venerdì 6 maggio 2016

E' vero che iPhone e iPad sono più sicuri di Android?

La Stampa
andrea nepori

Anche se nessun sistema è del tutto inviolabile, o almeno non per sempre, la piattaforma iOS implementa sistemi di protezione migliori dei concorrenti. Ecco perché, nelle parole di un esperto di sicurezza



Apple ha insistito molto sulla sicurezza dei suoi sistemi, suscitando spesso critiche e polemiche su un argomento che, prima dello scontro con l’FBI, interessava una cerchia ristretta di addetti ai lavori. iPhone, iPad e iOS, dicono da Cupertino, implementano le migliori procedure di sicurezza sul mercato e Apple garantisce livelli di privacy dei dati contenuti sul telefono che nessun altro produttore di smartphone può offrire. È vero, con alcuni distinguo, per i modelli di iPhone e iPad più recenti. Una grossa fetta del miliardo di utenti iOS attivi ad oggi, però, usa ancora versioni più datate, per le quali non valgono le stesse affermazioni.

IPHONE OBSOLETI
Nel caso dell’iPhone i modelli attuali sono, per ora, gli smartphone più sicuri sul mercato, ma ci sono eccezioni per le versioni precedenti. Il caso di San Bernardino che ha contrapposto Apple e Fbi, ad esempio, riguarda un iPhone 5C con un processore a 32-bit privo di “Enclave Sicura”, un livello di sicurezza hardware condiviso da tutti i modelli più recenti con chip a 64-bit. Su dispositivi precedenti che non si possono aggiornare alle ultime versioni di iOS il livello di sicurezza è ancora inferiore.

«Per noi un iPhone 4 con un codice a 4 cifre non presenta particolari difficoltà: abbiamo la certezza di poter recuperare la totalità dei dati», spiega Mattia Epifani, esperto di informatica forense e perito del Tribunale di Milano nel caso Boettcher, che sull’analisi dei dispositivi iOS ha scritto un manuale edito da Packt. «Ma anche se il codice fosse complesso e non violabile avremmo comunque la possibilità di estrarre in chiaro le informazioni più rilevanti. Imparando dagli errori Apple ha creato un sistema operativo molto sicuro, ma non per questo o fino a questo punto, inviolabile.»

ESTRAZIONE FORZATA
Proprio perché le misure di sicurezza dell’iPhone e dell’iPad si basano su una commistione di soluzioni software e hardware, i sistemi Apple sono parzialmente immuni anche da altre tecniche di estrazione dei dati molto più brutali, che invece si possono applicare senza troppi problemi ai dispositivi Android o Windows Phone. Tuttavia ciò non significa che, sempre nel caso di versioni precedenti dell’iPhone, non si possa ricorrere a tecniche avanzate che richiedono un intervento invasivo sul dispositivo.

«Per i dispositivi Apple non sono applicabili in modo semplice le tecniche standard di Chip-Off (estrazione fisica del chip con scaricamento della memoria NAND, nda), a causa della cifratura che lega indissolubilmente la memoria allo specifico dispositivo», spiega Epifani. «Non a caso una delle tecniche suggerite all’FBI consisteva nel clonare la memoria NAND e poi rimetterne una nuova nel dispositivo ogni volta che si attivasse una qualche forma di sicurezza, come il blocco del dispositivo dopo l’inserimento di dieci codici sbagliati.»

PIATTAFORME FRAMMENTATE
Per Android e Windows Phone la situazione è diversa perché i due sistemi sono pensati per essere installati su molti dispositivi diversi e spesso sono personalizzati dai produttori. Oltre ad aumentare il rischio che ogni passaggio di sviluppo inserisca nuove vulnerabilità, questa frammentazione di modelli e caratteristiche tecniche rende pressoché impossibile l’implementazione globale di un livello di sicurezza hardware come quello dell’iPhone.

«Sui dispositivi Android, ad esempio, la memoria può essere facilmente dissaldata, clonata e successivamente letta e interpretata», dice Epifani. «Fino ad ora su questi dispositivi non è attiva la cifratura di serie e quindi a differenza dell’iPhone il codice è una sorta di “screen saver” che serve a impedire l’accesso al telefono mediante l’interazione diretta, ma una volta ottenuta una copia della memoria interna tutti i dati sono completamente disponibili in chiaro.»

CRITTOGRAFIA SU ANDROID
L’ultima versione di Android, la 7.0, prevede l’introduzione della crittografia di default sui dispositivi che la supporteranno. Una misura che arriverà comunque su un numero ridotto di telefoni, come mostrano le statistiche di adozione dei sistemi Android, e che in ogni caso non potrà raggiungere il livello di sicurezza fornito dalla piattaforma di Apple.

«L’analisi dei dispositivi Android di ultima generazione sarà più complessa in futuro», spiega Epifani. «Va però ricordato che, al contrario di iPhone, sarà ancora possibile fare una immagine della memoria con facilità e procedere ad attaccare la cifratura “offline”, ovvero sfruttando la potenza di calcolo di una o più workstations e non dovendo adoperare direttamente il telefono.»

Questo perché la cifratura continuerà a dipendere unicamente dal codice inserito dall’utente, mentre l’iPhone utilizza una chiave protetta a livello hardware e generata a partire da un identificatore univoco del singolo dispositivo determinato al momento della fabbricazione, che non si può replicare senza includere il dispositivo stesso nel procedimento di forzatura.

ELETTRONICA AVANZATA
C’è infine un altro aspetto da non sottovalutare: la possibilità di estrarre dati tramite le cosiddette porte JTAG, porte di test che non sono presenti su iPhone ma che invece si trovano sui comuni dispositivi Android.  «Anche per queste tecniche si stanno sviluppando nuove e specifiche linee guida», conclude Epifani. «Comprese alcune che dettagliano operazioni di tipo chip-off, a testimonianza del fatto che queste tecniche più invasive sul telefono diventeranno sempre di più lo standard in futuro.»

A meno di un improbabile cambiamento di strategia da parte di Google il livello di sicurezza dei dispositivi Android rimarrà inevitabilmente un passo indietro rispetto ai prodotti Apple. Dettagli tecnici che ad oggi influenzano probabilmente gli acquisti di un numero assai ristretto di utenti dalle conoscenze tecniche più avanzate, ma che tuttavia potranno giocare un ruolo ben più importante nel successo futuro delle due piattaforme. Gli smartphone sono destinati ad accentrare un numero sempre maggiore di funzionalità, compresi sistemi sempre più evoluti di pagamento e gestione del denaro in mobilità. In futuro, insomma, la sicurezza dei sistemi non sarà una mera opzione in più ma una necessità di base di tutti gli smartphone. 

Smessa in piega

La Stampa
massimo gramellini

Francesca Lattante e Michela Pulieri sono due ragazze leccesi in cerca di rogne. Leggono di un concorso riservato a giovani donne con l’uzzolo dell’imprenditoria: l’idea più originale riceverà ventimila euro per l’avviamento. Si presentano in 141, vincono loro. L’idea in effetti non è male. Parrucchiere ambulanti. Con i soldi del premio comprano un furgone e lo attrezzano come si deve. Caschi, poltrone. Persino la toilette, obbligatoria per gli esercizi commerciali. Il piano delle ragazze consiste nel solcare il Salento durante l’estate, catturando clienti di ritorno dalla spiaggia o dedite all’aperitivo.

Per non arrugginire i bigodini, in bassa stagione si muoveranno tra i Comuni peggio serviti della Puglia, facendo la permanente a domicilio. Lieto fine? In America, Germania e probabilmente Papuasia sì. Qui no. Qui un artigiano non può avere un luogo di lavoro semovente. Dev’essere il cliente a scomodarsi per andare da lui, giammai il contrario. La Camera di commercio nega l’iscrizione alle parrucchiere motorizzate e le rimbalza sul Comune.

Ma al Comune non sanno che fare. Le leggi parlano chiaro (insomma): un itinerante può vendere oggetti e cucinare pietanze, anche scotte. Ma non può tagliare capelli. Non è previsto da alcun tabulato x al comma y del paragrafo z. Riassumo per puro sadismo: in un Paese con il 40% di disoccupazione giovanile, due ragazze del Sud hanno un’idea brillante e i soldi per realizzarla. Ma non possono, perché manca un timbro. Vogliamo evitare che vadano a sforbiciare all’estero anche loro? Allora mettiamo questo benedetto timbro. E se qualche lobby della messa in piega si offende, facciamole uno shampoo.

Se c’ero dormivo

La Stampa
mattia feltri

Subissato di polemiche per aver preso parte a un vertice di maggioranza, il senatore verdiniano Ciro Falanga ha detto: “Ero al tavolo ma non ho partecipato”. Rinverdita la grande tradizione italiana: D’Alema tirò una molotov ma non esplose, Fini fumò uno spinello ma non aspirò.

Smentite

La Stampa
jena@lastampa.it

Morosini: “Non ho mai detto che Renzi va fermato”. 
Peccato.

Caccia al Dna di Leonardo, indizi in tombe e dipinti

Corriere della sera

di PierLuigi Panza

Dopo la ricostruzione dell’albero genealogico, che avrebbe portato a identificare «41 discendenti in linea diretta maschile ancora viventi», l’obiettivo del progetto è ora quello di comparare il Dna di Leonardo, che ancora deve essere trovato o estratto

Leonardo da Vinci

La ricerca del Dna dei grandi artisti del passato è diventata quasi un genere letterario, qualcosa di parascientifico. Dopo la cosiddetta scoperta del Dna di Caravaggio da parte dell’equipe di Silvano Vinceti nel 2010, e dopo le ricerche di quello di Poliziano, della Monnalisa (che secondo l’incredibile ricostruzione della studiosa tedesca Maike Vogt-Luerssen fu Isabella d’Aragona e divenne anche mogie di Leonardo), siamo ora alla volta di quello di Leonardo Da Vinci.

Gli esiti del «Leonardo da Vinci Project» sono stati presentati nei giorni scorsi a Firenze da Jesse Ausubel, vice presidente della Richard Lounsbery Foundation, con il sostegno della Regione Toscana e compaiono ora su un numero speciale della rivista «Human Evolution». Il «Leonardo Projec» è un consorzio che dal 2014 unisce genetisti, storici e antropologi di Italia, Francia, Stati Uniti, Canada e Spagna con l’obiettivo di riconoscere la storia del genio per via «fisiologica».
La caccia alle tracce biologiche
Dopo la ricostruzione dell’albero genealogico, che avrebbe portato a identificare «41 discendenti in linea diretta maschile ancora viventi», l’obiettivo del progetto è ora quello di comparare il Dna di Leonardo, che ancora deve essere trovato o estratto (la tomba è visitata da migliaia di turisti ogni anno nella cappella del Castello di Amboise sulla Loira), con il Dna del padre e di diversi parenti i cui resti sono sepolti a Firenze, tranne quelli della madre Caterina (che lo concepì in una relazione extraconiugale) che sarebbero a Milano. Fatto questo, si vorrebbe dare poi la caccia alle tracce biologiche nascoste tra tombe e dipinti e infine elaborare un «profilo genetico» di Leonardo entro il 2019, anno del 500mo anniversario della morte. Lo studio coinvolgerà anche il Craig Venter Istitute, il centro californiano fondato dal padre della mappa del genoma umano.
I 41 discendenti
Intanto Alessandro Vezzosi, direttore del Museo Ideale Leonardo da Vinci, ha dichiarato che la ricostruzione dell’albero genealogico ha permesso di scoprire cose inedite della famiglia che hanno condizionato la formazione di Leonardo, come il fatto che il nonno non fosse un semplice contadino ma un personaggio che aveva contatti con Avignone, Barcellona, Valencia ed era arrivato a Maiorca come procuratore di un cugino mercante”. Ma questo con il Dna e con i 41 discendenti non c’entra niente, bastavano i documenti.

5 maggio 2016 (modifica il 5 maggio 2016 | 22:08)

Il sindaco di Cupertino contro Apple: non pagano le tasse e abusano di noi

La Stampa

Il primo cittadino sta ora lavorando a una nuova proposta, in base alla quale le aziende con oltre 100 addetti sarebbero costrette a pagare 1000 dollari per ciascun dipendente.



Il sindaco di Cupertino, Barry Chang, ha deciso di dar battaglia alla Apple. Vale a dire, l’azienda più ricca e probabilmente più nota del Pianeta, il cui nome, «l’azienda di Cupertino», per milioni di consumatori è indissolubilmente legato a questa cittadina californiana di 60mila abitanti nel cuore della Silicon Valley.

Chang, sindaco dal dicembre 2015, vuole infatti costringere Apple a pagare all’amministrazione locale almeno un po’ delle tasse teoricamente dovute, in base ai miliardi di dollari fatturati vendendo iPhone, iPad e computer Mac. Soldi, ha raccontato Chang al Guardian, che servirebbero a finanziare l’ammodernamento delle vetuste infrastrutture di Cupertino, messe a dura prova dal gran movimento di persone e automobili creato dalla presenza nella regione di così tante aziende (Apple in testa) del settore hi-tech. A complicare la situazione ci sono anche i progetti di costruzione della nuova mega avveneristica sede dell’azienda fondata da Steve Jobs.

«Apple non vuole pagare un centesimo. Fanno profitti e dovrebbero condividere la responsabilità della nostra città, ma non lo fanno. Abusano di noi», sostiene Chang. Secondo i dati raccolti da Citizens for tax justice, un gruppo no-profit che studia le politiche fiscali, Apple paga solamente il 2,3% di tasse sui 181 miliardi di dollari di liquidità mantenuti offshore. Così come altri giganti del settore, Apple, attraverso un sofisticato sistema di intrecci societari offshore, riesce a mettersi al riparo dall’aliquota fiscale federale del 35% prevista per le aziende. Senza questo sistema, sostiene ancora Citizens for tax justice, Apple dovrebbe al fisco Usa 59,2 miliardi di dollari.

Per questo, il sindaco sta ora lavorando a una nuova proposta, in base alla quale le aziende con oltre 100 addetti sarebbero costrette a pagare 1000 dollari per ciascun dipendente. Una tassa, sostiene Chang, che sarebbe meno recessiva dell’altra soluzione possibile, un aumento dell’imposta sulle vendite. «Se contribuisci a creare il problema, devi aiutare a risolverlo», dice ancora Chang in riferimento a Apple. Recentemente, Chang ha tentato di organizzare una manifestazione di protesta davanti alla sede di Apple, ma ancora una volta l’«immagine» della Mela ha prevalso su tutto: «Nessuno ha voluto partecipare».

Steve Jobs e la profezia errata sul Web (ma anche le 9 previsioni esatte)

Corriere della sera

di Francesco Tortora     22 aprile 2016 | 12:30
Nel 1996, Steve Jobs, al tempo amministratore delegato di NeXT e non ancora tornato alla Apple, concesse un'intervista al magazine tech Wired nella quale immaginò quanto il sistema informatico e in generale il web avrebbero cambiato il mondo nei decenni successivi

Web onnipresente

La prima grande intuizione di Jobs fu quella di dichiarare che il web sarebbe stato onnipresente. Oggi può apparire una previsione scontata e banale, ma non lo era in un'epoca in cui Google era solo un progetto di ricerca all'Università di Stanford e Amazon una piccola start-up che vendeva libri.

«Ci sarà una linea web in tutto il mondo - vaticinò Jobs -. E tutto ciò che è onnipresente diventa interessante».

Duro colpo per il commercio tradizionale

Non sappiamo se Jeff Bezos, fondatore di Amazon, abbia mai letto quest'intervista, ma la seconda profezia di Jobs sembra anticipare il suo successo: «Il commercio tradizionale - sentenziò il futuro inventore dell'iPhone - sarà ucciso dal web».



Continua Jobs: «Le persone smetteranno di andare in molti tipi di negozi per comprare i prodotti, ma li acquisteranno comodamente da casa usando il web».

Percentuali dell’e-commerce

«Se l'e-commerce raggiungesse il 10% delle vendite di beni e servizi nel nostro Paese, sarebbe un successo formidabile», dichiarava nell'intervista il genio di Cupertino.



Secondo le stime odierne, l'e-commerce copre il 7,5% delle vendite al dettaglio negli Usa.

Addio intermediari

Jobs intuì che Internet sarebbe stato un formidabile mezzo per scavalcare la figura dell'intermediario e ridurre i costi dei prodotti. «Il web sarà un canale di distribuzione diretto al cliente, sia che si tratti di informazioni o di commercio - affermava Jobs -. Si bypassano tutti gli intermediari. Questi ultimi tendono a rallentare e a rendere gli scambi più problematici e naturalmente più costosi. L'eliminazione di queste figure sarà radicale».

Le grandi aziende che non si adeguano, muoiono

Nell'intervista Jobs faceva notare che nei successivi dieci anni solo chi si fosse adeguato alla «grande trasformazione» innescata dal web sarebbe sopravvissuto.

«Le grandi aziende che non presteranno attenzione al cambiamento - profetizzava Jobs - si faranno molto male». Quest'ultima dichiarazione sarebbe oggi sottoscritta dalle grandi catene editoriali, musicali e legate alla fotografia che hanno visto il loro mercato profondamente cambiato.

Le app create dagli utenti

Jobs intuì anche che il vero motore della trasformazione sarebbero stati gli utenti. Quando l'idea del web 2.0 non era nemmeno stata immaginata, l'allora quarantunenne pronosticò la diffusione delle applicazioni.

«Sarà la prossima fase del web - dichiarava Jobs -. Avete per caso mai visto il sito web di Federal Express che permette di seguire il percorso di un pacco?».

Le auto scompaiono dalle concessionarie

Jobs profetizzò anche un nuovo modello di business per le grandi case automobilistiche che negli anni successivi è stato seguito da diverse aziende tra cui la Tesla Motor. Via le centinaia di auto che occupano gli autosaloni, ma solo una standard per ogni modello.



«Poi ordinate l'auto online e in una settimana arriva», affermava Jobs. Oggi gli autosaloni della Tesla Motor hanno al loro interno solo macchine-campione. I potenziali acquirenti possono controllarle, e poi ordinarle online.

La fine del computer fisso

Nell'intervista Jobs predisse anche la fine dei computer fissi (desktop computer) e l'avanzata di nuove macchine, dai computer portatili ai futuri iPad.



«I prossimi 10 anni saranno un'epoca davvero difficile per i computer desktop».

Il sovraccarico di informazioni non ci migliora

Jobs è sempre stato un sostenitore della tecnologia a scuola, ma nell'intervista a Wired predisse chiaramente che una futura società con un sovraccarico di informazioni non avrebbe migliorato né la scuola né la nostra vita.

«La maggior parte delle persone sarà bombardata da molte più informazioni di quelle che riesce ad assimilare».

Il Web non cambierà il mondo

L'ultima profezia probabilmente è l'unica sbagliata. Secondo Jobs, infatti, la grande trasformazione del web non avrebbe avuto l'impatto che in passato hanno prodotto la radio o la tv.



"Non sarà certamente come la prima volta che qualcuno ha visto un televisore. Non sarà così radicale come quando qualcuno in Nebraska ha sentito una trasmissione radiofonica. Non sarà alla fine una rivoluzione così profonda ".

Boeri: “Vitalizi parlamentari? Insostenibili. Col contributivo risparmieremmo 760 milioni”

La Stampa

Il presidente dell’Inps: «Oggi 2600 onorevoli ricevono 150 milioni più di quanto hanno versato. Negli ultimi 40 anni spesa superiore ai contributi»

Applicando le regole del sistema contributivo - oggi in vigore per tutti gli altri lavoratori italiani - all’intera carriera contributiva dei parlamentari, la spesa per vitalizi si ridurrebbe del 40%. In altre parole «i vitalizi dei parlamentari sono quasi il doppio di quanto sarebbe giustificato alla luce dei contributi versati». Lo afferma il presidente dell’Inps, Tito Boeri, in audizione nella commissione Affari costituzionali della Camera. Tradotto: il sistema non regge più.

760 MILIONI DI RISPARMIO
Portando le prestazioni parlamentari ai valori normali, ragiona il presidente Inps, la spesa scenderebbe a 118 milioni, con un risparmio, dunque, di circa 76 milioni di euro all’anno (760 milioni nei prossimi 10 anni). «I correttivi apportati più di recente alla normativa, pur avendo arrestato quella che sembrava una inarrestabile crescita della spesa - ha osservato Boeri - non sono in grado di evitare, come si vedrà, forti disavanzi anche nei prossimi 10 anni». «Oggi - ha continuato - ci sono circa 2.600 vitalizi in pagamento per cariche elettive alla Camera o al Senato per un costo stimato intorno a 193 milioni di euro, circa 150 milioni superiore rispetto ai contributi versati», ha spiegato Boeri.

SPESA MAGGIORE DEI CONTRIBUTI
Il numero uno dell’Inps ha poi sottolineato come la spesa negli ultimi 40 anni sia stata «sempre più alta dei contributi. Normalmente un sistema a ripartizione (in cui i contributi pagano le pensioni in essere) alimenta inizialmente forti surplus perché ci sono molti più contribuenti che percettori di rendite vitalizie. Nel caso di deputati e senatori, invece, il disavanzo è stato cospicuo fin dal 1978, quando ancora i percettori di vitalizi erano poco più di 500, prova evidente di un sistema insostenibile».

Vendo la Vespa per salvare il mio cane”

La Stampa



Era oltre cento i cani trovati a Santa Croce a Camporosso. Vivevano con una persona che non li aveva sterilizzati e microchippati. Alla sua morte è partita una gara di solidarietà per salvarli e prendersi cura di loro. Marco Montanari è stato una delle tante persone che hanno aperto le porte di casa sua per adottare. Così ha conosciuto Neipols, un meticcio di taglia piccola color miele, che è entrato subito nel suo cuore.

Quello che però Montanari non sapeva era che Neipols era malato al cuore e aveva bisogno di una delicata operazione. Un vero problema: « Io non ho i soldi, visto che vivo un momento di difficoltà e non ho un lavoro fisso. Ho chiesto aiuto alla Lega del cane, che mi ha dato l’animale. Loro non mi hanno dato risposta e allora ho deciso di mettere in vendita la mia Vespa Piaggio, serie limitata, per pagare l’operazione».

Recupero crediti, come difendersi dalle pratiche aggressive e scorrette delle società: vademecum del Garante

ilfattoquotidiano
di Patrizia De Rubertis | 5 maggio 2016

Solleciti di pagamento insistenti e ripetuti. Visite domiciliari e strategie di contatto che creano pressione psicologica sul debitore. Telefonate e sms in cui si minacciano azioni legali coinvolgendo anche familiari e parenti. L'authority che vigila sulla Privacy interviene vietando le modalità vessatorie

Recupero crediti, come difendersi dalle pratiche aggressive e scorrette delle società: vademecum del Garante

Dalle telefonate a raffica nel cuore della notte alle estenuanti visite sul luogo di lavoro che coinvolgono pure familiari, conoscenti e vicini di casa. Passando per messaggi minatori sul cellulare e lettere scritte apposta per intimorire, con la riproduzione dei loghi dei tribunali o del ministero dell’Economia, pena il ricorso allo spauracchio di Equitalia e dell’autorità giudiziaria o l’iscrizione alla centrale rischi. Sono studiate e rodate nel tempo le tecniche utilizzate dalle società di recupero crediti per sollecitare in tutti i modi i pagamenti dei debitori che non riescono più a stare dietro alla scadenza delle bollette telefoniche, delle rate dei finanziamenti o al rientro dei fidi concessi dalle banche.

Strategie illegali che, al limite dello stalking, puntano a creare pressione psicologica e far sentire il debitore accerchiato e senza via di scampo affinché ceda e paghi subito. A subirle è una fetta di italiani che, tra crisi e perdita di lavoro, nel corso degli ultimi anni si è andata man mano allargando. Un mercato fiorente: secondo l’ultima rilevazione dell’Unirec (l’Unione nazionale delle imprese di recupero, gestione e informazione del credito), le pratiche affidate alle aziende del settore valevano nel 2014 oltre 56 miliardi di euro di cui 10 sono stati recuperati.

E il numero dei dossier dati in mano alla società è aumentato nell’ultimo anno del 16%. Più soldi da recuperare ci sono in giro, più aumentano i casi in cui gli operatori ventilano imminenti espropri o pignoramenti immobiliari anche se non se non c’è alcun provvedimento del giudice, al solo scopo di raggiungere maggiori percentuali di “recuperato” e, di conseguenza, soddisfacenti provvigioni.

Un fenomeno tutt’altro che circoscritto a cui il garante della Privacy, dopo anni di denunce da parte delle associazioni dei consumatori, ha cercato di porre rimedio pubblicando un vademecum che spiega quali dati personali si possono trattare nell’ambito dell’attività di recupero crediti, le prassi ritenute illecite, come vanno conservati i dati e il diritto alla riservatezza del debitore. Del resto, il solo potere che hanno i consumatori è una corretta informazione dei propri diritti.

I dati personali – Nell’attività di recupero crediti vanno comunicati agli operatori i soli dati anagrafici (il codice fiscale, il recapito telefonico per contattare il debitore, oltre alla somma dovuta) di norma forniti a banche, finanziarie o società di forniture dei servizi al momento della sottoscrizione del contratto. Sia nella fase di raccolta delle informazioni sul debitore sia nel tentativo di presa di contatto, non sono ammesse prassi invasive o lesive della dignità personale.

Le prassi illecite – Non si possono comunicare le informazioni relative ai mancati pagamenti ad altri soggetti che non siano l’interessato, come familiari, colleghi di lavoro o vicini di casa) ed esercitare indebite pressioni. Non è legittimo – sottolinea il Garante – neanche fare visite a casa o sul luogo di lavoro, effettuare telefonate di sollecito pre-registrate senza l’intervento di un operatore, utilizzare cartoline postali o invio di plichi recanti all’esterno la scritta “recupero crediti” o formule simili che rendono visibile a persone estranee il contenuto della comunicazione.

È necessario, invece, che le sollecitazioni di pagamento vengano portate a conoscenza del solo debitore, usando plichi chiusi e senza scritte specifiche, che riportino le sole indicazioni necessarie a identificare il mittente evitando un’inutile divulgazione di dati personali. Non si possono neanche affiggere avvisi di mora o, comunque, di sollecitazioni di pagamento sulle porta delle abitazioni.

Inoltre, anche se non esiste una norma che stabilisca in quali momenti della giornata è possibile telefonare al debitore, il garante della Privacy ha più volte parlato di un divieto di chiamate ad orari irragionevoli e con frequenza superiore al dovuto. Poi, l’operatore del recupero crediti non può usare un linguaggio aggressivo e violento. In questo caso, pur non configurandosi il reato di minaccia o di violenza personale, potrebbero scattare il reato di stalking.

La conservazione dei dati – Salvo l’assolvimento di specifici obblighi di legge (ad esempio, per rendere conto delle attività svolte), che può richiedere una conservazione prolungata dei dati raccolti, una volta assolto l’incarico e acquisite le somme, i dati devono essere cancellati.

L’esercizio dei diritti - Il debitore ha la possibilità di richiedere l’origine dei dati personali che lo riguardano, di opporsi, in tutto o in parte, per motivi legittimi al trattamento dei dati che lo riguardano, ancorché pertinenti alla raccolta, oppure, al trattamento dei dati ai fini di invio di materiale pubblicitario o di vendita diretta o per il compimento di ricerche di mercato o di comunicazione commerciale. (Scarica qui il modello)

Allora, come ci si può allora difendere se le società non rispettano queste regole? “Si possono registrare le telefonate moleste, o conservare gli sms ricevuti, per dimostrare facilmente di subire pratiche aggressive e scorrette”, spiega Fabio Picciolini, responsabile dell’Ufficio studi di Adiconsum. “Questi comportamenti illeciti delle società di recupero crediti – aggiunge – vanno poi segnalati prima al garante della Privacy e poi all’Antitrust per poter agire in giudizio e chiedere anche il danno non patrimoniale per la violazione della propria riservatezza”.

Niente scandali e ruberie: perché 40 anni dopo il Friuli è ancora un modello

La Stampa
davide lessi, raphaël zanotti

Il terremoto del 1976 fece quasi 1000 vittime in 59 secondi. Resta l’unica ricostruzione completata in Italia


Sopra le macerie. Una foto scattata il giorno dopo il terremoto che costò la vita a 990 persone nel 1976. Si scavava tra le macerie alla ricerca di corpi e sopravvissuti. Furono giorni di lutto, ma anche di rinascita. Da quell’esperienza nacque il Friuli di oggi

La calce viva gettata sopra morti e macerie. L’aria mefitica e il caldo anomalo. «Ricorderò sempre che a Gemona c’era un elenco delle vittime. Si leggeva una sfilza di nomi, poi la dicitura: “Cadavere di sesso non riconosciuto”». Elia Tomai, quel 6 maggio 1976, era il trentenne sindaco di Fagagna, Comune confinante con Majano, uno dei 44 paesi rasi al suolo dal terremoto. Un «tuono» cui seguì la distruzione: 990 vittime, 2607 feriti, 75 mila edifici danneggiati, 18 mila cancellati. 

Oggi, quarant’anni dopo, il Friuli ricorda quel sisma di magnitudo 6,4 della scala Richter, l’onda che sorprese un’Italia sonnolenta. Tre mesi dopo, l’11 settembre, arrivarono altre due scosse. Alle commemorazioni parteciperà anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella: per ricordare le vittime, certo, ma anche per celebrare la ricostruzione esemplare, il cosiddetto modello Friuli.

«PRIMA RICOSTRUIAMO LE FABBRICHE, POI LE CASE, INFINE LE CHIESE»
«Non rifare gli errori del Belice», era il titolo dell’editoriale pubblicato su La Stampa l’8 maggio del ’76, due giorni dopo. Ma i friulani si erano già messi in moto, seguendo il principio fasin di bessôi, facciamo dal basso. «Una scelta è stata fondamentale», ricorda Sergio Gervasutti, 78 anni, primo inviato del Gazzettino ad arrivare nel «tunnel» del terremoto. E spiega: «Tutti, anche il nostro arcivescovo di Udine, Alfredo Battisti, avevano condiviso di ricostruire prima le fabbriche, poi le case e, infine, le chiese». Il lavoro per far ripartire tutto, secondo il mito dell’uomo friulano «saldo, onesto e lavoratore».

E così fu. Se il Belice del 1968 era stato il sisma dell’improvvisazione e dell’incapacità statale (ferrovie non ricostruite, collegamenti interrotti, popolazione nell’indigenza per decenni), il Friuli doveva diventare punto di riferimento. Il modello su cui verrà costruita la Protezione civile, con la responsabilità operativa affidata ai sindaci. Basta dare un’occhiata al grafico per rendersene conto: la ricostruzione del Friuli è l’unica a essere stata chiusa, nel 2006, dopo 30 anni.

Il Belice ha provvedimenti legislativi con stanziamenti previsti fino al 2028, sessant’anni dopo. Burocraticamente il Friuli ha visto 9 decreti emessi nel corso degli anni, il Belice tre volte tanto. I 18,54 miliardi stanziati per il Friuli (rivalutazione al 2014) sono stati distribuiti meglio, 390.000 euro per ogni singolo sfollato. Tre volte il Belice (130.000), ma anche due volte l’Irpinia, che pure con i suoi 52 miliardi è stato lo stanziamento più massiccio di sempre.

LA PARTECIPAZIONE DELLE PERSONE
Vittime e ricostruzione, ma non solo. Dice Gervasutti: «Il terremoto fu uno spartiacque sia dal punto di vista socio-economico che della partecipazione politica». Il Friuli, che all’indomani del sisma si trovò con 5 mila lavoratori rimasti disoccupati, cambiò. «Da zona rurale, sottosviluppata d’Italia divenne centro di una serie ininterrotta di iniziative della piccola e media imprenditoria. Gli emigrati del primo Novecento cominciarono a rientrare ai “fogolar”, ai loro camini». Una crescita economica che andò a braccetto con quella culturale.

«Non dimentichiamoci - ricorda Gervasutti - che l’Università di Udine, inaugurata nel 1978, è figlia del terremoto». Alle elezioni del giugno ’76 l’astensionismo in Friuli toccò i tassi più bassi d’Italia. C’era fermento, voglia di condividere, esserci. «Era come se fosse scattato qualcosa: si diede vita a gruppi teatrali, di poesia e lettura», ricorda il cronista Paolo Medeossi nel documentario Sopra le macerie, del regista Matteo Oleotto. Una testimonianza collettiva di quei giorni. 

Quarant’anni dopo resta una domanda: e se succedesse ancora? Se l’Orcolat, l’orco popolare che causa i terremoti, si risvegliasse? «I nostri sindaci non hanno più la cazzuola in mano», sentenzia il primo cittadino di allora Tomat, oggi 70enne. «E ho paura che anche noi faremmo la fine dell’Aquila o del Belice, arriverebbero subito gli avvoltoi».

Il primo (ex) bambino della pubblicità: “A 5 anni ero il Signor Rossi della Sasso”

La Stampa
marina rissone

Giovanni Belly, oggi manager astigiano, nel 1965 era stato scelto per la réclame: “La censura tagliò il Carosello girato in una vasca da bagno, altri tempi e altra Rai”


Giovanni Belly nello spot Sasso nel 1965

E’ stato il primo bambino in Italia a essere protagonista di una pubblicità, quando ancora si chiamava «réclame», e per anni, la sua famiglia, in paese, la chiamavano «Rossi» come quella dello spot. Giovanni Belly, 53 anni, piemontese di Montiglio Monferrato, borgo antico tra le colline dell’Astigiano, tra il ‘66 e il ‘67 diventò il Signor Rossi per pubblicizzare gli Alimenti Sasso (quella dell’olio), con 4 spot per «Carosello». 

Negli Anni 50 e 60 la televisione entrava nelle case degli italiani. Diventava mezzo di informazione, cultura, intrattenimento, oltre a essere veicolo educativo. Un vero boom. Tanto che venne coniata la storica frase «Bambini, dopo Carosello a nanna». A distanza di tempo Giovanni Belly ripercorre quel periodo della sua vita. Ora, titolare di una società a Torino, è un temporary manager per lo sviluppo internazionale delle piccole e medie imprese, molto attivo nel mondo del volontariato per la Protezione Civile. 

«Dopo tanti anni – racconta il manager – per me è ancora una grande emozione. Ovviamente non ho ricordi diretti ma grazie alla memoria e ai racconti dei miei genitori ho rivissuto quei giorni straordinari». Davanti alla telecamere ci arrivò senza, come si dice oggi, casting: l’incontro con la telecamera fu quasi casuale. Ricorda Belly: «I miei genitori, Vittorio e Matilde Reviglio (sorella di Franco, già ministro delle Finanze negli Anni 80, ndr), erano grandi amici di Corrado Farina, il regista torinese. Gli fu affidato l’incarico di realizzare lo spot della Sasso e stava cercando un bimbo per le riprese. Per lui ero perfetto: disse che avevo un volto molto fotogenico».

Partì la campagna pubblicitaria, curata da Armando Testa. Lo spot (girato nel 1965 e andato in onda l’anno dopo) illustrava la giornata del «signor Rossi», impiegato, interpretato dal piccolo Giovanni, nei vari momenti della giornata in ufficio. Tra la lettura del giornale, i conti da far quadrare, le decisioni da prendere e la pausa pranzo comodamente spaparazzato sul seggiolone a gustare un vasetto di omogeneizzati Sasso. «Le riprese – ricorda Belly – furono girate in una sala di posa torinese. I giocattoli, il box, la calcolatrice, il mappamondo e gli altri oggetti degli spot erano miei e di mio padre. Un modo per farmi sentire un po’ a casa.

La scena in cui ero nella vasca da bagno fu però tagliata dalla censura». Davvero altri tempi quando la pubblicità e la televisione erano veicoli importanti per lanciare messaggi educativi, insegnare l’italiano alla popolazione e rendere accessibile la cultura a tutti. Un linguaggio semplice, diretto attraverso uno slogan, per raggiungere tutti gli strati della popolazione. Per Giovanni Belly quella campagna fu la prima e unica. Oggi vive a Montiglio con i figli Vittorio Pietro, 6 anni, Maria Vittoria, 16, e la fidanzata Silvia Talluri, di origini fiorentine. La sua famiglia, originaria della Savoia in Francia, nel 1600 si trasferì nel Monferrato.

L’avo Belly era un notabile di corte a Casa Savoia. Un altro avo, Pietro, nel 1720 come ufficiale del Regio Esercito fondò il paese di Calasetta in Sardegna. Nel 1870 il suo trisavolo Giovanni Antonio Belly da comandante di plotone fu il primo a entrare nella Breccia di Porta Pia a Roma. A Montiglio per ricordare l’illustre personaggio gli è stata intitolata una piazza. «Per alcuni anni – racconta Giovanni – mia mamma fu chiamata la Signora Rossi. In banca, dal macellaio, dal parrucchiere, ormai ci conoscevano per la mia notorietà di Carosello. Nel ’77 con la scusa di recuperare il materiale degli spot conobbi di persona il pubblicitario Armando Testa.

Entrai in agenzia e mi spacciai per il Signor Rossi. Coincidenza volle che fu lui ad accogliermi. Con una risata partì una simpatica chiacchierata di oltre mezz’ora». Per raccontare la sua storia questa sera dalle 21 sarà ospite di Carlo Conti, su Rai Uno nella trasmissione «I migliori anni»: Giovanni tornerà indietro nel tempo. Con emozione racconterà quel periodo favoloso degli Anni Sessanta con il suo Signor Rossi. 

5 maggio 1946, nasce il Totocalcio Il concorso che cambiò l’Italia

Corriere della sera

di Claudio Del Frate
Inventore fu il giornalista Massimo della Pergola: fu un successo immediato nel paese ferito dalla guerra. Nel ‘93, a Crema la vincita record: un «13» portò a casa oltre 5 miliardi e e mezzo di lire

L’inventore Della Pergola, cacciato perché ebreo

Il 5 maggio del 1946, esattamente 70 anni fa, debuttava in Italia un concorso destinato a cambiare il costume e i sogni di una nazione intera per almeno mezzo secolo: il Totocalcio. Inventori del concorso furono il giornalista della Gazzetta dello Sport Massimo Della Pergola con Fabio Jegher e Geo Molo. Della Pergola, allontanato dalla professione nel 1938 perché ebreo, si rifugiò in Svizzera durante la guerra e riprese la professione nel 1946. Morirà a Milano nel 2006

L’inventore del Totocalcio, Massimo Della Pergola
L’inventore del Totocalcio, Massimo Della Pergola

All’inizio si vinceva con il 12

La prima schedina non prevedeva il mitico “tredici”: i pronostici da azzeccare erano infatti solo 12 e di questi solo 4 riguardavano partite del massimo campionato. La formula con la quale è oggi universalmente conosciuto verrà introdotta nel 1948. All’inizio, inoltre, il concorso non si chiamava Totocalcio ma Sisal (appellativo rimasto in auge per anni); il nome Totocalcio arriverà solo due anni dopo, quando la gestione delle scommesse passa ai Monopoli di Stato

La schedina del primo concorso, risalente al 5 maggio 1946
La schedina del primo concorso, risalente al 5 maggio 1946

Una vincita che cambia la vita

In una nazione che ancora si portava addosso le ferite della guerra e ancora lontana dal boom economico , il “tredici” al Totocalcio era una delle poche occasioni che potevano cambiare la vita delle persone. La febbre delle scommesse divenne così in breve tempo un fatto comune a tutte le regioni d’Italia e a tutte le classi sociali. Le prime vincite record diedero vita anche a personaggi destinati a breve fama. Come nel caso di Giovanni Mannu, minatore sardo che nel 1950 si porta a casa 78 milioni di lire

Giovanni Mannu con i pacchi di banconote vinte nel 1950
Giovanni Mannu con i pacchi di banconote vinte nel 1950

Il 1993, l’anno dei record

Il fascino del Totocalcio e la tentazione di una vittoria restano intatte per decenni e accompagnano le trasformazioni dell’Italia fino quasi all’approdo al 2000. L’anno dei record è il 1993: al concorso del 5 dicembre dio quell’anno il volume delle giocate tocca la vetta di 34. 470. 967. 370 di lire, che non verrà mai più superata. Sempre nello stesso anno si registra anche la più alta vincita nella storia del concorso: il 7 novembre un sistema giocato in una ricevitoria di Crema totalizza 5 .549 .756 .245 di lire. Un “tesoro” che non verrà mai più eguagliato.

Fiorenzo Bonelli, titolare della tabaccheria di Crema della vincita record
Fiorenzo Bonelli, titolare della tabaccheria di Crema della vincita record

I cambiamenti e l’inarrestabile declino

La rivoluzione tecnologica investe nel bene e nel male anche il Totocalcio: dalle schedine compilate a mano in più copie si passa alle ricevitorie elettroniche e a sistemi sempre più complessi di giocate. Ma è il concorso in sè ad apparire ormai superato nella formula, complice anche il proliferare di scommesse sempre più estese e innovative; in più le partite di campionato “spalmate” su più giorni tolgono molta suspence agli appassionati. A partire dal 2003 al Totocalcio si affianca il concorso del Totogol, le partite da azzeccare non sono più 13 ma 14 ma il numero degli scommettitori è ormai ridotto al lumicino

Un apparecchio per le giocate al Totocalcio introdotto negli anni ‘80
Un apparecchio per le giocate al Totocalcio introdotto negli anni ‘80

Un punto fermo nell’immaginario popolare

“Fare tredici al Totocalcio” resta ancora oggi un’espressione che equivale a dire un colpo di fortuna in grado di cambiare la vita. Questo per dire quanto il concorso inventato da Della Pergola fosse entrato nell’immaginario popolare. La più celebre delle scommesse sportive è stata fonte di ispirazione anche per il cinema, come nel caso di “Eccezziunale veramente”, che lanciò Diego Abatantuono. In uno dei tre episodi del film Diego rimane vittima di un atroce scherzo da parte degli amici i quali gli fanno credere che ha “preso” un tredici. Il pronostico decisivo riguarda la partita Carrarese -Pro Patria

Abatantuono, tra Ugo Conti, Boldi e Teocoli in “Eccezziunale veramente”
Abatantuono, tra Ugo Conti, Boldi e Teocoli in “Eccezziunale veramente”

Da Torino a Pechino in 26 ore con la “via ferroviaria della seta”

La Stampa

Calcola quanto tempo s’impiegherà per raggiungere le principali città di Europa e Asia grazie alla nuova ferrovia intercontinentale



Percorrere i 9.838 chilometri tra Torino e Pechino in 26 ore. È una delle decine di viaggi che saranno possibili con la nuova «via ferroviaria della seta», il progetto di sviluppo dei corridoi dell’Alta Velocità tra Europa e Asia che ha casa nel capoluogo piemontese. La mappa interattiva della New Railway silk road è consultabile qui e permette di calcolare quanto tempo occorrerà per raggiungere con l’alta velocità le principali città europee e dell’Asia.

Dopo che a novembre si era svolto in Comune a Torino il primo «Forum delle Città della nuova via ferroviaria della seta», durante il quale sindaci di varie nazionalità si erano impegnati a promuovere il progetto sottoscrivendo la Carta di Torino, è stata inaugurata nel capoluogo piemontese la sede europea del Forum. Qui, in uno spazio green, da metà luglio tutti i giovedì e venerdì si potranno avere informazioni sullo sviluppo del progetto e saranno ospitate iniziative e momenti di approfondimento.

Prossimamente saranno aperte sedi anche a Mosca e Pechino. Presenti all’inaugurazione il coordinatore del MIR Initiative, promotore dell’iniziativa, Ernest Sultanov, il sindaco, Piero Fassino, il direttore generale di Tunnel Euralpin Lyon-Turin, Mario Virano e il commissario di governo per la nuova linea Torino-Lione, Paolo Foietta, oltre a molti esponenti del mondo economico e istituzionale. 

Lo scopo del Forum delle città della nuova via ferroviaria della seta è coinvolgere le aggregazioni metropolitane sugli snodi principali dei corridoi euro-asiatici sapendo che «la mobilità non è solo trasporto fisico, ma anche sociale e culturale» ha spiegato Ernest Sultanov del MIR Initiative. Ad oggi sono 30 le grandi città che hanno aderito all’iniziativa e la prospettiva è di arrivare a 50 entro l’anno.

Il prossimo appuntamento del Forum è il 3 giugno a Sochi (Russia) dove firmeranno la loro adesione i sindaci delle città cinesi e russe. Nel frattempo Russia e Cina hanno lanciato il progetto di una nuova infrastruttura ferroviaria veloce Mosca-Pechino e si ritroveranno a giugno per formalizzare l’accordo di finanziamento della tratta Mosca-Kazan, con un investimento di circa 25 miliardi di euro, di cui 10 di finanziamento cinese e il resto russo, dando vita a uno dei tasselli fondamentali della «new railway silk road».

Intanto in Europa si lavora per costruire i 9 corridoi della rete TENT-T di cui è parte essenziale il Corridoio Mediterraneo con il tunnel di base del Moncenisio che collegherà Torino e Lione per garantire l’attraversamento delle Alpi alla quota di pianura tra Torino e Lione. «L’inserimento in questo grande mercato globale è un’opportunità che non possiamo perdere» dice Mario Virano ricordando l’arrivo a Lione poche settimane fa del primo treno merci cinese:

«È un segnale inequivocabile: il mercato c’è, l’interscambio economico tra Europa e Cina vale 500 miliardi di euro l’anno. C’è molto lavoro da fare – ha aggiunto - non solo nella costruzione della nuova infrastruttura, ma anche agendo sull’esistente e migliorando gli aspetti tecnici e burocratici per la gestione delle infrastrutture che già ci sono, mentre si realizzano le nuove opere che saranno fondamentali nel prossimo futuro in questo nuovo sistema di connessione globale». 

Lo scorso 21 aprile i primi container della compagnia cinese Wuhan Asia Europe Logistics, contenenti materiale elettronico e meccanico, sono stati scaricati sulla piattaforma logistica di Saint-Priest, vicino a Lione, dopo aver percorso 11.300 km attraverso Cina Kazakistan, Russia, Bielorussia, Polonia, Germania e Francia. Un viaggio di 15 giorni (in nave ce ne vogliono 45), che ha richiesto l’alternanza alla guida di una ventina di macchinisti.

«Quando ci sarà l’attraversamento delle Alpi – ha proseguito Virano – si passerà dall’Italia attraverso il Corridoio Mediterraneo perché sarà l’itinerario più competitivo, risparmiando almeno 1.500 chilometri. E’ un’occasione da non perdere, altrimenti quelle relazioni si svilupperanno lo stesso, ma per altre vie» ha concluso Virano ricordando che «il Forum delle città della nuova via ferroviaria della seta delinea una grande opportunità geo politica e geo economica di connessione tra Atlantico e Pacifico nel solco della grande tradizione di Marco Polo».

Franca Valeri: «Io, Totò, Visconti I miei conti con la politica e la morte»

Corriere della sera
di Aldo Cazzullo

I ricordi dell’attrice: «Dopo le leggi razziali al Comune di Milano mi fecero documenti falsi e mi salvai dai nazisti». L’amicizia con Maria Callas: «Un destino da tragedia greca»



Franca Valeri, 96 anni a luglio, ha appena pubblicato da Einaudi La vacanza dei superstiti (e la chiamano vecchiaia). Un libro pieno di humour; altrimenti non sarebbe suo. Ma anche di affermazioni che lasciano poca speranza.

Signora Valeri, perché scrive che il Duemila è sterile? «Perché le invenzioni non hanno più il fascino fiabesco di Edison, né l’alterigia di Marconi. La mia nipotina di 7 anni maneggia iPad e iPhone; io non riesco a scrivere un sms. Me l’hanno spiegato cento volte: niente. Non sono sciocca; è che sono nata troppo prima. Scrivere lettere era una gran scocciatura: i tabaccai avevano sempre finito i francobolli. Ma vuol mettere il fascino di una lettera?».

Però lei il telefonino ce l’ha.
«È utile. Ma lo si usa quasi solo per parlare, quasi mai per ascoltare. Una volta per definire un pazzoide dicevi: “Parla da solo”. Ora il pazzoide ha trovato un interlocutore».

Com’è la vita sulla soglia dei cent’anni?
«Sempre bella, se si ha la fortuna di star bene; e io sono fortunata. Ma non riesco più a leggere. Una ragazza ha fatto la tesi di laurea su di me: un tomo colossale. Non posso leggerlo. Ma come posso non leggere una tesi su di me?».

Anche Rita Levi Montalcini aveva questo problema. Lo risolse con una macchina speciale che ingrandiva le lettere.
«Eccola là. La uso anch’io. Ma con i libroni non funziona».

Suo padre era ebreo. Nel 1938 lei aveva 18 anni. Dovette lasciare la scuola?
«Mi ero premunita: ero rimasta a casa e feci due anni in uno. Ero al Parini. Per depistare diedi l’esame al Manzoni. Non se ne accorsero. L’Italia ha sempre avuto le sue inefficienze».

Poi arrivarono i tedeschi. «Ci furono tanti italiani coraggiosi; e ci furono tanti vigliacchi. Mi salvò un coraggioso: un impiegato del Comune di Milano, che mi procurò una carta di identità falsa. Ho avuto un momento in cui io non ero io».

Dove si nascose?
«Dappertutto. In Brianza. Sopra Lecco. Poi a Milano, in via Mozart, in una casa bombardata. Sopra di noi viveva una ragazza, molto giovane e bella, che si era appena sposata. Un giorno rientrando vidi la porta socchiusa. D’istinto me ne andai. Dietro c’erano i tedeschi. Presero la sposina. Non è mai tornata».

Lei si sente ebrea?
«Sarei perfetta se fosse stata ebrea anche mia madre. Per i tedeschi bastava anche una zia; un padre era abbastanza. E quindi sì, mi sento ebrea. Cose tipo le leggi razziali rafforzano l’identità».

Lei scrive che non è importante ricordare la prima volta che si è fatto l’amore, ma l’ultima. «In realtà non ricordo neanche la prima. Noi figli della guerra siamo arrivati tardi a tutto. Non abbiamo avuto una giovinezza. Poi mi sono sposata con Vittorio Caprioli».

Le propongo un gioco. Lei ha lavorato con tutti i grandi artisti del ’900. Io le dico un nome, lei mi risponde. «Da chi cominciamo?».

Totò.
«Una persona molto malinconica. Sa quel luogo comune sui comici, che siano un po’ tristi? Ecco, per Totò era vero. Intelligentissimo. Con la fissa della nobiltà: si faceva chiamare principe. Insieme abbiamo fattoTotò a colori e Gli onorevoli. Nelle pause eravamo sempre in un angolo a parlare. Tutti si chiedevano: di cosa parleranno Totò e la Valeri?».

Di cosa parlavate? «Di cani. Totò li adorava. Io qui in casa a Roma ne ho otto. Ho anche un canile».

Eduardo.
«Eduardo era un cane rognoso. Con me, però, sempre simpatico».

Strehler. «Un genio. Aveva il tocco magico. Spettacoli come i suoi non si vedono più».

Fellini.
«Un altro genio; anche troppo. Non ho sempre stra-capito tutti i suoi film. La sua personalità però mi ha sempre stra-affascinato. Una sera ci siamo trovati a casa di Lattuada e mi hanno chiesto di inventarmi un personaggio. Improvvisai la coreografa ungherese. Fellini impazzì e la mise in Luci del varietà. Se ripenso a quel film mi accorgo che sono tutti morti. Io sono la superstite».

Sordi.
«Quanto ci siamo divertiti a girare Il vedovo!»

Indimenticabile l’epitaffio che lei dettò al Corriere: «Ciao Cretinetti. Franca Valeri, Milano». «Con Alberto abbiamo fatto sette film. Durante la lavorazione eravamo amicissimi; il giorno dopo smettevamo di sentirci. Ma non era affatto avaro com’è stato descritto: era un generoso. Non ho mai dovuto aprire la borsetta, offriva sempre lui. Sbagliò a prendere una strada artistica diversa: ognuno deve fare quello per cui è nato. Sordi era nato 15 giorni prima di me. Quando compii ottant’anni mi telefonò: “Franca, ci siamo arrivati!”. Purtroppo morì poco dopo».

De Sica.
«Il migliore in assoluto. Fascinosissimo. Regista straordinario, attore straordinario. Sdoppiarsi era il suo destino: due personalità, due vite, due famiglie, due donne. Entrambe si erano imposte. Giuditta era già una grande attrice, credo lo abbia aiutato a crescere. Maria era irresistibile, tanto era bella. De Sica sapeva cavare il meglio dagli attori. Anche Sophia Loren con lui recitò benissimo».

Altre volte recitò meno bene? «Ma no, Sophia è molto dotata, e poi è simpatica con il suo côté napoletano».

Monicelli morì suicida, come il padre. Destino, anche per lui?
«Credo di sì. Conoscendo Mario si può capire il suo gesto. Era così ironico da essere contro tutti, anche contro se stesso».

Ma il destino esiste davvero? O ce lo costruiamo con le nostre mani?
«In gran parte è così. Ma tenendo conto delle cose che la natura ci ha dato. Il destino di Maria Callas era la tragedia greca».

Con la Callas eravate amiche?
«Molto. Adoro la lirica, da quando a sei anni mi portarono per la prima volta alla Scala. Maria era idolatrata: la voce di Dio. Ma come donna si è riconosciuta infelice, e purtroppo questa riflessione le ha accorciato la vita. Si è ritirata troppo presto. Certo, Onassis diede una grossa mano. Peccato, perché Pasolini stravedeva per lei. E anche Visconti, che ne fece una perfetta Anna Bolena».

Dove vedeva Visconti?
«A Ischia. Un giorno arrivò Von Karajan. Ecco, questa è la fortuna: vivere al tempo della Callas e di Von Karajan. Una sera, sempre a Ischia, andammo a sentire una cantante diciottenne di cui si diceva un gran bene. Era Mina».

Anche con Mina avete lavorato.
«Sì, molti sabato sera. Abbiamo avuto un bellissimo rapporto, venne da me in campagna il giorno del suo matrimonio con Pani. Poi anche Mina ha scelto di sparire».

Lei no.
«Ho grande successo con i giovani. Dicono pure che sono un’icona gay… ».

Si è fatta un’idea del motivo?
«No davvero. Ma quando ho portato Parigi o cara al teatro Valle pieno di ragazzi la sapevano tutti».

A Parigi lei inventò la Signorina Snob.
«Montanelli venne a trovarmi e mi convinse a farne un libro, illustrato da Colette Rosselli».

Un libro l’ha scritto anche insieme con Luciana Littizzetto.
«Non proprio insieme. In quel periodo non ci siamo mai viste. Io scrivevo, lei dettava a una giornalista. Stimo Luciana: è spiritosa, intelligente, e anche buona».

Sandra Mondaini?
«Eravamo amiche. Il marito, poi, era bravissimo».

Enzo Tortora?
«Mi propose una trasmissione molto divertente, in cui recitavo le fidanzate immaginarie di uomini famosi, da Andreotti a Mike Bongiorno. Quello che hanno fatto a Enzo Tortora è atroce. Ne morì».

Come trova la Milano di oggi?
«Amo Milano. È cambiata molto, ma la mia Milano, quella del Parco, del centro — sono nata in via Rovani —, è sempre la stessa: bellissima».

Chi voterebbe tra Parisi e Sala? «Sala. Sono di centrosinistra. Non si cambiano ideali politici alla mia età».

Renzi come lo trova?
«Alterna cose molto intelligenti a cose molto stupide».

Ad esempio?
«A volte trova il discorso giusto: sulla cultura, sulle potenzialità del nostro Paese. Altre volte assume un tono esuberante e un po’ presuntuoso. Ha talento e straordinaria abilità, ma forse è troppo giovane per quel ruolo; e non posso perdonargli il modo in cui defenestrò Letta. Il rinnovamento generazionale fa bene all’Italia; ma guardi Napolitano, che raffinatezza politica e umana».

Ha paura della morte?
«Non si può non aver paura. Si può non pensarci».

Dopo ci sarà qualcosa?
«Penso di sì. Credo che Iago abbia torto, quando declama che la morte è il nulla. La sparizione è un grande mistero. Forse è come prima della nascita; in tal caso Iago avrebbe ragione. Ma mi pare impossibile. O forse mi piace pensare che sia impossibile».

5 maggio 2016 (modifica il 5 maggio 2016 | 22:44)