sabato 30 aprile 2016

Bechis inchioda la Boldrini: zero controlli sui deputati in missione con paga extra

Libero

Bechis inchioda la Boldrini: zero controlli sui deputati in missione con paga extra

Valeria Valente, la candidata sindaco del Pd a Napoli, da tre mesi esatti sta facendo la sua legittima campagna elettorale a spese dei contribuenti italiani, facendosi mettere in missione alla Camera dei deputati e salvando così ogni mese 3.500 euro di diaria che non le sarebbero dovuti, essendo lei di fatto quotidianamente assente dal 28 gennaio scorso.

Questa notizia, che proprio su Libero avevamo scritto alla fine della settimana scorsa, è incompleta. Perché solo ora ne spunta un'altra parte: la Valente in tutto questo periodo si è messa in missione una seconda volta, come membro dell'ufficio di presidenza della Camera, dove svolge la funzione di segretario in quota Pd. Anche lì si è messa in missione, salvando in questo modo l'indennità mensile aggiuntiva di circa 1.200 euro.

In tutto quindi è pagata 4.700 euro al mese dalla Camera (e quindi dai contribuenti) per fare la sua campagna elettorale invece del lavoro istituzionale. Questa seconda parte- di cui non eravamo a conoscenza- è stata svelata ieri involontariamente dallo stesso presidente della Camera, Laura Boldrini, in una lettera inviata a Libero dal suo bravo portavoce, Roberto Natale. Una lettera in cui la Boldrini voleva difendersi da questo episodio di malcostume istituzionale, spiegando di non avere responsabilità dirette né di avere poteri per verificare quel che fa la Valente.

Ecco il testo della lettera: "In riferimento all'articolo pubblicato a proposito delle missioni della deputata Valeria Valente durante la campagna elettorale per le prossime amministrative, si precisa che per prassi consolidata i membri dell'Ufficio di Presidenza della Camera - Vicepresidenti, Questori, o Segretari di Presidenza come è appunto l'onorevole Valente - sono posti in missione automaticamente, a loro richiesta, senza che la Presidente eserciti alcun vaglio al riguardo".

Libero in realtà aveva utilizzato i dati di Open Polis sulle assenze- giustificate tutte con missioni istituzionali- in aula della Valente alle centinaia e centinaia di votazioni fra il 28 gennaio ed oggi, con la sola eccezione di due casi in cui voleva fare bella figura con Matteo Renzi (un voto di fiducia al governo sulle banche e il voto finale sulle riforme costituzionali).

Ora sappiamo dalla Boldrini che la Valente si è messa in missione anche in quanto membro dell'ufficio di presidenza, a cui lavori nel periodo non ha mai partecipato. E il presidente della Camera spiega di non potere sindacare i motivi di quella missione, perché per prassi così fanno tutti da sempre, e nessuno ha mai ficcato il becco. Verrebbe da dire: "Bell'usanza, complimenti. Segno di grande rispetto per i soldi dei contribuenti che pagano quelle missioni che tali non sono".

Perché dopo mille proclami sui costi della politica, sul buon costume delle istituzioni, sentire dalla Boldrini che così fan tutti e lei non può eccepire, è davvero risposta che non ci saremmo attesi. Formalmente le missioni istituzionali della Valente che tali non sono hanno copertura per le votazioni da deputato da parte del suo capogruppo, Ettore Rosato. E per le assenze in ufficio di presidenza da parte del presidente di quell'ufficio, che è appunto la Boldrini.

Dall'alto della suo incarico istituzionale però ci si aspetterebbe attenzione e vigilanza al decoro delle istituzioni, qualsiasi sia stata la prassi fin qui. Tanto più che il caso Valente è parallelo a un altro, quello di Roberto Giachetti. Entrambi candidati sindaco. Entrambi del Pd. Entrambi membri dell'ufficio di presidenza Entrambi con l'agenda densa di appuntamenti della campagna elettorale.

Ma con una differenza abissale, che se la Boldrini non chiudesse gli occhi apparirebbe anche come una ingiustizia. La Valente è in perenne missione istituzionale, e di fatto si fa pagare la campagna elettorale da tutti i contribuenti italiani. Giachetti invece quando ha impegni elettorali risulta assente, e si paga la campagna elettorale di tasca sua (o con l'aiuto del suo partito). Una ci guadagna, l'altro ci rimette. Non può essere vicenda declinata secondo le sensibilità e le coscienze personali. Deve esserci una regola che metta tutti sullo stesso piano. E se non c'è, apra gli occhi il presidente della Camera. E scriva quella regola.

di Franco Bechis

La vergogna del guardiano del Lager «A 94 anni mi pento per l’Olocausto»

Corriere della sera

di Alessandra Coppola

Accusato di complicità per 170 mila prigionieri uccisi ad Auschwitz, Reinhold Hanning rompe il silenzio e chiede scusa «con tutto il cuore»: «Ho permesso quel massacro»



La vergogna del male, settant’anni dopo, le gambe che non reggono più e la voce che a stento raggiunge il microfono dell’aula di giustizia tedesca: «Mi pento profondamente di aver fatto parte di un’organizzazione criminale responsabile della morte di così tanti innocenti e della distruzione di innumerevoli famiglie». L’ex guardiano di Auschwitz, Reinhold Hanning, 94 anni, in silenzio per mesi davanti alle deposizioni degli anziani sopravvissuti, alla fine ha parlato per chiedere «scusa, con tutto il cuore»: «Ho vergogna di aver permesso che questa ingiustizia si realizzasse e di non aver fatto nulla per impedirla...».
«La mia famiglia non sapeva»
Non lo sapeva la moglie, non l’aveva mai raccontato ai figli e ai nipoti. «Nessuno nella mia famiglia sapeva che ho avuto un ruolo ad Auschwitz». Giovane SS che assisteva, così ha raccontato, agli stermini di massa: «La gente veniva gasata e bruciata — al principio non aveva colto la portata della strage, ma poi era stato impossibile non assistere all’Olocausto in corso — . Ho potuto vedere cadaveri trasportati in giro e fuori dal sito. Sentivo la puzza di bruciato. Sapevo che i cadaveri venivano bruciati». E vedeva anche i vagoni piombati arrivare ad Auschwitz «pieni di persone che sapevamo sarebbero state uccise». Non è una completa ammissione di colpa, Hanning sostiene di aver visto e non partecipato, di aver reso possibile, ma di non aver premuto un grilletto o azionato una leva.

Hanning in uniforme da SS
«Non ci sono scuse possibili»
E’ comunque una dichiarazione che ha pochi precedenti nei processi ai boia nazisti. Benché fuori tempo massimo. Hanning ha raggiunto in queste settimane l’aula di Detmold, in Germania, su una sedia a rotelle. Ai banchi dell’accusa si sono alternati rari sopravvissuti novantenni. E questo rischia di essere uno degli ultimi tentativi di dare giustizia alle vittime dell’Olocausto. «Si vergogna? - è stata la replica di Leon Schwarzbaum, 95 anni, ex prigioniero ad Auschwitz - Potrebbe anche darsi il caso che sia una persona diversa adesso, ma non ci sono scuse per quello che è successo». Se anche non ha partecipato in prima persona, «è la gente che è rimasta a guardare senza fare domande, — gli ha detto Angela Orosz Richt-Bein, 71 anni, nata nel campo da una donna che ha subito gli esperimenti di Mengele -, è la gente come te, Hanning, ad aver reso l’inferno possibile».

30 aprile 2016 (modifica il 30 aprile 2016 | 11:17)

Io non ho paura

La Stampa
massimo gramellini

A dispetto del nome ecologico, il Parco Verde di Caivano è un conglomerato orrendo di case attaccate l’una all’altra per farsi coraggio. A un certo punto da uno di questi palazzacci sono cominciati a cadere i bambini. Prima Antonio da una finestra. Poi Fortuna dal terrazzo, perdendo una scarpetta nel volo. La signora dell’ultimo piano ha negato di avere visto la bimba sul suo pianerottolo: in seguito si è scoperto che la scarpetta l’aveva nascosta lei. Ma tutta l’indagine è stata un rosario di reticenze e connivenze, di adulti che coprivano i colpevoli nel timore di ritorsioni, perché la paura è il veleno che hanno respirato per tutta la vita e il silenzio omertoso la migliore garanzia di sopravvivenza. Persino quando il reato da nascondere è il più abietto che si riesca a immaginare.

Anche i bambini del condominio, debitamente ammaestrati, hanno negato l’evidenza. Finché tre di loro, tre fratellini, sono stati strappati al Parco e presi in custodia dai servizi sociali. All’inizio non riuscivano nemmeno a giocare. Ma dopo qualche tempo si sono lasciati sedurre dall’ambiente amico e hanno iniziato a vivere, quindi a parlare. Rivelando gli orrori a cui avevano assistito e da cui si erano dovuti difendere, non sempre con successo. Se due coppie di orchi sono state messe nelle condizioni di non nuocere, lo si deve a quei bimbi che, a differenza dei grandi, hanno imparato a non avere paura. Il riscatto delle zone marce di questo Paese passa dal coraggio dei più piccoli. E da quello dello Stato di strapparli a famiglie perdute che hanno perso il diritto di allevarli.

Quasi

La Stampa
 jena

Verdini non è in maggioranza ma quasi, Carrai non è al governo ma quasi, Renzi era quasi di sinistra.

Forse siamo anche un po’ stupidi

La Stampa
mattia feltri

A proposito di casta e di referendum costituzionale, vale la pena ricordare che se nel 2006 il 62 per cento degli italiani non avesse bocciato la riforma del centrodestra, dal 2008 avremmo 770 parlamentari anziché 945. 

Bonus musicisti, nessuna imposta di bollo per il certificato

La Stampa



Nessuna imposta di bollo per i certificati di frequenza, necessari al fine dell’ottenimento del bonus strumenti musicali. È il principale chiarimento contenuto nella Circolare 15/E, pubblicata ieri dall’Agenzia delle Entrate, con la quale si ricordano gli scopi e le modalità di fruizione del cosiddetto “bonus Stradivari”.

La nuova agevolazione, come noto, è stata introdotta dall’ultima Legge di Stabilità, e prevede un beneficio di 1000 euro per quegli studenti dei conservatori di musica e degli istituti musicali pareggiati che, iscritti correttamente ai corsi di strumento e in regola con il pagamento delle tasse, vogliano acquistare uno strumento musicale. Lo sconto verrà applicato dal rivenditore, al quale verrà riconosciuto un credito d’imposta di pari ammontare.

Necessario, per ottenere lo sconto, è presentare al rivenditore un certificato d’iscrizione che dovrà essere rilasciato dal conservatorio o dall’istituto musicale pareggiato. Specifica la Circolare dell’Agenzia delle Entrate che non è necessario sottoporre il certificato di frequenza all’imposta di bollo poiché tale documento rientra nell’ambito di quegli atti esenti in modo assoluto dall’imposta di bollo, “in quanto assolve alla funzione di documentare, anche nei confronti dell’amministrazione finanziaria, la sussistenza dei requisiti necessari affinché lo studente possa beneficiare del contributo per l’acquisto dello strumento musicale e il produttore o il rivenditore del relativo credito d’imposta”.
Anche l’istanza presentata dallo studente per la richiesta del certificato è esente dall’imposta di bollo.

Per saperne di più clicca qui
Fonte: www.fiscopiu.it – Giuffrè per il Commercialista