaya che il governo del vecchio Pcus non si era mai preso la briga di registrare come marchio, dando origine a decine di contraffazioni – si è passati al “branding” dei gioielli di famiglia. Come il kalashnikov, registrato come marchio solo nel 2015, dopo che nel mondo erano stati prodotti circa 30 milioni di mitra taroccati contro gli 85 milioni di quelli “ufficiali”, inclusi i vari franchising dei Paesi amici. Uno dei prodotti di maggior successo della storia, un «marchio di cui ogni russo va fiero», disse Medvedev al suo inventore Mikhail Kalashnikov (che però si lamentò più di una volta che in un sistema capitalistico sarebbe diventato miliardario).

Ora potrebbe toccare alla stella rossa, sempre che si riescano a dimostrare i diritti d’autore di Mosca su un simbolo molto più antico del comunismo. Intanto i comunisti russi hanno annunciato che per la campagna elettorale alle elezioni della Duma, indette per l’autunno, useranno un altro marchio molto riconoscibile e popolare: Stalin. I compagni di Penza hanno installato un busto del dittatore georgiano e hanno chiesto al Comitato centrale di ripudiare il famoso rapporto di Krusciov al XX congresso del Pcus, quello che smascherava il “culto della personalità” di Stalin.

«L’immagine di Stalin ci permetterà di raccogliere più voti», è convinto il segretario per l’informazione del partito Serghey Obukhov. Alle prime elezioni alla Duma, nel 1993, il famoso regista di spot pubblicitari Yuri Grymov, primo a inventare in Russia un mestiere fino ad allora inesistente, sosteneva che la campagna elettorale del Pc fosse una causa persa per chiunque, e che i comunisti avevano una “immagine societaria” completamente rovinata da 70 anni di comunismo. I compagni di Ghennady Ziuganov arrivarono secondi e da allora sono sempre rimasti protagonisti della politica russa. Un brand che non ha mai sentito il bisogno di un restyling.

Multe nei paRaggi

La Stampa
massimo gramellini

Come in una gag di Alberto Sordi, l’iniziativa elettorale dei Cinquestelle romani con la candidata sindaca Virginia Raggi è in pieno svolgimento e al microfono un parlamentare si è appena scagliato contro il malcostume dilagante quando dal fondo della sala si alza una voce: «Chi ha chiamato i vigili? Stanno facendo le multe!» Momenti di panico in platea. Chiunque abbia parcheggiato sul marciapiede corre in strada per salvare il salvabile. Gli altri danno fiato alla specialità della casa. «Perché sono arrivati proprio adesso?» Sottinteso: li ha mandati il governo, anzi la massoneria, anzi la Cia in combutta con la famigerata cellula «Sosta Vietata» del Mossad.

D’altronde un delatore comune si sarebbe limitato a dare la notizia: «Attenzione, caduta vigili!» Mentre nell’allarme lanciato dalla piccola vedetta grillina («Chi li ha chiamati?») era già inglobato il sospetto del complotto. Meglio parcheggiare in doppia fila che arrivare con l’autoblù, sentenzia sul web il malpancista medio. Al quale, più che il rispetto delle regole, sta a cuore l’abbattimento dei privilegi altrui. Il ragionamento non fa una grinza, però sottovaluta le aspettative che le vestali della Purezza e i paladini dell’Onestà avevano suscitato in noi peccatori.

Mai avremmo creduto che anche loro potessero inciampare su un’infrazione diffusa tra i comuni mortali. E che avrebbero cercato di ridimensionarne la portata con il meccanismo diversivo dei bambini, che consiste nell’immaginarsi perseguitati, spostando l’attenzione sulle colpe dei grandi. Lo hanno fatto, invece. Ed è consolante scoprire che i Migliori sono esseri umani come noi.

Vergogne

La Stampa
jena@lastampa.it

La metà degli austriaci non si è vergognata a votare per i filonazisti, l’altra metà sì.

Vescovo al muro

Nino Spirlì



Mai santo del giorno fu più azzeccato del vescovo Desiderio di Langres, in queste ore in cui l’unico “desiderio” di un altro vescovo, Francesco Milito, titolare della curia di Oppido Mamertina – Palmi (quella, per essere chiari, del sacro inchino al boss e della pseudoveggente che parlerebbe con la Vergine Maria a giorni prestabiliti più di un ciclo mestruale) sarebbe quello di essere dimenticato dai Media e dai Social. Ora che la sua immagine è apparsa, nottetempo, su tutti i muri della diocesi.

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Vattene! Gli intima la mano senza nome che ha stilato il manifesto. Una mano che, a dirla tutta, sembra più interna alle incensate sale che esterna alle mille porte sante aperte generosamente dal prelato nelle chiese del suo pascolo in quest’anno giubilare della Misericordia.

Il manifesto scritto da qualche affielato chierico amanuense? –  gli rimprovera un comportamento poco chiaro su più vicende, tutte tristissime e poco cristiane, in verità. A partire dal parroco di uno dei paesini della diocesi, che “consigliò” ad una povera minorenne costantemente violentata di non denunciare i propri aguzzini, fino ad arrivare al suo “collega”, titolare di un’altra parrocchia della stessa curia, che pagava i minorenni per farci sesso. Ma non mancano riferimenti ad un ipotetico atteggiamento sui generis del monsignore in molte altre arcane storie avvenute nella Casa di Dio edificata con fatica in questa Piana attonita che va dall’Aspromonte alle rive del Tirreno.

Una cosa è certa: alcune intercettazioni  di conversazioni telefoniche fra Milito e quel prete pedofilo sono, perlomeno, imbarazzanti. “Non parlare coi Carabinieri…” dice, chiaramente, il prelato al prete sporcaccione. Ma la frittata era già stata fatta. E, a presentarla a tavola con un ottimo contorno, ci stava pensando proprio lui con i suoi consigli telefonici.

A detta del manifesto senza firma, sembra che Milito stia personalizzando abbondantemente il proprio mandato pastorale. Anche con presunti sciali ingiustificabili. Sarà il suo gusto estetico ratzingeriano a farlo sembrare uno sprecone? Non sarebbe il primo, né, purtroppo, l’ultimo dei rappresentanti di Dio in Terra (anzi, in terra) a godersi qualche brillìo di gemma e un morbido fruscio di sete. Di mio, ricordo un suo dorato piviale damascato, riccamente bordato e ricamato, tanto ampio da coprire anche la larga balaustrata di un altrettanto doratissimo inginocchiatoio.

Roba da papa Borgia de noantri…Anche se, a dirla tutta, incontrandolo in più occasioni, mi era sembrato pure il male minore in una Chiesa tumorata più che timorata. Uno spiritoso paraculo – mi si passi ironicamente il termine – che cerca di scansare casini per non danneggiare la propria avanzata verso la porpora romana.

Una porpora che si sta scolorendo sempre più. Grazie al candeggio continuo. O per colpa delle brutte correnti  d’aria che si incuneano fra le statue e i lini, nei silenziosi corridoi dei sacri – si fa per dire – palazzi.

A pensar male…
Fra me e me

Il razzismo “partigiano” della Boschi

Domenico Ferrara



Italian Minister for Reforms, Maria Elena Boschi, during the Italian RAI Tv program "Porta a porta"

La sinistra governativa ha partorito l’ultima delle fatiche post-ideologiche: la selezione della razza partigiana. Nel variegato alveo della Resistenza, esistono partigiani di serie A e partigiani di serie B. Cos’è che fa pendere l’ago della bilancia? L’appoggio o meno al governo, in particolare al ddl Boschi.E proprio a quest’ultima va attribuita la nuova invenzione, o forse sarebbe il caso di definirla dottrina.

“I partigiani che voteranno sì al referendum sono quelli che hanno combattuto la Resistenza e non le generazioni successive”, ha spiegato oggi il ministro, portando ad esempio Germano Nicolini, conosciuto con il soprannome Il Diavolo, storico partigiano emiliano che ha dichiarato che voterà sì al referendum. Peccato che la Boschi dimentichi un altro storico combattente, tale Silvano Sarti, presidente onorario dell’Anpi di Firenze nonché ex combattente della Brigata Sinigaglia.

Un’icona della resistenza che alla veneranda età di 88 anni (non proprio un ragazzino o una generazione successiva per citare la Boschi) il 6 maggio scorso, dopo aver presenziato a un convegno di Renzi, ha tenuto a precisare: “Faremo banchetti nelle piazze e nelle strade per far sentire la nostra voce, chi pensa che ho cambiato idea si sbaglia. Il fatto che fossi a sentire il Presidente del Consiglio è un diritto che per statuto dell’Anpi mi spetta, la mia posizione è un convinto no. Noi partigiani siamo la coscienza critica delle democrazia e difenderemo sempre la nostra Carta”.

Insomma, il partigiano vero è il primo, quello che vota sì al referendum, il Diavolo. Quella che vota no è il partigiano sbagliato, da mettere al bando, l’acqua santa. E la Boschi, col suo “razzismo partigiano”,  sta col Diavolo.