domenica 22 maggio 2016

Maurizio Crozza e quella sua abilità straordinaria nel raccontare la realtà

Corriere della sera
di Aldo Grasso

Il comico sa cogliere gli aspetti paradossali e assurdi dei personaggi che imita — un tic, un modo di parlare, un’uscita rivelatrice — e trasformarli in materiale narrativo



Il venerdì è la serata più smart di La7: la combinazione di «Crozza nel Paese delle meraviglie» e «Bersaglio mobile» di Enrico Mentana, subito a seguire, è un mix davvero riuscito. Due programmi che raccontano molto bene, con sguardi diversi, la realtà, la politica, i vizi e le virtù della società italiana e dei suoi protagonisti. Chiusa la stagione delle puntate inedite in diretta, venerdì scorso è andata in onda una puntata di «best of» dello show di Maurizio Crozza: un modo per ripercorrere la sua straordinaria galleria di personaggi, le sue imitazioni più riuscite, i suoi monologhi migliori.

Diciamo subito che «Crozza nel Paese delle meraviglie» è un luogo dell’anima, il contenitore in cui esprime il meglio del suo stile, anche grazie alla perfetta sinergia con la spalla Andrea Zalone, lo spazio in cui riesce ad andare oltre la formula ormai un po’ logora dei commenti agli ospiti del talk (e proprio l’apertura del programma di Giovanni Floris è stata uno degli aspetti meno convincenti dell’ultima stagione: c’era troppa ideologia o troppa complicità).

L’abilità di Crozza sta nel cogliere gli aspetti paradossali e assurdi dei personaggi che imita — un tic, un modo di parlare, un’uscita rivelatrice — e trasformarli in materiale narrativo. La politica, si sa, è il grande bacino da cui pescare e ormai alcune imitazioni sono diventate più vere del vero, simulacri mediali che hanno irrimediabilmente sostituito gli originali nell’immaginario collettivo: il senatore Antonio Razzi, Roberto Formigoni, Vincenzo De Luca.

Quella di Crozza e dei suoi autori è una continua rincorsa agli spunti che provengono dalla realtà: non facile mantenere sempre lo stesso livello lungo tutto il corso delle puntate. Oltre alla riproposta dei suoi «grandi classici», quest’anno Crozza ha intercettato il trend della cucina «alternativa» e si è inventato la parodia dello chef vegano Simone Salvini, trasformato in Germidi Soia.


22 maggio 2016 (modifica il 22 maggio 2016 | 19:43)

Se in Alto Adige spariscono i nomi italiani dai cartelli

Il Messaggero
di Federico Guiglia



Neanche la terribile Margarethe Maultasch, l’ultima principessa del Tirolo che, non avendo successori, cedette il suo feudo al duca Rodolfo IV degli Asburgo il 26 gennaio 1363, plauderebbe alla grottesca decisione dei suoi eredi contemporanei. I quali hanno deciso, nel Tirolo che oggi è solo un Comune, di cancellare i nomi italiani dai cartelli bilingui che indicano i sentieri di montagna.

TURISMO
E il fatto che tale scelta contraria al buonsenso comune, ma anche alla lettera e allo spirito della Costituzione, delle sentenze della Corte Costituzionale e dello stesso Statuto speciale d’Autonomia alto-atesino, sia stata presa dalla locale Associazione turistica, la dice lunga su come lassù immaginino l’informazione tra monti e passeggiate sia per gli italiani residenti, sia per i numerosi connazionali vacanzieri, compresi moltissimi romani, che ogni anno visitano quel luogo incantevole a due passi da Merano.

EZRA POUND
Incantevole e ricco di memorie senza frontiere, come testimoniano due dei suoi castelli: Castel Tirolo, dove ogni estate si organizzano concerti e manifestazioni rievocative, e Castel Fontana o Brunnenburg che dir si voglia, dove Ezra Pound, il più grande poeta del Novecento - come lo definì Pier Paolo Pasolini - trascorse gli ultimi anni della sua vita italiana. 

Ecco, in questo luogo da favola, dove sembra che dai castelli possano uscire le tre fatine della Bella Addormentata nel Bosco, i cittadini italiani non troveranno più “Caines”, “Masi della Muta” o “Scena” bensì la sola dizione in tedesco di “Kuens”, “Muthöfe” o “Schenna”.

Un inutile atto di prepotenza storica e linguistica nei giorni in cui l’Europa s’è schierata contro l’annunciato muro al Brennero da parte degli austriaci (con loro successiva retromarcia) in nome di quei principi di libertà e di cultura universale di cui l’Italia ha dato prova esemplare proprio in Alto Adige. Dove da oltre settant’anni la minoranza di lingua tedesca può giustamente indicare nella sua lingua la toponomastica centenaria dell’Alto Adige, che è bilingue italiano-tedesca per dare a ciascuno il suo.

Come tutti i grandi tesori della storia, che sono sempre il frutto di luoghi e di comunità incrociate e incontrate alternando conflitti e pacificazioni, torti e ragioni, momenti bui e splendidi: lo splendore di una convivenza fra italiani, tedeschi, ladini e ora molti stranieri maturata col passare del tempo.

LUOGO SIMBOLO Ma eliminare i toponimi italiani da un luogo-simbolo come Tirolo, e con gli applausi della parte politica più oltranzista del mondo tirolese, non è poca cosa. Rischia di diventare, se ignorato dalle istituzioni, quel precedente “di fatto” con cui da tempo il Consiglio provinciale di Bolzano dominato dalla Svp tenta di piegare “di diritto” la pur chiarissima legislazione sulla toponomastica in Alto Adige. Così chiara, che il governo Monti aveva impugnato davanti alla Corte Costituzionale una legge provinciale che mirava a smantellare l’obbligo

Promesse che Trump non manterrà

Corriere della sera
di Alberto Alesina

Il candidato repubblicano ormai è scelto.:molte le incognite in caso di vittoria



Pare proprio che sarà Donald Trump il candidato repubblicano alle elezioni presidenziali americane: un disastro per il «suo» partito, caduto nel caos, e un disastro per gli Stati Uniti e il resto del mondo, nel caso (per fortuna improbabile) vincesse. Ma che cosa si propone di fare il candidato Trump per l’economia americana? Promette tre cose, principalmente. La prima: rinegoziare tutti i trattati internazionali di commercio, minacciando l’introduzione di tariffe proibitive contro chi non sia

d’accordo con lui; aprire una guerra commerciale con la Cina ritenuta una delle cause principali delle difficoltà dell’economia Usa; un atteggiamento più aggressivo anche verso l’Europa. L’evidenza storica che il ritorno al protezionismo, che seguì il crollo finanziario del 1929, generò la Grande Depressione pare non gli interessi minimamente: il dubbio non lo sfiora neppure. Le politiche commerciali di Trump ridurrebbero la crescita non solo in America ma in tutto il mondo.

La seconda cosa: il suo piano fiscale sembra voler riscrivere le leggi dell’aritmetica. Trump dichiara di voler ridurre enormemente il grosso debito pubblico americano, addirittura - promise - portandolo a zero in otto anni. Ecco come: tagliando di molto le imposte, senza nel frattempo intervenire sulla spesa assistenziale. E come riuscirebbe Trump a realizzare questo miracolo? Con un aumento vertiginoso della crescita (a tassi che nessun serio economista prevede possibili anche con tagli di imposte) e con più efficienza nella gestione della spesa, ovvero pagando meno per lavori pubblici e beni pubblici.

Ovviamente tutto ciò senza limitare i progetti per le infrastrutture, anzi addirittura aumentandoli. La verità è che il debito pubblico americano non scenderà senza una profonda riforma delle pensioni e dell’assistenza sanitaria completamente gratuita per gli anziani, ma di questo nei suoi discorsi non c’è traccia. In pratica Trump dice agli americani di non fidarsi né dell’aritmetica né delle leggi dell’economia: perché lui le riscriverà entrambe.

La terza e ultima promessa: il blocco quasi totale dell’immigrazione, grazie alla costruzione di muri e al divieto di ingresso negli Stati Uniti per i musulmani. Annuncia anche restrizioni sui visti per immigrati ad alto livello di istruzione. La rozzezza delle sue posizioni su questo tema delicato è straordinaria. Gli Stati Uniti sono diventati quello che sono grazie ai flussi migratori da ogni parte del mondo. La domanda a questo punto è: come può un candidato simile trovare tanti elettori favorevoli ai suoi programmi? Gli americani si preoccupano (forse fin troppo) per la riduzione permanente della crescita e per la stagnazione dei redditi medi.

Per questo sono ansiosi di credere nei miracoli alla Trump — e dare la colpa alla Cina è un utile diversivo. Temono un debito pubblico fuori controllo ed è un’illusione potente sentirsi dire che lo si può far arretrare senza tagliare. Sono stufi degli eccessi del politicamente corretto nel dibattito pubblico e in questo senso le gaffes di Trump danno sollievo. A torto o a ragione (non è il mio campo), molti criticano Obama per aver animato una politica estera indecisa e debole. E infine: Trump rappresenta l’anti politica e una insofferenza per i politici tradizionali si va diffondendo sia in Europa sia Oltreoceano.

Sono motivi sufficientemente validi per votare Trump? A mio parere no e credo (spero) che non vincerà le elezioni di novembre. Certo che se il partito democratico avesse scelto un candidato più popolare, più sincero e dunque affidabile di Hillary Clinton sarei più tranquillo.

21 maggio 2016 (modifica il 21 maggio 2016 | 22:25)

Sigarette, guida ai divieti E la nostra libertà va in fumo

Francesco Maria Del Vigo - Sab, 21/05/2016 - 10:16

Pacchetti choc e loimiti al fumo: l'Italia importa i divieti europei. Così riducono in cenere la nostra libertà



Giù le mani dalle bionde. Quelle che si fumano. I fumatori sono l'unica minoranza che si può sbertucciare e mortificare pubblicamente.

Non c'è alcuna associazione che li difenda, nonostante siano tra i più fedeli contribuenti: ogni giorno pagano (almeno) una gabella. Quella che il Monopolio impone al loro vizio. Sia chiaro: fumare non fa bene. Lo sanno anche i sassi. Ma farsi del male consapevolmente fa parte delle libertà dell'uomo. I fumatori devono essere liberi di bruciare soldi, catrame, tabacco e salute a loro piacimento. Ma nel rispetto del prossimo. Dove non arriva l'invadente Stato italiano, ci sono i burocrati Ue: impegnati a spegnere le sigarette, invece che gli incendi che infiammano il continente.

Messi al bando i pacchetti da dieci, quelli tradizionali verranno funestati da immagini mediche pulp. Foto choc e sciocche che non servono a nulla. Non solo: non si può fumare in auto in presenza di donne in stato di gravidanza o minori. Legge inapplicabile: come fa un agente sul ciglio della strada a distinguere una donna incinta da una sovrappeso? O un diciassettenne da un diciottenne? Ma soprattutto: la propria auto a meno che non si faccia il tassista è un luogo privato e non pubblico, dove uno fa quello che gli pare. Un luogo impestato di fumo nel quale lo Stato non dovrebbe ficcare il suo naso salutista.

Perché di questo passo non potremo fumare neppure in casa e, magari, tra qualche anno in preda al delirio vegano non ci faranno neanche abbrustolire una bistecca. A causa delle pericolose esalazioni dei grassi sulla piastra. Suvvia. Lo Stato cerchi di fare la Patria e non s'inventi «Matria» che ci spegne i vizi e ci mette la sciarpa al collo al primo refolo di vento. Possiamo fare a meno delle sue ipocrite premure. Anche perché giova ricordarlo lo spacciatore è lo Stato stesso: vende tabacco, incassa fiumi di quattrini dai fumatori e poi li prende anche per i fondelli. 

E quanto lo Stato sia un «pusher» lo si è visto con la guerra al commercio di sigarette elettroniche. La e-cig meno nociva dell'antenata cartacea stava raccogliendo un discreto successo e i negozi spuntavano in ogni città. Ora hanno chiuso, distrutti da una tassazione mostruosa che ha lasciato a casa migliaia di persone. Perché? Perché nuocevano gravemente alla salute. Delle casse dello Stato. E non è solo una questione che riguarda i tabagisti, perché uno Stato illiberale un po' per volta si fuma tutte le nostre libertà.

Gay è di Destra

Nino Spirlì



Eh, sì! Il vero omosessuale non può che essere di Destra. Storicamente. Eticamente. Moralmente. Filosoficamente.  Politicamente. Inequivocabilmente. Assolutamente di Destra. E anche Occidentalista, antislamico e Cristiano. Oddio, non può amare i cafonissimi States arabescati, ormai, di frociume ignorante e zatteronato anche nelle chiese e nei ranghi dell’esercito; non può apprezzare gli scollacciati gaypride californiani, le carnevalate analfabete frocie nuovaiorchesi, le omologanti e desolanti discoteche gay alla romana, l’associazionismo da seminterrato dell’arcinferno arcobaleno di mezza Europa.

Non può svendere la propria intimità sentimentale in cambio di un selfie col luxuria di turno, tanto per citarne uno. Non deve, poi, cadere nella trappola rossa della Cheguevaralatria, senza sapere che quel farabutto fu uno dei più spietati persecutori degli omosessuali, assieme al suo complice Fidel (Dio, poi, ha pareggiato i conti, regalando a Castro un fratello ricchione).

Il vero omosessuale non può appoggiare  la scellerata politica di accoglienza di clandestini e immigrati omofobi, possibili “omocidi”, quali sono tutti gli islamici, uno più uno meno. Sanguinari esecutori di torture e pene di morte bestiali contro chi si ama a prescindere dal sesso a cui appartiene. In tutti i paesi musulmani, dall’iran al daesh, dall’arabia saudita allo yemen, fino a quelli dell’africa nera e dell’indocina isole comprese, gli omosessuali vengono impiccati, sgozzati, decapitati, lapidati, gettati giù dalle torri, crocifissi, bruciati vivi… In nome di allah e del suo inventore.

Non può votare, il vero omosessuale, per quella sinistra Sinistra che, figlia di Lenin e Stalin, ha sulla coscienza milioni di giovani uomini e donne omosessuali ammazzati nei gulag della Siberia. Dalla rivoluzione di ottobre fino ai tempi di Breznev (anni ’70), che baciava appassionatamente il presidente della Germania dell’Est, ma faceva torturare i gay russi fino a farli impazzire o morire. Tanto odio, peraltro, non è stato smaltito ancora oggi e, purtroppo, la Russia di Putin mantiene sacche di insofferenza.

Ma non può, invece, il vero omosessuale, dimenticare o ignorare che l’omosessualità era serenamente praticata nella Grecia della democratica e filosofica Atene e della guerresca Sparta. Nella Macedonia di Alessandro Il Grande. Nella Roma di Cesare. Fra le opere di Leonardo, Michelangelo, Caravaggio. Sulle note di Tchaikovsky e Ravel. Avvolta nelle piroette di Nureyev. Salmodiata in Vaticano, nelle stanze papali ancora in questo terzo millennio cristiano… Consacrata come Beatitudine dalla vita e dalla penna di quel meraviglioso Arbiter Elegantiarum Moderno che fu Oscar Wilde.

E, dunque come si fa ad essere omosessuale vero e de sinistra? Come si può fare a meno di così nobile passato e smerciarsi come cencio bisunto da marché aux puces? Quale coraggio a gettare la nobiltà di Buonarroti e Da Vinci nella melma delle Cages aux folles dei tempi nostri, buie come l’inferno sia per i corpi che per le anime?

L’omosessualità è eleganza, stile, savoir faire, educazione e garbo. E’ arte e cultura. Amore del bello e del buono. Non è sciatta, non è rozza, non è sguaiata. Sa di gardenia e sandalo, non di marijuana e rutto di birra.

La vera omosessualità canta Piaf, ascolta Callas. Non apprezza i rapper tatuati e lesionati da chiodi e acidi.

E ama il proprio Paese. E lo difende. Proprio come facevano quegli amanti spartani, che combattevano in coppia. Per essere più forti. Più invincibili.

Impossibile spendere troppo: il braccialetto ti avvisa con una scossa

repubblica.it
di VALERIO PORCU

Si chiama Pavlock ed è un braccialetto che dà una scossa elettrica al proprietario in certe condizioni. Dovrebbe essere un supporto estremo per togliersi le brutte abitudini, e secondo un'azienda britannica l'idea si può applicare anche alla gestione delle finanze personali

Impossibile spendere troppo: il braccialetto ti avvisa con una scossa

LA SCOSSA elettrica da 340 volt arriva se si spende troppo. Questa è l'idea dietro al progetto Pavlock di Intelligent Environments (IE), società che ha ideato uno speciale braccialetto che dà la scossa se rileva spese eccessive sul conto corrente. Più in generale, l'azienda propone di sfruttare il potenziale dell'Internet of Things affinché gli oggetti intelligenti "puniscano" chi spende troppo, aiutandoci così a toglierci la brutta abitudine di scialacquare il denaro guadagnato duramente.

È un oggetto che esiste già: si chiama Pavlock ed è proposto come soluzione estrema a chi vuole togliersi una brutta abitudine, che sia il fumo, il cibo spazzatura, pensieri negativi... potenzialmente qualsiasi cosa.  Nel caso delle finanze, il concetto è abbastanza semplice: prima di tutto va configurato abbinandolo al conto bancario - un passaggio tutt'altro che ovvio, perché le banche stesse dovranno approvare tale interazione. Successivamente, si imposta un limite di spesa: al raggiungimento della soglia si riceve prima una notifica sullo smartphone, e se questa non dovesse bastare si aggiunge una (dolorosa) scossa elettrica.

Impossibile spendere troppo: il braccialetto ti avvisa con una scossa

La trovata ha incontrato le critiche di quanti la considerano una tortura autoinflitta, per chi proprio non riesce a gestire il proprio denaro. Per questo, il sito di Pavlock tende a tutelarsi, suggerendo di consultare un medico prima e durante l'uso del dispositivo. IE avrebbe sviluppato il discusso progetto basandosi su una ricerca (svolta dall'azienda stessa), secondo la quale un terzo dei giovani britannici soffre di quello che chiama "effetto struzzo". In pratica, hanno paura di controllare il conto bancario e preferiscono fare finta di nulla piuttosto che scoprire di quanto denaro dispongono e quanto ne possono spendere.

Impossibile spendere troppo: il braccialetto ti avvisa con una scossa

La stessa ricerca dimostra che i ragazzi e le ragazze trovano insoddisfacente o troppo complicato il sistema di informazioni proposto dalla loro banca. Il 22% afferma che riuscirebbe a evitare di indebitarsi se la banca offrisse strumenti migliori per la gestione del denaro. Mezzi di pagamento come le carte di credito, Apple Pay, Google Pay o tante altre soluzioni meno note, inoltre, non fanno che aggravare il problema. Perché rendono virtuale il denaro e più faticoso rendersi conto della spesa.

IE quindi "chiede alle banche di offrire ai giovani clienti strumenti specifici per gestire le finanze, dando loro una migliore visibilità di spese e debiti". O, in altre parole, chiedono di consentire l'accesso ai conti correnti tramite loro dispositivi come il Pavlock, che però non è l'unica proposta. IE propone anche di usare il termostato intelligente Nest, che potrebbe abbassare la temperatura di casa se si spende troppo.

IE sostiene di avere testato Pavlock con alcuni clienti, che ne sarebbero entusiasti. "Pensano che sia meglio un piccolo shock oggi che uno grande domani", continua la nota stampa dell'azienda. Di sicuro il modello base del Pavlock vende bene e piace. Prova ne sia la campagna Indiegogo per farne una sveglia "elettrizzante": ha raccolto oltre 250mila dollari su 1.000 richiesti, e mancano ancora due settimane al termine. 

Intelligent Envinronments ha pensato a una vera e propria piattaforma specifica grazie alla quale sarà possibile aggiungere altri dispositivi - seguendo lo stesso approccio del popolare IFTTT.  Una piattaforma che, specifica il comunicato stampa, usa la migliore sicurezza informatica disponibile; il minimo indispensabile, visto che va associata al conto corrente.

La Boldrini vuole punire chi parla male dell'islam

Magdi Cristiano Allam - Dom, 22/05/2016 - 08:02

La presidente della Camera insiste sul reato di "islamofobia" per censurare le critiche sulla religione di Allah. Ma si dimentica dei cristiani perseguitati



La minaccia principale alla nostra civiltà laica e liberale risiede nel divieto assoluto di criticare e di condannare l'islam come religione, perché i suoi contenuti sono in totale contrasto con le leggi dello Stato, le regole della civile convivenza, i valori non negoziabili della sacralità della vita, della pari dignità tra uomo e donna, della libertà di scelta.

Mentre il terrorismo islamico dei tagliagole, coloro che sgozzano, decapitano, massacrano e si fanno esplodere, noi lo sconfiggeremo sui campi di battaglia dentro e fuori di casa nostra, di fatto ci siamo già arresi al terrorismo islamico dei «taglialingue», coloro che sono riusciti a imporci la legittimazione dell'islam a prescindere dai suoi contenuti ed ora sono mobilitati per codificare il reato di «islamofobia», un'autocensura nei confronti dell'islam.

Le Nazioni Unite, l'Unione Europea e il Consiglio d'Europa hanno già accreditato, sul piano politico, il reato di islamofobia, assecondando la strategia dell'Organizzazione per la Cooperazione Islamica. Ebbene ora in Italia il presidente della Camera, Laura Boldrini, ha fatto un ulteriore passo in avanti finalizzato a codificare per legge il reato di islamofobia, che comporterà sanzioni penali e civili per chiunque criticherà e condannerà l'islam come religione.

È ciò che emerge dall'iniziativa della Boldrini di dar vita alla Commissione di studio sull'intolleranza, la xenofobia, il razzismo e i fenomeni di odio, nelle varie forme che possono assumere, xenofobia, antisemitismo, islamofobia, antigitanismo, sessismo, omofobia. Secondo la Boldrini sarebbero nuove forme di razzismo, che si manifestano soprattutto nella rete, catalogate in inglese come «hate speech», da intendersi come «incitazione all'odio».

È singolare che siamo in un'Italia e in un'Europa dove chiunque può dire di tutto e di più sul cristianesimo, su Gesù, sulla Chiesa e sul Papa, senza che succeda nulla perché viene ascritto alla libertà d'espressione, mentre ci siamo auto imposti di non dire nulla sull'islam, su Allah, su Maometto e sul Corano perché urta la suscettibilità dei musulmani, perché abbiamo paura della loro reazione violenta che si ritorce indiscriminatamente contro tutti i cristiani nel mondo. A proposito, dal momento che i cristiani sono in assoluto i più perseguitati al mondo per la loro fede, perché mai tra le categorie che sostanzierebbero il reato di «incitazione all'odio» non compare la «cristianofobia»?

L'errore fondamentale che viene commesso è di sovrapporre la dimensione della persona con quella della religione, ritenendo che per rispettare i musulmani come persone si debba automaticamente e acriticamente legittimare l'islam come religione. Noi invece dobbiamo rispettare i musulmani come persone, ma al tempo stesso dobbiamo usare la ragione per entrare nel merito dei contenuti di una religione e poter esprimere in libertà la verità sull'islam.

La Boldrini, la terza carica dello Stato che dovrebbe lealtà e fedeltà all'Italia, si esibisce in pubblico con al petto una spilletta su cui c'è scritto «Stati Uniti d'Europa», una entità inesistente ma che si tradurrebbe nella scomparsa dell'Italia come Stato sovrano e indipendente, così come promuove l'invasione di milioni di clandestini musulmani che a suo avviso rigenererebbero la vita e la civiltà dell'Italia. In questo contesto il reato di islamofobia si rivelerebbe il colpo di grazia all'Italia e agli italiani.

magdicristianoallam.it

Il canone si paga con la luce ma finanzia l'oscurantismo

Salvatore Tramontano - Sab, 21/05/2016 - 21:57

Nella Rai di Renzi nessuno viene epurato, ti sbianchettano con la scusa di farti un favore



Nella Rai di Renzi nessuno viene epurato, ti sbianchettano con la scusa di farti un favore. Attenti alle parole, quindi.

Già si sapeva che «stai sereno» vale un pollice verso, ma se parlano di «opportunità» è ancora peggio. Nel gergo renziano significa semplicemente ti caccio. Una lezione sul vocabolario del nuovo potere si trova in un'intervista alla presidentessa della Rai, Monica Maggioni, pubblicata ieri su Repubblica. La tesi, sposata in pieno dal quotidiano che si è autodefinito alfiere della libertà di stampa, è che Nicola Porro non è stato epurato, ma rifiuterebbe una nuova opportunità. La colpa sarebbe sua, insomma. Non capisce che il vento è cambiato.

Non sa che Renzi non si occupa mai personalmente dei destini dei giornalisti, è soltanto attento che diano un segno di buona volontà, un gesto con la testa, dall'alto verso il basso, e ringrazino sommessamente per il job ottenuto; poi, una volta dimostrato il senso di appartenenza, Matteo provvede, magari chiamandoli in pubblico con il nome di battesimo. Nessuno nella Rai al tempo di Renzi ama le epurazioni, fanno solo offerte che non puoi accettare. Come quella a Porro: ti facciamo fare un programma di informazione dalle 19 alle 20.30 da mandare in onda la domenica. La speranza è mandarti dritto verso gli scogli e brindare appena affondi.

Per delegittimare Porro, in Rai si sono messi a sussurrare di ascolti bassi: fa solo il 4 per cento di share... Purtroppo per la Rai, il signor Campo Dall'Orto non solo è un pessimo amministratore, ma anche sfortunato. Ieri Virus ha fatto il 6,2 per cento.

A cercare di renderlo più debole, invece, ci ha pensato ancora una volta la presidentessa Monica Maggioni, sottolineando che a Porro sono stati assicurati gli stessi soldi. Soldi che lo scoop di Repubblica ci ha permesso prontamente di sapere a quanto ammontano, in attesa, ovviamente, di rendere noti anche quelli di Massimo Giannini, ex vice direttore di Repubblica, di Carlo Verdelli, responsabile dell'informazione Rai nonché ex collaboratore di Repubblica, di Gabriele Romagnoli, direttore di Rai sport ed ex collaboratore di Repubblica, della presidentessa Maggioni e del direttore generale Antonio Campo Dall'Orto.

La realtà è che quello di Porro è un programma che sfugge al controllo dei nuovi vertici, non è certificato, non ha il bollino blu della Leopolda, non è fatto a immagine e somiglianza del potere renziano. È un'anomalia. E, quindi, perché rischiare? Tanto i giornaloni questa volta non si indignano. Anzi, si è visto chiaramente come Repubblica faccia il coro. D'altra parte Porro non è Santoro, ma, soprattutto, Renzi non è Berlusconi. Renzi è un amico. Quindi nessuno stupore da parte del quotidiano, pronto a fare la morale agli altri quando toccano gli amici, ma con l'indice puntato quando fanno fuori i nemici. In fondo anche a viale Mazzini la corsa a baciare la pantofola del potere, come sempre, è partita in fretta.

Il coordinatore editoriale dei palinsesti, Giancarlo Leone, sempre ieri mattina, ha aperto la riunione dei direttori di rete con un altisonante: «Io Porro lo caccerei subito». Bisogna capirlo, dal suo punto di vista meglio cacciare Porro che farsi cacciare. Leone è in bilico da tempo e deve salire sul carro renziano prima che sia troppo tardi. È la legge della giungla ed è vecchia come la tv di Stato. Renzi aveva promesso di liberare la Rai dai partiti e lo ha fatto. Adesso, infatti, a comandare c'è solo lui. Benvenuti a TeleMatteo. Se non vi piace, non è un problema, l'importante è pagare il canone. È la tassa più perversa di Renzi. Si paga con la bolletta della luce, ma serve a finanziare l'oscurantismo.

Chiese

La Stampa
jena

Ieri a Roma i radicali hanno celebrato i funerali di Dio.

Poste da chiudere, l’azienda fa dietrofront

La Stampa
giuseppe salvaggiulo, raphaël zanotti

Congelato il piano nei piccoli comuni dopo le sentenze dei Tar. Sindaci soddisfatti



Paesini e frazioni hanno vinto la battaglia. Poste Italiane ha deciso di congelare il piano industriale approvato dall’Agcom che prevedeva, in cinque anni, la chiusura di 455 uffici considerati «non economici» e la riduzione degli orari per altri 609. Una retromarcia dovuta alla raffica di sentenze dei Tar che negli ultimi mesi hanno accolto le istanze dei Comuni interessati dalla sforbiciata. Quasi sempre con la stessa argomentazione: Poste Italiane non è un’azienda privata come le altre, offre un servizio pubblico e come tale deve mitigare ragioni economiche e di servizio. Si pensi ai paesini di montagna o difficilmente raggiungibili, che senza un ufficio postale rischierebbero di essere ancora più isolati.

L’ultima tegola è arrivata dal Tar Toscana che ha accolto il ricorso del Comune di Zeri (Massa Carrara), bloccando la riduzione da 6 a 3 mattine dell’apertura dell’ufficio postale. Ma prima c’erano state decisioni identiche per Olevano di Lomellina (Lombardia), Mutignano (Abruzzo) e 57 piccoli comuni toscani. Secondo i giudici il servizio postale è un diritto non comprimibile per ragioni economiche dell’azienda.

Un vicolo cieco giudiziario e politico, per l’azienda pubblica, che ora ci ripensa. Fonti aziendali spiegano che «non ci sono Poste senza posta. Il nostro è e deve restare un servizio di prossimità al cittadino. Quindi valuteremo caso per caso». Il che si risolverà probabilmente in uno stop delle chiusure e in una trattativa con i sindaci sulla rimodulazione degli orari. La riduzione in un ufficio in cambio del potenziamento di un altro è una modalità di discussione più accettabile per le comunità locali. E anche l’Anci apprezza.

La chiusura degli uffici postali era uno degli elementi portanti del piano industriale dell’amministratore delegato Francesco Caio, indicato dal governo Renzi due anni fa, e della quotazione in Borsa del 35 per cento del capitale, spinta dallo stesso governo e avvenuta nell’ottobre 2015, con un incasso di 3,4 miliardi. Una scelta politica precisa. Da quel momento Poste Spa resta un’azienda a controllo pubblico (il ministero dell’Economia è l’azionista di maggioranza), ma deve rendere conto anche ad azionisti privati. I ricavi di Poste sono articolati su tre settori: al tradizionale servizio postale universale si sono aggiunti quello finanziario e assicurativo.

Con una differenza: questi ultimi sono remunerativi e in crescita (nel 2015 i servizi assicurativi si sono sviluppati del 14 per cento), rappresentando ormai oltre l’80 per cento del fatturato; il vecchio recapito della corrispondenza cartacea cala anno dopo anno (anche con percentuali a due cifre), con costi rigidi e decisamente inferiori ai ricavi. Un’azienda privata dismetterebbe il business in perdita, ma Poste non può. È un’azienda pubblica e deve garantire il servizio postale universale (cioè in tutta Italia e almeno 5 giorni a settimana) in forza di un contratto di servizio con lo Stato, agganciato a direttive europee e leggi nazionali, per il quale riceve 250 milioni l’anno.

Il governo avrebbe potuto scorporare e privatizzare i servizi finanziari e assicurativi in regime di concorrenza sul mercato, conservando la gestione del servizio di recapito. Ma in tal modo il «bubbone» dei vecchi uffici postali sarebbe rimasto a carico del bilancio pubblico. Perciò ha preferito privatizzare tutto il pacchetto - polpa e osso - e per renderlo appetibile agli investitori privati ha cambiato le regole, consentendo chiusure e riduzioni degli orari degli uffici periferici. 
Un mese fa, dopo che il Tar Lazio aveva rimandato la spinosa questione alla Corte di Giustizia europea, Poste esultava: «Il piano va avanti».

Ora fa retromarcia. Proseguendo non solo si sarebbe inimicato un migliaio di sindaci ma avrebbe rischiato anche di perdere i clienti dei paesi. Per il servizio di recapito posta, ma anche per quelli finanziario e assicurativo che, nei paesini, non può essere coperto da filiali bancarie.

Pacchetti di piombo e angurie così impaginavamo il giornale”

La Stampa
alessandra comazzi


Pino Comazzi in redazione mostra l’ultima pagina composta in piombo, quella dell’elezione di Papa Wojtyla nel 1978

Sono entrata per la prima volta a «La Stampa» di via Roma a Torino che avrò avuto sei mesi, in braccio a mio papà tipografo. Andammo nel suo regno, al primo piano: un regno nero, profumato d’inchiostro e di metallo, rumoroso, con il «clic clic» delle linotype che eruttavano caratteri, parole, concetti. 

Mio padre, Pino Comazzi, ha 93 anni, sta bene fisicamente ma soprattutto è più lucido di me. Ha lavorato a «La Stampa» dal 1951 al 1981. Ha vissuto il passaggio allo stabilimento di via Marenco nel 1968 e il passaggio dal piombo alla fotocomposizione, nel 1978, quando cambiò il Papa e lui faceva la prima pagina. Continua ad amare l’arte tipografica che si vanta di aver appreso alla scuola salesiana.

1951: come si lavorava, allora?
«Lavorare là era bellissimo. Era bella anche la passeggiata che facevo per andare al giornale. Abitavo vicino a via Sacchi: e dunque portici. Con il sole e con la pioggia era sempre un cammino felice. Il mio turno è stato a lungo dalle 22 alle 4 del mattino, i giornali chiudevano molto tardi. E l’aria della città all’alba rinfrescava la mente. Ti sentivi diverso dagli altri, e quella diversità dava gioia».

Quali erano i rapporti con i giornalisti?
«Stavano dall’altra parte del bancone: tra noi la balestra di piombo, dove si creava la pagina. Era un assoluto lavoro d’équipe. I redattori arrivavano in tipografia la sera, con i menabò, quattro righe in croce, apertura, spalla, tagli alti, tagli bassi. E si inventava. Non c’era uno standard unico di corpi e di caratteri: si andava di fantasia e di regole tecniche, il carattere sempre più piccolo a mano a mano che si discendeva nella pagina. Con l’«egiziano», per esempio, ci stavano tantissime parole, strette strette. E se gli articoli, che arrivavano in pacchetti di piombo legati con la corda, erano più lunghi del dovuto, si tagliavano al momento. Se più corti, ci mettevamo le interlinee, spazi bianchi tra una riga e l’altra».

Quante pagine aveva il giornale?
«Poche, negli Anni 50 una ventina, che poi andarono aumentando. Ricordo che quando facemmo le quaranta pagine ci fu una festa pazzesca in tipografia, mangiavamo pane e salame e bevevamo whisky. Io, poi, che non lo bevo mai».

Festeggiavate molto?
«Altroché! Ogni occasione era buona, forse era anche per via degli orari. Facevamo merenda sui banconi neri, d’estate non mancava mai l’anguria».

Maggior soddisfazione?
«Aver trovato il carattere giusto per Specchio dei Tempi, che si usa ancora adesso, era un taglio basso, ma il titolo doveva essere grande. Insomma, scelsi il carattere 28 Paolino». 

Redattori?
«Il primo redattore capo che ricordo era il cavalier Giordano. Poi il professor Martinotti, che divenne vicedirettore. Ricordo Giovannini che giocava con le sedie dello stabilimento nuovo. Ricordo Mario Salvatorelli, il capo di quella che allora chiamavano Borsa, adesso Economia. Era iracondo, bestemmiava come un turco. Una volta mi misi a urlare anch’io, una gran lite. Lui era però un redattore straordinario. Preciso alla riga nel tagliare i pezzi, rispettoso delle regole tipografiche. Mai avrei tollerato di andare con un righino in testa (poche sillabe a inizio riga, il resto bianco, n.d.r.), e lui metteva il testo a posto.

E Mirella Appiotti? Fu lei che sperimentò la critica televisiva, prima ancora di Buzzolan. Avemmo una piccola disputa per un titolo a una colonna: “Quelli del cioccolato”. Le righe dovevano essere uguali, ci lavorai tanto, alla fine lei mi portò una barretta di cioccolato. Luca Bernardelli mi regalò una cravatta che mi piaceva e disse: “Te la do, ma solo dopo che ho salutato il direttore. Che ovviamente era De Benedetti, grande e terribile».

La vita grama di «Biancaneve» clochard per colpa della crisi

Corriere della sera
di Goffredo Buccini


Ogni giorno in Italia ci sono 615 nuovi poveri. Il nostro inviato ha voluto dare un volto alle statistiche, e ha trovato questa storia. La storia di un uomo che aveva una vita normale — un lavoro, moglie e bambini — e ha perso tutto per la crisi. Da due anni vive per strada. «Ma ora ho un impiego da 60 euro alla settimana»

Viaggio tra i senzatetto di Roma

Dice: «Chiamami Biancaneve». Ha pochi denti, barba brizzolata di tre giorni (non per moda), capelli raccolti sotto un cappelletto di pelle, gilet rosso, jeans agonizzanti, aria da vecchio gatto del Colosseo. La strada non lo ha spezzato: l’ironia gli ha fatto da scudo, lampeggia talvolta urticante dietro gli occhialini; non è banale che uno nelle sue condizioni incuta rispetto. La faccenda dell’anonimato è per i figli, dieci e cinque anni, che stanno a Bologna e non devono sapere. «Ora risparmio, sai? Prendo 60 euro a settimana e ne metto via 20, ora. Ogni mese vado su a trovarli e così ho due soldi in saccoccia, dico che lavoro, li porto a prendere il gelato».

Dal precipizio della miseria alla speranza
E’ sardo, di un paesino di quattromila anime in provincia di Cagliari, «se ti dico come si chiama mi sgamano subito»; 51 anni da compiere, a Roma da quasi due. «Ora» è una parola che sa di risalita, lui è una specie di statistica fatta uomo. «Eh sì, quelli dell’Istat mi danno la caccia», ride. La sua caduta culmina nel 2013, anno di massima sofferenza degli italiani per effetto della crisi, 615 nuovi poveri al giorno secondo l’ufficio studi di Confcommercio. «Ora» gli pare quasi di poterne uscire: e da due anni il precipizio verso miserie assolute e relative s’è fermato, ci dicono i grandi numeri, non va proprio meglio ma nemmeno peggio.

«Ora» lui l’hanno preso all’accettazione del magazzino di via del Porto Fluviale, non proprio un impiego ma quasi. Lì quelli di Sant’Egidio raccolgono abiti usati. Si sente meno povero raccogliendo abiti per i poveri. Loro gli hanno aperto la porta. «Però chiamami barbone», dice. «Ché quello sono, finché non avrò un lavoro vero, ma alla mia età non si trova. Sarò sempre un barbone» (nella foto Ansa, un barbone dorme seduto su un carrello per il trasporto dei bagagli oggi alla stazione Termini di Roma).


Tre volte la settimana con Sant’Egidio
Tre volte la settimana viene qui, alla mensa di Sant’Egidio, dove una targa per Modesta Valenti ricorda l’inizio di tutto, nel 1983: la morte per inedia e incuria di una clochard alla stazione Termini, la vergogna di scoprire che si muore così nel centro di Roma. La nuova storia di via Dandolo 10, sopra viale Trastevere, dietro il palazzone del Miur, comincia dalla reazione a questa vergogna: questo non è un indirizzo qualsiasi, il destino ama i cortocircuiti. «Qui si stampava Lotta Continua», racconta Augusto D’Angelo, professore di Scienze politiche alla Sapienza e volontario di lungo corso. Gli invisibili, che la rivoluzione degli uomini non ha riscattato, stanno in fila qui, a volte in sette o ottocento, fino a millequattrocento al giorno, non solo per fame di cibo. «Qui si creano percorsi d’amicizia. La loro vera fame è essere chiamati per nome e non con un ‘ahò, levate!’. E’ fame di identità» (un immigrato alla mensa di Sant’Egidio a Roma).


Identità celata per proteggere i figli
Lui, che l’identità se la nega per i figli, spicca col gilet e il cappelletto nella fila silenziosa, in lento movimento verso le due grandi sale del refettorio, tra inseparabili borsoni e valigie trascinate ovunque perché contengono vite intere, ciò che ne resta. E’ uno dei tre italiani su dieci che adesso vengono alla mensa (fino a qualche anno fa nove su dieci erano stranieri). In Sardegna suo padre faceva il muratore, «ho seguito... le sue orme, sono carpentiere. Beh, sarei carpentiere». Ha cominciato a tredici anni nei cantieri, però ha preso anche il diploma di perito elettronico. Dopo il militare, ha chiuso col paesino.

Morti i genitori, morto un fratello, nessun legame. «Ho girato il mondo col mio lavoro. Dubai, Tripoli, Abu Dabi, Rabat, guadagnavo pure seimila euro lordi al mese. Incredibile, eh? Ho messo famiglia, a Bologna, la mia compagna era sarda come me, abbiamo fatto due figli, un mutuo per la casa, in centro. E’ andata così fino al 2012». Poi l’azienda chiude, licenzia lui e i 24 operai del suo gruppo, riapre con un’altra ragione sociale, «e prende tutti rumeni, a un terzo di quello che davano a noi». Storia vista molte volte. (sotto, nella foto Jpeg, poveri in attesa di entrare in una struttura di Sant’Egidio a Roma)


Discriminato: «Se sei italiano non puoi sgarrare»
Gli stranieri non gli piacciono. «Li trattano meglio, alla fine, se sei nero e dai di matto o ti ubriachi sono comprensivi, se sei italiano non puoi sgarrare». Tra ultimi e penultimi la solidarietà è spesso una favola consolatoria. Per lui la rovina si materializza in dodici mesi, tra il 2012 e il 2013. Quando ci si accorge di diventare una piccola storia dentro i grandi numeri? Quando si scopre di essere il seicentoquindicesimo nuovo povero di una stramaledetta giornata? «Quando i soldi della liquidazione finiscono e in quattro non tiri avanti. Apri il frigo, non c’è la carne, non puoi comprarla» (nella foto Jpeg, senzatetto stranieri in coda alla mensa di Sant’Egidio a Roma).


«Casa mia l’ho affittata: così pago loro gli alimenti»
Nel 2014, l’Istat fissa a 1.623 euro e 31 centesimi al mese la soglia di povertà assoluta per una famiglia di due adulti e due bambini in aree metropolitane del Nord. «Beh, io ti dico per esperienza che duemila euro non bastano, sarà stata... povertà relativa! Ma ci odiavamo. Bollette, rate, i bambini che... accidenti se costano! Bussavo ma tutte le ditte mi rispondevano picche, pigliavano solo rumeni! Stavo sclerando coi figli, ma non li ho mai toccati.

Con la mia compagna sì, ci siamo messi pure le mani addosso, cioè più che altro io a lei, ma non scriverlo. Niente più quattrini, niente più amore. Allora ho messo loro in sicurezza. Avevo estinto il mutuo, ho intestato la casa ai bambini, ne ho affittato un pezzo e ho dato a loro i soldi come alimenti, sono barbone ma mica scemo, se faccio una cavolata loro non devono pagarne conseguenze. La mia compagna s’è rimessa a lavorare, faceva l’infermiera. E io me ne sono andato. Il 15 agosto 2014 sono sceso dal treno alla stazione Termini. Ero a Roma, non avevo lavoro, avevo 500 euro in tasca, un cambio nello zainetto e un sacco a pelo».
Il letto sulla panchina al binario 23
Il nuovo letto è quel sacco a pelo su una panchina di marmo grigio, al binario 23, l’ultimo a destra, quello dei treni laziali. A Roma sono ottomila i senza fissa dimora, duemila e cinquecento dormono per strada. «La prima sera? Beh, dovresti provarci, è un’avventura... arrivavo prima di mezzanotte, andavo via alle sei, adesso non ti fanno più entrare ma allora si poteva. Ho fatto amicizia con Roberto, sardo come me: è morto a dicembre scorso, aveva il diabete, gli avevano tagliato una gamba. Lo chiamavano Il Cuoco, perché cucinava col fornelletto al binario 6. Era lì da vent’anni.

Già lo vedevo, prima, quando avevo i soldi e prendevo il treno da passeggero. Gli davo qualcosa, pure 10 euro, c’era simpatia. Quando m’ha trovato in mezzo a loro, m’ha sorriso: benvenuto nella compagnia. Mi ha insegnato tutti i trucchi, a evitare le risse e i pazzi, a stare alla larga. Io avevo ‘sa pattana’, il coltello di noi sardi, ma non l’ho mai tirato fuori, la libertà è l’unica cosa che m’è rimasta e non voglio perderla» (nella foto Ansa, un senzatetto dorme su una panchina nella vecchia stazione Tiburtina, oggi ristrutturata).


«Leggo Ken Follet e Faletti in biblioteca»
La nuova vita è più impegnativa di quanto noialtri immaginiamo: appuntamenti di sopravvivenza. Ciò che nel mondo di qua è banale, nel mondo di là richiede concentrazione. «La doccia, perché a me piace essere pulito. Facevo chilometri per lavarmi. Lunedì a Trastevere, martedì in via Anicia, mercoledì a Lunghezza... Fatta la doccia, ti danno anche la colazione, e a quel punto cominci a camminare per il pranzo. A Roma se t’organizzi nemmeno dimagrisci, puoi pranzare due volte in un’ora in due mense diverse. Al pomeriggio avevo fatto la tessera alla biblioteca Rispoli, dietro piazza Venezia.

Leggevo, leggo: quotidiani, Ken Follet, Faletti, legal thriller, a casa avevo sei o settecento libri. Prima di sera, ci si ricomincia a muovere per la cena, nuovo giro. Raccattavo i giornali dai treni, li rivendevo a 50 centesimi, la gente se li compra. Ho fatto una cinquantina di inventari a Boccea e a Lunghezza, devi catalogare la merce, in un inverno ti fai pure mille euro. Però stai tutta la notte in giro. Allora dormi sul tram. Pigli il 3 all’Ostiense fino a Valle Giulia, un’ora e dieci all’andata, un’ora e dieci al ritorno, dormi al calduccio. Devi muoverti, insomma. Se stai fermo, non sopravvivi» (nella foto Jpeg sotto, una delle stanze attrezzate per i barboni da Sant’Egidio a Trastevere).


Allergico alla carità, ma poi si è arreso
Ma non dura molto la concentrazione, ci si lascia andare. «Ho retto tre mesi, poi stavo crollando. Ho incontrato Fabio». Fabio è un tipo dalla faccia grande e buona che, mentre parliamo, distribuisce i ticket della mensa sul portone di via Dandolo. E’ il suo primo contatto con Sant’Egidio. «Non volevo venire, non mi piace la carità. Molti non vogliono. Se cresci un cucciolo per strada, quello scappa dal salotto. Devi starci in mezzo, ai barboni, per capire come gli funziona la testa». Il 10 dicembre 2014, s’arrende. Entra nel rifugio di Santa Maria in Trastevere, lì si dorme in undici. Ora che la vita sta cambiando, lo aspetta un centro permanente, con quattro compagni.
Sogni che domani sia com’era ieri, quando avevi la dignità
Lui sogna ancora una casa, sogna che domani sia com’era ieri, «quando avevo la dignità d’un uomo, il lavoro». Sperare, no, la parola è troppo impegnativa. «Spererei nella rivoluzione, ma sono vecchio. Speravo in Dio, più che credergli. Beh, ci ho pensato più volte di farla finita, specie all’inizio. Ogni tanto mi piglia la malinconia. Ma sono tosto, sono sardo, passa». Passa, sì. Però per la prima volta in un’ora gli occhialini si velano un po’.

21 maggio 2016