domenica 1 maggio 2016

Il ministro Boschi a Benevento: «Fiducia nei magistrati, noi del Pd siamo onesti e contro le mafie»

Il Mattino



Il ministro Maria Elena Boschi parla da Benevento, dove ha assistito all'apertura della campagna elettorale del candidato Pd a sindaco Raffaele Del Vecchio. «In Campania siamo dalla parte dei magistrati - ha detto - che fanno bene il loro lavoro, ma con la stessa forza diciamo che noi del Pd siamo onesti. Noi siamo gli uomini di Pio La Torre. La mafia la possiamo fermare. Noi siamo la comunità che lotta contro camorra e mafia. Questo governo ha assunto iniziative che contrastano e tendono ad isolare e poi sconfiggere la mafia».

«Noi del Pd non chiederemo mai che non facciano il proprio lavoro o lo rallentino. Tutt'altro: chiediamo che lavorino di più e che facciano ancor più velocemente per accertare le responsabilità. Però diciamo anche che noi del Pd siamo una comunità di uomini e di donne perbene, oneste e che si impegnano a servizio della comunità» ha proseguito il ministro per le Riforme Costituzionali in merito alle vicende giudiziarie che hanno interessato alcuni esponenti del Pd. Sabato 30 Aprile 2016, 13:24 - Ultimo aggiornamento: 30-04-2016 14:26

Arrestato consigliere comunale del Pd di Siracusa: aveva con sè 20 chili di droga
La Stampa



Un consigliere comunale del Pd di Siracusa, Antonio Bonafede, di 31 anni , è stato arrestato dalla polizia di Stato a Pozzallo, nel Ragusano, mentre stava per imbarcarsi su traghetto diretto a Malta con circa 20 chilogrammi di droga.

Agenti della squadra mobile di Siracusa, coordinati dalla dirigente Rosa Alba Stramandino, in collaborazione con colleghi della stessa struttura della Questura di Ragusa, diretta da Anonino Ciavola, hanno fermato sul piazzale prima dell’imbarco Bonafede ed altri due uomini Salvatore Mauceri, 32 anni e Antonio Genova, 44 anni. 

All’interno di un borsone e di un trolley la polizia di Stato ha trovato e sequestrato 16 chili di marijuana e tre chili e mezzo di hashish. I tre sono accusati di spaccio di sostanze stupefacente. Gli arresti sono arrivati al termine di una complessa attività di osservazione e di pedinamento da parte della mobile. I tre sono stati condotti in carcere su disposizione della Procura di Ragusa.

Anni Sessanta

La Stampa
franco giubilei

Nel 1966 nasceva la serie fantascientifica più amata e replicata di sempre. A Bologna una giornata per studiarne scienza, filosofia e immaginario


Sopra, una scena con Benedict Cumberbatch del film «Into Darkness» (2013): il nuovo «Beyond» esce quest’anno; a sinistra, William Shatner (Kirk) e Gary Lockwood (Mitchell) nella prima stagione della serie tv (1966)

Ci sarà un motivo se, a mezzo secolo dalla prima serie tv, in onda negli States nel settembre del 1966, siamo ancora alle prese con l’Enterprise in navigazione per universi veri o paralleli. Di motivi in realtà ce n’è più d’uno: intanto il nuovo film in uscita quest’estate, Star Trek: Beyond, segno indiscutibile che la saga è viva e vegeta. E poi il fascino inossidabile che il capitano Kirk, il suo equipaggio multietnico e i Vulcaniani continuano a esercitare non solo sul pubblico storico, ma anche su ragazzini che si appassionano alle loro gesta.

Tanto che il Future Film Festival, in programma a Bologna dal 3 al 9 maggio, organizza uno Star Trek Day sabato 7, con proiezioni della serie classica, fan club e cosplayer all’opera, ma soprattutto una tavola rotonda per capire come e perché, cinquant’anni dopo, la serie fantascientifica continui a restare saldamente conficcata nel nostro immaginario. 

«I motivi sono diversi, per questo abbiamo invitato esperti di varia estrazione che ci aiutino a comprenderli, a cominciare da un ingegnere aerospaziale, Nembo Buldrini, che fra l’altro ha scelto la sua strada proprio perché ispirato da Star Trek da piccolo – spiega Roy Menarini, docente di Cinema e industria culturale all’Università di Bologna -.

Il tema in questo caso è quanto fossero realizzabili le tecnologie futuristiche mostrate nella serie negli Anni Sessanta: l’invenzione più famosa è sicuramente il teletrasporto, su cui gli scienziati stanno veramente lavorando e che si è in qualche modo già manifestata con la stampante in 3D. Anche il replicatore, cioè il moltiplicatore di cibo a cubetti, ha una sua attualità oggi». 

Poi c’è l’aspetto dell’influenza di moda e design: oggi forse i costumi di Kirk e compagni sembrano pigiami, ma negli Anni Sessanta l’impatto della «space fashion» fu notevole, non solo grazie a Star Trek, ma anche ad altri programmi tv di sci-fi come l’inglese Ufo, con le operatrici della base lunare in parrucca viola e minigonna argentata. Ma la ragione profonda per cui l’Enterprise conquistò uno zoccolo duro di appassionati che non l’avrebbero più lasciata è anche di ordine politico-sociologico:

«Pur essendo una serie televisiva fantascientifica, dentro di sé ha un cuore umanista che rappresenta il microcosmo di un’America multirazziale – dice il docente -. C’è il personaggio di colore, il russo, l’alieno: l’equipaggio della nave spaziale è un insieme di soggetti molto eterogenei che oltre tutto cerca di compattare altri popoli. Di conseguenza, molti spettatori di allora si sono riconosciuti in un mondo molto americano-progressista, tant’è vero che Star Trek era un mito dei libertari Usa, i Vulcaniani erano visti come i pellerossa e i figli dei fiori seguivano la serie per la lettura politica che forniva». 

A connotare Star Trek c’è anche un altro elemento: «È stato il primo, vero esempio di “fandom”, per cui col prodotto si è creato un fenomeno – aggiunge Menarini -. La prima serie si concluse nel 1969: non era mai successo che un programma giunto alla fine generasse una comunità di fan, con Star Trek invece accadde». Così dieci anni dopo (1979) uscì il primo film per il cinema, con gli stessi attori, anche se un po’ appesantiti. Ne è seguita una decina, il prossimo è atteso di qui a due mesi e degli altri a luglio la Universal metterà in vendita un’edizione speciale («steelbook») in dvd. 

Nicola Vianello, dello Star Trek Italian Club, circa duemila soci, ha un’idea precisa sulla persistenza del mito: «Star Trek è nata molto prima della cultura del mordi e fuggi di oggi, diciamo che è il trionfo dell’analogico sul digitale, come le tabelline, che impari da piccolo e non scordi più. Del resto, oggi chi si ricorda più di Lost, o di Desperate Housewives?». 

La sfida fra le 700 moschee: così l’Islam italiano va a caccia di fondi

La Stampa
giacomo galeazzi e ilario lombardo

Faida interna per il denaro dell’8 per mille, mentre gli sceicchi del Golfo pagano per rallentare la nascita di un modello occidentale



In gran parte sono garage, negozi, ex capannoni, addirittura sottoscala o cantine. Adibite a sale di preghiera e chiamate moschee. Se ne contano oltre 700 in tutta Italia. È una stima aggiornata di volta in volta, perché un numero preciso non c’è. C’è un vuoto legislativo che non permette l’emersione di luoghi istituzionali e costringe i musulmani a pregare dove possono. Perché se ne sentono il bisogno, lo fanno comunque, anche senza minareti. 

Preghiera del venerdì: alla Grande Moschea, a Roma Nord, nell’unica struttura riconosciuta tra le 700 come ente religioso, c’è la fila delle auto blu degli ambasciatori dei Paesi islamici. A Centocelle, periferia Sud, mentre un incaricato dell’imam raccoglie la carità tra i fedeli in uscita, un cartello sulla porta della moschea ricavata dal garage di un palazzone chiede di versare il 5 per mille all’associazione islamica che ha sede qui.

Le scene, parallele, di un ordinario rituale settimanale, cristallizzano le due anime contrapposte della seconda religione in Italia per numero di fedeli: 1,6 milioni. Nella richiesta del 5 per mille, la quota dei contribuenti per il no-profit, c’è l’invito alla zakat (la carità), ma anche la necessità di colmare un altro vuoto: la mancata intesa dell’Islam con lo Stato e la conseguente impossibilità di beneficiare dell’8 per mille, riservato alle confessioni riconosciute.

Sui soldi e sul business delle moschee si sta combattendo una faida interna alla comunità musulmana per l’egemonia nell’Islam italiano, quella indefinita formula che ora, nel pieno dell’allarme terroristico, tutti rivendicano. Il 12 maggio la Confederazione islamica italiana, espressione della comunità marocchina benedetta da re Muhammad VI, lancerà la sua Opa formalizzando la richiesta per ottenere l’intesa con lo Stato, un agognato traguardo già fallito dall’Ucoii (Unione delle comunità islamiche italiane) e dalla Coreis, la comunità religiosa che ha in Yahya Pallavicini il suo leader.

Sono questi i tre principali protagonisti di una lotta intestina animata anche dagli interessi opposti di governi musulmani che a suon di finanziamenti milionari orientano le scelte politiche e dottrinali delle associazioni e dei gruppi etnici di riferimento che si contendono il controllo dei luoghi di culto. A tenere il complicato conto delle moschee è Maria Bombardieri, ricercatrice di Padova, una delle fonti più attendibili sul tema. Ci ha provato anche l’istituto Cesnur di Massimo Introvigne, componente del Comitato per l’Islam al Viminale, che ha documentato «un grande problema di rappresentanza».

Le associazioni più in vista, Ucoii, Coreis e Confederazione, affiliano la minoranza delle moschee: «La maggioranza sono autogestite da comunità nazionali, soprattutto bengalesi e turche». Paesi che non evocano generalmente pericoli di radicalizzazione: «L’Ucoii però ritiene che se otterrà l’intesa di Stato beneficerà di un effetto attrattivo su queste moschee. È il potere dei soldi». 

L’enigma moschee
Sono luoghi non ufficiali che alimentano incontrollate suggestioni. Paure che a loro volta, nell’immaginario mediatico, li trasformano in «covi di terroristi». Un automatismo smentito dalla realtà dei fatti e dalle stesse rilevazioni del Viminale: «La predicazione dell’odio - spiega Filippo Bubbico, viceministro dell’Interno - avviene su Internet e in carcere». Anche perché il monitoraggio sul posto è costante, con agenti della Digos infiltrati e i servizi segreti in continuo contatto con gli imam. Certo è però che il colpo d’occhio di moschee arrangiate favorisce la percezione della paura e della scarsa sicurezza.

Un magma che è prodotto da un’assenza di legislazione nazionale sui luoghi di culto, per chi non ha siglato l’intesa con lo Stato come l’Islam. Le norme restano delegate alle Regioni e ai Comuni. Si spiegano così gli infiniti dibattiti sulle destinazioni d’uso, la strada normativa tentata dalla Lombardia a guida leghista, con una legge anti-moschee dichiarata incostituzionale due mesi fa, e ora anche dal Veneto. A monte c’è però una forte impreparazione sul fenomeno. In genere l’imam è considerato alla stregua di un parroco. In realtà è colui che guida la preghiera.

Tra i sunniti, senza una gerarchia e un clero, è il predicatore, ma anche una sorta di punto di riferimento scelto dalla comunità. Allo stesso modo si parla di moschea come di una parrocchia. Ma è molto di più: sui tappeti della moschea si prega, si dorme, si studia, i bambini imparano le lingue, si cerca lavoro, si fa politica, si dirimono controversie. Apparentemente tutti, istituzioni e comunità, sono concordi su quanto sia necessaria un’emersione ufficiale di questi luoghi, con edifici più belli, più visibili, che abbiano il minareto o meno si vedrà. 

Intanto, con regolarità, arrivano al ministero dell’Interno report che parlano delle moschee a rischio radicalizzazione. Nell’elenco ci sono alcune delle più grandi, sotto osservazione soprattutto il venerdì di preghiera quando nella folla dei fedeli potrebbe esserci chiunque, anche chi è solo di passaggio. Non mancano mai quella di piazza Mercato a Napoli, viale Jenner a Milano e Centocelle. Nella periferia a Sud-Est della Capitale, tra bandiere di Lazio e Roma sopra insegne di macellerie halal, ci troviamo con Mohamed Ben Mohamed che ha appena finito la predica in arabo e in italiano.

Due turni: «In uno non ci stiamo» spiega mentre fuori dal suo ufficio uomini e donne attendono udienza per un consiglio. «Noi musulmani siamo i primi a non voler restare in questi posti». È una questione di sicurezza ma non solo. «Nel 2007 dopo che arrestarono uno degli attentatori di Londra passato da qui, vennero a perquisirci. Con gli uomini dei servizi ci sentiamo di continuo. Ho i loro numeri nel cellulare».

Come tutti gli imam anche Ben Mohammed sognava un luogo più dignitoso di questo garage dove si moltiplicano ogni anno i fedeli: così, qualche mese fa, tra le proteste dei residenti, ha firmato l’acquisto dell’ex mobilificio di Stefano Gaggioli, ex presidente di Sviluppo Italia. Quattro piani nella vicina piazza delle Camelie. Costo: 4 milioni. Pagati sull’unghia grazie alla donazione della Qatar Charity all’Ucoii. 

Soldi e affiliazioni
Il fondo caritativo del Qatar è una presenza costante e controversa nelle comunità islamiche europee. Il sospetto di Israele e dei servizi americani è che dietro gli aiuti umanitari si celino attività compiacenti con frange terroristiche. Gli investimenti in Italia non si fermano, nonostante il recente scandalo dei fondi non rendicontati a Bergamo finito in tribunale tra la furia dei qatarini. Ci racconta Elzir Izzedin, imam di Firenze e presidente Ucoii:

«Dal Qatar sono arrivati 25 milioni di euro. Abbiamo bisogno di soldi le moschee sono costrette ad autofinanziarsi. Senza 8 per mille, i finanziamenti li accetto da chiunque. Certo, ci sono Paesi finanziatori che non gradiscono granché un Islam italiano autonomo...». C’è chi pensa però, come Introvigne del Cesnur, che l’assegnazione dell’8 per mille non garantirebbe comunque l’interruzione dei soldi dai Paesi islamici. 

L’8 per mille è il sogno di tutti coloro che rappresentano la seconda religione in Italia. Irraggiungibile senza l’intesa con lo Stato. Secondo il governo, però, la colpa sarebbe delle stesse associazioni, incapaci di parlare con una sola voce. «E’ la solita scusa», concordano Izzedin e Pallavicini, tra loro in aspra concorrenza. Ucoii e Coreis non si amano. L’accusa nei confronti dell’Ucoii è di eccessiva vicinanza all’organizzazione politica islamista dei Fratelli musulmani.

La Coreis, invece, viene spesso liquidata come espressione degli italiani convertiti, considerata poco rappresentativa dagli immigrati. Di fronte a una spaccatura insanabile, entrambi offrono la stessa soluzione: due intese separate. «Lo hanno fatto con i buddisti, con quelli di rito tibetano, e con Soka Gakkai, perché non farlo anche con noi?». 

Il Marocco cerca l’intesa
Tra Ucoii e Coreis, si inserisce un terzo contendente: la Confederazione islamica italiana che, attraverso il controllo del Centro islamico culturale d’Italia, gestisce di fatto la Grande Moschea di Roma. Qui si sta consumando un altro conflitto. Da un lato i sauditi, che per statuto esprimono il presidente, dall’altro i marocchini che invece nominano il segretario. Da 18 anni è Abdellah Redouane: troppo tempo per una parte dei fedeli che gli contesta un’amministrazione poco trasparente e lontana dai bisogni della comunità. Va detto che la Grande Moschea è considerata una rappresentanza diplomatica, distante dall’Islam popolare, e, sin dalla sua fondazione, un luogo di relazioni di potere.

Dietro Redouane c’è un piano che fa capo al governo di Rabat: evitare che i connazionali che ingrossano le fila della comunità islamica più numerosa in Italia, dopo quella albanese, si radicalizzino e tornino con cattive intenzioni in patria. I sei arresti di giovedì in Lombardia e Piemonte, quasi tutti marocchini, rafforzano la tesi del sovrano del Marocco. In cambio dell’intesa, la Confederazione offre all’Italia una sponda moderata, portatrice di un modello di Islam forgiato all’Istituto per imam di Rabat voluto da Muhammad VI per formare guide religiose, uomini, ma anche donne in grado di sradicare le false interpretazioni del Corano di Isis e Al Qaeda.

L’idea è di replicare questo insegnamento anche in Italia, attraverso corsi nelle università. I marocchini insomma si accreditano come interlocutori istituzionali con il governo di Matteo Renzi che a luglio sarà in visita in Marocco, ma che dovrà anche stare attento a non scontentare i partner economici del Golfo. La Confederazione, però, si sente accerchiata. A Nord una parte della comunità marocchina aderisce all’Associazione Partecipazione e spiritualità (Psm) che assieme all’Associazione islamica delle Alpi (che a Torino controlla le moschee Taiba e Rayan), è la filiale italiana del partito Giustizia e Carità, mai riconosciuto in Marocco.

Dall’altra parte ci sono i sauditi che, anche in competizione con l’Ucoii, tramite la Lega musulmana mondiale, elargiscono finanziamenti per nuove moschee senza però un vero seguito popolare. Il loro punto di forza sono gli imam spediti per le esigenze di culto durante il Ramadan: sono predicatori di Stato, dunque del wahhabismo, la corrente più tradizionalista dei sunniti.

Il sogno dell’università
A rifiutare i soldi di Riad è stato Aboulkheir Breigheche, imam del Trentino e presidente dell’Associazione italiana degli Imam e delle Guide religiose che in una villa a San Giovanni Lupatoto, alle porte di Verona, sta costruendo la prima università islamica in Italia. «L’intento è formare imam, da inserire anche in un albo, che conoscano bene cultura, leggi e lingua italiana». Già a Lecce si era arenata un’iniziativa simile.

Per Pallavicini del Coreis si tratta di «una pagliacciata» perché condizionerebbe con un’unica scuola di pensiero, legata ai Fratelli musulmani, l’intera rete di moschee italiane di fatto controllata. «Noi abbiamo detto no ai soldi di Arabia Saudita ed Emirati - risponde Breigheche - perché poi avremmo dovuto accettare orientamenti teologici ben precisi come quelli wahabiti e salafiti». Ma per l’università il denaro arriverà comunque dal Golfo: tramite l’Ucoii, dal solito Qatar.

Il ritorno di Laith e della sua famiglia Il profugo simbolo tradito da Berlino

Corriere della sera

di Danilo Taino, corrispondente

La sua immagine, a Kos, con in braccio la figlia, aveva fatto il giro del mondo. Ora, dopo mesi di tentativi di integrazione, marito, moglie e tre figli su quattro sono tornati in Iraq



BERLINO Giorni di illusioni perdute. Svanite in fretta sotto la Porta di Brandeburgo. Laith Majid (o Al Amirij), la moglie Neda e tre dei loro quattro figli sono tornati in Iraq. Un po’ le crudeltà della vita, molto l’impossibilità di vedere un futuro in Germania e in Europa. Hanno fatto quello che altre centinaia di profughi iracheni e siriani, fuggiti dalle violenze settarie del Medio Oriente, stanno facendo: il viaggio a rovescio, questa volta in aereo, biglietto pagato facendo debiti. Con le illusioni loro si assottigliano quelle di chi vede nell’integrazione una chance per costruire un Islam moderato nel Vecchio Continente.

I Majid avevano lasciato Bagdad l’agosto scorso e, via Erbil nel Kurdistan, erano arrivati sulla costa turca. Un trafficante li aveva messi su un gommone con altre sette persone, 1.200 dollari a testa: dopo un viaggio drammatico, genitori e i figli erano approdati sulla spiaggia dell’isola greca di Kos all’alba del 15 agosto. Lì, un fotografo inviato dal New York Times, Daniel Etter, fotografava Laith: in lacrime, due figli in braccio, felice che tutti fossero sopravvissuti fino all’Europa. Poi, traghetto per Atene e in Germania nel retro di un autocarro: altri 1.500 dollari a testa.

La famiglia, sciita, aveva lasciato Bagdad per disperazione, minacciata e taglieggiata dalle bande criminali. Aveva venduto tutto, lasciato parenti e lavoro — Laith, 44 anni, un tecnico, Neda, 43 anni, un’insegnante — ed era partita. La fotografia del loro sbarco finì sulle pagine di decine di giornali internazionali: Etter ha ricevuto nei giorni scorsi il Pulitzer per quello scatto. Non solo. L’immagine di Laith in lacrime fu issata durante manifestazioni di protesta a Bagdad contro il governo, simbolo

della disperazione degli iracheni. In settembre, poi, Neda mostrò a un giornalista altre fotografie: dell’intera famiglia davanti alla Porta di Brandeburgo, sorridenti, il marito con in mano l’immagine di lui sulla spiaggia di Kos che aveva fatto il giro del mondo. Fino a quel momento, la storia dei Majid raccontava il dramma mediorientale ma accendeva la speranza. In loro, di potere trovare un futuro nella ricca Germania. In molti europei di vedere la nascita di un Islam moderato, partendo dai rifugiati in fuga dalla violenza e accolti in Europa.

Non è stato così. In febbraio, Laith, Neda, e tre figli Ahmed (17 anni), Taha (9) e Nour (8) hanno chiesto un prestito ai parenti in Iraq e hanno lasciato la Germania. Ora vivono a Erbil, nel Kurdistan: tornare a Bagdad, dove ora sono conosciuti anche dalle bande sunnite, è impossibile. Mentre erano in Germania, i genitori di Laith sono morti: lontano da casa, l’uomo si è sentito impotente. Soprattutto, a Berlino erano cadute le illusioni. Una nuova casa non c’era: la famiglia era alloggiata nell’ex caserma Schmidt-Knobelsdorf, quartiere di Spandau nell’estremo Ovest.

«Era come una prigione», ha detto ieri al quotidiano tedesco Bild. Aiuti – ha raccontato – non sono mai arrivati. Al centro di assistenza LaGeSo di Berlino è stato spintonato e ferito dalle guardie. «E il cibo a Spandau non lo potevamo più vedere». «A tutto questo si è sommata la morte di mia madre», ha detto. Quindi la decisione di tornare. Il commento della moglie, Neda: «Siamo venuti in Germania per avere una vita migliore, per preservare il nostro onore. Purtroppo è stato il contrario».

Il fallimento non è solo dei Majid. Un tecnico e un’insegnante fuggiti dalla loro casa per cercare asilo potevano probabilmente essere integrati, poteva essere data loro la possibilità di fare qualcosa per se stessi, per i compatrioti profughi, per il Paese che li ospitava. Non è successo e ciò solleva un interrogativo serio: se la Germania e l’Europa non ce la fanno a tracciare una strada di integrazione, le tensioni saranno enormi. E le disillusioni: l’ufficio dell’immigrazione tedesco dice che nel 2015 il numero di iracheni che sono tornati in patria è quadruplicato, a 724. Non tutti rinunciano. Il quarto figlio dei Majid, Mustafa, 19 anni, non ha voluto partire. «Da qualche parte c’è speranza», ha detto con le lacrime agli occhi alla Bild. Proverà. In Canada o in Australia.

30 aprile 2016 (modifica il 30 aprile 2016 | 21:57)

Dal 30 aprile il roaming costa meno Perché e come funziona in 6 punti

Corriere della sera

di Greta Sclaunich

Le nuove tariffe, il prossimo obiettivo e i rischi per chi vuol fare il furbo: il taglio del roaming in vigore dal Primo Maggio spiegato in sei punti



Dal 30 aprile telefonare, inviare sms e navigare su internet nei paesi esteri dell’Ue costerà di meno. Comincia infatti il periodo di transizione deciso dalla Ue a ottobre scorso e che porterà all’abolizione del roaming tra un anno.
Quanto pagheremo?
Non più di cinque centesimi al minuto per le chiamate (contro i precedenti 19), non più di due per gli sms inviati(finora erano sei) e non più di cinque per ogni megabyte di dati (che fino a ieri, era fissato a 20).
Quanto risparmieremo?
Dal 2007, quando la Ue ha cominciato a decidere azioni per ridurre i prezzi del roaming, questi sono calati di circa 80% per le chiamate e di oltre 90% per il traffico dati. Questo senza contare il taglio in vigore da oggi, che ha abbassato ancora le cifre.
Da dove verranno scalati i soldi?
Dal 30 aprile il traffico voce, sms e dati verrà scalato da quello incluso negli abbonamenti alla stessa tariffa più un piccolo costo limitato.
Fino a quando esisterà il roaming?
Fino al 15 giugno 2017: a partire da quella data gli europei pagheranno la stessa tariffa telefonica prevista nel loro Paese anche nel resto dell’Ue.
Perché l’Ue vuole abolire il roaming?
Il «roam like at home», cioè l’utilizzo del cellulare come a casa senza più spese extra, avrà due effetti, come ha spiegato il vicepresidente della Commissione Ue responsabile per il dossier Andrus Ansip: «Il risparmio per gli europei ma anche il far cadere le barriere del mercato unico digitale».Finora, il risultato dei primi ribassi ha già portato un aumento del traffico. Soprattutto di quello dei dati, che in nove anni è cresciuto del 630%.
Cosa succede a chi fa il furbo?
Resta vietato comprare una scheda telefonica in un Paese in cui i prezzi sono inferiori per usarla in modo permanente in un altro Paese: si tratta di abuso di quello che Bruxelles ha definito come «uso equo» e si rischia un (salato) recupero dei costi.

1 maggio 2016 (modifica il 1 maggio 2016 | 09:34)

Il Torino non c’è più, è bruciato”: scompare la squadra, nasce il Mito

La Stampa

Il 4 maggio 1949 lo schianto a Superga, la folla si raduna davanti a La Stampa

La squadra del Grande Torino si imbarca per Lisbona per partecipare alla partita di addio al calcio del giocatore portoghese Françisco Ferreira, amico di Valentino Mazzola

«Il Torino non c’è più. Scomparso, bruciato, polverizzato …». Sono le prime parole scritte da Vittorio Pozzo su La Stampa del 5 maggio 1949, il breve commento di un uomo schiantato dal dolore. Pozzo nel calcio era stato tutto, allenatore, poi commissario tecnico della Nazionale due volte campione del mondo, da sempre padre putativo della squadra granata e autorevole opinionista della pagina sportiva del quotidiano. «È il solo impavido che ha cuore di prendersi il compito pietoso e orrendo di riconoscere le salme …», scrive Gianni Brera.



Per descrivere i funerali basta citare poche righe di Carlin, Carlo Bergoglio, grande firma del giornalismo sportivo torinese: «Li abbiamo visti venir giù dallo scalone del Juvarra nell’atrio di Palazzo Madama. E come non mai abbiamo avuto contezza dell’immensità della catastrofe. Interminabile ci è parsa a un certo momento la fila. Davanti veniva Vittorio Pozzo che era il padre di tutti. Dall’alto dello scalone tutti ci segnammo per trenta e una volta. Trentuno anni ci parve quella mezzora». Più di 500mila persone erano schiacciate in piazza Castello, piazza San Carlo, via Roma…



La tragedia si consuma nel tardo pomeriggio di mercoledì 4 maggio, alle 17,05. L’aereo che riporta a Torino il gruppo dei granata, giocatori, tecnici, giornalisti (Renato Casalbore fondatore di Tuttosport, Renato Tosatti responsabile sport alla Gazzetta del Popolo, Luigi Cavallero de La Stampa) dopo la partita amichevole giocata a Lisbona si schianta contro il terrapieno della Basilica di Superga. Il G212 è cieco, ingannato dall’altimetro in un giorno di tempesta, il cielo nero come l’inchiostro, il vento a raffiche, l’uragano. È proprio La Stampa a diffondere per prima la notizia, quando non esiste ancora la tivù e i giornali radio arrivano solo di sera. In Galleria San Federico, dal lato che si affaccia su via Bertola, le telescriventi de La Stampa facevano scorrere le notizie più importanti della giornata. Lì appare la parola terribile, tragedia, lì comincia a radunarsi una folla che moltiplica l’urlo per la città.



Una sola firma
Per giorni e giorni la vicenda occupa la prima pagina, la seconda, la cronaca sportiva. Articoli rigorosi che non indugiano sul colore, sul superfluo. Articoli tutti anonimi, salvo l’eccezione concessa a Vittorio Pozzo, data la statura del personaggio. La Stampa da un anno ha un nuovo direttore, Giulio De Benedetti, che consente a pochi l’onore della firma. Mai comunque nelle pagine di cronaca o di sport, dove si raccontano i fatti e non esistono le interviste.

Nel caso del Grande Torino nemmeno la dolce storia di Carla e Virgilio trova posto sulle pagine del giornale. Una bella giovinetta, Carla Bombelli. A 18 anni incontra Virgilio Maroso, lui ne ha 22, è un terzino arrivato in granata dal Veneto, ha il tocco vellutato, l’amore sboccia, a 19 si sposano, a 20 lei è già vedova. «Arrivarono persino due giornalisti da Londra, dalla Bbc, per raccontare la nostra storia, ma sulla Stampa nemmeno la foto delle nozze …», ci disse lei un giorno.

La pagina sportiva nel dopoguerra si saziava di Coppi e Bartali re del ciclismo, di Ascari e Farina assi della nascente Formula 1, del Toro che mandava 10 giocatori in Nazionale, della Juve che stava alzando la testa grazie a un centravanti sedicenne scovato nel Novarese, Giampiero Boniperti. Ma questa è un’altra storia...

L'esercito di jihadisti nostrani che vive in Italia col sussidio

Fausto Biloslavo - Sab, 30/04/2016 - 23:49

Sono almeno sette tra combattenti e reclutatori ad avere usufruito di un assegno dallo Stato con la scusa dell'indigenza o della famiglia numerosa


Jihadisti sì, ma con il sussidio del Belpaese dove reclutano per la guerra santa o incitano a farsi saltare in aria. Nel manipolo di arrestati o ricercati dell'operazione antiterrorismo di giovedì, la coppia Mohamed Koraichi e Alice Brignoli viveva con gli aiuti di stato prima di partire per la Siria. Nelle grosse inchieste dell'ultimo anno sono almeno sette i radicali islamici accusati di terrorismo, che da una parte complottano contro di noi e dall'altra incassavano sussidi vari.

Mohammed e Alice, senza lavoro e con tre figli minori a carico portati nel Califfato, ottenevano assistenza a Bulciaghetto, in provincia di Lecco. Un sussidio che sfiorava i 1.000 euro al mese, la casa popolare concessa dal Comune ed un aiuto sulle bollette. Grazie agli aiuti pianificavano la partenza verso la Siria. Tutto assolutamente previsto dalle leggi vigenti.

Stesso discorso per Ajman Veapi, il 37 enne macedone arrestato a Mestre lo scorso marzo, ma residente ad Azzano Decimo. Il suo vero impiego, secondo le indagini condotte dai carabinieri del Ros di Padova, consisteva nel reclutare jihadisti da mandare al fronte. Veapi risultava disoccupato e seguito dai servizi sociali. Da due anni percepiva 500 euro al mese dal fondo regionale di solidarietà del Friuli-venezia Giulia. Debora Serracchiani, governatore regionale e stellina del Pd si è complimentata con gli investigatori per aver scoperto il reclutatore jihadista, ma per i servizi sociali era tutto a posto.

Lo scorso novembre l'operazione antiterrorismo nella provincia di Bolzano ha portato alla luce una vera e propria beffa. Abdul Rahman Nauroz «particolarmente attivo nell'attività di reclutamento» viveva a Merano in un appartamento «pagato totalmente dai servizi sociali di quella città» si legge negli atti. Un alloggio gratuito dove avrebbe più volte cercato di convincere i suoi allievi «a partecipare ad azioni armate di guerra o terroristiche pianificate come suicide».

L'integralista islamico aveva ottenuto la «protezione sussidiaria» dallo Stato raccontando di minacce di morte in Iraq da parte di Ansar al Islam, la stessa organizzazione del terrore di cui faceva parte. Hassan Saman, un altro arrestato nell'operazione riceveva 2.000 euro al mese dalle nostre casse essendo padre di cinque figli, che sognava di arruolare nelle fila delle bandiere nere.Nell'aprile 2015 è stata sgominata una rete di jihadisti, che aveva collegamenti con il Pakistan. A Foggia venne arrestato l'afghano Yahya Khan Ridi. Secondo gli investigatori era «il principale responsabile del trasferimento di denaro da e per il Pakistan».

Nell'ordinanza il giudice per le indagini preliminari annota che «era arrivato illegalmente in Italia ottenendo indebitamente lo stato di rifugiato, in quanto si era accreditato falsamente come vittima di persecuzioni da parte dei talebani (ai quali invece era contiguo)». I rifugiati politici vengono equiparati ai cittadini italiani in materia di assistenza pubblica e assicurazione sociale. L'Inps certifica, che «viene riconosciuto il diritto all'assegno per la famiglia per se stessi e per il proprio nucleo familiare, compresi i familiari residenti all'estero». Il minimo è di 485 euro al mese, ma può arrivare a 23.300 euro all'anno con i ricongiungimenti.

Un altro jihadista, si legge nell'ordinanza, si era presentato nel 2011 «alla Questura di Foggia dichiarando di essere perseguitato per motivi religiosi». Il suo referente nella rete lo aveva consigliato di spacciarsi per cristiano. Il 7 marzo 2012 la Commissione territoriale di Bari gli ha garantito la protezione internazionale rilasciandogli un permesso di soggiorno per cinque anni. Ed automaticamente sono scattati i benefici dell'assistenza economica.

Nel gruppo dei pachistani spicca Hafiz Muhammad Zulkifal con 8 figli. L'imam della guerra santa abitava in una casetta di Verdellino nel bergamasco. Al fisco risultava nullatenente. Così riusciva ad incassare i sussidi per l'affitto (2500 euro in due anni) e per la scuola della prole (fino a 400 euro) oltre all'assegno familiare per i nuclei numerosi.

Alla beffa si è aggiunto più volte il danno per l'erario delle sentenze della Corte europea dei diritti dell'uomo per aver rimandato terroristi condannati in Italia a casa loro, dove vige la pena di morte. Uno dei casi più eclatanti riguarda il tunisino Sami Ben Khemais Essid della cellula jihadista di Milano scoperta nel 2001.Otto anni dopo la Corte europea ha condannato l'Italia imponendo pure una penale di 15mila euro più interessi legali. Soldi dei contribuenti per un terrorista, che con la primavera araba è uscito dal carcere aderendo ad Ansar al Sharia, la costola tunisina dello Stato islamico.

Intercettazioni col trojan, parziale sì della Cassazione

La Stampa
carola frediani

Via libera della Corte a intercettazioni ambientali via captatore informatico per reati di criminalità organizzata e terrorismo



Non è esattamente uno sdoganamento, ma come tale potrebbe essere interpretato. Ieri le sezioni unite della Cassazione hanno dato un via libera, per quanto circoscritto a un preciso ambito di utilizzo, all’uso di trojan (o captatori informatici) su dispositivi portatili - come pc, tablet e cellulari. Il caso specifico riguardava la realizzazione di intercettazioni ambientali tra presenti senza dover indicare preventivamente i luoghi - e quindi anche all’interno di dimore private, anche se lì non si sta commettendo un’attività criminosa. Tuttavia la deroga rispetto alle garanzie previste dalla legge italiana riguarderebbe solo procedimenti relativi a delitti di criminalità organizzata, anche terroristica, inclusa l’associazione per delinquere (ed escluso il mero concorso di persone nel reato).

La decisione della Corte non stupisce molto gli addetti ai lavori, perché di fatto estende ai trojan una deroga, rispetto al divieto di intercettare nei luoghi di «privata dimora» (salvo si stia consumando un reato), già prevista dal decreto antimafia del 1991 (n.152). Nello stesso tempo, la sentenza sancisce di fatto un via libera a uno specifico utilizzo di questi software spia che per anni sono stati impiegati in Italia in molte indagini, mantenendo un basso profilo, in una situazione di incertezza giuridica e vuoto legislativo, come avevamo descritto in questo precedente articolo

Un limbo che per anni non ha tenuto particolarmente conto della specificità tecnica, potenza e invasività di strumenti che sono in grado di prendere il controllo completo di un computer o uno smartphone, oltre che di accedere all’intera vita digitale dei suoi possessori.

«L’esito era prevedibile, perché il problema affrontato dalla Cassazione sembra essere solo in relazione a intercettazioni ambientali e al limite del domicilio fisico, ma poiché nel caso in questione si trattava di mafia, sappiamo già che dal 1991 quel limite non c’è più per quei reati» , commenta alla Stampa l’avvocato penalista e fellow del Centro Nexa su Internet & Società, Carlo Blengino. Che, da questo punto di vista, parla di quesito mal posto.

Anche per l’avvocato penalista e docente di informatica e diritto Stefano Aterno la sentenza chiaramente non affronta altre questioni legate ai trojan, come il loro utilizzo quale mezzo di ricerca atipico della prova o come intercettazione telematica. Tuttavia, «lo stesso procuratore generale ha fatto presente sia l’invasività dei trojan, e altri problemi quali l’alterabilità dei dati, sia le attuali lacune legislative». E da questo punto di vista sarà interessante vedere se ci saranno degli accenni al riguardo nelle motivazioni della sentenza.

Secondo l’avvocato Francesco Micozzi, che da tempo si occupa della questione “trojan di Stato”, la sentenza non va a toccare i dubbi sul captatore come strumento in sé, «ma sembra intenderlo qua solo come una modalità tecnica per fare intercettazioni ambientali».

Una prima conseguenza del pronunciamento della Corte potrebbe essere comunque un’accelerazione sulle proposte legislative in materia. Dopo i precedenti tentativi del governo di regolamentare i captatori - abortiti perché tentavano di dare un via libera generalizzato a questi strumenti - ora potrebbero emergere nuovi progetti di legge. In prima fila quello presentato nei giorni scorsi dal deputato del Gruppo Misto Stefano Quintarelli, che su La Stampa aveva parlato della necessità di rendere i trojan anche tecnicamente compatibili con le garanzie costituzionali. Sia da un punto di vista politico che tecnico, non sarà una impresa facile.