venerdì 29 aprile 2016

Straordinario ritrovamento archeologico in Spagna: 600 chili di monete d’epoca romana

La Stampa
marina palumbo

Diciannove anfore contenenti migliaia di monete di bronzo e d’argento mai usate del IV secolo. E’ questo lo straordinario tesoro ritrovato dagli operai che stavano lavorando alla posa di alcune condutture a Tomares, vicino a Siviglia



Molte delle migliori scoperte archeologiche avvengono per caso e questa non fa eccezione. Una squadra di operai al lavoro sulle tubature dell’acqua in un parco di Tomares, alla periferia di Siviglia, ha urtato con la ruspa qualcosa di insolito: ne è venuto fuori uno dei più grandi ritrovamenti finora conosciuti di monete romane. Si tratta di 19 anfore, con stipate all’interno monete in argento e in bronzo per un peso totale di 600 chili, probabilmente risalenti al periodo tra la fine del terzo e l’inizio del quarto secolo. 


AFP

Un simile ritrovamento massivo è senza precedenti e le monete sembrano essere non solo molto omogenee, ma anche poco usate, tanto da far pensare che fossero fresche di conio e tenute da parte per il pagamento delle tasse imperiali o delle paghe per l’esercito. Anche le anfore sembrano essere rimaste quasi del tutto intatte, sono di dimensioni più piccole di quelle usualmente utilizzate per trasportare vino e granaglie e sembrano fatte appositamente per contenere il denaro. Sulle monete appaiono inscrizioni degli imperatori Massimiano e Costantino.



Marco Aurelio Valerio Massimiano Erculio, noto più semplicemente come Massimiano, visse tra il 250 d.C. e il 310 d.C. Le prime legioni romane sbarcarono nella penisola iberica a partire dal 218 a.C, dando il via ad un periodo di conquista e dominio che durerà sino al quinto secolo, quando i Visigoti invaderanno la zona. 


AFP

«Abbiamo un team al lavoro sulla scoperta, crediamo che sia di enorme importanza e avremo maggiori informazioni molto presto» ha riferito un portavoce del Ministero della Cultura andaluso. 
«E’ un ritrovamento unico con pochissimi paralleli» ha commentato con i giornalisti Ana Navarro, la direttrice del Museo Archeologico di Siviglia, dove sono state portate le anfore. 


Il Museo Archeologico di Siviglia

È difficile per ora dare una valutazione precisa del valore economico del materiale rinvenuto, ma secondo la direttrice le monete possono valere «certamente diversi milioni di euro». « Non posso darvi un’idea del valore economico - ha detto rispondendo alle domande in conferenza stampa - perchè il valore che hanno davvero è storico e dunque incalcolabile».


AFP

Le autorità locali hanno intanto disposto la sospensione dei lavori sulle tubature dell’acqua e pianificato un più approfondito scavo archeologico sulla zona. La Spagna ha una ricca storia romana, il paese stesso prende il nome dalla denominazione romana «Hispania».I Romani hanno lasciato alcune delle più grandi ed importanti testimonianze architettoniche come la Torre di Ercole in Galizia, il più antico faro di costruzione romana ancora in uso, e l’Acquedotto di Segovia. 

Twitter:@latenightmary

North Carolina, la foto della bimba transgender diventa il simbolo della lotta alla discriminazione

La Stampa
andrea cominetti

Postata su Facebook dalla fotografa Meg Bitton, l’immagine è stata condivisa quasi 30 mila volte


Corey Mason

È bastato uno scatto per scuotere l’opinione pubblica. E rendere, di fatto, la bimba transgender Corey Mason il volto della protesta contro la legge omofoba del North Carolina. Che, tra le tante restrizioni, vieta ai transesessuali anche di scegliere quale toilette pubblica – se la femminile o la maschile – utilizzare: «Se fosse vostra figlia, vi sentireste a vostro agio a mandarla in un bagno per uomini?». Postata su Facebook con questa didascalia dalla fotografa Meg Bitton, l’immagine è stata condivisa quasi trentamila volte e, nel giro di un paio d’ore, è diventata virale.

La foto, in verità, è stata scattata l’anno scorso, ma è stata ripubblicata per volere della mamma del ragazzo, per continuare la lotta contro le discriminazioni. Così ha spiegato Bitton via mail al Daily Dot, aggiungendo: «Mi imbarazza vivere nello stesso universo di persone che creano leggi così discriminatorie e insensate. Tuttavia sono felice che il supporto superi di gran lunga la negatività. Gli hater possono gridare quanto vogliono».

Sono in molti, in effetti, a essersi schierati pubblicamente contro l’ormai famigerata Hb2, firmata qualche settimana fa dal Governatore del North Carolina, Pat McCrory, in nome di una libertà religiosa. Il primo ad aver cancellato il proprio concerto nello stato americano è stato «The Boss» Bruce Springsteen. Un esempio seguito poi anche da Bryan Adams, Ringo Starr, Pearl Jam. E persino dal Cirque du Soleil che, su Twitter, ha sottolineato di opporsi alla discriminazione «in qualsiasi forma». Ultimi, in ordine di tempo, gli idoli teen Demi Lovato e Nick Jonas, che hanno precisato come uno degli obiettivi del loro tour sia sempre stato quello di «creare un ambiente in cui ogni singolo partecipante si sente uguale, compreso e accettato per quello che è».

Contro la legge si è espresso anche il controverso candidato repubblicano Donald Trump, soffermandosi sul prezzo che – tra boicottaggi e fughe di attività produttive – il Nord Carolina sta pagando: «Perché non lasciare tutto com’era? Ci sono stati pochissimi problemi: la gente va, usa il bagno che sente più appropriato e la cosa finisce lì».


Lo yogurt della cuccagna

La Stampa
massimo gramellini

Hamdi Ulukaya è un pastore curdo che vent’anni fa, stufo di mangiare solo yogurt, scese dalle montagne e partì per New York in cerca di fortuna. Per dieci anni assaggiò la vita dura del migrante e arrivò a rimpiangere i suoi yogurt: quelli americani non avevano sapore. La fortuna arrivò nel 2005, sotto forma di una mail che Hamdi si ritrovò per sbaglio sulla casella postale. Era di un’agenzia immobiliare che metteva in vendita un impianto per la produzione di yogurt.

Hamdi si convinse che il destino stesse bussando alla sua porta e avesse una consistenza cremosa. Accumulò debiti pur di comprare l’impianto e impiegò due anni per riprodurre il gusto della sua infanzia. Ma alla fine nacque lo yogurt Chobani, che in turco significa gregge. In poco tempo conquistò uno spazio fisso nei frigoriferi della Costa Orientale, rendendo miliardario il suo inventore e consentendogli di assumere duemila persone, scelte per lo più tra i migranti senza lavoro come lui. 

L’altro giorno il pastore del gregge ha comunicato due notizie. La prima: presto Chobani sarà quotato in Borsa. La seconda: era sua intenzione assegnare ai dipendenti il dieci per cento delle azioni.

Qualcuno ha barcollato, qualcun altro è svenuto, tutti si sono ritrovati di colpo nelle tasche duecentomila dollari. Quelli che hanno tentato di ringraziare Hamdi per l’inatteso regalo si sono sentiti rispondere che non si trattava di un regalo, ma di una mutua promessa: d’ora in poi avrebbero lavorato con uno scopo e una responsabilità comuni. Ci voleva un pastore curdo per ridare un senso al capitalismo. E ci voleva New York per ridare un senso al pastore curdo.

Trent’anni di Internet e anche on line contano i diritti

La Stampa
anna masera

Uguaglianza e democrazia devono valere nella dimensione digitale



Accesso, cultura, uguaglianza, privacy, identità, anonimato, cittadinanza, oblio, sicurezza, democrazia: sono le dieci parole chiave che rappresentano i nostri diritti fondamentali se vogliamo dirci cittadini della Rete. Perché, come dice Stefano Rodotà, Internet non è un luogo vuoto di regole: al contrario, è sempre più regolata da Stati invadenti e imprese prepotenti, che con il pretesto della sicurezza e agevolati dagli strumenti digitali controllano le persone in modi sempre più diffusi e penetranti. E’ necessario che i cittadini acquisiscano consapevolezza dei loro diritti online: dopotutto l’aspirazione alla libertà è stata una ragion d’essere per gli inventori del cyberspazio.

In occasione dell’Internet Day, il ministero dell’Istruzione ha previsto su questo tema, fondamentale per l’educazione al digitale, un laboratorio con gli studenti delle superiori. Farà da bussola la Dichiarazione dei diritti in Internet approvata dalla Camera il 3 novembre, spiegata nella guida Internet, i nostri diritti (Laterza). Gli insegnanti sul sito del Miur troveranno le informazioni e gli esercizi proposti per uso didattico con l’illustrazione attraverso immagini e video evocativi delle parole chiave.

Che significa non poter accedere a Internet oggi? Come si possono far valere l’uguaglianza e la democrazia nella dimensione digitale? Come preservare il proprio diritto alla privacy? Siamo prima persone o prima utenti da profilare? Come esercitare la libertà online? Siamo cittadini anche sulle piattaforme digitali? Quando è giusto chiedere a Internet di dimenticare? Come garantire la sicurezza online? E infine in rete chi comanda, chi decide le regole e chi le fa rispettare? Siamo davanti a una delle sfide più complesse del nostro tempo. E’ bene che se ne parli a scuola.

Il 30 aprile 1986 l’Italia si collegava a Internet per la prima volta: ecco com’è andata
La Stampa
bruno ruffilli

Stefano Trumpy, direttore del Cnuce, era tra i responsabili del progetto: “Eravamo un Paese all’avanguardia della ricerca”. E ora?



Cominciamo con una videochiamata: le immagini sono confuse, la voce incomprensibile. Passiamo all’audio, ma le parole vanno e vengono. Ragionare sulla banda larga con Stefano Trumpy utilizzando un’Adsl a 20 Mega è impossibile, così optiamo per una telefonata sulla linea fissa. Come trent’anni fa: era il 30 aprile 1986, quando Trumpy, col Centro Nazionale Universitario di Calcolo Elettronico del Cnr di cui era direttore, portò per la prima volta internet in Italia.

Era solo un segnale (“ok”) che confermava la connessione Tra Pisa e un computer in America; col tempo sarebbero arrivate mail, pagine web, forum, chat, blog, social network, poi l’e-commerce, il cloud, Netflix. E Skype, che adesso non funziona. “Tutti vogliono usare servizi che consumano sempre più dati”, spiega Trumpy, oggi presidente di Internet Society Italia. “Ma è anche vero che l’efficienza reale è molto inferiore rispetto a quella promessa nei contratti”.

L’Italia è al 49esimo posto nel mondo per le connessioni a banda larga, trent’anni fa è stata la quarta nazione d’Europa a connettersi a Internet.

Come andò?
“Quel primo segnale giungeva dopo oltre cinque anni di lavoro del Cniuce. Sperimentavamo diversi standard di collegamento tra computer, non potevamo sapere che Arpanet avrebbe dato vita a Internet”.

Anche perché nasceva per volontà del ministero della difesa americano…
“Allora però connetteva già diverse università e centri di ricerca in tutto il mondo. I costi di ricerca e costruzione erano stati assorbiti, e anche il protocollo TCP /IP era più conveniente di altri che potevano essere più interessanti tecnicamente. Eravamo all’avanguardia, e gli americani lo sapevano: se il primo collegamento non fosse stato con Pisa, sarebbe stato poco dopo con qualche altra università”.

Ma in sala, ad aspettare il segnale, quel giorno c’era Antonio Blasco Bonito: non lei, né Luciano Lenzini, e nemmeno Marco Sommani, che partecipavano al progetto. Come mai?
“Il collegamento fu deciso all’ultimo minuto e bisognava controllare che tutto funzionasse al Fucino, da cui partiva il segnale, ma anche che in Pennsylvania ci fosse l’operatore giusto: ci siamo divisi i compiti, e io ero responsabile di un’altra rete, ecco perché non c’ero”.

Immaginavate quello che sarebbe successo dopo?
“Con 64 KB al secondo potevamo trasmettere al massimo del testo. Che andava bene, perché ci interessava l’uso delle reti per le collaborazioni internazionali e nazionali tra centri di ricerca. Il resto no, non potevamo prevederlo. Adesso la circolazione dei dati riveste un’importanza sociale, economica, politica, più ancora della rete stessa”. 

Non le pare che oggi come allora la politica e i governi rimangano indietro?
“Non sempre, pensi alla Corte Europea e al diritto all’oblio. O alla posizione di Obama sulla neutralità della rete, per cui tutti i dati sono uguali, arrivata dopo che quattro milioni di persone hanno espresso il loro parere: mica come da noi, dove le consultazioni pubbliche dell’Agcom sono fatte apposta per essere capite da pochissimi”.

E in Italia?
“C’è molto da fare, ascoltando tutti e senza escludere nessuno. Io sono digital champion per Livorno, mia moglie Laura Abba per Massa Carrara. Ma preferiamo essere chiamati campioni digitali. Il nostro compito è comprendere e diffondere la cultura di Internet, ma anche , raccogliere pareri di utenti, comunità, aziende per poi trasmetterle nelle sedi opportune. E soprattutto al nostro governo. E in questo senso il trentennale è una grande occasione per pensare a progetti futuri”.

A volte sono le aziende a porre in evidenza le contraddizioni del sistema, come nel caso di Apple che si oppone alla richiesta di Fbi di accedere ai dati del killer di San Bernardino in nome della privacy, ora per lo stesso motivo Microsoft ha fatto causa al Governo americano...

“È un’iniziativa che ha una natura quasi politica: non mi sorprende ed è una cosa che forse si può giustificare solo con l’esistenza di internet: da un lato evidenzia la potenza delle aziende, dall’altro la loro debolezza, perché in Usa ed Europa hanno atteggiamenti diversi rispetto a Paesi come Cina, Russia, Iran e altri”.

Ma Facebook e Google vogliono portare Internet anche nei Paesi in via di sviluppo. Che ne pensa?
“Al Cnuce abbiamo gestito un progetto per portare internet in 15 paesi africani fra il 92 e il 97 con fondi donati dal governo italiano all’Unesco, io ero il responsabile tecnico. Capisco chi teme le ingerenze delle grandi aziende, ma l’importante mi pare sia dare una forma di accesso a Internet anche a chi avrebbe difficoltà ad arrivarci con le proprie forze. Il problema non è lì”.

E dove?
“Pensi al cloud: in pratica, i dati personali degli utenti diventano proprietà di chi fornisce i servizi, che li tiene in ostaggio su server ubicati chissà dove. Almeno per le pubbliche amministrazioni quelle informazioni dovrebbero invece essere rigidamente confinate nel territorio nazionale e controllate dai governi locali”.

Come sarà Internet nel 2046?
“Avrò 101 anni, quindi non credo mi riguarderà da vicino. Ma certamente prenderà sempre più piede l’Internet delle cose, immagino anche chip sottopelle per monitorare i parametri vitali. Una cosa è certa: Internet non permetterà mai un controllo unico delle informazioni, non potrà essere usata da un governo totalitario per spiare la popolazione, ci sarà sempre qualche smanettone che riuscirà a fregarli”. 

Internet ci ha liberato o incatenato?
“Entrambe le cose”.

Mitologia

La Stampa
jena

Giachetti, Marchini, Meloni, Raggi, Fassina: uno scontro tra totani.

Minzolini, Calamandrei e la poca fiducia nella giustizia

La Stampa
mattia feltri

In giunta per le autorizzazioni a procedere si è cominciato a discutere della decadenza del senatore di Forza Italia, Augusto Minzolini, condannato per peculato a due anni e sei mesi. È la storia delle carte di credito della Rai. Sono convinto dell’innocenza di Minzolini, ma sono anche suo amico. Mi limito a ricordare che nel collegio di Corte d’appello che ha pronunciato la condanna c’era anche Giannicola Sinisi, due volte sottosegretario e poi senatore del centrosinistra. E a Sinisi ricordo una frase di Piero Calamandrei: «Il magistrato che è salito sulla tribuna a sostenere le idee di un partito, non potrà sperare mai più, come giudice, di aver la fiducia degli appartenenti a un partito inverso».

Se non ti piacciono i rifugiati...

La Stampa
Niccolò Zancan


Foto AFP / TOBIAS SCHWARZ

«Se non ti piacciono i rifugiati che vengono nel tuo Paese, smetti di votare per quei politici che amano le bombe che spaventano a morte altri Paesi». Scritto su una tenda di Idomeni, in Grecia. Dove 54 mila profughi, molti dei quali siriani, sono bloccati dopo la chiusura della rotta balcanica. 

Le sei sentenze che hanno cambiato l’Italia

Corriere della sera

di Virginia Piccolillo
La Corte costituzionale giudica sulle controversie relative alla legittimità costituzionale delle leggi: dallo sciopero politico alla fecondazione eterologa, dai crimini contro l’umanità al ruolo del volontariato

La «numero 1» fu sullo sciopero politico

La «numero 1» fu sullo sciopero politico. Due operai tessili di Prato, Enzo Catania e Sergio Masi, si prestarono a distribuire volantini a pioggia pur sapendo che sarebbero stati arrestati, e Antonino Caponnetto, pretore alle prime armi, scrisse l’istanza di remissione alla Corte della legge fascista che proibiva la protesta per motivi politici. A difendere i due Vezio Crisafulli, Giuliano Vassalli e Massimo Severo Giannini. Il 23 aprile del 1956 la Corte sancì l’illegittimità di quel divieto. Da allora la Consulta ha accompagnato la vita degli italiani. E giovedì, in linea con la «maggiore attenzione rivolta all’esterno» voluta dal presidente Paolo Grossi, ha festeggiato i suoi 60 anni di sentenze in un confronto con la presidente Rai, Monica Maggioni, i direttori Luciano Fontana (Corriere), Mario Calabresi (Repubblica) e Alessandro Barbano (Mattino). Concluso da un excursus appassionante del costituzionalista Maurizio Fioravanti, sulle pronunce che più hanno segnato il nostro tempo. A costo di correggersi, come fu per l’adulterio. Nel 1961 la corte ritenne legittima la differenziazione tra uomo e donna (punita con la reclusione).

Nel 1969 richiamò il principio di eguaglianza. Una presenza, quella della Consulta, che ha contribuito alla crescita della nostra democrazia senza valicarne i limiti. «Ogni volta che una questione arriva alla nostra attenzione, ci chiediamo dove possiamo arrivare noi e dove possa arrivare il Parlamento», ha evidenziato il giudice Giuliano Amato. Un limite ben chiaro nei rapporti con la politica: «Noi possiamo scegliere se la soluzione è a rime obbligate — ha aggiunto Amato —. Se invece ci possono essere più soluzioni, allora deve trovarla il Parlamento». Non serve maggiore trasparenza? Magari — hanno chiesto i direttori — anche sulle opinioni dissenzienti? «In passato ero a favore — ha concluso Amato —. Poi mi sono reso conto che la dissenting opinion può indurre un giudice a fare la “prima donna”»

Prima riunione Corte Costituzionale nel Palazzo della Consulta a Roma il 23 gennaio 1956 (archivio corriere)
Prima riunione Corte Costituzionale nel Palazzo della Consulta a Roma il 23 gennaio 1956 (archivio corriere)

I crimini contro l’umanità

«Una sentenza coraggiosa che sta cambiando la sensibilità internazionale su un punto: la tutela delle persone vince contro il formalismo del diritto internazionale». Marco De Paolis (nella foto), ora procuratore militare di Roma, nel 2006 condannò la Germania a risarcire i danni di guerra ai deportati di Auschwitz. La Cassazione confermò. E la Corte Costituzionale con la sentenza n. 238 del 2014 ha avallato quel principio, malgrado il parere opposto della Corte dell’Aja.

Marco De Paolis
Marco De Paolis

Ma cosa è cambiato? «Molto — spiega De Paolis — anche se sul piano pratico siamo in una fase di stallo, c’è l’affermazione che i crimini contro l’umanità sono talmente gravi che superano il principio dell’immunità degli Stati di fronte alla giurisdizione degli altri Stati. Ciò sta modificando i principi del diritto internazionale».

Le scelte politiche

«La prima volta che esercitai il diritto di sciopero politico era il 14 luglio del 1948: il giorno in cui spararono a Togliatti. Finii in prigione, seppure solo per otto giorni». Luciana Castellina (nella foto) ha sperimentato in cella l’assenza di quel diritto che la Consulta affermò con la sentenza n. 290 del 1974. Che dichiarava illegittima la norma del codice penale che puniva le proteste non per fini economici.

Luciana Castellina
Luciana Castellina

«La democrazia non è soltanto garanzia dei diritti individuali, ma anche, e soprattutto, il diritto a partecipare alle determinazioni delle scelte politiche. Un diritto che si sta via via esaurendo». «Anzi — conclude — penso che l’Europa sia così antidemocratica proprio perché non è ancora passato questo principio. Non è riconosciuto lo sciopero politico europeo».

Le coppie formate all’estero

«Certo, noi chiedevamo di estendere il matrimonio ai gay, e non l’abbiamo ottenuto. Ma la sentenza 138 del 2010 ha davvero fatto da spartiacque, perché incorpora un cambiamento giuridico e sociale che non è solo italiano, ma internazionale». Antonio Rotelli (nella foto), 41 anni, avvocato, è tra i fondatori dell’Arcigay. E cita molte cose, «anche pratiche», cambiate dopo quella pronuncia.

Antonio Rotelli
Antonio Rotelli

«Fatico molto meno a difendere i nostri assistiti. Uno ha potuto avere le ceneri del compagno con cui aveva vissuto trent’anni ma che gli erano state negate. Molti, sposati all’estero, hanno ottenuto la carta di soggiorno. È stato stabilito in maniera chiara che le coppie dello stesso sesso hanno una rilevanza sociale e sono garantite ai sensi dell’articolo 2 della Costituzione».

Il ruolo del volontariato

«Senza i nostri 1.800 volontari non saremmo in grado di essere una Fondazione a livello nazionale che tutela l’identità e il patrimonio artistico-culturale del nostro Paese» dice Paola Giuliani (nella foto), 50 anni, di Cassano d’Adda, provincia di Milano. Ne è talmente convinta, che coordina la rete volontari del Fai (Fondo ambiente italiano) da sette anni.

Paola Giuliani
Paola Giuliani

«Il ruolo riconosciuto ai volontari anche dalla Consulta con sentenza 65 del 1992, è stato importantissimo: i volontari rappresentano l’impegno civile della società e hanno un ruolo spesso sussidiario delle istituzioni. Vedere come nel Fai i giovani si integrano e collaborano con quelli che invece hanno trent’anni di esperienza mi dimostra ogni giorno che è attraverso il volontariato che cresce la società civile. Gli italiani attivi nascono così» (di Valentina Santarpia)

I bisogni primari

Un mal di testa cronico, terribile, che le impediva persino di alzarsi dal letto. Così un giorno Martha Banegas (nella foto) si è decisa ad andare al Policlinico Umberto I di Roma, la città dove vive come un fantasma da sei anni. «Sono dell’Honduras, ho sempre lavorato ma non sono mai riuscita ad avere un permesso di soggiorno. In ospedale non mi hanno cacciato: avevo un tesserino provvisorio e mi hanno curato. Ora ci torno ogni tre mesi per fare delle punture e sto guarendo».

Martha Banegas
Martha Banegas

Questo grazie alla sentenza 230 del 2015 che stabilisce che i bisogni primari vadano garantiti a tutti, anche in assenza di una «carta di soggiorno». Martha ha 36 anni, non ha figli, vive con una cugina in un appartamento in affitto, e lavora come colf in tante case: «Nessuno mi ha mai chiesto documenti per curarmi. Qui sto bene» (di Valentina Santarpia)

Le fecondazione eterologa

Maria Cristina Paoloni (nella foto) ha 37 anni e sta insieme ad Armando da 22 anni. Ma forse solo quest’anno potrà finalmente realizzare il sogno di avere un figlio con lui. «E grazie a ben due sentenze della Corte costituzionale». Maria Cristina è infatti portatrice sana di una malattia genetica, la distrofia muscolare di Becker, e con la legge 40 rischiava di dover portare in grembo più embrioni, anche malati, senza poter intervenire. «Ho il 50% di possibilità di generare un figlio malato. La prima volta ho provato naturalmente, e infatti il bimbo era malato e ho dovuto abortire. È stato dolorosissimo, ho capito che l’unica strada era l’eterologa». Ma dopo la sentenza del 2009 c’era ancora il divieto di diagnosi preimpianto. «C’è voluta la sentenza del 2015 per intraprendere un nuovo primo passo».

Maria Cristina Paoloni
Maria Cristina Paoloni

«Ho il 50% di possibilità di generare un figlio malato. La prima volta ho provato naturalmente, e infatti il bimbo era malato e ho dovuto abortire. È stato dolorosissimo, ho capito che l’unica strada era l’eterologa». Ma dopo la sentenza del 2009 c’era ancora il divieto di diagnosi preimpianto. «C’è voluta la sentenza del 2015 per intraprendere un nuovo primo passo». (di Valentina Santarpia)

Chi difende i suoi confini e chi resta a guardare

Piero Ostellino - Gio, 28/04/2016 - 16:18

L'immigrazione dai Paesi del Mediterraneo meridionale sta distruggendo quel po' di Europa unita che gli europei erano riusciti a costruire

Sta succedendo quello che i pessimisti avevano previsto. L'immigrazione dai Paesi del Mediterraneo meridionale sta distruggendo quel po' di Europa unita che gli europei erano riusciti a costruire. Prevalgono gli egoismi nazionali e ciascuno affronta il problema a modo suo.

L'Austria minaccia la costruzione di una sorta di muro di polizia di frontiera che respinga gli immigrati di passaggio in Italia verso i Paesi dell'Europa del Nord, col risultato che il nostro Paese si ritrova con una patata bollente nelle mani e non sa come cavarsela. Se, poi, si aggiunge che l'Austria vorrebbe istituire suoi controlli polizieschi sul nostro territorio, si vede come senza una politica dell'immigrazione l'Italia non possa cavarsela.

La verità è che senza una razionale politica dell'immigrazione, l'Europa appare indifesa e totalmente condizionata dai Paesi del Mediterraneo dai quali gli immigrati partono alla volta della Grecia e dell'Italia per dirigersi, poi, verso Nord, dove sperano di trovare lavoro. Una politica dell'immigrazione l'Italia l'aveva trovata, salvo poi abbandonarla quando l'accoglienza era diventata un colossale affare per politici e cooperative disoneste.

Tutto era basato su accordi con i Paesi di provenienza dell'immigrazione: aiuti in cambio della garanzia di trattenere i disperati dall'imbarcarsi. Il nostro Paese che è quello che rischia di fare le spese della mancanza di coordinamento europeo dovrebbe farsi di nuovo portavoce di questa istanza, incominciando con l'investirci un po' di quattrini allo scopo di incoraggiare anche gli altri a seguire l'esempio. Siamo in grado di farlo?

Personalmente ne dubito, per almeno due ragioni. La prima è che non abbiamo le risorse finanziarie. La seconda è che non c'è un governo tanto forte e autorevole da farsi portavoce di una siffatta iniziativa. Così, dopo la Grecia, rischiamo di diventare l'anello debole della costruzione europea. Il governo Renzi invece di sommergerci di chiacchiere perché non si dà da fare e non si fa promotore dell'iniziativa?

Se c'è una speranza di salvare l'Europa dall'invasione, questa è di trattenere chi ci vuole arrivare: impedire loro di partire, fornendo l'occasione per restare nei Paesi del Sud del Mediterraneo. Sarebbe l'occasione, per il governo del rottamatore, di distinguersi dai governi che lo hanno preceduto e non hanno saputo risolvere il problema. L'incognita è che lo sappia fare questo governo.