giovedì 12 maggio 2016

Regione Sicilia, Crocetta guadagna 9.500 euro netti al mese: ecco la busta paga

Il Messaggero



Novemila e cinquecento euro al mese, al netto delle tasse. Ecco quanto guadagna al mese il presidente della Regione siciliana, Rosario Crocetta. Ai 9.500 euro di Crocetta si arriva sommando l'indennità da parlamentare regionale (compenso più diaria), pari a circa 8.100 euro netti al mese, e l'indennità di funzione di presidente della Regione, pari a 1.428,51 euro netti al mese.Negli ultimi giorni Crocetta è stato attaccato sui propri compensi paragonati a quelli di Renzi e Putin.

L'agenzia Ansa ha acquisito le ultime buste paga del presidente della Regione. Crocetta versa ogni mese 700 euro al suo partito, il Pd, prendendoli dalla sua indennità di parlamentare. Da deputato regionale, Crocetta inoltre rinuncia a 3.200 euro al mese per i portaborse, somma che gli altri parlamentari ricevono dall'Assemblea, fuori busta.

Più del governatore guadagna un parlamentare nazionale, che percepisce un minimo di 10.800 euro netti al mese: cifra che comprende l'indennità (5mila euro), la diaria (3.600 euro) e il 50% forfettario di 3.600 euro (il resto deve essere giustificato) come rimborso per l'esercizio del mandato. Più altre voci variabili per trasporti, viaggi e spese telefoniche.

Salgono a cinque i morti che avrebbero firmato le liste elettorali

La Stampa
beppe minello

È la lista ”Moderati in rivoluzione” di quel Ferdinando Berthier che è anche il certificatore delle firme farlocche della “Lista del Grillo”



Mentre i Grillini si recano alla procura della Repubblica per presentare un esposto contro la «Lista del Grillo» perché tra le firme comparirebbero anche i nomi di due defunti e un altro paio di sottoscrittori nega di aver mai firmato alcunché, spuntano altri tre defunti nella lista dei Moderati in rivoluzione, così sarebbero cinque i «morti» che hanno firmato le liste elettorali.

È la lista di quel Ferdinando Berthier che, guarda caso, è anche il certificato re delle firme farlo che della Lista del Grillo. A scoprirlo sono stati i «Moderati per Fassino» che avevano già contestato il simbolo del Mir ottenendo che venisse cambiato. Per precauzione gli uomini di Mimmo Portas e Carlotta Salerno hanno fatto un accesso agli atti scoprendo i tre defunti tra i sottoscrittori del Mir di Berthier che sostiene Roberto Rosso nella corsa alla poltrona di sindaco.

Intanto tra stamane e il primo pomeriggio si svolgono i sorteggi per indicare i 3744 scrutatori dei 919 seggi e dove è stata data la precedenza ai disoccupati. Alle 13 è previsto il sorteggio per determinare il posto di candidati e liste sulla scheda elettorale anche se resta l’incognita dei ricorsi al Tar che potrebbe determinare ulteriori modifiche al documento con il quale il 5 giugno entreremo nella cabina elettorale. 

Il mago delle liste taroccate che fa firmare anche i morti

La Stampa
giuseppe salvaggiulo

A Torino l’ultimo scandalo per Rabellino. Da 15 anni crea partiti fantasma e candida omonimi. Così dà stipendi a tutta la famiglia


Luciana Littizzetto
Nel 2010 firmò per una lista di Rabellino, convinta che fosse una petizione ambientalista


No Euro, Lista del Grillo, Lega Padania Piemont, Amici a 4 zampe, Precari Disoccupati Esodati, Difesa Automobilisti, Forza Toro: basterebbero i nomi delle liste con cui correrà alle elezioni di giugno, le carte d’identità associate a persone sbagliate, le firme di defunti o di viventi ignari di aver firmato. Ma cronaca e codice penale stanno ormai stretti a Renzo Rabellino, il più diabolico inventore di liste civetta, patacca, farlocche, taroccate, clonate, liste di morti e di omonimi, vere che sembrano finte e finte che potrebbero essere vere.

Arcitaliano navigatore del mare che bagna la cialtroneria aggravata dal genio, ha creato in 15 anni un’impresa familistica per campare di politica senza neanche farla. Sguardo vispo e favella rotonda, pizzo incolto e cravatta rossa, dopo il diploma linguistico e un paio d’anni di università Rabellino diventa consigliere regionale leghista nel 1990. Cacciato da Gipo Farassino che pure gli era stato testimone di nozze, applica alla politica il marketing da rappresentante di generi alimentari. Crea liste associate a istanze elementari (Immigrati Basta) o categorie (Commercianti Artigiani Uniti), fabbrica simboli e recluta candidati assonanti con quelli noti.

Primi esperimenti Lega per il Piemonte e Piemonte Nazione nel 1995. I 16.356 voti confermano la validità della teoria: nomi e simboli confondibili con quelli veri drenano decine di migliaia di voti senza fare un suo comizio. Per raccogliere le firme sulle liste gira mercati, sagre e stadi con banchetti che inneggiano a cause animaliste, ambientali, umanitarie. Firma contro vivisezione, canone Rai, strisce blu! Firma per ricostruire lo stadio del Grande Torino! Microscopiche righe in fondo citano le liste elettorali. I moduli si gonfiano, ci casca anche Luciana Littizzetto, avvicinata in tabaccheria con la scusa di una petizione contro un parcheggio sul Po.

Con questo sistema, Rabellino fa contemporaneamente il consigliere comunale in tre città - Osasco, Massello e Cissone - di due province diverse e raggranella gettoni di presenza anche nella quarta circoscrizione di Torino e nella Comunità Montana Val Chisone e Germanasca. Alle comunali del 2001 affina la dottrina. Rifiutato dal candidato sindaco di centrodestra Roberto Rosso, presenta una lista Rosso capeggiata da un omonimo scovato nell’elenco telefonico di Milano. L’omonimia vale 13 mila voti. Con il logo «No Euro» si lancia nel palcoscenico nazionale. Lo accantona nel 2008, quando coglie prima dei partitoni il fenomeno Grillo e si candida premier col simbolo «Grilli parlanti».

Capolista tal Grillo Giuseppe detto Beppe, seguito dal signor BArlusconi Pericle. Sul web si trova ancora una memorabile tribuna politica Rai, degna di Ionesco.

I rimborsi 
Il suo capolavoro sono le elezioni provinciali del 2009, quando raccoglie 38 mila voti e si fa eleggere solo con liste-clone: da Lega Padana a Lista Granata, da Verdi-Verdi a Grillo Parlante. Vive a Torino, ma partecipa alle elezioni a Sambuco, ultimo borgo piemontese prima del confine francese, dove nessuno vuole candidarsi.

Solo 5 abitanti su 99 vanno alle urne, ma tanto basta per farsi nominare vicesindaco e soprattutto prendere la residenza, totalizzando così il massimo rimborso chilometrico: 120 euro per ogni giorno di presenza in Provincia. Dove si autonomina capogruppo di se stesso, si divide tra cinque commissioni e non salta una seduta (e un gettone di presenza), «ma in cinque anni parla un paio di volte», ricorda un collega che chiede l’anonimato «non per paura, ma per pietà».

Altrettanto fanno la moglie Lucia e l’unico figlio Marco, residenti a Sambuco e consiglieri di circoscrizione a Torino. I colleghi calcolavano che insieme racimolassero 5-6 mila euro al mese tra rimborsi e compensi». In cinque anni solo dalla Provincia 120 mila euro; dalle circoscrizioni circa 60 mila. Rimborsi auto esentasse e gettoni di presenza tassati al 23%. Meglio di un paradiso fiscale.

L’apoteosi
Non c’è elezione in cui Rabellino non si sia sbizzarrito in omonimie e assonanze, arruolando carneadi come Franco Buttiglione (il centrodestra candidava il filosofo Rocco), Domenico Coppola (contro il berlusconiano Michele), Nadia Incoronata Cota, moglie di un bracciante arruolata a San Severo di Puglia per infastidire il leghista Roberto, supportata da liste tipo Giovani Under 30 e No Nucleare No Tav.

Apoteosi finita in una condanna a due anni e 10 mesi di carcere per firme false. Ci sarebbe anche l’interdizione dai pubblici uffici, ma solo dopo la sentenza definitiva. A sei anni dal reato siamo ancora a quella di primo grado, dunque in assenza di riprovazione morale lo show può continuare. Comunque vada questa puntata (i grillini veri si sono già rivolti a Tar e Procura), la premiata ditta Rabellino non chiuderà.

E forse il problema di questa storia che evoca Pirandello e Monicelli non è Rabellino in sé, ma il Rabellino che è in noi.

Riforme

La Stampa
jena@lastampa.it

Adesso ci toccherà cambiare nome al letto matrimoniale.

Un senso

La Stampa
massimo gramellini

Ci sono persone che abitano la vita fino a cent’anni senza lasciare tracce. E chi come Vinny Desautels di Roseville, California, in poco tempo ne ha lasciate già due, entrambe profondissime. La prima un paio di anni fa, quando Vinny ne aveva appena cinque e vide la madre parrucchiera preparare strane capigliature. Erano destinate ai bambini che avevano perso le loro per via di un tumore, gli spiegò. Vinny decise di contribuire alla causa e per due anni è cresciuto assieme ai suoi capelli e agli sfottò dei compagni. Finché a marzo si è seduto con molto orgoglio sulla poltrona della madre per farseli tagliare.

Mentre li chiudeva in una busta indirizzata all’associazione che segue i bambini sotto terapia, ha avvertito un prurito all’occhio. Sembrava un’allergia, era il primo sintomo di un rarissimo tumore alle ossa. Così il simbolo della solidarietà suprema è diventato quello della suprema ingiustizia, di una mancanza di senso che lascia ammutoliti.

La seconda traccia. Ora Vinny combatte per consegnarcene una terza. Quella di una vita che non si arrende ai suoi misteri e cerca, per quanto può, di ritardare il momento in cui ci capiremo forse qualcosa.

Se il candidato si racconta social, ma non lo è

La Stampa
nadia ferrigo

Niente programma, numeri sbagliati e link che non portano da nessuna parte: così il centro destra torinese si presenta alla corsa alle comunali



A Torino nessun politico della destra è riuscito a conquistare la poltrona di primo cittadino, ma questo può giustificare tanta sbadataggine nel presentarsi ai propri potenziali elettori? Per la destra torinese i candidati sono Osvaldo Napoli, Forza Italia, e Alberto Morano, Lega Nord e Fratelli d’Italia. Anche se non sono i favoriti, non fanno parte di una piccola lista civica. Eppure se un cittadino vuole sapere qualche cosa di più sul loro curriculum oppure seguirli nella campagna elettorale, si troverà davanti a un cortocircuito tra pagine che non si trovano e informazioni errate.

Almeno su Facebook, il candidato sindaco Morano si racconta assolutamente social, con una sfilza di icone: oltre a Whatsapp e Telegram ci sono anche Twitter e Instagram. Ma dal sito creato per il candidato, le icone portano solo a pagina non trovate: non solo non esiste nessun account Twitter né Instagram, ma nemmeno il numero di telefono del candidato esiste.

Per l’elettore determinato a comunicare con lui, si può tentare un altro passaggio: provare il secondo numero di telefono - si trova sul suo sito - e scrivergli. Noi abbiamo provato con una domanda: «Il candidato ha in programma un incontro nel mio quartiere, San Salvario?». Due ore dopo - e poco dopo la pubblicazione del nostro articolo - arriva la risposta: per ora nessun evento in programma, le date sono ancora da fissare. Si poteva anche capire dall’agenda, assolutamente deserta.



L’unico canale attivo? È You Tube.


Morano può almeno contare su un link che porta al suo programma, mentre senza gli articoli dei quotidiani sarebbe impossibile intuire che Osvaldo Napoli è un candidato sindaco. Facebook e Twitter ci sono, ma niente sito e di conseguenza niente programma: il dominio www.osvaldonapoli.it esiste, ma non riporta nemmeno la notizia della sua candidatura, con un look decisamente... Retrò, come si può vedere dalla data di creazione: dodici anni fa.

Promemoria per i bambini

Corriere della sera
di Pierluigi Battista

Adesso bisogna affrontare il nodo del diritto dei più piccoli ad avere una famiglia



L’Italia ha da ieri una buona legge che riconosce le unioni civili tra persone dello stesso sesso. È una legge moderata, equilibrata, che non dovrebbe offendere i sentimenti di nessuno, nemmeno dei cattolici che legittimamente vogliono difendere le forme cosiddette «tradizionali» del matrimonio, che infatti, come era noto malgrado le forzature propagandistiche, rimangono intatte. Come tutti i compromessi, offre lo spazio a qualche punto ambiguo e a qualche ipocrisia, ma il meglio è sempre nemico del bene. E il bene è che da ieri gli omosessuali italiani possono godere di un diritto oramai acquisito in quasi tutte le nazioni democratiche e libere.

Il Parlamento (non il governo, il Parlamento) ha espunto il capitolo controverso della stepchild adoption ed è stato saggio a non insistere su un tema controverso, un capitolo delicato che però da una parte e dall’altra è stato agitato come una clava per colpire e umiliare la parte avversa. Ora tuttavia bisogna mantenere una promessa: un appuntamento non rinviabile. E quindi non dare all’Italia l’immagine di una politica verbosa e poco credibile che prima si dice pensierosa della sorte di tanti bambini e poi non è capace di mettere a punto un sistema per le adozioni diverso da quello, asfissiante e ingeneroso, in vigore ancora oggi. Hanno detto, mentre ci si lacerava sulla stepchild adoption, che il diritto dei bambini a una famiglia, all’amore e alla cura debba essere considerato un diritto fondamentale, prioritario, non negoziabile.

Ecco, molti bambini che sono già nati, i bambini che affollano già nel mondo orfanotrofi tristi e lugubri, questi bambini di cui nessuno parla e che sono inchiodati a una condizione di solitudine, di abbandono, di disperazione, non hanno possibilità di godere dei diritti che alyrove sono esercitati con più generosità. Tra il luogo in cui già vivono e l’amore di chi potrebbe accoglierli in Italia corre ancora oggi un percorso follemente accidentato, pieno di lungaggini, di chiusure, di soprusi burocratici, di condizioni impossibili. I politici avevano promesso, nei mesi scorsi, di affrontare questo tema. A che punto sono, a che punto siamo? Chi sta frenando? Chi non si sta impegnando?

Nelle altre nazioni democratiche il tema delle adozioni è stato accompagnato da legislazioni avanzate, di buon senso, rispettose dei diritti di tutti. E in Italia? Bisogna forse aspettare quasi una trentina d’anni, lo stesso tempo, un tempo interminabile, assurdamente dilatato che ci è voluto per arrivare a una buona legge sulle unioni civili? E’ inutile girarci intorno, anche in questo caso si mettono in moto pregiudizi, veti, interdizioni, apriorismi ideologici. Dopo la legge sulle unioni civili è chiaro che non può non essere estesa la platea dei soggetti abilitati ad adottare bambini che già vivono in condizioni di desolazione e di abbandono.

Oltre agli ostacoli che dovrebbero essere rimossi per le coppie eterosessuali unite in matrimonio che ancor oggi affrontano l’adizione come un itinerario irto di ostacoli, una legge che allontanasse da sé il sospetto di discriminazioni e divieti pregiudiziali dovrebbe riconoscere il diritto delle coppie di fatto eterosessuali, tra l’altro sottoposte alla disciplina delle unioni civili votata ieri, ad adottare bambini, così come alle unioni di coppie dello stesso sesso e forse anche ai single, perché no. Tutti gli argomenti portati al rigetto della stepchild adoption per le unioni omosessuali non rientrerebbero in questa discussione.

Non si tratta di bambini procreati con tecniche che prevedono la gestazione da parte di una donna che poi dovrà consegnare il figlio appena partorito sulla base di una tariffa o di un accordo prestabiliti, ma di bambini che già sono al mondo, che già patiscono una condizione di solitudine, che già sono privi dei genitori, che già vorrebbero una famiglia come meta e approdo di una vita dimostratasi ingiusta e crudele. La politica italiana è obbligata a dare risposte tempestive a una problema gigantesco e che oggi colpevolmente è stati tenuto in secondo piano. Deve mantenere la promessa formulata nei mesi scorsi. E affrontare il tema delle adozioni con apertura mentale e conservando i diritti dei bambini come ragione prioritaria di una nuova legge.

11 maggio 2016 (modifica il 11 maggio 2016 | 21:59)

Morto dopo una cura trovata sul web, sanzionato il motore di ricerca cinese Baidu

La Stampa
cecilia attanasio ghezzi

Un utente si era sottoposto a una cura sperimentale contro la rara forma di cancro di cui soffriva



Baidu, il motore di ricerca dell’ex impero di mezzo fa un passo indietro a seguito dello studente morto di cancro per essersi fidato di una pubblicità a pagamento su una sua pagina. Il fondatore e amministratore delegato Robin Li ha dichiarato che l’azienda si carica della responsabilità di quella morte e che istituirà un fondo da circa 750 milioni di euro per compensare gli utenti ingannati dalle pubblicità a pagamento. Le autorità competenti hanno intimato al Google d’oriente (che copre l’80 per cento delle ricerche su internet in Cina) di ridurre a meno del 30 per cento le pubblicità in ogni pagina e di eliminare completamente le pubblicità a pagamento relative alla salute. «Se perdiamo la fiducia degli utenti – avrebbe affermato Robert Li – facciamo bancarotta in meno di 30 giorni».

Non è la prima volta che Baidu è stato accusato di anteporre i suoi guadagni alla salute dei cittadini. Il 30 per cento della sua raccolta pubblicitaria si basava su prodotti inerenti alla salute di cui la maggior parte erano affiliati a un gruppo di medici e imprenditori della provincia sudorientale del Fujian già noto per proporre ai pazienti dubbi e cari trattamenti per malattie veneree e problemi riproduttivi. «L’ossessione di dirigenti e impiegati per i Kpi (gli indicatori chiave di prestazione) ha distorto i nostri valori e ci ha allontanato dagli utenti» ha detto sempre Li. «Queste misure possono essere negative per gli utili, ma siamo pronti a fare sacrifici perché crediao che sia la cosa giusta da fare». Gli analisti stanno già rivedendo al ribasso le stime per il secondo trimestre 2016 che fino al mese scorso era stimato tra i 2,71 e i 2,77 miliardi di euro.

Gran Bretagna, arriva il tramezzino alla lasagna: ecco l'ultimo schiaffo alla cucina italiana

Il Messaggero



Il tramezzino sbarca in Inghilterra. E lo fa con un "relooking" britannico che lascia abbastanza perplessi (per non dire altro) tutti gli italiani in trasferta: è di Tesco, infatti, il nuovo tramezzino "Lasagne", con all'interno ragù e besciamella. Un prodotto, definito "italiano", disponibile nei supermercati della catena per tutti i cittadini inglesi totalmente all'oscuro del fatto che uno "spuntino" del genere, in Italia, non si è mai visto. Non solo: forse per invogliare di più la clientela, la leccornia viene prodotta in "Edizione limitata". Per fortuna, verrebbe da dire.  

L’imbarazzante pubblicità del gioco d’azzardo

Corriere della sera
di Beppe Severgnini

In Italia, che io sappia, è vietato pubblicizzare armi, pornografia. Nessun problema, invece, per le scommesse. È possibile?



Domanda semplice. Perché è permessa la pubblicità del gioco d’azzardo? Sono un abbonato Sky Calcio, soddisfatto e fedele: ma qualcuno deve spiegarmi perché, dopo aver sottoscritto un sostanzioso abbonamento, devo beccarmi pubblicità e telepromozioni di puntate e scommesse. Mi sembra che perfino i colleghi sportivi si trovino in imbarazzo quando devono annunciare «Chi segnerà il prossimo gol? Le quote dicono…». Qualcuno dirà: lei sta scherzando? Perché le televisioni, i giornali e i media in genere dovrebbero lasciare una fonte di reddito, in questi tempi magri?

Perché lo Stato dovrebbe rinunciare ai relativi vantaggi fiscali? Risposta: perché, in un Paese civile, la legge non può vietare tutte le cose nocive; ma almeno può evitare di favorirle. Uno Stato pedagogico è inopportuno (per capirlo, basta guardare la faccia di alcuni eventuali pedagoghi). Ma qualche regola, le democrazie, se la impongono. In Olanda, dove il consumo di cannabis è stato depenalizzato, è vietata la pubblicità degli stupefacenti. In Italia, che io sappia, è vietato pubblicizzare armi, pornografia e superalcolici. La pubblicità delle scommesse, invece, è libera. «Coraggio, rovinatevi! È bellissimo».

La pubblicità del gioco d’azzardo è pericolosa perché rende fascinoso ciò che è pericoloso. La ludopatie sono sempre più frequenti: soprattutto tra i ragazzi, i disoccupati, gli anziani. Non leggete le statistiche. Andate in un bar a metà pomeriggio. È chiaro: le multinazionali del gioco puntano sulle fasce deboli (come l’industria del tabacco). E lo Stato lascia fare? Prende quattro soldi dai giocatori e ne spende otto per curarli quando sono dipendenti? Qual è la logica?

Autorità varie volteggiano intorno ai bar d’Italia, impedendo ai pensionati di giocarsi il bianchino a carte. E lo Stato autorizza altre 40mila slot-machine grazie al solito emendamento? E permette d’invadere gli schermi d’Italia di amici felici di scommettere online? Qualcuno dirà: cosa possiamo fare? Magari protestare. O almeno ricordare. I nomi noti che accettano di diventare testimoni pubblicitari di gioco e scommesse, per esempio.

11 maggio 2016 (modifica il 11 maggio 2016 | 22:03)

Il cane che non può camminare attraversa gli Stati Uniti

La Stampa
giulia merlo



Lui è un Pit Bull di otto anni. Si chiama Mel ed è nato con una brutta malattia neurologica, che per fortuna non gli crea dolori ma ha conseguenze sul suo equilibrio, rendendogli difficilissimo camminare. 



«Quando siamo andati al canile per scegliere un cucciolo, non avevamo in mente di adottare Mel. Poi lui è venuto, mi ha posato il muso su una gamba ed è stato subito amore»; ha raccontato il suo padrone Tom. La malattia gli è stata diagnosticata poche settimane dopo l’adozione, perché Tom ha notato che Mel faceva fatica a muoversi.



Nonostante la malattia, Tom non si è perso d’animo e ha regalato al suo cane quella che sarebbe diventata la sua ancora di salvezza: una speciale sedia a rotelle per animali. Grazie a questo attrezzo, Mel è in grado di spostarsi senza problemi. Anche se all’inizio era un po’ diffidente, ora ha imparato a muoversi grazie al bilanciamento delle due ruote e nessuno lo ferma più. Anzi, durante le escursioni fa sempre da apripista e corre anche più veloce del suo padrone.



Tom è un fotografo professionista e porta con sì Mel in tutte le sue escursioni: anche se i due vivono a New York, questo Pit Bull speciale è già stato in Colorado, Connecticut, Florida e in tutti gli stati confinanti per raggiungere le mete di questi viaggi.



«Fango, pietre, ciottoli: nessuna superficie è scampata alle rotelle di Mel», racconta divertito il suo padrone. «Non c’è un luogo che non ha conquistato o dove ha deciso di non avventurarsi».

WhatsApp arriva su pc e Mac, ecco come scaricarlo e attivarlo

La Stampa
andrea nepori

La nota applicazione di messaggistica di proprietà di Facebook ha finalmente reso disponibile l’applicazione per PC e Mac. Ma per utilizzarla è comunque necessario tenere lo smartphone a portata di mano



Le indiscrezioni dei giorni scorsi si sono rivelate esatte: Whatsapp ha ufficializzato il lancio di due nuove applicazioni che permettono di utilizzare il servizio su Mac e PC. Manca, ad oggi, una versione per Linux. L’applicazione, come ipotizzato, è un contenitore per la versione Web di Whatsapp, che gli utenti di tutte le piattaforme possono continuare ad utilizzare liberamente dal browser. Anche la tecnologia utilizzata per l’autenticazione è la stessa di Whatsapp Web.

Al primo avvio l’applicazione per Mac o PC mostra una schermata con un QR Code che deve essere fotografato con lo smartphone per collegare in maniera permanente i dispositivi. Su iPhone bisogna aprire le impostazioni, poi il menu “Whatsapp Web” e infine fare tap sulla voce “Scannerizza il codice QR”. Su Android la stessa funzione si trova sotto la voce “Whatsapp Web” nel menu principale raggiungibile dalla schermata della Chat. Per tutti gli altri smartphone il programma indica come attivare il QR code nella schermata di avvio.

Il programma nativo per PC e Mac è dunque una semplice estensione dello smartphone, che resta il centro nevralgico del sistema di messaggistica e deve sempre essere connesso alla rete perché la versione desktop di Whatsapp possa funzionare. Gli utenti che speravano in un’applicazione nativa alla Telegram, che permette di accedere al servizio confermando il numero di cellulare direttamente dall’app per PC o Mac, rimarranno delusi.

Non è ben chiaro se alla base di questa scelta ci siano ragioni tecniche (come ad esempio le modalità di salvataggio dei messaggi, che vengono eliminati dai server del servizio dopo la consegna) oppure strategiche, legate alla volontà di evitare una concorrenza frontale con Facebook Messenger.
In ogni caso Whatsapp per PC e Mac offre almeno due vantaggi rispetto alla versione Web: la compatibilità con le notifiche desktop native e la possibilità di utilizzare le scorciatoie da tastiera del sistema. 

Whatsapp per computer si può scaricare gratuitamente dalla sezione Download del sito ufficiale

Instagram si fa bella: nuova icona e interfaccia

La Stampa
andrea cominetti

È l’ultimo tassello di un’evoluzione cominciata con l’annuncio dell’introduzione di un algoritmo che la renderà più simile a Facebook

Instagram si fa bella, come una qualsiasi donna vanitosa. E, a cinque anni dalla sua fondazione, sfoggia un look tutto nuovo. Sia per l’icona dell’applicazione sia per le altre app creative (Layout, Boomerang e Hyperlapse). Che va di pari passo con un cambio anche nell’interfaccia utente, caratterizzato da un design più semplice ed essenziale, in grado di far risaltare ancora di più le foto e i video degli utenti.

È un altro capitolo per la storia del social network - sviluppato da Kevin Systrom nel 2010 e acquistato da Mark Zuckerberg nel 2012 - che rivendica la sua nuova identità con un cambio di grafica totale. Al centro, un arcobaleno di colori che serve a «dare più calore ed energia» mantenendo «l’anima dell’icona della nostra applicazione».

Nata come un luogo dove modificare e condividere con facilità e immediatezza le immagini, Instagram - nel corso degli anni - si è trasformata in una comunità in cui le persone raccontano storie, condividendo foto e video, e si connettono tra di loro. Ed è stato proprio questo cambio di rotta a convincere la società di Menlo Park a creare qualcosa che rispecchiasse la vivacità e l’eterogeneità delle esperienze raccontate.

È l’ultimo tassello di un’evoluzione cominciata con l’annuncio dell’introduzione di un algoritmo che aveva il compito di regolare il feed del social. Per cui l’ordine delle fotografie smetteva di essere «puramente cronologico» e si diversificava - come avviene per i post di Facebook - in base a una specifica rilevanza decisa - di volta in volta - dallo strumento informatico. 

PROVATO PER VOI
La cosa più difficile è riconoscerla. Abituati da sempre al beige e al marrone del logo precedente, di fronte a questi rossi, questi gialli e questi viola potreste aver bisogno di qualche secondo per capire che si tratta della stessa applicazione. Per il resto, non cambia quasi niente. Muta la forma di Instagram, ma non la sua sostanza. Ci sono ancora i filtri, gli hashtag e le persone da taggare. Senza dimenticare la luminosità, il contrasto e la saturazione del colore. Nonostante tutto vi sembrerà comunque di essere «a casa». 

Olio di palma: scopriamo se e quanto è davvero pericoloso

La Stampa
laura preite

L’Italia è uno dei mercati più importanti per le merendine (che contengono quasi sempre l’ingrediente «sotto indagine») . Il nostro Istituto della Sanità ha stabilito che il rischio per la nostra salute è pari ad altri alimenti che contengono grassi saturi: carni, latticini e uova



Del tutto assente dalle etichette rientrava tra gli olii vegetali. Cambiata la legge europea sull’etichettatura a fine 2014 abbiamo incominciato a conoscerlo e ad averne paura. L’olio di palma ha invaso le nostre tavole senza che ce ne accorgessimo. Maggiormente esposti sono i bambini: l’olio infatti - prodotto da un tipo di palma coltivata in sud est asiatico - è contenuto in biscotti, dolci, merendine, gelati industriali, cioccolato al latte, creme spalmabili, crackers, patatine, latte in polvere. 

Difficile che in una giornata non se ne assuma almeno un po’. Così sono arrivate le preoccupazioni per l’ambiente - deforestazione - e per la salute. L’olio di palma fa male? È la domanda a cui sono stati chiamati a rispondere in questi mesi l’industria alimentare e le autorità sanitarie da una campagna partita dal basso, dai consumatori.L’Istituto superiore di sanità a febbraio ha concluso che l’olio di palma rappresenta un rischio per la salute al pari di altri alimenti che contengono grassi saturi: carni, latticini e uova. Il consumo quindi doveva essere limitato per evitare malattie cardiovascolari. 

Alcuni devono stare particolarmente attenti: bambini, anziani, dislipidemici, obesi, pazienti con pregressi eventi cardiovascolari, ipertesi. Secondo stime dell’ISS (su dati del 2005-2006, gli ultimi disponibili) assumiamo 27 grammi al giorno di grassi saturi, con un contributo dell’olio di palma stimato tra i 2,5 e i 4,7 grammi. Nei bambini di età 3-10 anni, le stime indicano un consumo di acidi grassi saturi tra i 24 e 27 grammi al giorno, con un contributo di saturi da olio di palma tra i 4,4 e i 7,7 grammi. Siamo sopra a quanto raccomandato, continua l’Iss.

Quando le polemiche sembrano rientrare e contemporaneamente a una campagna pubblicitaria promossa dalle aziende alimentari che lodando le qualità dell’olio e la sua salubrità, l’Istituto nazionale olandese per la salute e l’ambiente (NIPH) pubblica uno studio sull’esposizione a un composto che si forma nei processi di lavorazione di alcuni olii, tra cui quello di palma, il 3-monocloropropandiolo (3-MCPD). Lo studio è ripreso dall’Efsa, l’agenzia per la sicurezza alimentare europea che commissiona un altro studio e in una nota del 3 maggio conferma i rischi, in particolare per i bambini. 

«Lo studio dell’Efsa ha evidenziato che nel processo di raffinazione dell’olio di palma a temperatura elevata si forma una reazione tra composti con cloro e gli acidi grassi. Sono tre composti, glicidiolo, 3-monocloropropandiolo (3- MCPD) e 2-monocloropropandiolo (2-MCPD), il primo classificato come probabile cancerogeno e gli altri due nefrotossici cioè dannosi per i reni» spiega Enzo Spisni ricercatore del dipartimento di scienze biologiche dell’Università di Bologna e membro del comitato scientifico del Master in alimentazione ed educazione alla salute. 

«Questi composti che si formano ad alte temperature - continua - erano noti da tempo ma si pensava che nei moderni processi di raffinazione non ce ne fossero così tanti e invece gli olandesi che sono andati a misurare il 3-MCPD ne hanno trovato livelli alti, soprattutto nell’olio del palma perché in natura ha più composti a base di cloro e di conseguenza forma più composti tossici».

Il rapporto olandese conclude che il 18% dei bambini dai 2 ai 6 anni eccedono la dose giornaliera tollerata per i 3-MCPD di 0,8 microgrammi per chilo+. Fino ad arrivare al 35% dei bambini di sette anni, per poi diminuire a meno del 5% nei ragazzi di 17. «Con il consumo attuale le quantità di questi composti potrebbero superare le soglie indicate da Efsa per la sicurezza alimentare - dice Spisni - a rischio sono soprattutto i bambini per via del loro ridotto peso».

Infatti un grammo al giorno per un bambino che pesa 20 chili ha un effetto diverso su un adulto. L’Italia è uno dei mercati più importanti per le merendine (qui se ne producono e vendono tante) e l’olio di palma negli ultimi anni ha invaso le nostre tavole. Non irrancidisce, rende i prodotti croccanti e costa poco così ha sostituito olio di girasole, mais, o soia: «Calcolando sul numero delle importazione che avvengono nel nostro paese si stima un consumo a testa di 12 grammi di olio di palma, mentre dovremmo tenerci su 1-2 grammi - continua il ricercatore-.

Se mangiamo tre biscotti a colazione in media di 10 grammi l’uno raggiungiamo già la dose consigliata. Vuol dire che durante la giornata non dobbiamo mangiare né merendine, né gelati, né snack salati, o cioccolato al latte, difficile che questo avvenga. Non dobbiamo fare allarmismi ma servirebbe un maggior investimento delle aziende alimentari in ricerca magari indipendente e meno in proclami» conclude Spisni. 

@laurapreite

La storia del vero Capitan Findus: "Dalla tv alla miseria e la mia casa è stata occupata"

repubblica.it
di ALBERTO MARZOCCHI

La storia del vero Capitan Findus "Io passato dalla tv alla miseria"   di ALBERTO MARZOCCHI

In testa porta il berretto che lo ha reso celebre al pubblico negli anni '80. La stretta di mano è decisamente vigorosa per uno che ad agosto compirà 81 anni. Giovanni Cattaneo, che ha impersonato il Capitan Findus nello spot dei bastoncini di pesce, si fa chiamare così ancora oggi. "Ma non sono più quello di una volta, mi hanno truffato e qualche mese fa il mio appartamento è stato occupato da una famiglia di rom". Cattaneo, ora, è ospite all'Istituto geriatrico Golgi-Redaelli di Milano

Brescello sciolto per mafia, la dinastia di sinistra dei Coffrini e il condizionamento del clan delle “persone perbene”

ilfattoquotidiano.it
di David Marceddu | 20 aprile 2016

Il paese di Peppone e Don Camillo è stato amministrato dal 1985 da Ermes (Pci) e poi dal figlio Marcello (prima assessore all'Urbanistica e poi primo cittadino). Negli anni tanti gli episodi controversi che hanno caratterizzato la cittadina emiliana: nel 1992 uno dei rari omicidi di 'ndrangheta, nel 2003 l'intervista del sindaco "padre" che difende Grande Aracri ("Qui si è comportato bene") e nel 2014 quella del sindaco "figlio" che dice il boss "è educato". Il Pd ne ha chiesto le dimissioni solo nel 2016

Brescello sciolto per mafia, la dinastia di sinistra dei Coffrini e il condizionamento del clan delle “persone perbene”

Hanno amministrato Brescello per 30 anni i Coffrini. Ma ora lo scioglimento per infiltrazioni mafiose del loro comune chiama in causa le loro scelte amministrative: in attesa di capire che cosa dice la relazione segretata che ha portato alla scelta del consiglio dei ministri, il governo parla in un comunicato di “accertate forme di condizionamento della vita amministrativa da parte della criminalità organizzata”. “Ho la coscienza a posto, sono sicuro del mio operato e di quello di mio padre Ermes”, spiega Marcello Coffrini, sindaco fino a pochi mesi fa.

I due ex primi cittadini non risulta che siano mai stati indagati in inchieste penali, eppure, già da tempo, erano finiti al centro di polemiche politiche per i loro giudizi espressi pubblicamente su Francesco Grande Aracri di Cutro. Per intendersi, Nicolino, il più famoso dei fratelli Grande Aracri, è considerato punto di riferimento della ‘ndrina reggiana sgominata dall’inchiesta Aemilia della Dda di Bologna.

Ma torniamo a Brescello, paese di 5mila anime in cui nel 1992 si verifica uno dei rari omicidi di ‘ndrangheta in terra emiliana: quello di Giuseppe Ruggiero, freddato in una guerra tra cosche. Era invece il 1985 quando Ermes, avvocato amministrativista di fama, diventa primo cittadino per il Partito comunista italiano: in pratica un erede ideale del Peppone di Guareschi che da queste parti si scontrava con Don Camillo.

Cade il muro di Berlino, sparisce la falce e il martello, inizia la seconda repubblica, ma Ermes rimane al suo posto sino al 2004, quando lascia il testimone a Giuseppe Vezzani, sempre in quota Pd. Ma la dinastia non è conclusa: Marcello, figlio di Ermes, anche lui avvocato, diventa assessore all’urbanistica, posto chiave in qualunque giunta. E rimane lì per 10 anni durante i quali, secondo quanto trapela dalla relazione che ha portato allo scioglimento, alcune scelte urbanistiche avrebbero in qualche modo favorito uomini vicini proprio ai Grande Aracri.

Nel 2014 infine diventa sindaco lui stesso, 10 anni dopo suo padre: ma per Marcello sarà una esperienza breve. A settembre dello stesso anno arriva la vicenda dell’intervista su Francesco Grande Aracri, anche lui condannato per mafia e da tempo residente a Brescello, e i riflettori della stampa si accendono sul paese. E il destino politico di Marcello è segnato.

La figura di Francesco Grande Aracri torna alla ribalta diverse volte nei 30 anni della dinastia Coffrini. In una intervista del 2003 il sindaco Ermes parla di Grande Aracri, che allora era già stato arrestato, ma ancora non era stato condannato per mafia: “A noi non risulta nulla, qui si è sempre comportato bene, ha fatto anche dei lavori in casa mia e si è visto assegnare dei lavori dal Comune”. In quello stesso anno, un barista brescellese racconta di essere stato minacciato da persone che gli chiedevano il pizzo.Immediatamente appende un cartello con scritto “Chiuso per mafia” e abbassa le serrande.

Ermes reagisce preannunciando cause legali per tutelare il nome di Brescello e la revoca della licenza al barista. Poi assicura: di organizzazioni criminali “non risulta il radicamento nei nostri territori”. Ma c’è di più. Pochi giorni prima della notizia dello scioglimento, era venuto anche a galla che nel lontano 2002 (e sino al 2006) Francesco Grande Aracri e diversi suoi fratelli (ma non Nicolino) erano stati difesi davanti al Tar di Catanzaro proprio da Ermes Coffrini. “Se viene un signore e ha bisogno non gli chiedo un certificato penale o attinenze con la sua moralità. Io tutelo un diritto particolare. Altrimenti qui un avvocato non deve più tutelare un eventuale mafioso o un medico curarlo?”, ha spiegato Ermes Coffrini alla Gazzetta di Reggio.

E il Partito democratico dov’era? A settembre 2014, come detto, scoppia la bufera su Marcello Coffrini che durante una intervista alla web tv Cortocircuito aveva definito Francesco Grande Aracri uno “molto composto, educato, che ha sempre vissuto a basso livello”. Il Pd non ne chiede le dimissioni. Convoca Marcello Coffrini a un incontro di sindaci, lo sgrida, ma lo lascia al suo posto. Motivo? Coffrini non risultava, a detta dell’assemblea dei sindaci, un iscritto al partito. Un anno e mezzo dopo ci vorrà Beppe Grillo per ritirare fuori il caso: stretto dalle polemiche sulla vicenda della sindaca di Quarto, il fondatore dei 5 stelle ricorda al Pd la vicenda di Brescello.

Solo allora, e siamo a gennaio 2016, il Partito democratico – che non aveva messo in discussione Coffrini neanche al momento in cui il prefetto aveva mandato una commissione d’accesso per valutare lo scioglimento – decide di darsi una mossa e impone ai consiglieri comunali iscritti di togliere la fiducia al sindaco. Non tutti obbediranno, ma a quel punto Coffrini alza bandiera bianca autonomamente e si dimette. “Non ho timori, le mie dimissioni sono tutto tranne una fuga. Non ho nessuna responsabilità di tipo penale”, spiegherà l’ormai ex sindaco.

Giunta assoggettata, voto ostacolato’ Così la ‘ndrangheta mise ko Brescello

Corriere della sera

di Alessandro Fulloni

Pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale la relazione del Viminale sullo scioglimento del comune nel Reggiano: venti pagine ( e moltissimi omissis riguardanti indagini ancora in corso) che «fotografano» un’amministrazione completamente asservita ai clan. La corsa podistica finanziata da una ditta con l’interdizione antimafia

Mario Cervi e Fernandel sul set di Brescello
Mario Cervi e Fernandel sul set di Brescello

A guardarla più da vicino, e leggendola sugli atti ufficiali, questa è una storia che non c’entra niente con il «comincio» di uno dei tanti libri di Giovannino Guareschi: «C’era una volta un paesino chiamato Brescello...». No, qui entrano in ballo la ‘ndrangheta e una cosca, quella dei Grande Aracri, che spadroneggia in certe pianure a cavallo del Po. Non mancano altre parole: minacce, violenza, paura. Sullo sfondo c’è anche ciò che non viene mai pronunciato: omertà. Il borgo nel Reggiano che fu set dei film di don Camillo e Peppone il 16 aprile è stato sciolto dal Consiglio dei ministri, su richiesta del Viminale.

Martedì la Gazzetta Ufficiale ha pubblicato il decreto, firmato dal ministro Alfano, del «tutti a casa»: allegato c’è un testo pesantissimo (redatto dal prefetto di Reggio Raffaelle Ruberto), circa 40 pagine zeppe di omissis - ci sono indagini ancora in corso - che delineano un quadro sconcertante. Lavori pubblici e commesse affidati a ditte vicine ai clan. Assunzioni di soggetti vicini alla ‘ndrangheta. Il tutto di fronte a una giunta «inerte» nel migliore dei casi: ma poi «acquiescente». E infine «assoggettata».

Eloquente quel che due anni fa disse il sindaco Marcello Coffrini, a capo di una lista civica al cui interno c’era anche il Pd, su Francesco Grande Aracri, condannato per ‘ndrangheta nel 2008, residente nel paese e soprattutto fratello di Nicolino, dagli inquirenti considerato il boss della cosca di Cutro che controlla la Bassa tra Emilia e Lombardia: «È gentilissimo, educato... hanno un’azienda, mi fa piacere che siano riusciti a ripartire». Parole che, dopo l’inevitabile putiferio provocato, diedero il via all’ispezione antimafia del Viminale. Prima però ci fu una specie di sollevazione cittadina contro le accuse di contiguità alle cosche che cominciavano a comparire sui giornali.
Il sostegno al sindaco e la firme dei clan
La relazione ricostruisce così quella manifestazione in sostegno di Coffrini: vi parteciparono «anche esponenti della locale cosca, che hanno attivamente assicurato il proprio sostegno all’amministratore». Ci fu pure «una raccolta di firme, molte delle quali appartenenti a soggetti vicini o contigui alla consorteria». Nel dossier si racconta anche della sponsorizzazione di una gara podistica assai celebre nella Bassa, la «Camminata Peppone e don Camillo». Edizione del 22 agosto 2015. Corsa competitiva di 9 chilometri.

A organizzarla è la Pro Loco, con il patrocinio del comune. Tra chi sostiene gli oneri dell’organizzazione - scrivono gli «007» dell’Interno - compare anche, nella lunga fila di sponsor e ringraziamenti, una ditta raggiunta da un’interdittiva antimafia. Non potrebbe lavorare. Ma da queste parti ottiene invece diverse commesse, grazie anche alla vicinanza di un consigliere comunale che ne magnifica «generosità» e «disponibilità» per aver sponsorizzato - in base «un’iniziativa del tutto personale e privata», sistemando piantine sempreverdi - la rotonda che sta all’imbocco di Brescello, «il biglietto da visita offerto ai turisti che vengono a vedere i posti dei film».
«Mondo Piccolo» e ‘ndrangheta
In questo scenario assai lontano dal «Mondo Piccolo» descritto nella serie cinematografica diretta da Luigi Comencini - le sfide in bici tra il parroco e il sindaco, i carrarmati dei partigiani nascosti nei fienili, Lenin e le chiacchierate con il Crocifisso - ora è «palese la presenza sul territorio comunale di una cosca della ‘ndrangheta interessata a infiltrarsi nel tessuto economico-sociale anche attraverso l’opera di imprenditori collusi che hanno favorito il riciclaggio di denaro proveniente da attività criminali».

Il dossier snocciola qualche cifra: Brescello ha 5.500 abitanti, 1.700 originari della Calabria. Poi i fatti. Minacce a chi denuncia la presenza dei clan. Il libero voto «ostacolato» se non «impedito». «Non si sa con precisione a cosa sia dovuto» ma qui c’è un «clima complessivamente non scevro da strisciante timore e in certi casi addirittura di chiusura e sospetto, in stridente contrasto con il carattere generalmente aperto e dialogante dei reggiani».
L’avvocato Ermes Coffrini
Il paese di don Camillo è dunque crollato così, asservendosi lentamente al clan dei Grande Aracri, incuneatosi qui, sulle sponde del Po, da anni. Dapprima lentamente, con «comportamenti solo apparentemente innocui, allo scopo di evitare reazioni di allarme sociale che si sarebbero potute prefigurare in presenza di episodi violenti». Poi in maniera sempre più sfacciata. Varianti urbanistiche a rischio di infiltrazioni, assegnazioni di immobili demaniali senza graduatoria e incarichi in comune a gente vicina alla cosca di Cutro. Sotto tiro non c’è solo Coffrini, ma anche suo padre, Ermes, avvocato come il figlio e sindaco del borgo per molti anni, quando ancora c’era il Pci.

La relazione racconta che Coffrini senior, «nel periodo in cui era a capo dell’amministrazione, affidò i lavori di ristrutturazione della propria abitazione a Grande Aracri». Stesso comportamento contestato peraltro a Coffrini junior, stavolta nelle vesti di assessore all’urbanistica quando il primo cittadino era proprio papà: siamo tra il 2012 e il 2014. E Grande Aracri ristruttura anche casa sua chiamando al lavoro una ditta che tra l’altro era stata «interdetta». Per gli 007 del Viminale è un «esempio di incapacità degli amministratori comunali di segnare il distacco» da un «contesto ambientale» viziato dalla presenza delle cosche. Anche perché «non è concepibile che un avvocato, assessore all’Urbanistica di un comune di appena 5.500 abitanti, non sia al corrente delle contiguità di una ditta locale».
«Non intendo dire nulla»
Ma che ambiente incontreranno a Brescello i viceprefetti Michele Formiglio, Antonio Oriolo e la dirigente Luciana Lucianò chiamati ad amministrare per 18 mesi il municipio, sino a che non ci saranno nuove elezioni? «Ancora oggi, e questo è il dato preoccupante - sono le parole sulla Gazzetta Ufficiale - anche i dipendenti comunali che hanno interagito con la commissione o i tecnici interpellati ai quali è stato chiesto se in comune aleggiasse la percezione di un potenziale pericolo, rappresentato dalla mafia o dalla presenza di soggetti incriminati per associazione a delinquere, hanno tutti in linea di massima affermato di non aver avvertito l’esigenza di cautelarsi».

E ancora. «Emblematico l’atteggiamento del personale, apparso ancorato a quella che sembra essere una posizione di inconsapevolezza, in taluni casi mista a timore, verso l’argomento criminalità organizzata». Ascoltato dagli 007, un impiegato ha tagliato corto: «No comment. Non intendo essere implicato in queste cose. Non intendo dire nulla».

11 maggio 2016 (modifica il 12 maggio 2016 | 01:31)