venerdì 13 maggio 2016

Pizza e Fico

La Stampa
massimo gramellini

I politici non sono geneticamente ladri. Non più di quelli che li votano e che al loro posto si infilerebbero nelle stesse trappole e subirebbero le stesse tentazioni. Il giorno in cui si accetterà questa umile premessa, si comincerà a combattere davvero la corruzione. Nell’unico modo possibile, che non consiste nel cambiare la natura umana o sostituire un politico con un altro, ma nel ridurre i passaggi burocratici che favoriscono mazzette e raccomandazioni. Invece i Cinquestelle si illudono che basti mettere Di Maio al posto di Renzi e «Dibba» a quello della Boschi per avere una classe dirigente senza macchia e senza paura. La realtà si sta incaricando di contraddirli, facendo piovere avvisi di garanzia sulla schiena dei sindaci del movimento. Cosa abbiano fatto di male non è chiaro nemmeno a loro: prendere decisioni, in questo Paese, significa spesso compiere atti al limite della legalità.

Sarebbe ora che i pentastellati lo riconoscessero, invece di continuare a gridare «Onestà onestà» e intanto intestarsi tutte le posizioni in campo. A destra sui migranti ma a sinistra sui diritti, contro la finanza ma a cena con la Trilateral, nemici degli estremisti ma alleati in Europa con un arnese come Farage. Fino al capolavoro degli avvisi di garanzia. All’inizio sostenevano che bastasse riceverne uno per doversi fare da parte. Adesso l’avviso non basta più, se riguarda un sindaco ortodosso come Nogarin. Mentre se casca sui piedi del ribelle Pizzarotti, il triumviro Fico auspica il passo indietro. I Cinquestelle stanno diventando tutto e il contrario di tutto. La condizione ideale, in Italia, per vincere le elezioni. 

Il Vangelo secondo Matteo

La Stampa
mattia feltri

“Ho giurato sulla Costituzione non sul Vangelo”, ha detto Renzi. Se giurava sul Vangelo, aboliva il Vecchio testamento.

Almeno

La Stampa
jena@lastampa.it

Adesso vogliamo il matrimonio tra preti e diacone, o almeno un’unione civile.

Perché Obama ha ragione sui bagni per i transgender

Corriere della sera
di Elena Tebano

Testata

È un mondo ben strano quello in cui il presidente degli Stati Uniti deve stabilire quali bagni possano usare gli studenti del suo Paese. Ma l’indicazione di Barack Obama a tutte le scuole pubbliche statunitensi di permettere agli scolari transgender, cioè che non si riconoscono nel loro sesso biologico, di scegliere le toilette in base alla loro identità di genere, è un atto di buon senso. Prima di tutto perché difende persone estremamente vulnerabili a causa dei pregiudizi e della transfobia ancora diffusi nella società.

Una bambina o una adolescente dall’aspetto in tutto e per tutto femminile che sia costretta a usare un bagno maschile diventa facile vittima di offese, aggressioni o (nei casi peggiori) assalti sessuali da parte di malintenzionati. Può succedere purtroppo anche nelle scuole. In generale, ragazzi e le ragazze transgender sono il gruppo a più alto rischio suicidio nell’età adolescenziale e con la maggiore probabilità di finire vittime dei cosiddetti «crimini di odio»: qualsiasi misura che li riguardi non può non tener conto di questo semplice fatto.

Invece sulla questione negli Stati Uniti si è scatenata una battaglia ideologica senza precedenti. L’esito più eclatante è la legge firmata a fine marzo dal governatore del North Carolina Pat McCrory, che obbliga le persone a usare il bagno riservato al sesso scritto sul loro certificato di nascita. Per McCrory e i repubblicani che ne hanno fatto un cavallo di battaglia serve a difendere «l’aspettativa basilare di privacy in uno dei contesti più personali, un bagno o uno spogliatoio» e a evitare una «radicale violazione della fiducia e della sicurezza giustificata con il pretesto dell’uguaglianza». Altri hanno sostenuto più esplicitamente che permettere a un uomo di entrare nelle toilette delle donne aumenta il rischio di stupri.

Il senso dello scontro è tutto qui: i conservatori americani sono convinti — e lo ribadiscono con i loro divieti — che sia il sesso biologico, innato e immutabile, a definire l’identità di una persona. Che quindi rimane «un uomo» anche se assume un aspetto e comportamenti femminili, e viceversa. Il movimento transgender e le più autorevoli associazioni degli psichiatri e psicologi americane ed europee spiegano invece che l’espressione di genere è un fenomeno molto complesso e che può prescindere dalle caratteristiche biologiche del corpo. E che nel caso specifico non si tratta di far entrare uomini nei bagni femminili, ma di riconoscere che ci sono modi diversi di essere donne.

Barack Obama, primo presidente nero, figlio di una donna bianca, le identità complesse le capisce molto bene e ha preso una chiara posizione politica a difesa dei diritti delle persone transgender.
Intanto le associazioni che lavorano contro la violenza sulle donne negli Stati Uniti hanno definito «un mito» l’idea che l’uso dei bagni del genere di elezione da parte delle persone trans metta a repentaglio la sicurezza delle donne. Non è vero il contrario: un individuo di aspetto maschile che entri nelle toilette delle donne, o una di aspetto femminile che entri in quella degli uomini, è esposta nel migliore dei casi a imbarazzi, discussioni e insulti. Nel peggiore a vere e proprio violenze. Nessuna disputa di principio dovrebbe mai far dimenticare la sicurezza dei più deboli.

Infiltrati e cyber intelligence: così la Difesa italiana dà la caccia agli hacker

La Stampa
carola frediani

Agenti virtuali sotto copertura e analisi dei dati per individuare minacce emergenti. Le tendenze uscite da un incontro sulla cyberdifesa delle forze armate



Quando nell’underground digitale è sbucato dal nulla un gruppo che diceva di aver sottratto dati preziosi a una nota compagnia petrolifera italiana, gli analisti di una società specializzata in investigazioni online hanno subito cercato di valutare la credibilità dell’affermazione. Bollandola come bassa, non solo perché il team di hacker era sconosciuto, ma anche perché stava svendendo il presunto bottino al primo di passaggio. Gli analisti in questione appartengono a una azienda, iSight Partners, che fa solo questo: 350 persone sparse in tutto il mondo, di cui un centinaio tra linguisti e psicologi.

Oltre che uno zoccolo duro di ricercatori di sicurezza informatica e analisi forense, la cui missione è quella di esaminare attacchi informatici, ma anche di monitorare e dove possibile infiltrare gruppi di cybercriminali, mercenari al soldo degli Stati e terroristi. Un misto, in salsa digitale, tra il Robert Redford del film I tre giorni del Condor (l’analista che leggeva pubblicazioni in tutte le lingue per la Cia) e il Leonardo Di Caprio poliziotto sotto copertura del più recente The Departed. Solo che a fare tutto ciò è una società privata e questo genere di attività viene chiamata Cyber Threat Intelligence.

L’ASCESA DELLA CYBER INTELLIGENCE
Ogni mese questi analisti producono 150 report, racconta alla Stampa Paolo Cecchi, manager per l’Italia di FireEye, azienda americana di cybersicurezza che all’inizio dell’anno si è comprata proprio iSight. FireEye, insieme ad altre aziende specializzate in indagini sul Web, infiltrazione di gruppi digitali e social media o analisi dei big data, era tra i relatori del Cyber Defence Symposium, un incontro organizzato nei giorni scorsi a Chiavari dalla Scuola di Telecomunicazioni delle Forze Armate.

Evento cui hanno partecipato ministero della Difesa, reparti speciali dei Carabinieri, polizia postale, rappresentanti dell’Fbi e altri soggetti interessati alla cyber difesa. Insomma, un distillato delle tendenze istituzionali e industriali nel settore. E quest’anno l’aria che tira è quella della cyber intelligence. Che può voler dire cose diverse: analisi di dati su fonti aperte e tentativi di correlare diversi elementi estraendone delle informazioni rilevanti. Ma anche andare a cercarsi le informazioni direttamente da fonti umane, infiltrando social network, chat, forum e siti sia del Web di superficie che di quello profondo.

La tendenza è globale e basta vedere gli annunci di lavoro per Cyber Intelligence Analyst Specialist, ce ne sono a iosa tra Stati Uniti e UK Sempre sulla scacchiera mondiale, nel campo del data mining e dell’analisi e profilazione delle minacce, in questo momento sono in ascesa aziende come Palantir o Recorded Future, su cui non a caso ha scommesso In-Q-Tel, il fondo per investimenti tech dell’intelligence statunitense. In Europa a tirare la volata a questa tendenza si aggiunge la paura di possibili attentati terroristici.

BARBE FINTE ONLINE
L’infiltrazione di gruppi online ha un nome altisonante, Virtual Humint (Humint sta per Human Intelligence), ma è solo la riedizione digitalizzata e in parte automatizzata delle “barbe finte”, come le ha chiamate al convegno di Chiavari Andrea Brancaleoni, manager dell’azienda varesotta Area spa, ospite fisso di questo genere di appuntamenti. Negli ultimi anni Area - attiva sul fronte internazionale delle intercettazioni passive e attive, si ricorda ancora la polemica del 2011 per una trattativa al riguardo con la Siria di Assad, ma anche più recentemente ne avevamo parlato su La Stampa in relazione all’Egitto - ha sviluppato una piattaforma per, appunto, “digitalizzare le barbe finte sui social network”.

Ovvero per creare sui social media degli infiltrati virtuali, molteplici identità fittizie ma credibili controllate da un solo operatore. «Un agente può creare dieci identità - ha dichiarato Brancaleoni - due magari progrediscono nel tempo maturando un profilo più articolato, e altre otto fanno da contorno. Gli agenti da una postazione centralizzata si infiltrano dove serve, usando anche nodi Tor». Ovvero, ma questo è ormai risaputo, anche l’intelligence e le forze di polizia usano software e reti come Tor per nascondere la propria identità e le indagini.

ADDESTRATORI VIRTUALI
Ci sono anche strumenti fatti apposta per allenarsi alle infiltrazioni online. Uno di questi si chiama SEAFIRE ed è stato finanziato dal V reparto del Segretariato generale della Difesa, anche se per ora si tratta di uno studio di fattibilità per realizzare un cyber range. Che cosa è un cyber range? È un sistema che virtualizza degli ambienti - ad esempio la rete di un ministero - per addestrare il personale alla cosiddetta cyberwarfare.

«È il corrispettivo cyber di un tradizionale poligono», ha dichiarato Luigi Mancini, professore all’università Sapienza di Roma che lavora al progetto insieme all’università di Modena e Reggio-Emilia e all’azienda Selta. In questo ambiente virtuale ci si può allenare a rispondere ad attacchi, ma anche a svolgere investigazioni sotto copertura, in modo da provare metodi e nuovi strumenti in un ambiente controllato. La sede di questo “poligono virtuale” sarà a Chiavari, ma verrà collegato (via Vpn) con vari nodi sparsi sul territorio.

Tra le aziende in prima fila al simposio delle forze armate anche InTheCyber, una sorta di spinoff del colosso israeliano Maglan, o meglio del suo ramo europeo, che dallo scorso settembre si è reso indipendente e si è rinominato InTheCyber mantenendo lo stesso staff (e sede a Lugano). Non a caso è sempre InTheCyber, come già faceva Maglan, a co-organizzare la settima conferenza nazionale sulla cyberwarfare che si svolgerà il prossimo 22 giugno alla Camera dei Deputati. Tema di quest’anno, manco a dirlo: strategie e tecnologie contro il terrorismo.

TROJAN PER TUTTI
Tra gli strumenti investigativi citati in modo indiretto al convegno ci sono ovviamente anche i trojan, i software spia di cui si è molto parlato nel corso di questo anno, prima in relazione all’affaire Hacking Team e poi alla sentenza della Corte di Cassazione. Quest’anno, diversamente dalle edizioni scorse, Hacking Team non era presente al simposio, ma l’interesse verso quei prodotti non è calato e, anzi, secondo le voci di corridoio sono varie le aziende che si stanno facendo avanti per provare a prendersi fette di mercato, anche se la maggior parte non si espone.

A parlare esplicitamente di trojan al convegno è stata però la già citata Area, che li ha affiancati all’idea di impiantare identità virtuali nei gruppi oggetto di indagine. A produrre invece sistemi e sonde per l’intercettazione di telefonate, VoIp, chat, email ci sono aziende come Cy4 Gate (da non confondere con Cys4, l’azienda di Marco Carrai), joint venture tra due imprese italiane, Elettronica spa ed Expert Systems, che avrebbe messo in piedi anche un sistema per fare Virtual Humint (infiltrazione).

INTELLIGENCE PRIVATA
Ma cosa può comportare la necessità di affidarsi a società private per indagini anche delicate? «Oggi ci sono aziende che fanno infiltrazioni e si muovono come agenzie di intelligence, è una realtà nuova, giusta o sbagliata che sia, che fino a dieci anni fa non c’era», ha dichiarato al convegno Michele Colajanni, direttore del Centro di Ricerca Interdipartimentale sulla Sicurezza e Prevenzione dei Rischi (CRIS) dell’università di Modena e Reggio-Emilia. «Lo Stato si trova ad avere dei limiti rispetto a una realtà per cui è ancora impreparato».

Sicuramente il ruolo dei privati in questo campo è in crescita anche in altri Paesi. E non è scevro di problemi. Emblematico il caso di Black Cube, azienda israeliana che nel 2015 era citata dal Financial Times come esempio di un nuovo tipo di business, specializzato nella cyber intelligence, dall’analisi del malware all’infiltrazione del dark web. E che un mese fa ha avuto quattro dipendenti indagati (due arrestati) in Romania. L’accusa è che abbiano cercato di spiare, per conto di non si sa bene chi, il capo dell’anticorruzione rumena, Laura Kovesi

Chaouki vota la Cirinnà, i musulmani lo attaccano

Francesco Curridori - Gio, 12/05/2016 - 15:41

Violenti attacchi al deputato Pd musulmano: "Sei un miscredente, spero che tuo figlio nasca gay"



“Oggi voto per i diritti di tutti.. da parlamentare democratico, da musulmano libero. ‪#‎unionicivili”.
Con questa semplice frase il deputato Pd di origini marocchine, Khalid Chaouki, si è preso gli insulti di tutti i musulmani che lo seguono su Facebook. “Non è degno di rappresentare i musulmani” è il commento più tenero che ha ricevuto. Un altro utente gli ha fatto notare il grave errore che ha commesso votando la legge Cirinnà: “Caro khalid chaouki hai pienamente sbagliato perché Allah non ha detto che una coppia di maschi o di femmine si possano sposare vai a leggere il Corano bene!”.
La maggior parte dei musulmani osservanti lo considerano un venduto.

“Cosa non si fa per una poltrona...Certo, perché se non davate la fiducia al governo su questa schifezza, le sedie di tanti sarebbero traballate. Ma che musulmano è lei?”, si chiedono e gli consigliano di rileggersi il Corano e la sunnah. “Tu vendi la religione per i soldi .. va bene domani incontererai ((allah subhanaho watahala ..)) SECONDO ME DA ORA SEI UN MISCREDENTE”, scrive un altro integralista islamico. E ancora: “Avete toccato il fondo, o quasi con questa legge. Io non ne sarei tanto orgoglioso fossi in lei, specialmente da musulmano, quale è lei. Si rivolterà nella tomba il suo profeta Muhammad".

E poi l’espressione musulmano libero non è proprio giù. “Se essere musulmano libero significa lottare per una cosa che va contro la natura animale prima di quella umana...allora io preferisco essere un musulmano schiavo tutta la vita”, è una tra le affermazioni più inquietanti. Ma c’è anche chi riporta in arabo alcuni passi del Corano contro gli omosessuali altrettanto preoccupanti: “Concupite i maschi, vi date al brigantaggio e perpetrate le azioni più nefande nelle vostre riunioni”. La sola risposta del suo popolo fu: “Attira su di noi il castigo di Allah, se sei uno che dice il vero!”. In tanti, infine, lo attaccano sul personale: “Spero che tuo figlio diventi gay! Caro Mussulmano libero” o peggio:

“Se il figlio de Khalid un giorno je dice : "papà sono gay " il musulmano libero di Khalid lo butta di sotto come fanno i suoi fratelli tutti”. Ma anche le donne musulmane, che in teoria sono quelle più discriminate dal Corano, considerano il deputato del Pd un venduto e una di loro scrive: “Non riesco a capire veramente a che punte siamo arrivati.. un musulmano che volta legge per i diritti dei gay.. SAPPI CHE DOPO QUESTO NON DEFINIRTI MAI PIU UN MUSULMANO .. per favore ti prego.. e sarà veramente un grande peccato per te.. spero che ci ripensi bene ... SUBHANNALLAH”.

Sadiq Khan, primo passo falso



Giovanni Giacalone








 Sadiq-Khan2

Il nuovo sindaco di Londra, Sadiq Khan, deve ancora iniziare a operare e parte già molto male con alcune controverse dichiarazioni sulla campagna elettorale americana, prendendo di mira il candidato repubblicano Donald Trump e lanciandosi personalmente in mezzo con la ben nota retorica del vittimismo che però poco lo riguarderebbe.

Khan ha dichiarato al Time:
“Voglio andare in America e confrontarmi con i sindaci americani. Se Donald Trump diventa presidente, in virtù della mia fede mi sarà impedito di andarci”. Khan si è detto fiducioso che la politica di Trump non vincerà in America.

Non è ben chiaro per quale motivo a Khan dovrebbe essere proibito l’ingresso negli Stati Uniti, visto che le procedure di blacklisting riguardano esclusivamente elementi con legami al terrorismo internazionale o ritenuti pericolosi per la sicurezza nazionale, non certo per l’appartenenza religiosa. Un’evidente strumentalizzazione politico-ideologica da parte del neo-sindaco, a meno che non sono alcuni legami familiari con Makbool Javaid (ex marito della sorella), estremista islamico legato al famigerato gruppo “el-Mouhajiroon”, a preoccuparlo, oltre che alcune sue presenze a convegni con esponenti non proprio moderati dell’Islam britannico. Difficile dirlo.

A volte ci si lascia “prendere” dalle cariche acquisite, solo che Khan ha dimenticato un piccolo particolare, è stato eletto sindaco di Londra, non premier del Regno Unito.

Se dovesse vincere, Trump se ne farà una ragione, il signor Khan non vorrà incontrarlo.

Sauditi implicati nell’attacco alle Torri Gemelle ma le prove sono state trascurate nelle indagini”

La Stampa
paolo mastrolilli

Un membro della Commissione d’inchiesta: «Coinvolti alcuni funzionari. Ma non si indagò a fondo sul ruolo di Riad»



Gli investigatori americani avevano raccolto prove del coinvolgimento di funzionari sauditi nell’organizzazione degli attentati dell’11 settembre 2001, ma non avevano dato abbastanza seguito a queste piste. A fare questa ammissione, per la prima volta da parte di un membro della Commissione d’inchiesta congressuale sugli attacchi, è John F. Lehman, banchiere ed ex segretario della Marina militare durante l’amministrazione Reagan.

Lehman faceva parte della commissione guidata da Tom Kean per i repubblicani e Lee Hamilton per i democratici, che aveva individuato un solo diplomatico saudita, Fahad al-Thumairy, come possibile complice dei dirottatori. Al-Thumairy lavorava al consolato di Los Angeles e dopo gli attentati era stato deportato, senza però incriminarlo. Lehman ha detto che invece erano almeno cinque i funzionari sauditi coinvolti:

«Non saranno stati incriminati, ma di certo erano implicati. Ci sono moltissime prove circostanziali a riguardo». Secondo Lehman la Commissione aveva indagato sul ruolo di Riad, ma non abbastanza a fondo. Secondo lui non ci sono prove di un coinvolgimento volontario e diretto della casa reale o del governo nell’organizzazione degli attentati, ma diversi elementi che puntano il dito contro singoli funzionari.

Alla fine dell’inchiesta, 28 pagine del rapporto rimasero segrete, proprio perché parlavano del ruolo dei sauditi negli attacchi dell’11 settembre, ma ora sta salendo la pressione per pubblicarle. Fonti informate dicono che l’Fbi in realtà ha circa 80.000 file sul ruolo di Riad nell’operazione lanciata da al Qaeda, mai divulgati.

La Spezia, le ronde dell’imam contro le violenze degli immigrati

La Stampa
marco menduni

“Troppi stranieri ubriachi, ho paura per i miei figli”. E gli italiani gli danno ragione


Piazza Brin
È da tutti considerata la piazza più bella di La Spezia, ma da qualche tempo
ci sono degrado, persone sempre ubriache e aggressioni


Dopo una serie di episodi di degrado e violenza (un commerciante italiano massacrato perché aveva rimproverato due stranieri che orinavano in mezzo alla strada), era stato tra i primi a far sentire la sua voce, mettendoci la faccia. «Qui in giro ci sono troppi barboni, troppi stranieri ubriachi, io ho paura anche per i miei quattro figli. Ci vuole una stretta sulla sicurezza, ci vuole più polizia». È uno straniero a dirlo, ma uno straniero integrato: Bouchaib Larssaoy , marocchino, uno dei responsabili del Centro di cultura islamica di La Spezia.

Ha la sua attività, una macelleria halal, in corso Cavour, nel pieno centro del Quartiere Umbertino. Non è una zona periferica e senza servizi: è uno dei luoghi più suggestivi della Spezia, ricco di palazzi eleganti e di attività commerciali; ma nel tempo è divenuto crogiolo di disagio, alcolismo e droga, non sempre direttamente connessi alla massiccia immigrazione ma anche alla disperazione di molti sbandati italiani. In piazza Brin, fin dalla mattina, si radunano gruppi di ubriachi; accanto ai giochi dei bambini si spaccia. 

Sale la tensione, Bouchaib Larssaoy raccoglie la comunità e lancia la proposta. Annuncia la costituzione di «un team di aiuto civico e sorveglianza» che veglierà sulla la pacifica convivenza nel quartiere di piazza Brin. «Tante città italiane - dice - hanno gruppi di volontari islamici che si impegnano sul territorio. Aiutano i mendicanti e i barboni, avvicinano chi tende ad alzare il gomito per riportarli sulla buona strada». Insiste: «Non se ne può più di vedere gente in giro con la lattina o la bottiglie di birra in mano. Anche chi viene a pregare da noi ce lo ha segnalato, lamenta l’insicurezza».

Spiega, Larssaoy, che sarebbe improprio chiamarle ronde. È un’iniziativa che, se rimarrà nell’ambito di una sorveglianza pacifica del territorio, può esser lodevole. Anche se la strada maestra per affrontare questi problemi sarebbe precisa: un intervento più puntuale delle forze dell’ordine. Tutti, italiani e stranieri, hanno un ricordo: «Anni fa qui c’era una camionetta della polizia 24 ore su 24 e la situazione era tornata assolutamente tranquilla». Un tipo di servizio che, oggi, tra tagli e risparmi, non può più essere garantito.

Una serie di episodi ha riacceso i riflettori su quelle vie. Venerdì sera un residente, 52 anni, commerciante, rimbrotta due magrebini che stanno orinando per la strada. Viene picchiato a sangue (dovrà essere operato a un occhio) e lasciato esanime sul marciapiede. Il giorno successivo un fotografo torna sul posto e immortala una scena: due sudamericani stanno orinando sulle auto in sosta. Ce n’è abbastanza per raccogliere la rabbia degli abitanti: «Ormai è sempre così, ognuno di noi ha subito un’aggressione, una minaccia, una rapina». 

Gli spezzini, però, sono timorosi: «Parlare troppo male di questo quartiere rischia di essere un autogol, di isolarci ancora di più, qui rischia di non venire più nessuno». L’imam, invece, tuona subito contro l’insicurezza. Buon peso, arrivano le parole di Maria Peralta, la rappresentante della comunità dominicana (quattromila presenze in città): «Voi italiani siete troppo tolleranti, persone così violente dalle nostre parti sarebbero già in grossi guai. Qui c’è invece la convinzione che ognuno può far quel che vuole che non gli succederà niente».

Fatti i conti, tanto disagio non dovrebbe abitare qui. Il Quartiere Umbertino, inaugurato da Umberto I il 15 agosto 1889 e cresciuto per le sempre maggiori esigenze del vicino Arsenale, non appare a prima vista come uno di quei luoghi dov’è facile che esplodano violenza e contraddizioni. È un incrocio di strade parallele e perpendicolari con palazzine eleganti di tre, quattro, al massimo cinque piani. Piazza Brin, se lo chiedi a chiunque incontri per strada, si prende la medaglia di «piazza più bella della Spezia» con i suoi porticati. La situazione, però, è scappata di mano. Ora tutti chiedono maggior sorveglianza.

Così dimostrando che, in un quartiere ormai multietnico, le esigenze degli italiani e degli stranieri integrati sono esattamente le stesse.

Berlusconi e la sentenza medievale

La Stampa
 mattia feltri



Le cene, dice la sentenza, erano «poco eleganti». La sentenza è quella di condanna per Giampi Tarantini, l’amico di Silvio Berlusconi, nonché fornitore ufficiale di intrattenimenti notturni.

Naturalmente le motivazioni spiegheranno per filo e per segno, e con grande finezza giuridica, perché Tarantini meritasse sette anni e dieci mesi di reclusione. Ma qua e là è stato interessante scoprire l’idea del mondo e della morale della magistratura barese, che ha steso la sentenza. Dunque, i costumi di Berlusconi erano «reprensibili» (termine coniato per l’occasione, ndr). Le ragazze erano «avvenenti, provocanti, disinvolte, spregiudicate, disinibite» e «soprattutto giovanissime» e volevano «dare una svolta alle loro (talvolta a dir poco modeste) vite».

Ed erano pure «animate dalla speranza (...) di essere “elette” (ironico? ndr) per trascorrere la notte in sua compagnia». E qui grande attenzione: «Consentendo a soddisfarne anche le più perverse pulsioni erotiche» e, doppia attenzione, «addirittura attraverso la consumazione di rapporti saffici». Sfugge a quale parte del codice risalga il giudizio sulle più perverse pulsioni erotiche, addirittura saffiche (nel giorno delle Unioni civili).

Del resto il paragone coi codici iraniani appare ormai consunto; e forse, ormai, sgradito all’Iran.

Stupro zingaro a Roma

Nino Spirlì



No, non dobbiamo essere razzisti! Non va bene. Neanche il papa Doncamillo I lo vuole. Anzi, è pronto con un TIR di scomuniche (ecchisenefrega!) per tutti coloro i quali “maltrattano” zingari, clandestini, terroristi e invasori extraitaliani ed extraeuropei. Laddove “maltrattare” significa denunciare reati, ribellarsi alle violenze e ai soprusi.

Non dobbiamo assolutamente fiatare se questa teppaglia piscia e defeca per strada nelle nostre città, se scippa e trascina sul selciato anziani e deboli per rubargli pochi spiccioli, se sfonda le porte delle case e se ne impadronisce, se sgozza cristiani o pecore con la stessa disinvoltura, se ci piazza esplosivi sotto al culo in metropolitana o nei locali d’incontro, se dorme nei nostri giardini pubblici trasformandoli in cloache a cielo aperto, se si spalma nei centri scommesse e nei locali pubblici a giocare alle macchinette e ubriacarsi e poi sfasciare tutto. Se stupra le donne che escono di casa per andare a scuola o a lavorare o, semplicemente, per fare una passeggiata per le vie di una città occidentale, libera e progredita.

Magari, una Capitale. Magari, Roma, Caput Mundi. E, guai a quei giornalisti di certa stampa di regime, che ne parlino nei propri articoli! Potrebbero perdere il posto! Oppure essere impiegati a rilucidare comunicati stampa. Anatema, poi, se usano le parole zingaro, clandestino e similari.
Bisogna parlare di fratelli senza – mannaggia – fissa dimora, amici carissimi gioiosamente e diversamente colorati sull’epidermide, ospiti graditissimi leggermente stressati per la traversata difficile, zuzzurulloni collezionisti di materiale simpaticamente bellico esplosivo o munito di fraterna lama affilatina, paciocconi con la necessità di scaricare la tensione della lontananza da casa magari con l’aiuto – volente o nolente – di qualche noiosissima ragazza occidentale che si lamenta pure della buona azione.

C’è chi parla di ruspe. Mi spingerei anche oltre, se fosse possibile. Piazzerei i mezzi più pesanti delle nostre Gloriose Forze Armate ai confini del Paese. E cingerei le acque nazionali di navi militari pronte ad agire. Una, due volte, E si fermano. Ma bisogna mostrare i muscoli. Quelli veri. Bisogna che se ne occupino gli strateghi e gli eserciti! Perché l’invasione è il più grande business di quel nuovo esercito che è quello della nuova mafia. La mafia di tutte le mafie. Roba da miliardi di dollari (perché il malaffare, ancora, si paga in dollari, e chissà perché!!!). E a pagarne il dazio siamo noi, col nostro sangue, nelle nostre città, per le nostre strade, dentro le nostre case.

L’ultimo orrore taciuto da tutti è quello della ragazza violentata da due zingari sulla via Prenestina a Roma. Una giovane albanese, rapita e violentata per giorni da due porci ubriachi, in una baracca di un campo nomadi. Una delle tante favelas da radere al suolo subito, dopo aver accompagnato tutti gli occupanti oltre i confini Nazionali Italiani. Ma non è l’unico orrore, e non sarà l’ultimo, purtroppo. Come non era l’ultimo lo scippo a cui ho assistito, allibito, in pieno Centro a Roma, meno di un mese fa. Pronto ad agire, sono stato fermato solo dalla rapidità dell’azione di tre zingarelle ladrone, rapide come un fulmine e arroganti come solo loro sanno essere. “Tanto, a farle arrestare, ti fai solo il sangue acqua.

Vengono subito rilasciate. E tornano a delinquere peggio di prima.” Mi disse una signora anziana sconfortata. Ora, poi, nella Roma postMarino, queste manigolde si sentono pure padrone e figlie e mogli di padroni. Di Re, onorati come fossero dei in terra anche dopo morti. Mezza Europa ha già, fortunatamente, virato a Destra: la gente non ce la fa più e butta giù, votando, governi bragalenta di sinistra; quella sinistra che, per tradizione, va a braccetto con questa accozzaglia di senzaDio. Per l’ordine e la sicurezza, tutti puntano sul rigore della Destra. Ultimo baluardo contro l’invasione. Anche l’America, del resto, sta premiando Trump. Sì! Anche i non simpaticissimi yankees si stanno cagando sotto e stanno provvedendo.

E loro, i muri, ce li hanno già, eccome. Ricordiamolo al presidente africano degli USA che fra lui e il Messico ce n’è uno, di muro, che spara da solo anche alle ombre di qualsiasi speedygonzales cerchi di varcarlo. Noi cerchiamolo, il nostro Trump, prima che sia troppo tardi. I cugini francesi l’hanno individuato nell’indomabile Marine Le Pen, che, al momento, vola nei sondaggi veri oltre il 53% per le prossime presidenziali. Gli italiani con chi risponderanno? Con TopoGigio, Provolino o Tiraemolla?

Fra me e me

Boeri difende le unioni civili "Reversibilità? Costi sostenibili"

Chiara Sarra - Gio, 12/05/2016 - 12:58

Mentre l'Inps cerca di far tornare i conti con tagli e flessibilità, il presidente dell'istituto garantisce l'assegno ai gay



La reversibilità per le unioni civili? Non è un problema. Nemmeno per il presidente Inps che da mesi sventola lo spauracchio dei tagli agli assegni e parla di flessibilità per evitare il dissento dell'istituto previdenziale."C’è un impatto sui conti, ed è inevitabile che ci sia, ma è nell’ordine di qualche centinaio di milioni di euro ed è quindi sostenibile", ha detto Tito Boeri,

"C'è sicuramente un aggravio dei costi per il sistema, ma non dell’entità che è stata paventata. Abbiamo fornito alcuni elementi di valutazione alla commissione parlamentare ed i costi non si sono rivelati così elevati. Sono sostenibili. Ci siamo infatti allineati all’esperienza tedesca, perchè la legislazione tedesca era simile a quella italiana".