lunedì 9 maggio 2016

Oggi come 38 anni fa: Peppino Impastato

ilfattoquotidiano
Tommaso Bianchi

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Parlare, lottare, condividere, dire “io non ci sto”, sono comportamenti che disturbano e indeboliscono le organizzazioni criminali. Per questo a Cinisi non poteva perdurare la voglia di cambiare e la sfrontatezza di Giuseppe Impastato, che con la sua Radio Act voleva rompere il silenzio di “mafiopoli”. Voleva urlare a tutti che la Mafia non gli faceva paura, che la mafia era Merda! Voleva che i suoi compaesani si ribellassero con lui, alzassero la voce e la testa!

L’esempio di Peppino Impastato ci regala ancora oggi, 9 maggio 2016, la stessa rabbia e la stessa voglia di essere dalla sua parte, di pensare che ognuno di noi possa alzarsi dalla sedia davanti al computer e fare davvero qualcosa di importante! Parlare, lottare, condividere..la mafia ha paura di tutto questo, la mafia ha paura della libertà! Oggi come 38 anni fa: Peppino è vivo e lotta insieme a noi!

Perché non vi faranno vedere questa foto

Matteo Carnieletto

Gli occhi della guerra
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Il velo nero che le copriva il volto è diventato un velo di morte. La testa è inclinata indietro e una riga di sangue le cola sulla fronte bianca e le tinge le labbra di rosso. Le sopracciglia sono curate, un piccolo vezzo in una città – Aleppo – martoriata dalle bombe. I suoi vestiti sono stati lacerati dal colpo dei razzi dei ribelli moderati sostenuti anche dall’Occidente e che hanno imbarazzato non poco il segretario di Stato americano John Kerry.

Non sappiamo chi sia la donna ritratta dalla foto diffusa da Sana e ripresada LaPresse. Sappiamo solo che si trovava nel reparto di neonatologia di Al Dbait, colpito dalle forze ribelli il 3 maggio scorso. Il numero dei morti non è ancora stato definito. Quattordici, si dice. Ma forse sono molti di più. Non ci stupiamo. È la guerra. La guerra che miete morti sia dall’una che dall’altra parte. La guerra che tutto annienta e che tutto riduce in polvere. La guerra che ammazza “l’ultimo pediatra di Aleppo” e le mamme che vivono nei quartieri lealisti.

Ci stupisce solo una cosa: che questa foto non la si vedrà sulle prime pagine dei giornali. Nessuno parlerà di questa donna: si trovava dal lato sbagliato della barricata. Si trovava ad Aleppo, sì: ma non dal lato dei ribelli. Si trovava nei quartieri ancora in mano al regime, ma forse di Bashar Al Assad non gliene fregava niente. Chi può dirlo. Non può più parlare. Si trovava nel lato sbagliato. Quello sgradito all’Occidente. E per questo i media non ve la faranno vedere.

Capretto sgozzato in strada: assolti due rom musulmani

La Stampa
matteo indice

Per i giudici il rito religioso prevale sulla crudeltà verso gli animali



L’animale era stato sgozzato e appeso a testa in giù e lasciato morire dissanguato

C’è un limite alla pena che si può infliggere anche agli animali in nome della religione? A leggere una sentenza della Corte d’Appello di Genova parrebbe di no, prevale sempre la fede. Perciò sono stati assolti due rom che avevano massacrato un capretto, macellandolo con rito islamico senza autorizzazioni.

La procedura sarebbe consentita dalla legge rispettando certi paletti; ma le sevizie inferte erano state così brutali che in primo grado li avevano condannati, finché altri magistrati non hanno ritenuto «prevalente» la spiritualità degli umani sul dolore delle bestie. Non solo: i medesimi giudici, nel decretare l’assoluzione, hanno ribadito che la legge non tutela l’animale in sé, ma semmai il sentimento di pietà degli uomini nei suoi confronti. E quindi se quest’ultimo non viene intaccato, si ha in buona sostanza carta bianca.

Il capretto era stato sgozzato in mezzo alla strada, appeso a testa in giù e lasciato morire dissanguato. E aldilà della pena scattata dopo il primo processo, una sanzione da quattro e seimila euro per due nomadi accampati con le proprie famiglie in Valbisagno, eloquente era stato il reato che il tribunale aveva deciso di contestare a F. C. e M.C., ovvero il maltrattamento di animali che ha come dirimente quella di «sottoporlo a sevizie per crudeltà e senza necessità». A distanza d’un paio d’anni il verdetto è stato ribaltato e da poco la sentenza è passata in giudicato: magari non avrà lo stesso peso d’una Cassazione, ma rappresenta a suo modo un precedente. 

«L’ipotesi di crudeltà verso gli animali - scrive quindi il giudice Mauro Amisano - presuppone concettualmente l’assenza di qualsiasi giustificabile motivo, poiché la crudeltà è di per sé caratterizzata dalla mancanza di un motivo adeguato e da una spinta abietta e futile». Però: «Una pratica come il sacrificio rituale musulmano, che è di per sé crudele se parametrata alla sofferenza inflitta, non può essere considerata illecita poiché esplicitamente ammessa per il rispetto dell’altrui libertà religiosa, e quindi non lesiva del comune sentimento di pietà».

Soprattutto: «Il limite allo svolgimento di queste pratiche è quello della necessità, nel senso che la macellazione senza stordimento preventivo della vittima è consentita solo ed esclusivamente nel contesto d’un rito religioso, com’è avvenuto nella fattispecie». Il problema è che c’è modo e modo di farlo. E le guardie zoofile che sulle prime avevano denunciato i due rom, insistevano proprio sull’eccesso di sevizie, avendo assistito a loro dire a una scena raccapricciante.

Non solo: è notizia degli ultimi mesi un esposto in grande stile presentato dalla Lav (Lega antivivisezione) alla Procura di Varese su situazioni analoghe registrate in macellerie caserecce messe su a Busto Arsizio, mentre la Regione Liguria ha approvato un mese fa la mozione d’una consigliera leghista che vorrebbe obbligare all’anestesia degli animali prima del rito islamico. Come dire che se ne parla parecchio, e ora un altro tassello pesante lo mettono le toghe genovesi: «Non vi è prova che l’animale sia stato sottoposto a sofferenze aggiuntive (...) in realtà, trattandosi di un sacrificio religioso si può presupporre che fosse volontà degli imputati non discostarsi dalla consueta prassi operativa».

Come riconoscere la qualità di un jeans

La Stampa
livia fabietti

L'arte del denim. Ecco tutto quel che c'è da sapere prima di comprare il pantalone più amato nel mondo 

Jeans 

Non c'è niente di più casual di un bel paio di jeans: parliamo di un capo che, da decenni, mette d’accordo generazioni intere, piace ai giovani ma anche gli adulti ne fanno tesoro data la sua versatilità. C’è chi pensa che un pantalone vale l’altro ma, al di là del modello, che sia a sigaretta o a zampa, skinny o boyfriend, sono tanti altri i fattori da valutare al momento dell’acquisto perché, a determinarne la qualità, non sono di certo il prezzo o lo stilista che li ha firmati. Esiste infatti denim e denim, avete mai sentito parlare di quello giapponese? Ebbene sì, la provenienza è importante e proprio in terra d’Oriente, a quanto pare, si realizzano i migliori jeans, modelli duraturi belli da vedere, piacevoli da indossare e da toccare.

Quello giapponese è infatti un denim cimostato, termine che allude alla presenza della cimossa ovvero del bordo non tagliato di una pezza di tessuto che può essere realizzata con fili di colore diverso, il tutto avvalendosi di vecchi telai a navetta, un procedimento lungo e faticoso che ne fa lievitare il prezzo rendendo questi jeans dal look sartoriale di grande pregio. Importante anche la colorazione che, per i modelli made in Japan vede prevalere, al posto dei coloranti sintetici, una tinta indaco naturale fissata sul tessuto attraverso ripetute immersioni, ciò non fa che renderli ancora più rari perché ogni pezzo sarà unico, impossibile trovarne due uguali.

L’occhio deve scorrere lento su ogni dettaglio, bilancia compresa, perché anche il peso ha la sua rilevanza: di media un jeans varia dalle 7 alle 18 once mentre quelli giapponesi ruotano intorno alle 20 once, ovvero circa 600-700 grammi. Vale la pena tenere a mente che più il peso è basso minore sarà la qualità del filato ma è vero anche che, se è troppo pensante, il pantalone rischia di essere troppo rigido e difficilmente si adatterà alle forme del corpo. Attenzione perché la differenza a primo impatto è impercettibile, si inizia a comprendere la vera qualità del prodotto solo a distanza di circa 6-9 mesi dal primo utilizzo osservando se le parti più delicate, quelle soggette a un maggiore sfregamento, si logorano o meno.

Mai dimenticare di consultare l’etichetta per capire a quali trattamenti è stato sottoposto il denim nel post-tessitura: da annotare termini come sanforizzazione, procedimento in grado di rendere i tessuti di cotone irrestringibili e ancora fiammatura, fondamentale al fine di conferire morbidezza al modello mentre con la calandratura migliora l'usabilità del tessuto e, infine, c'è la mercerizzazione, processo che conferisce lucentezza uniforme al pantalone.

Sale il prezzo aumentando la ricercatezza ovvero puntando su tasche foderate, orli cucite a catenella e ancora sui rivetti in rame, ovvero quelle piccole borchie che si trovano agli angoli delle tasche posteriori che, più che un ruolo puramente ornamentale, hanno una precisa missione come dimostrò Jacob Davis, un sarto di Reno che, insieme a Levi Strauss, decise di realizzare una linea di abbigliamento da lavoro rinforzata applicando proprio questi rivetti sui punti di tensione dei pantaloni al fine di evitare che le tasche dei cercatori d'oro, cariche di pepite, si rompessero sotto sforzo. Oggi come ieri la loro presenza e importante in quanto, che si vedano o no, sono un chiaro segnale che il pantalone in questione è di qualità.

Chi finanzia le moschee finanzia i terroristi

Magdi Cristiano Allam - Dom, 08/05/2016 - 23:02

Il Qatar, il principale finanziatore dei jihadisti, ha donato all'Ucoii 25 milioni di euro per la costruzione di 33 moschee in Italia



Il Qatar, il principale finanziatore dei Fratelli Musulmani e di altri gruppi terroristici islamici in Medio Oriente e in Africa, ha donato all'Ucoii (Unione delle comunità e organizzazioni islamiche in Italia) 25 milioni di euro per la costruzione di 33 moschee in Italia.

Non è una novità assoluta per gli esperti che indagano sui soldi delle moschee nel nostro Paese. Ma per la prima volta ad ammetterlo è il diretto destinatario di questi fondi: il presidente dell'Ucoii, Izzedin Elzir.

In un'intervista alla Stampa il 3 maggio, Elzir sostiene: «In questi ultimi tre anni grazie al direttivo dell'Ucoii è stato fatto un lavoro di raccolta fondi molto valido con il Qatar che ci ha consentito di procurarci 25 milioni di euro. Sono soldi del Qatar Charity, non del Qatar Foundation che invece fa investimenti per lo Stato del Qatar come quelli in Sardegna. Io ho rapporti con persone che vogliono donare, la Qatar Charity garantisce trasparenza, tracciabilità tra chi dona e chi riceve».

Il presidente dell'Ucoii, all'osservazione che i 25 milioni di euro provengono dal fondo di un governo straniero, risponde senza imbarazzo: «È il popolo, non lo Stato che ci finanzia. Il rapporto tra Stati islamici e islam è grande». Precisa: «Io accetto le donazioni da chiunque, da qualunque parte del mondo provengano l'importante è che siano donazioni trasparenti e senza condizioni». E confessa: «Sì. Abbiamo un grande problema di finanziamenti, abbiamo un grande bisogno di soldi. In gran parte andiamo avanti con l'autotassazione dei fedeli in Italia. Si tolgono il cibo di bocca per finanziare la moschea».

Forse ci sarà chi si toglie il cibo di bocca per finanziare la moschea, ma di sicuro c'è chi è stato denunciato per appropriazione indebita di 5 milioni di euro, tra quelli donati dal Qatar, anziché destinarli alla costruzione della moschea. È successo a Bergamo dove il tesoriere dell'Ucoii, Ibrahim Mohamed, ha denunciato Imad El Joulani, presidente (ora estromesso) della moschea di via Cenisio a Bergamo, di aver stornato i 5 milioni di euro sul conto di una società legata a un'associazione da lui fondata e denominata «Comunità islamica».

Elzir ha confermato che questi soldi sono stati dati dall'Ucoii: «Ci siamo costituiti parte civile perché anche noi cerchiamo risposte da dare alla nostra comunità su quei soldi. I cinque milioni sono arrivati a Bergamo tramite noi come Ucoii. Nel mio mandato ho cercato di trovare donatori di paesi arabi per far cercare di uscire i nostri fedeli da luoghi brutti e metterli in luoghi belli».

Il senatore Giacomo Stucchi, presidente del Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica, ha rivolto un'interpellanza al governo perché faccia chiarezza sull'origine dei soldi delle moschee: «Siamo preoccupati della vicinanza della Qatar Charity a esponenti dell'islam più radicale. Ricordiamo che la Fondazione è stata riconosciuta dal governo americano come uno dei soggetti finanziatori di Al Qaeda e nel 1997 lo stesso Bin Laden ricevette del denaro da parte di questa Ong». Che cosa si aspetta a porre fine alla collusione tra terrorismo islamico, finanziamenti stranieri e le moschee in Italia?