sabato 7 maggio 2016

Poi

La Stampa
jena@lastampa.it

Il Papa ha sognato un’Europa equa e solidale. Poi ha visto la Merkel.

Roma, in alto i cuori (e i pendolari)

La Stampa
mattia feltri

Molta Ilarità per la proposta dei Cinque stelle di costruire una funivia urbana a Roma. È bello vedere tanto buon umore. Chissà le risate quando si scoprirà che la funivia urbana è un progetto a New York, a Londra, a Parigi, a Berlino...

Il Codacons denuncia Renzi per pubblicità occulta a favore di Apple

La Stampa


Il premier Matteo Renzi col suo computer Apple

«Finora Matteo Renzi si era impegnato a pubblicizzare, specie all’estero, le aziende italiane, promuovendo le eccellenze del nostro paese. Ora il Premier sembra aver cambiato rotta, scegliendo di sponsorizzare un noto marchio americano della telefonia e dei computer: la Apple». Così si legge in una nota del Codacons.

«Ieri infatti, nel corso dell’appuntamento settimanale del #matteorisponde e in diretta sui principali social network, Renzi è apparso seduto a una scrivania davanti ad un pc portatile, mostrando in bella evidenza in video il logo della mela, che individua in modo diretto l’azienda statunitense Apple -spiega il Presidente Codacons, Carlo Rienzi, candidato a sindaco di Roma-.

Ci chiediamo se la scelta del Presidente del Consiglio possa rappresentare una forma di pubblicità occulta, ancor più grave se si considera la provenienza istituzionale del mega spot alla società di Cupertino. Il logo della mela, infatti, poteva essere coperto o nascosto con estrema facilità, una leggerezza che non è sfuggita a tanti consumatori che si sono rivolti al Codacons segnalando l’accaduto».

«Per tale motivo -si spiega- l’associazione presenterà oggi un esposto all’Antitrust, chiedendo di verificare se la scelta del Premier possa configurare la fattispecie di pubblicità occulta». 

Lo spettro di una piccola Inghilterra

Corriere della sera
di Beppe Severgnini



«Quando, dopo mesi di viaggio, si ritorna in Inghilterra, si riesce ad assaporare, annusare e sentire la differenza nell’atmosfera, fisica e morale; la curiosa, umida, franca, gioviale, spensierata, antica e tranquilla assenza di forma d’ogni cosa».

Così John Galsworthy, l’autore della Saga dei Forsyte, vedeva il suo Paese: intimo e accogliente, capace di trovare quotidiane consolazioni e di cavarsela alla meno peggio. La cosa incredibile è questa: esiste un’Inghilterra che, un secolo dopo, la pensa allo stesso modo. È difficile dire se avrà i numeri per trascinare il Regno Unito fuori dall’Europa, nel referendum del 23 giugno: ma ci proverà. Di certo, guadagna terreno. Mentre Londra elegge il primo sindaco musulmano — Sadiq Khan, avvocato laburista e sorridente — il resto della nazione dimostra un umore diverso.

Nel test più importante prima delle elezioni politiche del 2020 — voto municipale in Inghilterra, voto regionale in Scozia, Galles e Irlanda del Nord — il partito antieuropeo di Nigel Farage (Ukip) cresce; il Partito laburista di Jeremy Corbyn, favorevole a rimanere della Ue, cala in Galles e precipita in Scozia, dove si lascia scavalcare dai conservatori. Sempre più divisi tra loro, dopo che il sindaco uscente di Londra, Boris Johnson, s’è schierato per l’abbandono della Ue (Brexit).

In un’intervista televisiva, Farage mette allegramente il dito nella piaga. Jeremy Corbyn, dice, «è poco patriottico», «rifiuta d’affrontare il problema dell’immigrazione» e si dimostra «very metropolitan». «Molto metropolitano. Quasi un’offesa, per l’Inghilterra sparsa tra prati e saliscendi, innamorata della birra tiepida e del cricket, sospettosa dei forestieri: soprattutto quando le suggeriscono come vivere.

Little England, la chiamano. Ha prodotto ottima letteratura e ancora produce buone marmellate. Ama le proprie abitudini e crede nell’autosufficienza dell’isola. Questa «piccola Inghilterra» non decide più l’indirizzo della nazione; ma potrebbe avere la forza di spingere il Regno Unito fuori dall’Europa, in giugno. Londra è lontana, politicamente e psicologicamente. I London Fields di Martin Amis, per i little Englanders, stanno su un’altra galassia.

Il voto di ieri l’ha dimostrato. La capitale — prima in Europa — ha scelto un sindaco di famiglia pakistana. Sadiq Khan ha 45 anni, è il quinto di otto figli di un guidatore di autobus nato a Karachi. Fino a 24 anni è vissuto in una casa popolare a South London, condividendo un letto a castello. Poi l’impegno politico e l’ascesa nel partito laburista, che a Londra — dopo l’era di Kenneth Livingstone detto Red Ken, «Ken il rosso» — aveva bisogno di facce nuove.

Sadiq Khan è un musulmano cosmopolita: uno di quelli che, in Europa, si sentono a casa. «Londra ha dato a me e alla mia famiglia la possibilità di realizzare il nostro potenziale», spiega tranquillo. Più che un ringraziamento, un manifesto dell’Inghilterra di successo, quella che ha saputo trasformare il potere imperiale in influenza globale. Una storia che finirebbe bruscamente il 23 giugno 2016, se la maggioranza degli elettori decidesse di lasciare l’Unione Europea.

Non è detto che accada, per fortuna. Spiega Fabio Cavalera sul Corriere: «In Scozia, in Galles e in Inghilterra prevale — per ora — lo schieramento europeista, vale a dire gli indipendentisti, più gli ammaccati laburisti e i conservatori sensibili ai richiami di David Cameron». Riassumendo: l’euroscetticismo avanza, ma non ha sfondato. Tutto si deciderà fra sette settimane, probabilmente per pochi voti.

Che dire, a chi in Gran Bretagna intende mettere il proprio destino nelle mani astute di Nigel Farage, nelle mani goffe di Boris Johnson o nelle mani deboli di Jeremy Corbyn? Forse una frase dell’autore citato in apertura, John Galsworthy.

«Chi non pensa al futuro, forse non ne avrà uno», ha scritto.

6 maggio 2016 (modifica il 6 maggio 2016 | 22:01)

Vicini di casa gay: mezza Torino dice no

La Stampa
marina cassi

Ricerca choc dell’Ires: l’intolleranza omofoba è raddoppiata negli ultimi due anni



No, come vicini di casa i gay non li voglio. Inaspettato. Per alcuni aspetti incredibile: persino in Piemonte - e nella civilissima e sempre attenta ai diritti civili Torino - crescono il fastidio e l’intolleranza verso i gay. Non si tratta di, per fortuna più che sporadici, aspetti di cronaca, ma di un dato eclatante che esce dalla ricerca dell’Ires Piemonte coordinata da Maurizio Maggi sul modello del radar della coesione sociale elaborato dalla Fondazione tedesca Bertelsmann. Tra il 2014 e il 2016 è raddoppiata la percentuale di chi non vorrebbe avere gay e lesbiche come vicini di casa. Il che significa che, con ogni probabilità, tanto contento non sarebbe neppur di dover condividere con una persona di diversi orientamenti sessuali il banco di scuola o il posto di lavoro, per non parlare dello stesso gruppo di amici.

CALO DRASTICO
Fatto 100 il 2014 a due anni di distanza è diventato 200 l’indice di chi non vuole i gay come vicini o che li tollererebbe solo in base a «come si comportano» che poi è un modo gentile e socialmente meno riprovevole per dire «non li voglio». Rimane il fatto positivo, se si vuole vedere il bicchiere mezzo pieno, che la maggioranza - e cioè il 53,1%- dei piemontesi non ha alcun problema a abitare vicino a gay; una percentuale che sale al 56% a Torino e provincia. Ma non è poco che a non volerli sia rispettivamente il 47% e il 44%. E resta una realtà inquietante il fatto che solo nel 2014 fosse addirittura il 79% a convivere senza alcun problema. I numeri si sono sgretolati proprio mentre nuove leggi hanno riconosciuto a gay e lesbiche nuovi diritti e altre si annunciano a colmare il gap con le legislazioni degli altri Paesi europei.

Nello stesso periodo è cresciuta pure l’intolleranza verso i cittadini di fede islamica, anche in questo caso fatto 100 il 2014 si è arrivati a 174 in Piemonte e a 168 a Torino. Ma è chiaro che qui giocano un ruolo potentissimo - ancorché ingiustificato - le emozioni che si sono susseguite per la serie purtroppo drammatica di attentati in Europa e che in un caso - quello del Museo del Bardo a Tunisi - hanno coinvolto alcuni torinesi morti nell’attacco islamista. Eppure, il tasso di crescita di intolleranza è minore rispetto a quello registrato per i gay. E in mesi ormai segnati da esodi e migrazioni epocali anche le difficoltà nei confronti degli extracomunitari - la domanda dell’Ires parla di cittadini provenienti da Africa, Asia, Europa dell’Est, Sud-America - cresce, ma senza picchi così eclatanti: fatto 100 il 2014 si è passati a 143 in Piemonte e 140 a Torino.

FASCE D’ETA’
Questo ritorno di un sentimento che forse è eccessivo definire di omofobia, ma che sicuramente non è di apertura, inoltre, è particolarmente incredibile perché alberga soprattutto tra i più giovani. Sembra incredibile, ma solo il 36% dei ragazzi tra 18 e 24 anni non ha problemi a avere dei gay come vicini di casa. É sorprendente anche il brusco ribaltamento nella fascia di età appena successiva: tra i 25 e i 34 anni il 54,2% è tollerante, ancor più tra i 35 e i 44 con un solido 55,2%. Bene anche tra i 45 e i 54 con il 55% e la fascia 55-64 con il 54%. Flette, ma si attesta comunque al 51,5% per gli over 64, ma in questo occorre tener conto di persone probabilmente occupate da altri più quotidiani problemi e di retaggi che possono affondare addirittura nella prima parte del secolo scorso.

Quelli della ricerca del’Ires Piemonte sono dati che sorprendono perché dimostrano che mai nulla è acquisito per sempre: nel 2014 era stato fonte di orgoglio cittadino la percentuale dell’80% di «tolleranti», oggi fa riflettere l’inversione di tendenza. Ma non si deve dimenticare, come sottolineano i ricercatori, che la tendenza può ribaltarsi nuovamente. Anche all’improvviso.

Dalla caccia alla zanzara ai biscotti, l’ultimo saluto al barbiere inventore

La Stampa
claudio bressani

Simone Accardo aveva 72 anni, oggi il funerale a Robbio Lomellina



Il colpo di genio l’ebbe nel 2000 quando s’inventò il Campionato mondiale di caccia alla zanzara. Lo organizzò alcuni anni con gran risalto mediatico nelle sagre estive tra Lomellina, Novarese e Vercellese, di cui il suo paese, Robbio, è il baricentro. Fu la più riuscita delle tante idee partorite dall’eclettico Simone Accardo, che se n’è andato l’altra sera a 72 anni, stroncato da un male inesorabile. I funerali oggi alle 16 nella parrocchiale di Robbio.

Sanremo e il baratto
Di mestiere era parrucchiere, ma tanti avevano preso a chiamarlo «barbitonsore» e lui lasciava fare, compiaciuto. Iniziò a girare le redazioni locali negli anni Ottanta presentandosi come «l’acconciatore del festival di Sanremo», fra i tanti che facevano il parrucco alle cantanti. Ottenne una certa visibilità e non si fermò più. In anni di incubo-Aids lanciò gli utensili personalizzati: aveva un pettine, un rasoio, una forbice per ogni cliente.

E quando venne la crisi propose il pagamento in natura: una gallina o un sacchetto di riso per un taglio di capelli. S’inventò la sagra della Cozza a Castelnovetto, in mezzo alle risaie. Poi iniziò a sfornare biscotti. Sempre gli stessi, buonissimi, con farina di riso, prodotti da un artigiano, ma con «targhe» ogni volta diverse: quelli della via Francigena, quelli di Papa Wojtyla, quelli di Padre Pio, un’intera serie di 120 dedicata ad altrettanti santi, con tanto di foglio allegato che ne raccontava le gesta.

Al sacro affiancava il profano: quando 5 anni fa il Novara salì in serie A, non poterono mancare i biscotti del Novara calcio, cui seguirono le bustine di zucchero con le facce dei giocatori e «il Novarello», il biscotto degli atleti. E poi quelli di paesi e città della zona, del 150° dell’Unità d’Italia, di Expo.

La passione politica
La politica è stata un’altra passione. A Novara a fine anni Novanta promosse come docente un corso per insegnare ai candidati come catturare il consenso. Quando si candidò lui, nel 2001, al quartiere Centro con An, non fu però eletto. Nel 2005 a Vigevano fondò la lista «Otto marzo, più donne al governo», che dopo l’annuncio non si presentò per mancanza di donne. Nel 2009 si propose come sindaco di Robbio e anche lì non andò benissimo: quarto su quattro, con il 6,9% che bastò ad eleggere solo lui. Ma Accardo non si scoraggiava: lanciata un’idea, era già lì a pensare alla prossima. Nel 2001 riuscì addirittura a far credere che la tv pubblica giapponese voleva girare un serial su di lui.

La Cina sancisce la fine del monopolio del sale

La Stampa
cecilia attanasio ghezzi

Nell’antichità da questa merce derivavano fino al 90 per cento degli introiti governativi ma nel 2012 ha generato solo 94 milioni di euro di tasse



Quello del sale in Cina è il monopolio più antico del mondo, se si fa fede alle fonti cinesi si fa risalire addirittura al VII sec a.C. Ieri il Consiglio di stato ha deciso di porgli fine. Sarà sempre il governo a decidere le licenze dei produttori ma questi ultimi saranno per la prima volta abilitati a farne il prezzo e a decidere dei canali di distribuzione. Fino ad oggi invece era il governo che, gestendo la distribuzione attraverso le aziende di stato, ne decideva quantità da produrre e valore. I grossisti di sale, inoltre, erano tenuti a vendere solo all’interno di aree geografiche prestabilite.

Il nuovo schema, di fatto, incoraggia i privati a finanziare le aziende esistenti, perché per il momento non verranno emesse nuove licenze oltre alle 115 esistenti. Il governo, inoltre, si riserva il diritto di intervenire sul mercato se si dovessero verificare fluttuazioni dei prezzi “anormali”. Tra le righe del comunicato ufficiale si legge anche la volontà di aumentare la produzione di sale iodato, finora merce rara nell’ex Celeste impero, che aiuta a prevenire disabilità intellettuali e di sviluppo.Secondo i piani del Consiglio di stato dovrà arrivare a coprire il 90 per cento del mercato.

Contestualmente, si legge, verrà istituita una riserva governativa capace di rifornire il paese per un intero mese. Tra gli addetti ai lavori c’è chi inneggia alla decisione storica e chi teme che, stando così le cose, non cambierà moltissimo. Nell’antichità le tasse sul sale hanno costituito fino al 90 per cento degli introiti governativi e hanno permesso agli imperatori del passato di pagare la costruzione di lunghi tratti della Grande Muraglia. Ma, stando ai dati ufficiali, già nel 2012 avrebbero generato solo 94 milioni di euro di tasse. Nel 2014, gli introiti prodotti, erano appena lo 0,1 per cento del Pil del paese. Fino ad oggi comunque qualcuno deve averci guadagnato. Le aziende di stato coinvolte compravano il sale al prezzo fisso di 67 euro a tonnellata e lo rivendevano ai supermercati a quattro volte tanto.

Orlandi, la Cassazione archivia l’inchiesta: caso chiuso dopo 33 anni

Corriere della sera

di Fabrizio Peronaci

Il ricorso della mamma della 15enne Emanuela, scomparsa il 22 giugno 1983, considerato «inammissibile». Resta in piedi l’indagine contro il superteste Marco Accetti per calunnia e autocalunnia

Maria Orlandi, la mamma di Emanuela, in una recente fiaccolata per la verità su sua figlia

Caso Orlandi, dopo quasi 33 anni di misteri, depistaggi e speranze tradite di giungere alla verità, è arrivata la parola fine. L’inchiesta giudiziaria sulla scomparsa di Emanuela, la figlia quindicenne del messo pontificio di Papa Wojtyla, mai più tornata a casa dopo la lezione di musica quel maledetto 22 giugno 1983, è giunta al capolinea. La sesta sezione penale della Cassazione ha confermato l’archiviazione dell’inchiesta sulla scomparsa della ragazza.

La conferma dell’ archiviazione decisa dal gip sette mesi fa (accolta con esultanza da Carla De Pedis, la vedova del boss «Renatino») era stata chiesta dalla procura generale della Cassazione, nella requisitoria scritta alla sesta sezione penale. Il pg, in particolare, aveva considerato inammissibile il ricorso presentato dalla madre ultraottantenne di Emanuela, Maria, tramite l’avvocato Pietro Sarrocco (subentrato all’ex legale di fiducia Fernando Imposimato) il 10 dicembre 2015. Una impostazione sancita adesso anche dai giudici, con un verdetto che a questo punto pone una pietra tombale su decenni di indagini.
La reazione del fratello
Amareggiata la reazione che Pietro Orlandi ha affidato al gruppo da lui fondato su Facebook, che conta 28 mila iscritti «Non sarà ne uno Stato, ne la Chiesa, ne un’archiviazione, ne la loro disonestà, ne la loro ipocrisia - ha scritto il fratello di Emanuela - ad impedirci di arrivare alla verità. Non vogliono che questo sia un Paese per i giusti ma i giusti saranno sempre più forti dell’omertà e della vigliaccheria. Nessun potere, per quanto forte, potra’ fermare la verità, anche se rimarrà una sola persona a difenderla e a pretenderla”.
Gli indagati
Una foto storica: la madre di Emanuela Orlandi consolata da papa Karol Wojtyla
Una foto storica: la madre di Emanuela Orlandi consolata da papa Karol Wojtyla

Era stato il gip Giovanni Giorgianni, il 20 ottobre 2015, a respingere una prima opposizione delle parti lese, avanzata dai familiari di Emanuela Orlandi e da quelli di Mirella Gregori (l’altra quindicenne scomparsa nel 1983), alla richiesta di archiviazione da parte del procuratore di Roma, Giuseppe Pignatone, e dei pm Simona Maisto ed Ilaria Calò. L’inchiesta vedeva sei indagati per concorso in omicidio e sequestro di persona: monsignor Pietro Vergari, ex rettore della basilica di Sant’Apollinare, Sergio Virtù, autista del boss della banda della Magliana Enrico De Pedis, i sottoposti Angelo Cassani (detto «Ciletto») e Gianfranco Cerboni

(«Giggetto»), nonché i due supertestimoni non creduti dalla Procura, Sabrina Minardi, ex amante di «Renatino», e Marco Accetti, il fotografo romano che nel 2013 si è autoaccusato di aver avuto un ruolo nel doppio rapimento, nell’ambito di un piano per svolgere pressioni e ricatti ai danni del pontefice polacco. Contro tutti e sei i sospettati sia la Procura sia il gip hanno ritenuto che non fossero stati raccolti sufficienti elementi probatori. E adesso, con la decisione definitiva della Cassazione attesa per venerdì 6 maggio, tale impostazione sembra destinata a prevalere.
I presunti complici
Marco Accetti, 60 anni, si è autoaccusato di aver partecipato al sequestro Orlandi, ma non è stato creduto
Marco Accetti, 60 anni, si è autoaccusato di aver partecipato al sequestro Orlandi, ma non è stato creduto

C’è però una coda, nel cold case della «ragazza con la fascetta» che tanto ha appassionato l’opinione pubblica nell’ultimo terzo di secolo. Ammesso che la Cassazione respinga l’opposizione di Maria Pezzano in Orlandi, infatti, nuovi elementi sul giallo potrebbero emergere dalle indagini tuttora in corso a carico dello stesso Marco Accetti, il superteste reo confesso, oggi indagato per calunnia ai danni della sua ex moglie (presente a Boston nei mesi in cui partivano quattro lettere di rivendicazione) e autocalunnia (per aver accusato se stesso di essere stato il telefonista in Vaticanoe di aver teso un tranello a entrambe le ragazze, contattandole per strada, in modo da farle finire nelle mani dei rapitori veri e propri).

Nei mesi scorsi la Procura aveva chiesto e ottenuto di sottoporre Accetti a perizia psichiatrica e il responso del professor Stefano Ferracuti, giunto qualche settimana fa, è stato a favore della capacità di intendere e di volere. L’uomo (difeso dall’avvocato Giovanni Luigi Guazzotti) ha piene facoltà logico-razionali, ha sentenziato lo psichiatra forense di fama internazionale. Ed è proprio qui, nei titoli di coda di un’inchiesta infinita, che si annida una possibile sorpresa: nei prossimi mesi, al processo per calunnia e autocalunnia, il fotografo romano fornirà nuovi dettagli sull’enigma Orlandi-Gregori? E, soprattutto, farà finalmente i nomi dei presunti complici?

(fperonaci@rcs.it)
5 maggio 2016 | 17:58

Morto l’ultimo pilota giapponese di Pearl Harbor

La Stampa
paolo mastrolilli

Aveva 99 anni, si era pentito dell’attacco a sorpresa ed era diventato pacifista. A fine maggio la possibile visita di Obama a Hiroshima



Era l’ultimo sopravvissuto dei piloti giapponesi che il 7 dicembre del 1941 avevano attaccato Pearl Harbor, ma era diventato un pacifista e si era impegnato per il resto della sua vita ad evitare le guerre. Kaname Harada è morto martedì nella sua casa di Nagano, a 99 anni d’età.

Harada si era arruolato volontario quando aveva 17 anni, aveva chiesto di fare il pilota, ed era diventato ufficiale come primo del suo corso. Tra il 1937 e il 1942 aveva abbattuto 9 aerei nemici da solo, e 10 in collaborazione con altri colleghi. Così si era guadagnato il titolo di “asso” dei cieli, che Tokyo assegnava solo ai piloti che erano riusciti a distruggere almeno 5 apparecchi avversari.

Il 7 dicembre era decollato col suo “Zero” verso le Hawaii, un po’ deluso perché doveva fare la scorta di protezione alle navi, invece di essere incaricato di colpire la base americana di Pealr Harbor. Nel 1942 era stato a suo volta abbattuto sopra i cieli di Guadalcanal dall’asso americano Joe Foss, era sopravvissuto ma era rimasto ferito. Così lo avevano rimpatriato in Giappone, dove si era dedicato all’addestramento dei piloti kamikaze.

Solo dopo la guerra ha saputo che l’attacco a Pearl Harbor era stato lanciato a tradimento, senza una dichiarazione di guerra, e la memoria delle vittime lo aveva spinto a cambiare: «Ricordo ancora le loro facce. Persone che non odiavo, e neppure conoscevo. Così la guerra ti priva dell’umanità, obbligando ad uccidere sconosciuti, per non essere ucciso da loro». Harada allora aveva deciso di fondare un asilo, perché «se vuoi chiedere perdono per le vite che hai tolto, non c’è maniera migliore di farlo che allevare nuove vite».