mercoledì 4 maggio 2016

Hacking Team, Galgano (Sc): “Sorpresa di aver appreso da un giornale ciò che avrei dovuto sapere dall’esecutivo”

ilfattoquotidiano
di Antonio Pitoni | 2 maggio 2016

Hacking Team, Galgano (Sc): “Sorpresa di aver appreso da un giornale ciò che avrei dovuto sapere dall’esecutivo”

La deputata di Scelta civica aveva presentato un’interrogazione al ministero dello Sviluppo economico. Per sapere “a quale organizzazione governativa egiziana fosse destinato il software” spia ‘Galileo’ prodotto dall’azienda milanese. Ma la risposta è arrivata solo da ilfattoquotidiano.it. Il disappunto della onorevole: “Gli uffici che hanno approntato la risposta del sottosegretario Scalfarotto hanno peccato quanto meno di superficialità.
Se ci fosse dolo sarebbe gravissimo”

“Ringrazio ilfattoquotidiano.it per aver ottenuto informazioni che mi sarei aspettata arrivassero altrettanto puntualmente dall’esecutivo in risposta alla mia interrogazione parlamentare”. Il 19 aprile scorso la deputata di Scelta civica, Adriana Galgano, aveva presentato alla Camera, in commissione, un quesito al ministero delle Attività produttive relativo ai rapporti commerciali tra la società Hacking Team, produttrice del sistema Rcs Galileo, e l’Egitto. In particolare per sapere “se il ministro interrogato abbia approfondito a quale organizzazione governativa egiziana fosse destinato il software e se esistano elementi per escludere che esso sia stato usato, in qualche modo, contro Regeni”.

Il sottosegretario Ivan Scalfarotto per il governo non le ha risposto. Le sembra normale? “Direi di no. Sono rimasta molto sorpresa di aver appreso da un giornale quello che avrei dovuto sapere dal governo”.

E come se lo spiega? “Non me lo spiego. Posso solo ipotizzare che gli uffici che hanno approntato la risposta fornita dal sottosegretario Scalfarotto abbiano peccato, quanto meno, di superficialità”.

Eppure, dopo la pubblicazione del pezzo, il Mise ha inviato una precisazione al nostro giornale ribadendo di averle risposto correttamente. “Una precisazione che, francamente, lascia il tempo che trova e che il Mise poteva anche risparmiarsi. Mi pare più che altro il tentativo maldestro di coprire un brutto scivolone che, voglio sperare, per quanto ingiustificabile, sia stato, come detto, esclusivamente frutto di superficialità”.

Ne è sicura? “Ovviamente è solo un’ipotesi, ma non voglio neppure immaginare che ci sia stato del dolo. Sarebbe gravissimo”.

Torniamo al software ‘Galileo’: è stato venduto al Consiglio nazionale di difesa egiziano. “Che quel che è accaduto è estremamente grave. E non solo per la vicenda del povero Giulio Regeni. Il tema è più ampio. Stiamo parlando di tecnologie sensibili, come appunto il software spia ‘Galileo’, sulle quali il governo ha il dovere di vigilare con la massima attenzione per evitare che possano finire nella disponibilità di Paesi che non offrono adeguate garanzie sul fronte del rispetto dei diritti umani”.

E nel caso dell’Egitto crede sia stato fatto? “Restano molti dubbi che spero la mia interrogazione, che ho deciso di rivolgere anche al ministro degli Esteri, possa contribuire a dirimere. Ma la questione non riguarda solo i rapporti con i Paesi stranieri”.

Sarebbe a dire? “La stessa attenzione, da parte del governo, va riposta anche sul fronte della prevenzione di possibili abusi legati all’eventuale impiego di queste tecnologie all’interno dei confini nazionali. Proprio nei giorni scorsi la Cassazione ha dato il via libera, ma fissando dei paletti, all’uso del virus Trojan per captare ‘conversazioni o comunicazioni tra presenti’ nei procedimenti ‘relativi a delitti di criminalità organizzata, anche terroristica’ nonché ‘quelli comunque facenti capo a un’associazione per delinquere, con esclusione del mero concorso di persone nel reato’. Una decisione che dovrebbe far riflettere”.

Su cosa, esattamente? “Sul fatto che l’impiego di questi strumenti andrebbe valutato da un lato alla luce delle esigenze che la lotta alla criminalità organizzata e al terrorismo richiedono. Ma, dall’altro, anche del rispetto delle garanzie costituzionali riconosciute ai cittadini. Un tema che può toccare tutti e sul quale l’opinione pubblica andrebbe adeguatamente informata”.

Twitter: @Antonio_Pitoni

Caso Hacking Team, parla l’ad Vincenzetti: “Se il problema era l’Egitto, perché ci hanno bloccato in 45 Paesi?”

ilfattoquotidiano
di Antonio Pitoni | 3 maggio 2016

Caso Hacking Team, parla l’ad Vincenzetti: “Se il problema era l’Egitto, perché ci hanno bloccato in 45 Paesi?”

Il fondatore e leader dell’azienda di cybersecurity accusa il ministero dello Sviluppo economico. Che ha vietato le sue esportazioni: “Provvedimento illogico, così si condanna a morte un’azienda”. Esclude che il software spia Galileo, prodotto dalla sua compagnia e venduto anche al Consiglio nazionale di difesa del Cairo, sia stato utilizzato per intercettare Giulio Regeni: “Se era controllato perché gli sarebbe stato sequestrato il cellulare?”. Infine una denuncia. “I miei collaboratori hanno appreso che è in atto nei nostri confronti una fase di riflessione. Perché, se il nostro software è stato decisivo in molte operazioni?”

“Se il problema era l’Egitto sarebbe bastato depennarlo dalla lista, invece ci hanno revocato il via libera per tutti i 46 Paesi verso i quali eravamo stati autorizzati ad esportare Galileo. Così facendo si condanna a morte un’azienda che per 13 anni ha servito l’Italia”. David Vincenzetti, fondatore e deus ex machina di Hacking Team (HT), proprio non riesce a spiegarselo. Il 31 marzo scorso la sua azienda di cybersecurity con sede a Milano, produttrice del Remote control system Galileo, il sistema che consente di spiare a distanza dati e informazioni che transitano su computer e smartphone, è stata destinataria di un provvedimento di revoca dell’autorizzazione globale all’export di uno dei suoi prodotti di punta da parte dell’Autorità che fa capo al ministero dello Sviluppo economico (Mise).

Un provvedimento motivato “alla luce delle mutate situazioni politiche” in alcuni Paesi destinatari, tra cui l’Egitto, dove solo pochi mesi fa è stato brutalmente ucciso l’italiano Giulio Regeni. Che sia stato utilizzato proprio il software Galileo, come da alcuni ipotizzato, venduto da Hacking Team previa autorizzazione del governo italiano al Consiglio nazionale di difesa del Cairo, per intercettare il giovane ricercatore friulano è un’eventualità che Vincenzetti si sente però di escludere:“Ho letto che al povero Regeni sarebbe stato sequestrato il cellulare dai suoi rapitori, operazione totalmente inutile se quel cellulare fosse stato intercettato”.

Ma i problemi per Hacking team, dopo lo stop arrivato dal Mise, non riguardano solo il mercato estero. “I miei commerciali, che hanno contatti diretti con le Forze dell’Ordine italiane, mi dicono che è in atto una ‘fase di riflessione’ nei nostri confronti e davvero non capisco perché, essendo stato il nostro software protagonista di molte operazioni di successo”.
Stanno davvero così le cose?

Dottor Vincenzetti che cos’è Galileo, cosa è in grado di fare e come funziona?
Galileo è un software prodotto da Hacking Team in grado di poter leggere, se introdotto, cellulari e computer. Con “leggere” intendo accedere a tutti i dati trasmessi da e per il device, in chiaro, ai dati presenti sul device e mai trasmessi, ad esempio una rubrica telefonica, la geo-localizzazione del device, le conversazioni telefoniche nel caso che si tratti di un telefonino, eccetera. E’ un sistema estremamente sofisticato frutto della ricerca e dello sviluppo di oltre 13 anni e adattato continuamente in base ai feedback, cioè alle esigenze, soprattutto dei nostri clienti italiani.

Facciamo un esempio: dopo le stragi di Parigi ci sono volute settimane prima di scovare il presunto responsabile poi arrestato in Belgio. Paese che non risulta nella lista dei vostri clienti. Se le autorità di Bruxelles avessero avuto a disposizione Galileo le ricerche sarebbero state più rapide e cosa avrebbero potuto fare in più gli inquirenti?
Certamente sì. Come sempre succede le indagini sarebbero state facilitate avendo a disposizione la possibilità di “seguire” i mezzi elettronici usati dai terroristi. Vorrei aggiungere che il Marocco, nostro cliente, ha fornito alla Francia e al Belgio informazioni determinanti per l’identificazione e la localizzazione dei terroristi. Mi consenta di aggiungere che assai stranamente uno dei pochi paesi a non usare più il nostro strumento dopo la violazione informatica che ci ha colpito nel luglio 2015 è proprio l’Italia.

E i miei commerciali mi informano che le Forze dell’Ordine italiane, non avendo a disposizione la nostra tecnologia, sono costrette ad usare tecnologie alternative assolutamente inferiori e questo è un fatto che dovrebbe far riflettere soprattutto in un momento geopolitico come questo. I miei commerciali, che hanno contatti diretti con le Forze dell’Ordine italiane mi dicono che è in atto una “fase di riflessione” nei nostri confronti e davvero non capisco perché essendo stato il nostro software protagonista di molte operazioni di successo.

Ma se Galileo cadesse nelle mani sbagliate quali rischi si correrebbero? Un software può finire nelle mani di chiunque, ma nessuno è in grado di fornire alle mani sbagliate gli aggiornamenti che sono praticamente continui. Vede, semplificando molto, il nostro software è come un antivirus alla rovescia. Un antivirus protegge un computer o un telefono, il nostro software consente alle Forze dell’Ordine di violare un computer o un telefono e di monitorarlo.L’obsolescenza di un antivirus è pari a quella della nostra tecnologia: se non lo aggiorni per due settimane diventa totalmente inefficace, e quindi inutile. Pertanto, anche se Galileo finisse nelle mani sbagliate, e questo lo trovo molto difficile a causa delle contromisure tecniche in esso contenute, in ogni caso diventerebbe qualcosa di totalmente inefficace, semplicemente inutile, in brevissimo tempo.

La scorsa estate sono stati violati i vostri sistemi informatici. Si è parlato di 400 gigabytes di informazioni riservate divulgate oltre alla pubblicazione della fonte sorgente del vostro software. Esclude che questa fuga di notizie abbia messo qualcuno nella condizione di utilizzare illegittimamente il vostro software?
Lo escludo. Di fatto non è successo nulla nemmeno ai nostri clienti ai quali abbiamo immediatamente chiesto di staccarsi dal software.

Le risulta che qualche indagine sia stata compromessa dall’attacco di luglio?
Noi vendiamo uno strumento che ha come paradigma numero uno la totale separazione tra noi e il cliente: non sappiamo come viene usato, non abbiamo assolutamente accesso ai dati raccolti dai clienti. Ma abbiamo la certezza che nessuna indagine è stata compromessa proprio per quello che le dicevo prima. E inoltre ribadisco che senza gli aggiornamenti non è possibile utilizzare il software in maniera produttiva: esso diventa zero in pochissimo tempo.

Certo, la violazione dei sistemi informatici di un’azienda leader in cybersecurity sembra una contraddizione in termini. Come è potuto accadere?
Le indagini sono ancora in corso e ho letto che una delle piste seguite dagli inquirenti porterebbe ad ex dipendenti infedeli. Le assicuro che di fronte ad un evento del genere nemmeno il Pentagono sarebbe sicuro.

Nell’elenco dei 46 Paesi verso i quali HT è stata autorizzata all’export di Galileo, fino alla revoca dello scorso 31 marzo, compaiono una serie di Stati in cui i diritti umani sono notoriamente violati. Posto che la sua azienda opera previa autorizzazione del governo, non ritiene che motivazioni di carattere etico avrebbero dovuto spingere HT ad evitare rapporti commerciali con tutte quelle Nazioni dove il vostro software può essere stato utilizzato per scopi tutt’altro che nobili?
La risposta a questa domanda è molto complicata. E per rispondere dobbiamo uscire dalla logica del tutto bianco o tutto nero. Diciamo che, seguendo il suo ragionamento, l’Italia non dovrebbe intrattenere rapporti commerciali con quei Paesi. Noi abbiamo sempre venduto il nostro software a Stati verso i quali eravamo autorizzati a farlo. La stampa ci ha largamente accusato di aver venduto a Paesi governati da una monarchia, Paesi non democratici.

E’ vero lo abbiamo fatto e operavamo secondo la legge. Ma vorrei sottolineare che tali Paesi sono anch’essi colpiti da atti terroristici e spesso in maniera assai superiore rispetto all’Europa o agli Stati Uniti, basti pensare alla penisola arabica con l’Aqap (l’equivalente di Al-Qaeda) o al Maghreb islamico con l’Aqim. Molti di essi sono partner strettissimi dell’Europa e quindi sarebbe da ipocriti fare di tutte le erbe un fascio.

Il riferimento al caso di Giulio Regeni e all’Egitto è inevitabile. Premesso che HT non può essere responsabile di come Galileo viene usato da parte dei suoi clienti, ritiene possibile, come in molti sospettano, che il vostro sistema possa essere stato impiegato per ‘intercettare’ il ricercatore friulano e consegnarlo ai suoi carnefici?
Da quello che leggo sui giornali non ho rilevato da nessuna parte che l’orribile delitto sia stato preceduto da intercettazioni. Ho letto che al povero Regeni sarebbe stato sequestrato il cellulare dai suoi rapitori, operazione totalmente inutile se quel cellulare fosse stato intercettato.

Lei è indagato dalla Procura di Milano che ipotizza il reato di esportazione illecita di beni dual use (come Galileo). Cosa le viene contestato e ci sono collegamenti tra l’inchiesta e i rapporti commerciali intrattenuti da HT con il Consiglio nazionale di difesa egiziano vostro cliente?
Non le so rispondere. Come possiamo aver illecitamente esportato un bene dual use quando la licenza ci è stata ritirata il 31 marzo? L’esportazione è evidentemente stata lecita.

Appurato che le “mutate situazioni politiche” di cui genericamente si parla a motivazione della revoca dell’autorizzazione globale ad HT si riferiscono principalmente all’Egitto, come si spiega lo stop all’export di Galileo anche negli altri 45 Paesi di destinazione tra i quali, per esempio, Stati Uniti, Svizzera e Australia?
Non me lo spiego, bastava convocarci e spiegarci che il problema era l’Egitto, e se il problema era questo sarebbe bastato toglierlo dalla lista. Invece si condanna a morte un’azienda che per 13 anni ha servito il Paese. I processi autorizzativi che saremo obbligati a chiedere di volta in volta erano e sarebbero, senza autorizzazione globale, molto lenti mentre l’obsolescenza della nostra tecnologia è assai più veloce. Abbiamo decine di contratti di manutenzione aperti in altrettanti Paesi e, tali Paesi, sono stati ora privati di uno strumento indispensabile per la loro Sicurezza Nazionale. Non capiamo il provvedimento del Mise.

Quali sono state le conseguenze della revoca dell’autorizzazione globale per l’attività della sua azienda?
Come le dicevo, il danno è enorme. Commercialmente, siamo a conclusione delle trattative con diversi Paesi nostri forti alleati (uno per tutti: gli Stati Uniti) e con condizioni politiche per nulla mutate. E se non otteniamo l’autorizzazione rischiano di saltare tutte le trattative.

Dai documenti pubblicati da ilfattoquotidiano.it risulta che HT abbia depositato al Mise, il 30 giugno 2015 e il successivo 24 dicembre, due report a sua firma con tutte le indicazioni relative ai Paesi di destinazione e agli utilizzatori finali di ‘Galileo’. Il ministero è stato sempre regolarmente informato sulle specifiche della vostra attività? Certamente, abbiamo sempre fatto il nostro dovere.

Avete prodotto lo stesso report anche in riferimento al periodo 24 dicembre 2015-31 marzo 2016, data della revoca dell’autorizzazione globale, e se sì quali sono stati i Paesi di destinazione e i relativi utilizzatori finali del vostro software?
Secondo la normativa del Mise, dobbiamo produrre un report semestrale. L’ultimo report prodotto è quindi quello dell’ultimo semestre 2015. Ricordo, come lei sa, che l’Egitto era nel report precedente.

In alcune recenti dichiarazioni lei ha detto che la sua azienda è sotto attacco e di intravvedere la regia di “una mano politica importante”. La mano di chi?
Non ne ho idea, chiederò al nostro attuale Governo delucidazioni, il sospetto che ci siano interventi ad esso estranei ci è venuto per la illogicità del ritiro della licenza in Paesi davvero amici, ma così si distrugge un’azienda. In termini generali quello che pensiamo è che la “sicurezza informatica offensiva”, un concetto inventato da me e da Valeriano Bedeschi, i fondatori di Hacking Team, sia diventata un business estremamente remunerativo.

Lei ha anche affermato che “alcuni inquirenti di livello molto elevato” le avrebbero rivelato di aver subito “pressioni dall’alto per motivi politici” affinché interrompano i rapporti con la sua azienda. Anche in questo caso la domanda è inevitabile: ha dei nomi da fare?
Preferisco non rispondere a questa domanda.

Alla luce di quanto da lei affermato, ritiene che ci sia una manovra per sostituire, sul mercato delle tecnologie dual use, HT con altra o altre aziende?
Non ne ho idea ma se così fosse sarebbe davvero grave.

Twitter: @Antonio_Pitoni

Proletari digitali

La Stampa
mattia feltri

I proletari digitali non hanno nemmeno la prole.

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La Stampa
jena@lastampa.it

I prossimi comizi del Pd si svolgeranno durante l’ora d’aria.

La prossima riga della favola

La Stampa
massimo gramellini

Caro Leicester, non deluderci anche tu. Gli uomini sono assetati di storie di riscatto che oggi la tecnologia trasmette in un battito di ciglia al mondo intero, suscitando passioni collettive travolgenti e altrettanto travolgenti delusioni. Abbiamo visto aziende, che erano nate per scardinare le regole del gioco, costringere i dipendenti a orari infami per paghe da schiavi. E abbiamo visto movimenti politici che erano sorti per opporsi al sistema dominante andare a cena coi banchieri alla velocità della luce.

Ci siamo riempiti gli orecchi e il cuore di «Yes we can» e rottamazioni assortite per poi accorgerci che a comandare erano più o meno gli stessi di prima. E di troppe cenerentole abbiamo festeggiato il matrimonio col principe azzurro, salvo scoprire che proprio nell’ultima riga della favola - «e vissero felici e contenti» - si nascondeva la trappola della normalizzazione che sempre infrange le illusioni sugli scogli della realtà.

Ora sull’onda ci sei tu, Leicester caro. Persino chi non sa nulla di pallone ti ha caricato sulle spalle il peso dei suoi sogni di rivincita. La riscossa dei falliti, degli incompresi e degli esclusi che insieme trovano l’alchimia per sovvertire ogni schema prestabilito. Chissà se ti lascerai corrompere dalle seduzioni del potere come tanti prima di te. I soldi degli sponsor, i riflettori dei media, la popolarità planetaria che titillerebbe anche l’ego di un santo sono trappole che quel vecchio saggio del tuo allenatore cercherà di disinnescare. Ci riuscirà? Riuscirà a farti restare forte senza farti dimenticare i valori che ti hanno reso diverso? 

L’architetto della Grande Moschea di Roma: “Fu un omaggio dell’Italia all’Arabia Saudita”

La Stampa
giacomo galeazzi, ilario lombardo

Paolo Portoghesi racconta l’esperienza della costruzione che richiese anni a causa delle proteste e dell’ambiguità politica. E dei progetti per il futuro dice: «Le città dovrebbero trovare luoghi non emarginati»



Dalla sua casa costruita nella roccia di Calcata, in provincia di Viterbo, l’architetto Paolo Portoghesi, 84 anni, torna con la memoria ai complicati anni trascorsi a inseguire il sogno della Grande Moschea di Roma, la più grande d’Europa. Davanti a lui, in una cartella, l’album dei ricordi fatto di fotografie, progetti, ritagli di giornale.

Architetto, l’impressione è che la costruzione delle moschee stia diventando un problema urbanistico e sociale per le città. Per evitare il proliferare di luoghi di culto improvvisati in garage e sottoscala non sarebbe meglio costruire edifici più visibili?
«Sono sempre stato un grande sostenitore della costruzione delle moschee. Ma le città dovrebbero trovare luoghi non emarginati. Avrebbe senso farli anche nei centri storici, perché le periferie spesso sono dormitori e per tradizione la moschea deve essere collegata a luoghi più frequentati»

C’è un dibattito, però, attorno ai simboli, su come armonizzare l’architettura islamica con i centri storici italiani, i palazzi, le chiese. In Svizzera c’è stato un referendum che ha detto no ai minareti.
«La legge della Svizzera è un capolavoro di follia, culturalmente ingiustificabile. La nostra Costituzione è chiara e tutela la libertà religiosa. Perché i simboli dell’Islam dovrebbero essere vietati? La modernità della globalizzazione è coabitazione. Questo è il principio su cui è stata costruita l’Europa, che altrimenti tradirebbe se stessa e le conquiste dell’Illuminismo. Vietare le moschee renderebbe città come Roma città morte, musei anacronistici, fuori dalla storia. Un esempio positivo è la rivitalizzazione del ghetto ebraico di Venezia in cui sono effettivamente tornate ad abitare le comunità».

Gran parte delle comunità islamiche però criticano la distanza della Grande Moschea, un luogo considerato lontano, poco vissuto dagli stessi musulmani.
«In un certo senso è vero: hanno scelto uno spazio che rispondeva alla logica di nascondere la moschea, non di valorizzarla. Doveva essere affacciata sul Tevere, visibile come la Basilica di San Pietro e la sinagoga, in una sorta di continuità tra le tre grandi religioni lungo il fiume, invece finì relegata dietro ai campi sportivi. Mi fecero anche storie per il minareto, accusandomi di averlo fatto più alto della Cupola di San Pietro. Era una favola, una delle tante con cui volevano boicottare la costruzione della moschea. La verità è che hanno scelto un terreno marginale per non essere impattante con il Vaticano e con il carattere sacro della città di Roma stabilito dal concordato. Per questo la moschea è un po’ il simbolo dell’arrivo della libertà religiosa a Roma, per secoli città-simbolo di una sola fede».

Eppure dal progetto, anno 1973, all’inaugurazione vera e propria, 1995, passarono molti anni.
«Ci furono proteste, ci distrussero il cantiere. Contro di noi si schierarono comitati di quartiere, scuole cattoliche, il Msi. Io e il sindaco di allora, Giulio Carlo Argan, grande storico d’arte, e il capo cantiere fummo minacciati di morte (mostra il volantino con le minacce, ndr). Ci diedero la scorta. Paolo VI ufficiosamente aveva dato l’assenso, ma Giulio Andreotti, con quel suo fare al solito ambiguo, da una parte fu promotore della moschea, dall’altra, davanti alle proteste, prese tempo e costituì una commissione per la valutazione dei lavori che bloccò tutto per 5 anni»

Ma dopo tanti anni si ritiene contento del lavoro fatto?
«Diciamo che ho costruito un’altra moschea di cui sono molto più contento, a Strasburgo. Ma lì c’è un’altra tradizione, multi-religiosa e tollerante verso tutte le fedi. All’inaugurazione c’erano cattolici, protestanti ed ebrei, a festeggiare con i musulmani. La Grande Moschea di Roma è molto lontana da quel progetto dal punto di vista spirituale, anche perché in Italia non c’è niente di simile all’Islam europeo che invece a Strasburgo è radicato. Poi quello fu un progetto nato dal basso, dalle comunità. A Roma invece la moschea fu voluta da un consesso di ambasciatori dei Paesi islamici. Anzi fu un omaggio dell’Italia all’Arabia Saudita nel pieno della crisi del petrolio».

La condizionarono durante i lavori?
«Non durante i lavori. Ma dopo ci fu un divorzio assoluto tra me e il mondo islamico. A loro non interessava rivisitare la tradizione alla luce della modernità e far dialogare, come desideravo io, il passato e il presente. Per quanto altrove, pensate a Dubai, nei centri commerciali e negli alberghi, cercano l’innovazione assoluta, nell’edilizia sacra sono ancorati a modelli arcaici, alla conservazione assoluta dei simboli religiosi. Vogliono ancora le moschee come nel Seicento». 

Motorini nelle bici, l’Uci contrattacca ma il tablet non può dare certezze

Corriere della sera

di Marco Bonarrigo

Alla vigilia del Giro d’Italia presentata l‘«arma» contro il doping tecnologico. L’Ipad smaschera motorini non cancella tutti i dubbi, ma i controlli saranno capillari

La presentazione dell’apparecchio per testare le biciclette nella sede dell’Uci ad Aigle, in Svizzera (Afp/Coffrini)

Aigle (Svizzera) - L’arma definitiva contro il doping tecnologico nel ciclismo? Un iPad Mini «dopato» da un’azienda inglese produttrice di endoscopi digitali che spara un campo magnetico contro la bici, analizza il segnale di ritorno e svela se nel telaio ci sono (o meno) l’infame motore con relativa batteria. Può essere utilizzato in corsa? No. È efficace contro le «ruote magnetiche»? No. Rileva i motorini a bassa potenza? Non si sa.

Per rispondere al reportage di «France 2» e del Corriere della Sera — che ha rivelato la possibile frode da parte di alcuni ciclisti professionisti — martedì l’Unione Ciclistica Internazionale (Uci) ha dovuto aprire le porte della sua sede, all’ombra delle Alpi, in Svizzera, svelando per la prima volta i meccanismi di controllo. Allineati sulla pelouse del velodromo di Aigle bici «pulite» e altre «dopate» con motori da scooter e antidiluviane batterie nella borraccia. Padroni di casa il presidente Brian Cookson e il manager tecnico, Mark Barfield. Uno stewart-ispettore avvicina il tablet alla bici «pulita»:

sullo schermo scorre una linea continua che si trasforma in onda gigante quando il tablet si sposta sulla bici dopata. «Vedete, il sistema funziona — spiega Barfield — ed è il più efficace contro le frodi tecnologiche. Tutto il resto, dai raggi X alla termografia agli ultrasuoni, è pericoloso o inaffidabile o costoso». E quanto costa il vostro sistema, Mr Barfield? «Non possiamo quantificarlo». Lo si può utilizzare in corsa? «No, se i pedali girano il sistema non rileva nulla». Perché non prevedete le telecamere termiche almeno in gara? «Perché dovremmo lavorare dalle moto, pericolose per i corridori. E perché le immagini sono influenzate da altre fonti di calore».

Per dimostrarlo Barfield testa una bici dopata con una telecamera termica: il profilo del motore si delinea perfettamente, senza interferenze. Imbarazzo generale. Spazio alle domande. Le ispezioni con i tablet terminano un’ora prima della partenza. Perché lasciare così tanto tempo ai bari? «Saremo più veloci», spiega il manager. Ci saranno controlli anche nelle ammiraglie e nei bus, dove si potrebbero nascondere i mezzi truccati?

«Non sono previsti». E in corsa? «Per ora no». Perché alla Parigi-Roubaix avete controllato solo squadre minori? «I test sono a campione». E perché, sempre alla Roubaix, alcuni atleti «target» sono sfuggiti ai test dopo l’arrivo? «Nella confusione può succedere». È vero che circola una lista di 10/15 corridori (alcuni top) definiti sospetti dalle autorità giudiziarie? «Non ne sappiamo nulla».

Alla vigilia della partenza del Giro d’Italia (dove i controlli saranno capillari, assicura l’Uci, che vuole raggiungere i 10 mila test entro fine anno) la certezza è una sola: una bici «dopata» la smascheri solo se qualcuno la parcheggia in bella vista nella zona di partenza.