martedì 3 maggio 2016

Profughi protestano per il cibo? Per loro arriva lo chef specializzato

Luca Romano - Mar, 03/05/2016 - 16:22

Dopo le proteste di mercoledì scorso a Reggio Emilia, la cooperativa pensa a uno chef specializzato in piatti africani e pachistani. Insorge la Lega Nord



Alla mensa frequentata dai profughi di Reggio Emilia, dopo la protesta dei richiedenti asilo, si pensa a uno chef specializzato in piatti africani e pachistani.

Il ristorante "Il locomotore" - riporta il Carlino Reggio - ha cambiato il proprio menù per venire incontro alle rimostranze dei profughi, che mercoledì scorso avevano vivacemente protestato contro la qualità delle pietanze nella sede della Questura di Reggio Emilia.E così, per spegnere le polemiche, la cooperativa Dimora d’Abramo, che si occupa dell'accoglienza dei profughi, cerca di soddisfare le loro esigenze.

"Siamo sicuri della bontà del nostro menu – ha spiegato al Resto del Carlino Paolo Masetti, uno dei responsabili del punto ristoro – e soprattutto della varietà che offriamo, con molta attenzione verso le loro esigenze e il loro credo religioso. Però siamo disponibili a cambiare qualcosa se necessario. Stiamo valutando coi responsabili della Dimora di inserire nel menu, una volta a settimana, un piatto unico come piace a loro. E stiamo pure parlando con uno chef che ben conosce i piatti pachistani e africani. Se sarà possibile sarà direttamente lui a prepararli. Il nostro sforzo è davvero massimo".

La Lega Nord si è subito fatta sentire. "È uno schiaffo a tutti i cittadini reggiani che devono affrontare la crisi in silenzio dato che lo stato italiano per loro non prevede nulla. Persone che in teoria scappano dalla guerra non dovrebbero avere di questi problemi, anzi, dovrebbero ringraziare il Paese che li ospita", ha commentato il commissario della Lega Nord reggiana, Matteo Melato. E anche il leader della Lega, Matteo Salvini, ha scritto un post caustico su Facebook: "INCREDIBILE a Reggio Emilia.

Dopo aver protestato in Questura per la qualità del cibo, ai PRESUNTI PROFUGHI ospiti della Coop Dimora d'Abramo è stato assegnato uno CHEF, specializzato in piatti africani e pachistani. Cioè, questi fanno casino e invece di espellerli gli mandano il cuoco!?! Con tanti italiani che crepano di fame... Vergogna!".

Apple perde l’iPhone in Cina: sarà anche una marca di borse

Corriere della sera

di Alessio Lana

La corte municipale di Pechino ha rigettato la causa intentata da Cupertino contro Xintong Tiandi Technology, un'azienda di pelletteria che vende con lo stesso marchio



Occhio a chiedere un iPhone in Cina o potreste trovarvi con una borsetta al posto del telefono. Il 31 marzo la corte municipale di Pechino ha respinto il ricorso in appello della Mela contro la Xintong Tiandi Technology (Beijing) Co., Ltd, azienda che produce una linea di pelletteria che si chiama come il famoso smartphone. Nella linea dell'azienda spuntano borse, portafogli, porta passaporti e, ironia della sorte, anche cover per cellulari su cui spunta bene in vista la scritta IPHONE seguita dall'immancabile erre del marchio registrato. Poco male se qui, a differenza della Mela, tutte le lettere sono maiuscole.
Smartphone ritardatario
La disputa legale è partita nel 2007 quando la Xintong Tiandi ha registrato il marchio IPHONE. A poco è valso che già nel 2002 Apple aveva registrato in Cina lo stesso nome e così, nel 2012, la Mela decise di portare il caso in tribunale. I risultati però sono stati negativi fin da subito. Secondo l'autorità che si occupa di diritto d'autore l'uso del nome IPHONE tutto maiuscolo era lecito perché Apple non era stata in grado di provare che il suo iPhone fosse un nome ben conosciuto in Cina prima del 2007.

La motivazione è semplice: non conoscendo ancora lo smartphone il pubblico non era in grado di legare il marchio delle borse a quello dei telefoni tanto da danneggiare gli interessi della Mela. La corte municipale di Pechino ha rincarato la dose notando che l'iPhone è entrato in Cina solo nel 2009, due anni dopo il marchio di borse, e poco importa se il primo ha la i minuscola e l'altro maiuscola perché per la corte non ha fatto distinzioni e li chiama entrambi IPHONE tutto maiuscolo.
L’azienda (cinese) esulta
Se Apple ha declinato ogni commento la Xintong Tiandi esulta pubblicamente. In una pagina web del suo sito curiosamente corredata da una foto della Cattedrale di Santa Maria del Fiore, l'azienda giudica la decisione cinese una vittoria del «libero mercato» e annuncia che «lavoreremo insieme ad Apple per beneficiare di ancora più utenti dell'iphone». E il bello è che lo scrive tutto in minuscolo.

3 maggio 2016 (modifica il 3 maggio 2016 | 11:58)

Libertà di stampa: ecco i 12 «cattivi» Italia al 77° posto, Haiti meglio di noi

Corriere della sera

di Sara Gandolfi

Tante conferme e qualche sorpresa nella classifica. Maglia nera ai leader, dal russo Putin al cinese Xi. Nel nostro Paese, minacce ai giornalisti dal crimine organizzato



«Un anno eccezionale per la censura»: è il titolo dell’ultima campagna pubblicitaria che Reporters sans frontières (Rsf) lancia in occasione della Giornata mondiale per la libertà di stampa, il 3 maggio. Sfilano con un calice in mano dodici leader mondiali, dal russo Vladimir Putin all’egiziano Abdel Fattah al-Sisi, che «celebrano la loro vittoria» sui giornalisti scomodi.

I dati dell’ultimo rapporto di Rsf sono scioccanti: redazioni attaccate a colpi di granata in Burundi, giornalisti licenziati per un tweet in Turchia, blogger condannati a frustate in piazza e dure pene detentive in Arabia Saudita, campi militari per la «rieducazione» dei reporter in Thailandia.
Minacce di morte
Scorrendo la classifica del 2016 ci sono molte conferme di oscurantismo ma anche qualche sorpresa. Tra queste, la posizione dell’Italia che si classifica soltanto al 77° posto su 180, scendendo di ben 4 scalini rispetto al 2015. Peggio di noi, nell’Unione europea, c’è solo la Grecia. Meglio di noi, invece, spiccano molti Stati meno sviluppati di noi economicamente, come il Ghana (26°), il Burkina Faso (42°), Haiti (53°), la Serbia (59°), il Senegal (65°), la Tanzania (71°) o il Nicaragua (75°). Il rapporto denuncia in «il livello molto inquietante di violenze perpetrate contro i giornalisti (intimidazioni verbali o fisiche, minacce di morte...)» in Italia: «Quelli che indagano sulla corruzione o il crimine organizzato sono i primi a finire nel mirino». Ma nella «scheda» viene citato anche lo Stato del Vaticano, dove «è la giustizia che se la prende con la stampa, nel contesto degli scandali Vatileaks e Vatileaks 2».
I «migliori»
In testa alla classifica si riconfermano i più liberali Paesi del nord Europa — Finlandia, Paesi Bassi, Norvegia, Danimarca — ma anche piccole realtà come il Costarica (6°) o la Giamaica (10°), che superano di gran lunga la Gran Bretagna, patria del giornalismo anglosassone, che è solo al 38° posto, o gli Stati Uniti, fermi al 41°.
Le «maglie nere»
Fanalino di coda, staccata di molto distanze, è l’Eritrea al 180° posto, «una dittatura dove l’informazione non ha alcun diritto», sentenzia il rapporto di Rsf. Ma nella lista nera dei 18 peggiori Paesi per libertà di stampa ci sono anche importanti realtà dell’attuale scenario internazionale come l’Arabia Saudita (165°), l’Iran (169°) e Cuba (171°), la Cina (176°).
I dodici leader
Il rapporto però punta soprattutto il dito contro dodici leader (guarda la fotogallery sopra), colpevoli di aver messo il bavaglio alla stampa nazionale, impedendo ai giornalisti «di esercitare la loro professioni in libertà e indipendenza». I metodi per «silenziare» il giornalismo scomodo sono diversi: la censura, il controllo dell’informazione, i grandi apparati di propaganda e le ideologie, «in particolare il radicalismo religioso». Ma anche, conclude Rsf, i monopoli: «Ovunque nel mondo, gli oligarchi acquistano i media ed esercitano pressioni che si affiancano a quelle degli Stati, spesso complici dei grandi gruppi».

3 maggio 2016 (modifica il 3 maggio 2016 | 11:43)

Quanto ci costi cappellano: ecco gli stipendi d'oro dei preti militari

espresso.repubblica.it
di Paolo Fantauzzi

Grazie a una legge del 1961, i sacerdoti in divisa sono equiparati agli ufficiali. Per loro lo Stato spende oltre 20 milioni di euro, tra retribuzioni, tredicesime, benefit e pensioni. E la riforma in arrivo che promette tagli in realtà farà risparmiare solo il 3 per cento, appena 350mila euro

Quanto ci costi cappellano: ecco gli stipendi d'oro dei preti militari

L'arcivescovo Santo Marcianò Papa Francesco la sua opinione l’ha fatta conoscere da tempo: per assistere spiritualmente i soldati, in caserma e nelle missioni all’estero, non servono sacerdoti coi gradi. Anche il buonsenso del pontefice, però, rischia di infrangersi davanti a una questione che si trascina da anni fra resistenze fortissime: l’equiparazione dei cappellani militari a ufficiali delle Forze armate in virtù di una legge del 1961 .

Sacerdoti-colonnello, tenente o capitano che possono aspirare a diventare generali e hanno diritto a retribuzioni dorate, indennità di ogni tipo, avanzamenti automatici di carriera e una serie di benefit assai lontani dall’idea della Chiesa povera tanto cara al papa venuto dalla fine del mondo. Un assoluto centro di comando “anfibio”, metà religioso e metà temporale, che fa parte a tutti gli effetti dello Stato italiano, ha rapporti diretti col Quirinale (che nomina per decreto i cappellani), il ministro della Difesa e il potere politico e che alla consolidata felpatezza vaticana unisce il rigore proprio della gerarchia militare.

Un universo che è un viatico per fulgide carriere, come mostra il caso del cardinale Angelo Bagnasco, divenuto noto con la celebrazione dei funerali dei solati caduti in Afghanistan e Iraq e approdato dopo appena tre anni al vertice della Cei.

CARO CURATO
Nel 2015 fra effettivi e “di complemento”, realtà abolita da anni per gli ufficiali, solo di stipendi i 205 cappellani sono costati oltre 10 milioni di euro, un terzo in più di appena due anni prima. E chissà che direbbe il Papa, che puntualmente tuona contro l’arricchimento del clero, se sapesse che l’arcivescovo Santo Marcianò, che lui stesso ha nominato ordinario nel 2013, in virtù dell’equiparazione a generale di corpo d’armata può contare su 9.545 euro lordi al mese, che con la tredicesima diventano 124mila l’anno.



Il ruolo di vicario generale, assimilabile a generale di divisione, ne garantisce 108mila, mentre gli ispettori (generali di brigata) arrivano a 6mila al mese. Altri due milioni costa il funzionamento della diocesi, ovvero l’ Ordinariato , che ha sede a Monti, alla salita del Grillo, in uno stupendo complesso con vista sui Fori, e dispone pure di un seminario equiparato ad accademia nella cittadella militare della Cecchignola. Cifre alle quali aggiungere almeno 7 milioni per pagare le pensioni, che grazie ai cospicui contributi previdenziali si aggirano in media attorno ai 3mila euro al mese.

Impossibile però conoscere cifre esatte per questi dipendenti pubblici: l’Inpdap non è in grado di fornire un dato preciso. Nel complesso, dunque, l’assistenza spirituale alle Forze armate costa alle casse pubbliche circa 20 milioni: tutti soldi, si badi bene, aggiuntivi rispetto al miliardo di euro che già annualmente entra nelle casse della Cei ed è usato in gran parte proprio per il sostentamento del clero. Ma se lo stipendio di un prete è sui mille euro, un cappellano come tenente parte dal doppio e a fine carriera, da colonnello, può superare i 5mila. Senza contare gli innumerevoli bonus. Se il sacerdote dei parà si butta col paracadute (in passato uno è stato perfino istruttore) ha diritto all’indennità di lancio; quello della marina, se non è a terra, all’indennità di imbarco.

E poi, fra le tante, quella di trasferimento, il rimborso per il trasporto del bagaglio personale e dei mobili, l’indennizzo chilometrico per gli spostamenti. «E siccome l’orario è quello d’ufficio, una celebrazione dopo le 16,30 viene considerata straordinario», spiega un cappellano che chiede l’anonimato. Benefit già difficili da accettare per i graduati, figurarsi per un ecclesiastico. Che quando va in missione internazionale gode pure della relativa lievitazione della busta paga. Forse anche per questo è sempre una stessa ristretta cerchia a prendervi parte.

IL BUON SOLDATO

Tanti privilegi favoriscono il rampantismo e rischiano di distogliere dalla missione evangelica. Come pure i ricorrenti casi di cronaca, l’ultimo dei quali risalente ai giorni scorsi: un cappellano dell’Aeronautica indagato dalla Procura di Pisa per stalking verso un giovane aviere al quale chiedeva prestazioni sessuali. Del resto della vita militare questo mondo dorato ha solo i vantaggi: un concorso di accesso non c’è, le visite di idoneità non sono affatto inflessibili e il sovrappeso, teoricamente motivo di congedo forzato, non rappresenta un problema.

Ma c’è pure chi vive con fastidio tanti benefit, perché compito di un religioso è essere un buon pastore d’anime. O al massimo un soldato sì, ma di Gesù, come ricorda nel nome il trimestrale dell’Ordinariato “Bonus miles Christi”. Solo che la rivista, spedita gratis alle istituzioni e pagata dal ministero della Difesa, più che a un bollettino informativo assomiglia a una tribuna dell’arcivescovo Marcianò. Con una sovraesposizione, anche fotografica, che fra omelie, interviste e prefazioni supera non solo gli spazi minimi relativi alle attività pastorali, ma pure quello riservato ai discorsi del pontefice. D’altronde si tratta pur sempre di un generale di corpo d’armata, per quanto in abito talare.

RIFORMA O NO?
Ma se lo Stato è laico, perché non togliere i gradi ai cappellani e far provvedere direttamente al Vaticano? Se ne parla da anni. «La Chiesa è pronta da ieri, non da domani», ha assicurato a Radio radicale nel 2013 il vicario generale, monsignor Angelo Frigerio. «Senz’altro, basta trovare formule alternative», ha ribadito nel 2014 Marcianò. «In tempi brevi si giungerà a una soluzione», ha garantito a inizio 2015 padre Federico Lombardi, direttore della Sala stampa. Malgrado gli annunci, il tavolo bilaterale si è insediato solo lo scorso gennaio e ci sono voluti altri due mesi per la seconda riunione.

Il rischio delle calende greche, insomma, è concreto, anche perché l’Italia si è seduta al tavolo senza nemmeno presentare una proposta e ha schierato la stessa squadra che si occupa del Concordato, notoriamente assai vicina alla Santa Sede. Inoltre tre membri su sei sono anche nella commissione che dovrebbe rivedere il meccanismo dell’8 per mille, mai toccato nonostante le ripetute critiche della Corte dei conti per l’eccessivo vantaggio che deriva alla Cei dalla modalità di ripartizione dei soldi.

Solo casualità? Di certo il tema scotta: da quando la Chiesa ha meno voce nella scelta dei docenti di religione, le Forze armate sono l’unico appiglio rimasto. Per questo il Vaticano, dietro l’apparente disponibilità, non molla. «La nomina dei tre ispettori-generali di brigata per l’esercito, la finanza e i carabinieri è stata sospesa dalla Difesa in vista della riforma. Sulla carta ci sono ma di fatto no, quindi la nostra spending review ce l’abbiamo già», dice all’Espresso Frigerio, che da ex sindacalista Cgil (in gioventù era elettricista) guida la commissione d’Oltretevere.

Parole non casuali, perché proprio questa sarà la linea del Piave per la Santa Sede: riservare il grado di generale solo all’ordinario militare ma lasciando tutto il resto così com’è. Equiparazione con gli ufficiali e benefit compresi. Risparmio stimato: 350 mila euro, il 3 per cento appena. Non proprio un gran sacrificio.

Il diritto di avere fame

La Stampa
massimo gramellini

Roman Ostriakov, senzatetto ucraino di trent’anni e novello miserabile alla Jean Valjean, si era preso sei mesi di carcere per avere rubato due pezzetti di formaggio e un pacchetto di würstel in un supermercato di Genova. Ma la Corte di Cassazione ha annullato la sentenza, sostenendo che non è punibile chi ruba piccole quantità di cibo spintovi dall’appetito. Come cantava Fabrizio De Andrè in «Nella mia ora di libertà»: «Ora sappiamo che è un delitto il non rubare quando si ha fame».

Per i giudici supremi il diritto alla sopravvivenza prevale su quello di proprietà. In America sarebbe una bestemmia e anche qui qualche benpensante parlerà di legittimazione dell’esproprio proletario. In realtà la situazione è parecchio cambiata dagli Anni Settanta, quando a saccheggiare impunemente i supermercati in nome del proletariato erano i figli di papà, che infatti prelevavano caviale e champagne. Adesso non si ruba più per inseguire un’idea, ma per riempire lo stomaco.

E a compiere gli espropri sono proletari veri. Veri e affamati. Anche in passato esisteva una quota di esclusi: sfortunati e balordi, disoccupati e inoccupabili. Ma grazie al benessere diffuso e a uno Stato materno e spendaccione, la società italiana riusciva a farsene carico. Non si era ancora sfaldata in tante solitudini, tenute a bada sempre più a fatica dalle associazioni di volontariato. La sentenza della Cassazione anticipa il reddito di cittadinanza e ricorda a tutti che in un Paese civile nemmeno il peggiore degli uomini può morire di fame.

Mezze

La Stampa
jena@lastampa.it

Al governo è in arrivo Chicco Testa, un uomo a tutte le mezze stagioni.

Il bosco armonico

La Stampa

Tutto inizia da un abete del Latemar. Poi servono 200 ore per plasmare una chitarra. Sorte simile per i violini di Paul Lijsen.

Già guardando attraverso le vetrate mi incuriosisco, mi sa che questo incontro mi piacerà. E appena varco la soglia di Thomas Guitars, ne ho la certezza. Tutti i miei sensi vengono piacevolmente coinvolti. I miei occhi scrutano curiosi ogni angolo di questa officina creativa. Il mio naso si riempie di un coinvolgente profumo di legno.  Le mie mani rimangono incantate al ruvido tocco di una chitarra appena costruita. È in legno grezzo, non ancora laccata.

Ogni pezzo qui è unico. È un’opera d’arte realizzata dalle abili mani di Thomas Orgler e Nikolaus Eilken, noto a tutti come Klaus. Sono maestri liutai. Dal 2010 lavorano insieme a Bolzano, hanno fondato Thomas Guitars. Non ne so molto di musica, e nemmeno di chitarre. Ma una cosa la capisco subito. Costruire una chitarra classica non è difficile. È difficilissimo!

“Ascolta, ha un suono ben caratteristico. Sentito?” Klaus batte le nocche sulla cassa armonica di una chitarra classica. Non è ancora terminata. La struttura c’è, ma mancano le corde e le rifiniture. Batte sulla chitarra accanto. Questa è di colore più scuro. La forma è la stessa della precedente, ma il legno no. È quello che fa la differenza.

 
La liuteria Thomas Guitars a Bolzano, fondata da Thomas (a dx.) e Nikolaus (a sx.) nel 2010. È un vero e proprio laboratorio creativo.
 
L’abete del Latemar suona bene 
È durante l’estate che scelgono il legno. Per Thomas e Klaus il migliore è quello dell’abete rosso del bosco del Latemar, ai piedi del Passo di Costalunga. “È a due passi da casa, – spiegano – comodo da raggiungere. Ma non è solo per questo che lo scegliamo”. Lo preferiscono perché si adatta perfettamente al loro concetto. Una volta scelti gli abeti, con il benestare di un forestale, li contrassegnano. Non è ancora tempo di abbatterli. La tradizione vuole che il taglio avvenga tra Natale e Capodanno. E poi va guardata la luna. Stando agli antichi del mestiere sono proprio i giorni che precedono, o che seguono la luna nuova di dicembre, quelli più indicati per effettuare il taglio.

La costruzione di una chitarra parte da queste tavolette di abete. Il legno, prima di essere plasmato, deve riposare per moltissimi anni. Più è stagionato, meglio suonerà.

“Non si può capire in anticipo che suono avrà una chitarra battendo su una tavoletta di abete – spiega Thomas Orgler –. Possiamo solo verificarne le caratteristiche per capire se di tratta di un buon legno di risonanza”.

 
Klaus ci mostra sapientemente quali sono le caratteristiche di un buon legno di risonanza. La tavoletta di abete non deve presentare imperfezioni.
 
Un abete del bosco del Latemar deve avere almeno 150-200 anni prima di poter essere plasmato da un liutaio. È un legno leggero, ricco di vibrazioni armoniche e toni duraturi. Gli anelli devono essere di spessore inferiore ai 2 millimetri. Il tronco deve avere un diametro di almeno 60 cm e presentare una fibra diritta e regolare, senza torsioni o nodi evidenti. E mica si può utilizzare tutto! Il primo metro e mezzo in altezza è compromesso dalle radici. Da lì, si sfruttano solitamente i 10 metri a salire. È un legno molto costoso, poco meno di 1.000 euro al metro cubo.

Il legno del Latemar è ideale perché cresce ad un’altitudine tra i 1.400 e i 2.000 metri – spiegano i due esperti –. Gli abeti hanno una crescita lenta e regolare e grazie al peso della neve che li ricopre ogni inverno, i rami si spezzano in modo naturale, senza l’intervento invasivo dell’uomo”. Le condizioni climatiche e le caratteristiche del terreno sono estremamente favorevoli alla crescita dei boschi.

La virtù della pazienza 
Alzo gli occhi al soffitto. Su un soppalco riposano decine di assi di legno. Diventeranno delle chitarre. Ma solo tra molti anni. Il legno, più è stagionato, meglio suonerà. “Bisognerebbe lavorare il legno scelto dal proprio nonno da giovane!” mi spiegano ammiccando.

 
Suonare una chitarra appena terminata è un'esperienza unica per Klaus. Ogni chitarra è per lui una vera opera d'arte, a cui dedica tutto sè stesso.
 
“Il nostro è un lavoro di pazienza. Solo dopo molti anni saprai se hai scelto gli alberi giusti, se da quelle tavole di abete nascerà qualcosa di buono” proseguono Thomas e Klaus. Spesso tengono basse le loro aspettative per farsi poi piacevolmente sorprendere quando ascoltano il suono di una chitarra appena nata.

 
Thomas e Klaus amano dedicarsi ai dettagli e personalizzare ogni chitarra secondo i gusti del musicista che l'ha commissionata. Un esempio sono gli intarsi di madreperla. 

Deve star bene a chi la suona
Non è solo una questione d’orecchio. “La chitarra diventa un vero e proprio accessorio per chi la suona. Il musicista deve sentirsi a suo agio quando la indossa – spiega Thomas Orgler –. Deve riuscire a raggiungere l’ideale di perfezione del musicista, ma deve anche essere esteticamente bella”. E la bellezza delle chitarre Thomas Guitars riesco ad apprezzarla anch’io. Ammiro il gusto per la scelta dei materiali, per i minuziosi intarsi in madreperla e per l’accostamento cromatico delle fasce in legno che compongono la rosetta della buca.

 
Il disegno di una Thomas Guitars, realizzato appositamente dai due maestri liutai.

Il design è immediatamente riconoscibile. Hanno inventato da soli il loro disegno per la chitarra classica. Quello della chitarra flamenco è uguale, ma leggermente più piccolo. Ne hanno dovuto studiare ogni minimo particolare. Nulla è lasciato al caso. Tutti gli elementi infatti influenzano il suono, anche il più piccolo tassello della controfascia. E parliamo di millimetri.

Chitarra su misura
Come si fa a soddisfare le esigenze di un musicista? Semplice! Thomas e Klaus sono molto ottimisti. “Il cliente ci spiega il suono che cerca e il tipo di musica che suona”. E poi lo guardano suonare. Lo fanno per capire le caratteristiche. Come uno suona, la posizione che assume, la forza che da per far vibrare le corde. E poi spazio alla creatività per scegliere colori, intarsi e laccatura. I loro ideali di perfezioni li hanno presi da Antonio de Torres, che a metà del 1800 cambiò il modo di costruire una chitarra e dalla Martin, fabbrica americana di chitarre acustiche, fra le più famose e rinomate al mondo.Esco dal laboratorio e cerco di imprimere nei miei sensi la bellezza di quanto ho ammirato, toccato e ascoltato. Per un attimo mi sembra naturale iscrivermi ad un corso di chitarra…

Testo: Valentina Casale
Foto: Alex Filz

Rubare per fame non è reato, la Cassazione assolve un clochard

La Stampa

Annullata una sentenza della Corte d’Appello di Genova che condannava un ragazzo per avere prelevato senza pagare wurstel e formaggio



«Il fatto non costituisce reato»: per questo motivo la Cassazione ha annullato completamente la condanna per furto inflitta dalla Corte di Appello di Genova a un giovane straniero senza fissa dimora, affermando che non è punibile chi, spinto dal bisogno, ruba al supermercato piccole quantità di cibo per «far fronte» alla «imprescindibile esigenza di alimentarsi». Con questo verdetto la Suprema Corte ha giudicato legittimo non punire un furto per fame del valore di 4 euro per wurstel e formaggio.

A fare ricorso in Cassazione non è stato il giovane senza fissa dimora, Roman Ostriakov. Il ricorso lo ha fatto il Procuratore generale della Corte di Appello di Genova che chiedeva che l’imputato fosse condannato non per furto lieve, come stabilito in primo e secondo grado, ma per tentato furto dal momento che Roman era stato bloccato prima di uscire dal supermercato, dopo essere stato notato da un cliente che aveva avvertito il personale vigilante.

Il clochard alla cassa aveva pagato solo una confezione di grissini, non i wurstel e le due porzioni di formaggio che si era messo in tasca. La sentenza degli ermellini - numero 18248 della Quinta sezione penale - non riporta l’entità della pena inflitta a Roman, che aveva già dei precedenti di furti di generi alimentari di poco prezzo perchè spinto dalla fame.

Ad avviso dei supremi giudici quello commesso da Roman è un furto consumato e non tentato, ma - a loro avviso - «la condizione dell’imputato e le circostanze in cui è avvenuto l’impossessamento della merce dimostrano che egli si impossessò di quel poco cibo per far fronte ad una immediata e imprescindibile esigenza di alimentarsi, agendo quindi in stato di necessità».

Così è stata annullata senza rinvio la sentenza di condanna inflitta in appello il 12 febbraio del 2015 «perchè il fatto non costituisce reato». Il collegio degli “ermellini” è stato presieduto da Maurizio Fumo, il consigliere relatore è Francesca Morelli. Anche la Procura della Cassazione aveva chiesto l’annullamento senza rinvio della decisione dei “severi” magistrati genovesi.

Un giudice blocca WhatsApp per 72 ore in Brasile

La Stampa

Il motivo è il rifiuto di rivelare i dati degli utenti coinvolti in un’indagine penale. E non si tratta della prima volta



Un tribunale del Brasile ordina il blocco di WhatsApp per la terza volta. Anche in questo caso, la motivazione è il rifiuto del popolarissimo servizio di messaggistica (93 milioni di utenti brasiliani) di rivelare i dati dei suoi clienti coinvolti in un’indagine penale. Le cinque compagnie telefoniche brasiliane - TIM, Oi, Vivo, Claro e Nextel - hanno già annunciato l’intenzione di rispettare il provvedimento. se non lo faranno saranno soggette ad una multa giornaliera di 500 mila reais (circa 150 mila euro). 

Con una sentenza dello scorso 26 aprile, il giudice Marcel Montalvão del tribunale di Lagarto (nello Stato di Sergipe), ha ordinato a tutte le compagnie telefoniche locali, di rete fissa e mobile, di bloccare Whatsapp per 72 ore a partire da oggi. Il motivo è la mancata collaborazione dell’azienda in un’indagine nei confronti di alcuni trafficanti di droga. Si tratta dello stesso giudice che lo scorso marzo, ha fatto arrestare il vicepresidente di Facebook per l’America Latina Diego Dzodan: non avrebbe rispettato l’ordinanza del tribunale che obbligava la società a rompere il blocco dei messaggi sotto indagine. L’uomo è stato interrogato, e poi rilasciato il giorno dopo. 

Il 17 dicembre 2015 lo stop ai messaggi era durato 48 ore, e a deciderlo è stata il giudice di San Paolo Sandra Regina Nostre Marques. Anche in questo caso, Whatsapp si è rifiutata di collaborare in un’inchiesta su un utente coinvolto nel traffico di droga. Mentre il 25 febbraio dello stesso anno, è stato un tribunale di Teresina nello stato di Piauí (nel nord est del Paese) a ordinarne il blocco per il rifiuto di rimuovere alcune foto di «bambine e minorenni esibite sessualmente», al centro di un’inchiesta sulla prostituzione minorile aperta dalla procura della città. 

Come in passato, non mancheranno le polemiche e le proteste sia online, che offline: il servizio è utilizzato da buona parte della popolazione, in particolare giovani e meno abbienti.

E adesso chiamatemi razzista

Andrea Pasini



Chiamatemi razzista. Forza, ditelo. Urlatelo con tutta la convinzione che avete. Se pensate di ferirmi, di farmi vergognare, vi posso garantire che vi sbagliate di grosso. Questo “razzista”, come tanti altri, sta lottando anche per voi.

Questo italiano, come tanti altri che insultate, sta pensando al futuro vostro e dei vostri figli. È la gente che non ha timore di esprimere quello che pensa, ciò in cui crede, quella che non ha paura di rischiare, che vi aiuta ad andare avanti. Mi domando se vi sentite così superiori, così nel giusto, anche di fronte a italiani, uomini e donne, che per sopravvivere sono costretti a rovistare nell’immondizia.

Se vi sentite tanto superiori a chi non riesce, perché non ne ha le possibilità economiche, a donare anche una piccola cosa che farebbe felice il proprio figlio quando ve la chiede guardandovi negli occhi. Se vi sentiti migliori di quelli che devono, pur desiderandola, rimettere quella bistecca sullo scaffale del supermercato perché altrimenti non riescono ad arrivare a fine mese.  Questo “razzista” come tanti altri guarda al suo Paese, e soffre tutti i giorni. Guarda alla sua Italia, alla nostra Italia che sta perdendo tutto e non fa nulla.

Troppo piena di persone impegnate a giudicare, a parlare di quello che è politicamente corretto, per non creare problemi. Ma che poi si giranodall’altra parte di fronte a situazioni di difficoltà come quelle che ho descritto, pensando che non toccheranno mai a loro. Uomini mediocri e pericolosi che vogliono privarci di tutto quello che abbiamo per arricchirsi loro. Per costruire capitali personali ed impoverire interi popoli. E vogliono farci vergognare perché chiediamo qualcosa di meglio.

Che ci spetta di diritto. Io invece sto dalla parte del popolo. Di quegli uomini valorosi che lavorano e fanno sacrifici, degli onesti che si vedono ripagati con tante belle parole che si trasformano in insulti alla prima occasione. Sì, se è per questo, sono razzista. Sono insensibile. Sono senza cuore. Sono tutte queste cose insieme perché ho detto “basta” all’immigrazione senza controllo, alle banche e alle lobby economiche che usano i soldi del popolo per far profitto, “basta” al razzismo anti-patriottico che vuole sostenere chiunque non sia italiano.

E ho detto “basta” a tutte queste tasse che devono pagare i cittadini con la loro fatica, spese da uno Stato ingrato e indegno per mantenere i clandestini o i rom, lasciando morire di fame gli taliani. Ho detto “basta” a queste istituzioni che, anziché tutelare i veri servitori dello Stato come le forze dell’ordine, le umiliano, non le tutelano e le riconoscono uno stipendio miserevole, sebbene queste rischino la propria vita tutti i giorni per difendere la nostra.

Sono razzista e senza cuore perché guardo gli italiani che dopo l’alluvione ancora non hanno una casa e penso che loro meriterebbero il nostro aiuto e il nostro conforto, ma soprattutto l’aiuto e il conforto di uno Stato che li ha totalmente abbandonati. Sono razzista perché penso quotidianamente con amore, rispetto e affetto al bene del mio Paese che mi piace ancora definire “Patria”; e credo ciecamente nel mio popolo, con cui condivido idee, radici,storia e valori. Sono stanco di vedere uomini distrutti dalla crisi.

Sono stanco e triste nel vedere imprenditori che si suicidano perché questo Stato li vessa in tutti i modi e non sanno più dove sbattere la testa. Sono stanco di vedere operai perdere il proprio posto di lavoro e di conseguenza la loro dignità perché il lavoro rappresenta la dignità di un individuo; persone costrette a vivere una vita di stenti, di rinunce, perché aziende che assumano non esistono più o sono in via di estinzione nel nostro Paese; padri di famiglia che, non potendo più garantire ai propri cari una sicurezza economica, cadono in depressione e si rovinano la vita. Sono stanco di vedere il tasso di disoccupazione salire.

Sono stanco di assistere alla fuga dall’Italia di giovani talenti, perché questo sistema marcio premia gli incapaci “amici degli amici” e non i meritevoli e i volenterosi. Pretendo certezze. Pretendo che i cittadini italiani possano vivere in serenità evengano ripagati per tutti gli sforzi e i sacrifici fatti in questi anni. Non c’è nulla di più importante per me. E non smetterò mai di lottare. Perché non è accettabile sopportare tutto questo senza combattere.

Senza almeno provarci. Un domani, guardando negli occhi i miei figli, vorrei che sappiano che io ho lottato con tutto me stesso per cercare dicambiare le cose, per poter garantire loro, e a giovani come loro, un futuro migliore in un Paese fantastico e unico al mondo ma che, per colpa di un gruppo di inetti e politicanti da strapazzo, è stato deturpato e stuprato nella propria identità e grandezza.

E sì! Io sono un razzista e sono fiero di esserlo se questo vuole dire amare, rispettare e difendere più di ogni altra cosa il mio, il nostro Paese e il nostro popolo. Cerca di farlo anche tu, lettore. Perché l‘unione fa la forza. E sono sicuro che, se ci unissimo tutti con l’intento comune di riconquistare la dignità e la sovranità che spettano al popolo italiano, cacciando questa classe di politicanti traditori e incapaci, un domani potremmo guardare in faccia i nostri figli con orgoglio e senza vergogna perché avremo fatto del nostro meglio come padri e come cittadini per lasciare loro in eredità una civiltà ancora viva e forte. E assicurare loro un futuro da uomini liberi e non da schiavi a casa propria.

Ecco il farmaco che cura i tumori: come funziona e quanto costa

Rachele Nenzi - Lun, 02/05/2016 - 20:24

Il farmaco per i tumori del polmone e dei reni sono ora arrivati alla fine della sperimentazione



Siamo finalmente arrivati ad una svolta: il farmaco per i tumori del polmone e dei reni sono ora arrivati alla fine della sperimentazione. C'è un solo problema: che da un mese per avere questo medicinale bisogna pagare, si è chiusa la fase dell'uso a titolo gratuito.

Il 4 aprile scorso, infatti, la Commissione Ue ha dato il via libera perl'uso del Nivolumab. Ora verrà registrato tra i farmaci e poi il servizio sanitario nazionale dovrà adoperarsi per comprarlo. E così, adesso, potrà essere solo acquistato dai diretti interassati. Per la registrazione e l'acquisto ci potrebbe volere del tempo, ed è questa la preoccupazione degli oncologi.

Questo farmaco, scrive Leggo, è usato per le terapie di seconda linea, ovvero dopo che il paziente ha già affrontato un ciclo di chemio. Ma ora i pazienti non potranno di fatto usarlo, perché per del tempo il servizio sanitario non lo pagherà. Un fatto che, dicono gli oncologi, potrebbe aggravare la situazione psicologica dei pazienti.

Giù il velo dal tesoro del Vaticano

espresso.repubblica.it
di Massimo Teodori    09 settembre 2011

Chi chiede che la Chiesa paghi le tasse non è anticlericale, vuole solo che la legge sia uguale per tutti. E allora i vescovi pubblichino l'elenco completo delle attività esenti da contributi

Giù il velo dal tesoro del Vaticano

A quanti hanno chiesto di chiarire di quanti e quali privilegi fiscali goda la Chiesa, il direttore dell'"Avvenire" Marco Tarquinio ha risposto denunziando l'esistenza di una "campagna contro gli ecclesiastici" ad opera di "massoni e radicali" oltre che di non meglio identificati "poteri forti". La teoria del complotto - si sa - è vecchia come la storia: vi ricorrono quanti vogliono sfuggire alla realtà, nascondendosi dietro la finta ingenuità o la pretestuosa furbizia.

Cerchiamo di ragionare senza pregiudizi sulle esenzioni fiscali della Chiesa (calcolate per Ici e Ires in circa 3 miliardi di euro l'anno), in parte legittime perché destinate al "culto", e in parte dovute a capziose interpretazioni della norma concordataria. La questione dunque è verificare oggi se le voci esentasse siano davvero tutte per attività per la fede, o se invece si sia creata sotto l'etichetta religiosa una zona ambigua di profittevole commercio.

È opportuno ricordare anche che la Cei riscuoteva in origine per l'8x1000 (introdotto dal Concordato del 1984) circa 200-250 milioni di euro l'anno, mentre oggi incassa cinque volte tanto, oltre un miliardo. La legge prevede che per questo contributo dello Stato si proceda ogni triennio alla revisione dell'aliquota, ma al momento sembra che tutto resti immobile sotto un discreto velo di silenzio: anzi alla Chiesa viene pure elargita una parte dell'8x1000 destinato allo Stato.

Come si può allora denunciare un "complotto dei soliti massoni e radicali", solo perché si chiede al Vaticano la verità sulla legittimità dei soldi che tutti noi, credenti e non, gli versiamo? Il presidente della Cei, cardinal Bagnasco, ha bacchettato gli italiani per l'evasione fiscale. Bene!... Ma ancora ha un senso definire un "attacco anticlericale" la sollecitazione alla gerarchia ecclesiastica a fare la propria parte nei comuni sacrifici degli italiani?

Alcuni zelanti politici si sono sbracciati in difesa dei privilegi della Chiesa: per il segretario del Pdl Alfano "nulla cambierà rispetto alla necessità di una fiscalità favorevole per i beni e le opere di matrice cattolica"; per l'Udc Casini "non si può fare la contabilità con i beni della Chiesa senza tenere conto che è di grande aiuto ai bisognosi", e per il Pd Fioroni "con il riaffiorare di steccati e pregiudizi ... i poteri forti vogliono rimuovere una presenza considerata del passato".

Per non parlare delle umoristiche dichiarazioni di alcuni integralisti ex laici: iI ministro Sacconi parla di un attacco dovuto "alle peggiori culture secolarista degli anni '70", e una sottosegretaria vaneggia sul denaro giustamente versato alla Chiesa, dato che "la nascita dello Stato unitario si basò su un atto unilaterale (sic!) di esproprio dei beni ecclesiastici".

La legge dovrebbe essere rispettata da tutti, laici e clericali, credenti e non credenti. Vorrei perciò lanciare una proposta rivolta alla coscienza dei vescovi italiani chiedendo loro di pubblicare l'elenco completo delle attività con esenzioni fiscale, e di esplicitare la destinazione dei miliardi dell'8x1000, previsti al posto della vecchia congrua.

Si stima che in Italia gli immobili della Chiesa siano più di 100 mila, le scuole cattoliche circa 9 mila, le cliniche 4.712, gli ospedali centinaia, e che il solo patrimonio di Propaganda Fide a Roma ammonti a 9 miliardi di euro. Non so se queste cifre siano totalmente o parzialmente veritiere; ma certo è che sarebbe moralmente apprezzabile, oltre che opportuno, se la Chiesa facesse direttamente conoscere quel che attiene alla "fede", e quel che, invece, ingrossa il portafoglio, pur se "a fin di bene".

A proposito della povertà della Chiesa, sono curioso di conoscere anche se il Vaticano ha cancellato la vergogna dello Ior, banca estranea a tutti i controlli nazionali e internazionali. Uno status che gli ha permesso di manovrare all'ombra di San Pietro i miliardi sporchi della mafia di Ciancimino, delle macrotangenti affluite alla Jamas Foundation di Luigi Bisignani, ed altri oscuri affari della Fondazione cardinal Spelmann intestata a Giulio Andreotti

8 per mille, i 600 milioni che lo Stato non vuole Così abbiamo regalato 10 miliardi alla Chiesa

espresso.repubblica.it
di Paolo Fantauzzi e Mauro Munafò    22 maggio 2015

Grazie al particolare meccanismo della ripartizione dell'Irpef lo Stato ha lasciato una cifra monstre ai vescovi italiani. E, nonostante anche la Corte dei Conti abbia segnalato la stranezza del sistema, nessun governo lo tocca. Anche se farebbe guadagnare più dell'abolizione del Senato

8 per mille, i 600 milioni che lo Stato non vuole 
Così abbiamo regalato 10 miliardi alla Chiesa

L’abolizione del Senato è da sempre uno dei cavalli di battaglia di Matteo Renzi. La Camera alta costa agli italiani oltre mezzo miliardo l’anno (541 milioni l’anno scorso) e per il premier si tratta di uno di quei costi della politica da tagliare con l’accetta. Eppure, malgrado la continua difficoltà di trovare risorse, è come se lo Stato italiano pagasse ogni anno un Senato aggiuntivo rispetto a quello esistente. Come? Rinunciando a circa 600 milioni di gettito Irpef, che in un momento economicamente tanto difficile avrebbero un effetto balsamico sulla casse statali.

È una delle conseguenze della legge che nel 1985 ha istituito l’8 per mille , che all'articolo 47 prevede che “in caso di scelte non espresse da parte dei contribuenti, la destinazione si stabilisce in proporzione alle scelte espresse”. Tradotto: anziché essere incamerati dal bilancio dello Stato, vengono distribuiti anche i soldi di chi non barra la casella. Un po’ come accade alle elezioni, dove i seggi sono ripartiti a prescindere dalla percentuale di astensionismo. “I soli optanti decidono per tutti” come ha osservato la Corte dei conti, criticando il sistema.

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Il fatto è che, forse perché non sono a conoscenza di questo meccanismo, i contribuenti che non indicano alcuna destinazione dell’8 per mille sono la maggioranza: fra il 55 e il 60 per cento del totale. Eppure tutti quanti, in questo modo, “regalano” senza volerlo la loro parte di Irpef. La principale beneficiaria è ovviamente la Chiesa cattolica, che essendo la destinataria numero uno delle opzioni porta a casa più del doppio di quanto le spetterebbe sulla base delle scelte effettuate. Lo scorso anno, ad esempio, con il 38 per cento di firme raccolte sul totale dei contribuenti, la Cei ha ottenuto l’82 per cento dei fondi. Ovvero oltre un miliardo anziché 485 milioni.

Ripartendo anche i soldi dei cosiddetti “non optanti”, negli ultimi 15 anni - ha calcolato l’Espresso - lo Stato ha sborsato circa 10 miliardi di euro. In media 600 milioni l’anno, al netto delle risorse aggiuntive che lo stesso Stato italiano ottiene, essendo fra i destinatari del finanziamento.

COSÌ NON FAN TUTTI
In realtà, eccependo su questo automatismo che non rispetta la reale volontà dei contribuenti, alcune confessioni religiose si sono rifiutate di ricevere il denaro extra. Le Assemblee di Dio e la Chiesa apostolica, ad esempio, rinunciano alla quota relativa alle scelte non espresse, che rimane per loro volontà di pertinenza statale. Anche i valdesi fino al 2013 hanno osservato questa condotta, ritenendo giusto gestire soltanto i fondi che gli italiani, in modo esplicito, attribuivano loro.

Poi però, considerata la discutibile gestione dell’8 per mille statale, anche loro hanno deciso di accettare pure quelli “aggiuntivi”. D’altronde da anni la quota a gestione pubblica viene usata come bancomat dai governi, dal finanziamento delle missioni internazionali alla riduzione del debito pubblico. Una truffa che ha raggiunto il culmine lo scorso anno , quando su 170 milioni solo 405 mila euro sono stati utilizzati per gli scopi previsti dalla legge: lo 0,24 per cento.

UNA GENEROSA ECCEZIONE
È proprio necessario che il meccanismo dell'8 per mille funzioni a questo modo? Non si direbbe, a giudicare dai casi analoghi che prevedono la possibilità di destinare parte del prelievo Irpef. Il neonato 2 per mille, che ha sancito il flop dei contributi volontari alla politica , per il 2014 aveva a disposizione 7,75 milioni. Ma avendo raccolto appena 16.518 firme, ha assegnato solo 325 mila euro. All’atto di stendere la legge, in pratica, nessuno si è sognato di ripartire i fondi calcolando anche i contribuenti che non avrebbero indicato un partito. E difatti i soldi non distribuiti sono stati riversati nel bilancio dello Stato.

Che cosa sarebbe accaduto se il Partito democratico - che si è piazzato primo con 10 mila destinazioni espresse in suo favore - avesse incassato il 61 per cento della torta, ovvero quasi 5 milioni? Lo stesso discorso vale per il 5 per mille, destinato alle onlus. Anche qui c’è un tetto che viene fissato anno per anno dal governo (500 milioni nel 2014) e pure in questo caso la ripartizione si calcola solo sulla base delle scelte espresse. La ridistribuzione totale operata dall’8 per mille è insomma una generosa eccezione, pensata appositamente per la Chiesa cattolica quando si trattò di mettere mano al Concordato mussoliniano.

Fino ad allora la Santa sede veniva finanziata infatti dallo Stato tramite i cosiddetti supplementi di congrua, con cui veniva assicurato il sostentamento del clero. Temendo di non raggiungere quella cifra, il ministero delle Finanze effettuò delle proiezioni ad hoc per stabilire il livello di prelievo necessario. E aggiunse anche la ripartizione basata sul totale dei contribuenti. Deus ex machina dell’ingegnoso sistema, un poco noto docente di Diritto tributario a Pavia, all’epoca consulente del governo Craxi e destinato a una luminosa carriera politica: Giulio Tremonti.

CACCIA AL TESORETTO
Dal 1990, anno dell’entrata in vigore, il gettito Irpef è salito esponenzialmente per effetto dell’aumento della pressione fiscale. Non a caso già nel 1996 la parte governativa della commissione paritetica Italia-Cei osservava che “la quota dell’8 per mille si sta avvicinando a valori, superati i quali, potrebbe rendersi opportuna una proposta di revisione” e che “già oggi risultano superiori a quei livelli di contribuzione che alia Chiesa cattolica pervenivano sulla base dell'antico sistema”.

E dire che all’epoca il gettito era di 573 milioni di lire, circa 800 milioni di euro rivalutati ai giorni nostri. Attualmente sfiora 1,3 miliardi di euro, il 60 per cento in più. In Francia, Irlanda e Regno Unito le religioni non ricevono contributi pubblici e devono ricorrere all’autofinanziamento. Eppure non servirebbe arrivare a tanto. Basterebbe seguire il modello della cattolicissima Spagna: il contribuente decide a chi attribuire parte dell’imposta ma i soldi, se non esprime una preferenza, restano allo Stato. Facendo lo stesso anche da noi, le casse pubbliche si ritroverebbero con un tesoretto da 600 milioni in più l’anno.

Anziché abbassare il prelievo, come qualcuno vorrebbe fare, si potrebbe proporre una modifica delle intese bilaterali, a cominciare dalla quella con la Chiesa cattolica. Un percorso lungo, certo, ma il momento è più che mai propizio: a giugno inizieranno gli incontri delle commissioni paritetiche fra Stato e singole confessioni religiose, chiamate ogni tre anni “alla valutazione del gettito della quota Irpef al fine di predisporre eventuali modifiche”.

Nessuno dei 17 governi che si sono succeduti nell’ultimo quarto di secolo ha voluto modificare lo status quo. Ma visto che la situazione dei conti pubblici è grave, il premier Matteo Renzi - a caccia di risorse per attuare la sentenza della Consulta che ha bocciato il blocco della rivalutazione delle pensioni - ha l’occasione per prendere in mano la situazione. Anche se è facile immaginare che una proposta di revisione non troverebbe grande favore Oltretevere. Ma non è detto: in fondo papa Francesco ha impresso un nuovo corso. Chissà, proprio lui che tante volte ha tuonato contro i privilegi della Chiesa di Roma, cosa ne pensa di una revisione dell’8 per mille.

Quanto paghiamo per la Chiesa

espresso.repubblica.it
di Mauro Munafò       22 agosto 2011

Le esenzioni fiscali. L'otto per mille. I finanziamenti alle scuole. Perfino i depuratori del papa. Ecco, voce per voce, quali sarebbero i tagli 'sacrosanti'

urante il week end la pagina Facebook 'Vaticano pagaci tu la manovra fiscale' ha superato di slancio le centodiecimila adesioni. Un "partito" che tuttavia non trova sponde o quasi nella politica: di tagliare i privilegi della Chiesa, ad esempio, non c'è traccia nella contromanovra che il Pd sta studiando in questi giorni. «Quello dei soldi Oltre Tevere è un tabù che nessuno ha intenzione di affrontare», scuote la testa Mario Staderini, segretario dei Radicali, che ha per primo lanciato la proposta di eliminare le esenzioni fiscali di cui godono gli enti ecclesiastici. «Si potrebbero recuperare 3 miliardi di euro all'anno senza neppure rivedere il Concordato», sostiene.

Ha ragione? Quantificare con precisione il "costo" della Chiesa Cattolica per lo Stato italiano è un'operazione quasi impossibile, che in parte si basa su dati certi e in altri casi solo su stime.
Se è infatti relativamente facile stabilire quali sono le spese principali a carico dello Stato italiano, trattandosi di fondi che restano nel bilancio, molto più complesso è stabilire quali sono i mancati introiti derivanti dalle agevolazioni fiscali cui hanno diritto gli enti ecclesiastici.

Per fare un po' di ordine è meglio dividere i capitoli.
Iniziamo analizzando le spese principali che lo Stato si accolla per gli enti ecclesiastici. In questa categoria si possono far rientrare i prelievi dell'Irpef diretti alla Conferenza Episcopale Italiana (l'otto per mille), i fondi per gli stipendi dei professori di religione cattolica nelle scuole, gli stipendi dei cappellani che svolgono funzioni per lo Stato italiano, i finanziamenti alle scuole paritarie e alle università private che in buona parte ruotano attorno alla Chiesa.

Un pacchetto da circa 2,5-3 miliardi di euro l'anno, solo per lo Stato centrale. Altri capitoli di spesa, come la sanità, ricadono infatti nei bilanci regionali e non rientrano in questi conteggi. La prima voce di spesa per lo Stato, e una delle più contestate, è l'otto per mille, ovvero la percentuale Irpef che il cittadino può destinare ad un credo religioso o lasciare allo Stato Italiano. Solo per la Chiesa Cattolica l'otto per mille ha fruttato nel 2011 la cifra record di un miliardo e 118 milioni di euro , circa l'85% dell'intera torta.

A essere contestati nell'otto per mille sono almeno tre aspetti: il metodo di ripartizione, la "mancata concorrenza" e l'ammontare dell'aliquota Irpef. A differenza delle altre tasse infatti, l'otto per mille di ogni contribuente non viene destinato al credo da lui scelto: la firma di ogni cittadino vale come un voto e influisce sulla ripartizione complessiva dei fondi. In questo modo, anche se non si firma, la destinazione dei fondi viene stabilita solo dai "votanti".

Questo meccanismo finisce per avvantaggiare la Chiesa Cattolica che, conquistando la maggioranza delle firme, riceve una grossa fetta anche dei finanziamenti senza destinazione. Il sistema è stato molto contestato dai Radicali e da associazioni come lo Uaar, che segnalano il completo monopolio cattolico per quanto riguarda gli spot pubblicitari: le confessioni più piccole non possono permettersi le campagne milionarie, mentre lo Stato non investe un centesimo sull'argomento, lasciando nei fatti il campo libero alla Chiesa Cattolica.

Un aspetto sottovalutato dell'otto per mille è però l'ammontare dell'aliquota di prelievo, che secondo la legge può essere ridefinita da una apposita commissione ogni tre anni. L'articolo 49 della legge 222/85, che ha istituto l'otto per mille, prevede che "Al termine di ogni triennio successivo al 1989, un'apposita commissione paritetica, nominata dall'autorità governativa e dalla Conferenza episcopale italiana, procede alla revisione dell'importo deducibile di cui all'articolo 46 e alla valutazione del gettito della quota IRPEF di cui all'articolo 47, al fine di predisporre eventuali modifiche".

Si tratta di un sistema di verifica pensato al momento del passaggio dall'assegno di Congrua (con cui lo Stato pagava fino agli anni ‘80 lo stipendio dei preti) al nuovo regime, che permette di rivedere i prelievi se questi si rivelano troppo bassi o troppo alti. "Abbiamo chiesto di accedere agli atti della commissione incaricata di valutare l'aliquota - spiega Mario Staderini - ma sulle relazioni è stato apposto il segreto di Stato, e anche il Tar del Lazio ha confermato che quei documenti devono restare riservati".

Se le casse dello Stato piangono, il gettito dell'otto per mille per la Chiesa è invece cresciuto di cinque volte in venti anni, passando dai 210 milioni dei primi anni novanta al miliardo e 100 di oggi . Aumentando il gettito è cambiata radicalmente anche la destinazione di questi capitali: oggi un terzo viene usato per lo stipendio dei religiosi, circa un quinto per interventi caritativi, e poco meno della metà per "esigenze di culto", una voce che al suo interno prevede anche la costruzione di nuove chiese (125 milioni di euro solo nel 2011).

L'aumento del gettito dell'otto per mille degli ultimi anni è stato così importante che ha permesso alla Chiesa di realizzare una serie di accantonamenti (55 milioni nel 2011, 30 milioni nel 2010): un piccolo tesoretto per futuri usi insomma. La seconda voce di spesa a vantaggio della Chiesa Cattolica sono gli stipendi degli insegnanti di religione delle scuole, che sono più di 25 mila (circa la metà di ruolo) e costano una cifra superiore agli 800 milioni di euro l'anno.

La posizione della Cei sull'argomento, riportata in varie comunicazioni ogni volta che la questione viene rilanciata, è che questi stipendi non vanno alla Chiesa, ma agli insegnanti che per oltre l'80 per cento sono laici (l'87 per cento nel 2009/2010 - Leggi le relazioni in proposito 1 | 2 | 3 ). In realtà, il controllo dei vescovi su questa voce di spesa non è da sottovalutare, visto che per ottenere l'idoneità all'insegnamento serve proprio un nulla osta del religioso. Il Canone 805 del Codice canonico prevede infatti che "È diritto dell'Ordinario del luogo per la propria diocesi di nominare o di approvare gli insegnanti di religione, e parimenti, se lo richiedano motivi di religione o di costumi, di rimuoverli oppure di esigere che siano rimossi".

In altre parole, gli insegnanti di religione sono gli unici a non essere scelti sulla base di graduatorie di Stato, ma sono di fatto assunti in ogni diocesi dal vescovo locale. Assunti dalla Chiesa ma pagati dallo Stato, insomma. Inoltre, e i casi di cronaca lo hanno confermato, chi divorzia può essere licenziato da un anno all'altro.

Oltre agli stipendi degli insegnanti, lo Stato si accolla direttamente anche una parte degli stipendi dei religiosi, quando questo svolgono compiti come il cappellano militare, nelle carceri o il già citato insegnante di scuola. Secondo la Cei le "remunerazioni proprie dei sacerdoti" valgono 112 milioni di euro l'anno. Una cifra che non si può però sommare alle altre voci, poiché in parte già calcolata tra gli stipendi degli insegnanti (che nell'11% dei casi sono sacerdoti o religiosi).

Il capitolo dell'insegnamento apre un altro frangente di spesa per lo Stato, ovvero il finanziamento alle scuole paritarie (private). Queste strutture sono in buona parte gestite da enti ecclesiastici, anche se esistono non pochi istituti laici nel nostro paese. Nell'ultima finanziaria la spesa prevista per il finanziamento alle paritarie ammonta complessivamente a poco meno di 500 milioni di euro, in calo rispetto all'anno precedente ma rimpinguata dopo una prima pesante sforbiciata.

Nonostante le polemiche legate al finanziamento di queste strutture (che l'articolo 33 della Costituzione vuole "senza oneri per lo Stato"), uno studio dell'associazione dei genitori delle scuole cattoliche, ripreso anche dal ministro Gelmini, sostiene come queste scuole consentano un risparmio per lo Stato quantificato in circa sei miliardi di euro. La complessità della materia e le sue tante sfaccettature non possono comunque essere esaurite in poche righe.

Alle fonti di finanziamento citate si devono poi aggiungere altre voci, non sempre facilmente rintracciabili nei documenti ufficiali. Un capitolo tutto suo lo merita ad esempio la fornitura dell'acqua alla Città del Vaticano, interamente a carico dello Stato italiano. L' articolo 6 dei patti Lateranensi del 1929 recita infatti che "L'Italia provvederà, a mezzo degli accordi occorrenti con gli enti interessati, che alla Città del Vaticano sia assicurata un'adeguata dotazione di acque in proprietà".

Su queste due righe sono state avanzate diverse interpretazioni, con strascichi che arrivano fino ai giorni nostri. Nonostante l'opposizione dei radicali, secondo cui l'adeguata dotazione di acqua significa che bisogna far arrivare i tubi al Vaticano e nient'altro, l'interpretazione vincente è che i costi dell'acqua siano a carico dello Stato, ma un discorso diverso vale per la depurazione e la gestione degli scarichi. La questione è esplosa nel 1998, quando la romana Acea si è quotata in borsa ed ha chiesto al Vaticano di pagare una bolletta da 25 milioni di euro che, dopo diverse peripezie, è stata invece pagata dallo Stato.

Proprio lo Stato italiano dal 2005 versa anche 4 milioni di euro l'anno all'Acea per la depurazione, da sommarsi al costo dell'acqua stessa. Il costo totale della fornitura non è però esente da equivoci e la sua cifra complessiva tra depurazione, costo dell'acqua e dello smaltimento è finita di recente al centro di una polemica alimentata da una "gola profonda" del Pd l che sostiene, senza però presentare la documentazione, che questi costi ammontino a circa 50 milioni di euro l'anno.

Dopo aver passato in rassegna le voci di spesa dello Stato per il finanziamento della Chiesa Cattolica e delle sue attività, bisogna andare al capitolo dei mancati introiti, legati ai regimi fiscali privilegiati a cui hanno diritto alcuni stabili e fabbricati. Come affermato in precedenza, tanto le spese sono note ed evidenti nel bilancio dello Stato, quanto l'entità delle detrazioni è frutto di stime molto meno certe. Per chiarezza è quindi meglio dividere ogni voce e chiarire i riferimenti normativi, le critiche e il loro presunto costo per le casse statali.

Le due voci principali di detrazione fiscale a cui ha diritto la Chiesa, non in forma esclusiva, sono l'esenzione dall'Ici e la riduzione del 50 per cento dell'Ires, l'imposta sul reddito delle persone giuridiche (le società). Questi privilegi sono anche finiti nel mirino della Commissione Europea che, dopo una denuncia dei deputati radicali, ha aperto nei confronti dell'Italia un procedimento per verificare se si tratta di aiuto di Stato o meno e il cui esito finale è atteso entro il 2012.

L'abbattimento del 50 per cento dell'Ires si applica agli enti di assistenza sociale e con fini di beneficenza ed istruzione, anche quando questi svolgono in parte attività commerciale: in questo caso però la normativa vuole che vengano distinte le fonti di reddito e sulla parte commerciale venga pagata l'intera tassa. Trattandosi inoltre di un'agevolazione nata negli anni '50 (e poi rivista varie volte), la Commissione europea ha deciso di farla rientrare tra gli aiuti di Stato esistenti, che possono essere annullati ma per cui non può esser richiesto il rimborso degli "arretrati".

Per quanto riguarda l'Ici (l'imposta comunale sugli immobili) la questione è più complessa e prevede diversi livelli. Innanzitutto la legge prevede l'esenzione totale per i luoghi di culto, ma la parte più contestata riguarda l'esenzione per le attività commerciali svolte nei locali di enti non commerciali (come quelli religiosi).

Un'interpretazione della Cassazione del 2004 (la legge risale al 1992), giudicata troppo restrittiva dagli organi della Cei, ha stabilito come potessero accedere all'esenzione solo le strutture che non svolgessero alcuna attività commerciale: in poche parole l'Ici doveva essere corrisposta da tutti gli istituti che prevedevano un pagamento per le loro prestazioni, fossero esse mense per i poveri,alberghi per pellegrini o cliniche private.

L'anno successivo, una legge del Governo Berlusconi ha cambiato le carte in tavola, stabilendo che l'esenzione Ici valesse anche in caso di attività commerciali: un regalo alla Chiesa che ha fatto scattare subito la denuncia alla Commissione europea per i suoi effetti sulla concorrenza.

A mettere una pezza alla situazione ci ha pensato il governo Prodi nel 2006, con l'introduzione di una nuova interpretazione della legge che prevede l'esenzione dell'Ici solo per chi svolge attività "non esclusivamente commerciale". Dalla diversa interpretazione di queste tre parole nascono buona parte degli attuali contenziosi tra chi sostiene che basti una cappella in un albergo per non pagare l'Ici e la Cei, che sostiene invece la bontà della norma e definisce "mistificazioni" gli articoli che affermano il contrario. Tanto per far capire quanto l'argomento sia caldo, un editoriale di Avvenire (il quotidiano della Cei) è tornato sull'argomento il 18 agosto scorso.

Delle detrazioni dalle tasse italiane usufruiscono poi tutti gli stabili di Città del Vaticano che godono dell'extra-territorialità e previsti dal Concordato. La somma di queste esenzioni, secondo una stima fornita dall'Anci e segnalata nel libro "La Questua" di Curzio Maltese, valeva nel 2007 tra gli 1,5 e i 2 miliardi di euro l'anno. Da quanto è emerso invece in un'interrogazione fatta dai radicali al Comune di Roma pochi anni fa, il costo dell'esenzione Ici per la sola capitale è di circa 25 milioni di euro l'anno.

Altra tassa risparmiate alla Chiesa, o sarebbe meglio dire ai suoi "dipendenti", è l'esenzione dell'Irpef per tutti i lavoratori della Santa Sede e della Città del Vaticano: almeno duemila persone tra giornali, radio, tribunali ecclesiastici, segreterie e congregazioni. Con il Concordato del 1984 è stato inoltre stabilita la possibilità di detrarre dalla dichiarazione dei redditi le donazioni fino alle vecchie due milioni di lire (poco meno di mille euro).

Il conto complessivo delle detrazioni, almeno sulla base delle stime, supera quindi agilmente i 3 miliardi di euro. Ma la politica non ci sente: «Togliere i fondi alla Chiesa italiana significa togliere il pane agli affamati», ha commentato Rocco Buttiglione dell'Udc. Compatto nella difesa dei privilegi ecclesiatici il Pdl. Poche le voci dissonanti nel Pd, partito la cui presideente Rosi Bindi ha chiuso la porta a ogni ipotesi di Pd di tassazione degli immobili del Vaticano, perché«la Chiesa è una grande ricchezza per la società italiana e le opere di carità della chiesa sono ancora più importanti per la crisi economica che sta mordendo le famiglie». Amen.