giovedì 28 aprile 2016

Filo

La Stampa
jena@lastampa.it

Ti ricordi quando gli austriaci erano diventati filonazisti?
Ieri, oggi e domani.

I libri in prigione

La Stampa
mattia feltri

Ogni volta che si riparla delle legge Mancino su razzismo e negazionismo, viene in mente la vicenda dello storico negazionista inglese David Irving che nel 2005 finì in galera in Austria perché sosteneva che la Shoa non c’è mai stata. Nella biblioteca del carcere trovò i suoi libri, e segnalò il paradosso. In effetti, o usciva lui o uscivano i suoi libri. Fecero uscire i libri. 

Un posacenere vuoto

La Stampa
massimo gramellini

Dopo avergli parlato una decina di volte, l’avvocato del presunto leader degli stragisti islamici che insanguinarono Parigi è giunto alla conclusione che Abdeslam Salah sia «un povero coglione che ha l’intelligenza di un posacenere vuoto, pensa di vivere in un videogioco e del Corano ha letto solo qualche interpretazione su Internet». «Per spiriti piccoli come il suo» ha aggiunto l’avvocato, «il web è il massimo che siano in grado di capire». Ora gira sotto scorta. 

Dunque il male, prima ancora che banale, è stupido. Anche il bene, come dimostra la polizia belga che ha impiegato mesi per acciuffare il «povero coglione», benché l’avesse sotto il naso. Eppure al male siamo restii a prestare patenti di imbecillità. Secoli di letteratura ci hanno abituato ad ammantare i malvagi di un’aura professionale. Il lord Voldemort di Harry Potter e il dottor Moriarty di Sherlock Holmes tutto sono tranne che stupidi. Ma la facilità con cui oggi si può compiere una strage di massa apre agli stupidi spazi di manovra un tempo impensabili.

E il web, abolendo ogni intermediazione, mette il cretino davanti allo specchio. Intendiamoci. Un cretino è sempre pericoloso. Ma un cretino su Internet di più. E rischia di ritrovarsi carne da cannone di qualche setta di fanatici senza mai imbattersi lungo la strada in qualcuno che gli instilli il seme del dubbio. Essere offesi da un cretino è consolatorio, per certi versi. Ma per altri, penso ai parenti delle vittime, ancora più irritante.

Venezuela, la settimana di lavoro è di due giorni

La Stampa

Il governo ha imposto la misura straordinaria per far fronte alla crisi energetica



Il governo del Venezuela ha imposto una settimana di lavoro di due giorni per i lavoratori del settore pubblico, come misura temporanea nel tentativo di superare la grave crisi energetica.
Il vicepresidente Aristobulo Isturiz ha annunciato che i funzionari dovranno andare a lavorare solo il lunedì e il martedì.

Il Venezuela si trova ad affrontare una grave siccità, che ha drasticamente ridotto i livelli di acqua nel Paese e lasciato a secco la principale risorsa idrica del Paese, la diga Guri nello stato di Bolivar. Il presidente Nicolas Maduro aveva già chiesto a più di 2,8 milioni di dipendenti statali di non andare a lavorare il venerdì per ridurre il consumo di energia elettrica. «Stiamo chiedendo aiuti internazionale - ha detto alla Cnn -, e stiamo gestendo la situazione nel miglior modo possibile, mentre aspettiamo che tornino le piogge». Diversi Paesi della regione sono stati colpite dalla siccità causata da El Nino. Ma il Venezuela ha il più alto consumo interno di energia. 

Il governo ha già adottato una serie di altre misure per cercare di affrontare la crisi. Nel mese di febbraio, i centri commerciali sono stati obbligati a ridurre l’orario di apertura e all’inizio di questa settimana il governo ha spostato gli orologi in avanti di mezz’ora per ridurre la domanda di energia elettrica in prima serata.

In Venezuela situazione catastrofica: Maduro dichiara stato emergenza economico

La Stampa    16/01/2016

Il decreto prevede l’introduzione di misure straordinarie per il contrasto all’evasione fiscale e per facilitare le importazioni e la distribuzione di prodotti alimentari e farmaci



Decretato lo stato di emergenza economico per 60 giorni in Venezuela, dove il presidente Nicolas Maduro ha ammesso, in un lungo discorso di fronte all’Assemblea nazionale controllata dall’opposizione, la situazione «catastrofica» in cui si trova il paese.

Il decreto prevede l’introduzione di misure straordinarie per il contrasto all’evasione fiscale e per facilitare le importazioni e la distribuzione di prodotti alimentari e farmaci. La Banca centrale ieri ha reso noto i primi dati ufficiali sull’andamento dell’economia dal dicembre del 2014: l’inflazione, fra gennaio e settembre dello scorso anno, è salita del 108,7 per cento (del 141 per cento dal settembre del 2014 a quello dell’anno successivo) e il prodotto interno lordo, nello stesso periodo, ha perso il 4,5 per cento (del 7,1 per cento nei 12 mesi fino a settembre 2015). 

Il Venezuale, ha detto ieri Maduro, è al centro di una «tempesta economica» che vede opposti «due diversi modelli», il frutto di «una guerra economica» sostenuta dagli Stati Uniti. Il 2016 «non sarà un anno facile», ha ammesso, citando il crollo del prezzo del petrolio e la conseguente perdita del 60 per cento delle sue entrate. 

Francesco apre il caso dell’infallibilità del Papa

Corriere della sera

di Gian Guido Vecchi

Il teologo Küng aveva scritto a Bergoglio chiedendogli una riflessione: «Mi ha risposto con una lettera fraterna, apprezzando le mie considerazioni. Non ha posto limiti alla discussione sul dogma» sancito dal Concilio Vaticano I e da Pio IX il 18 luglio 1870

Papa Francesco (LaPresse)

Racconta Hans Küng che la lettera di Francesco, con la data del 20 marzo, gli è stata recapitata attraverso la nunziatura di Berlino. Una lettera «che risponde alla mia richiesta di una libera discussione sul dogma dell’infallibilità» del Papa. «Mi ha risposto in maniera fraterna, in spagnolo, rivolgendosi a me come Lieber Mitbruder, caro fratello, e queste parole personali sono in corsivo», ha fatto sapere Küng. Il grande teologo svizzero «per la riservatezza che devo al Papa» non cita frasi del pontefice. Però dice che «Francesco non ha fissato alcun limite alla discussione», che ha «apprezzato» le sue considerazioni. E con malcelato stupore fa notare quanto sia «per me importante» il fatto che abbia risposto di persona e soprattutto «non abbia lasciato, per così dire, cadere nel vuoto il mio testo».

E in effetti il testo, rivolto ad un pontefice, era impegnativo: «Imploro papa Francesco, che mi ha sempre risposto in modo fraterno: riceva questa ampia documentazione e consenta nella nostra Chiesa una discussione libera, non prevenuta e aperta su tutte le questioni irrisolte e rimosse legate al dogma dell’infallibilità. Non si tratta di banale relativismo, che mina i fondamenti etici della Chiesa e della società. E nemmeno di rigido e insulso dogmatismo legato all’interpretazione letterale. È in gioco il bene della Chiesa e dell’ecumene». Küng lo aveva reso pubblico, tradotto in più lingue, il 9 marzo. Giunto all’ottantottesimo compleanno, «da teologo alla fine dei miei giorni, sostenuto da una profonda simpatia per lei e per la sua azione pastorale», il pensatore svizzero aveva rilanciato «un appello che ho più volte inutilmente lanciato nel corso di una discussione pluridecennale».
Francesco non ha mai parlato del dogma dell’infallibilità
Francesco non ha mai parlato del dogma dell’infallibilità, sancito dal Concilio Vaticano I e da Pio IX il 18 luglio 1870. Del resto nessuno Oltretevere ritiene abbia mai pensato di metterlo in discussione. Bergoglio è il Papa della sinodalità ma ha ben presenti le prerogative del pontefice, che elencò in un discorso memorabile il 18 ottobre 2014, alla fine del Sinodo, citando il Codice di diritto canonico: il Papa è «il garante dell’ubbidienza e della conformità della Chiesa alla volontà di Dio, al Vangelo di Cristo e alla Tradizione della Chiesa, mettendo da parte ogni arbitrio personale, pur essendo — per volontà di Cristo stesso — il “Pastore e Dottore supremo di tutti i fedeli” (canone 749) e pur godendo “della potestà ordinaria che è suprema, piena, immediata e universale nella Chiesa” (canoni 331-334)».
Il Concilio Vaticano I
Diverso è dire che Francesco non abbia posto «alcun limite alla discussione», come riferisce Küng. Anche perché si tratta del dogma forse più frainteso, oltre che dibattuto. Il Concilio Vaticano I non disse affatto, come molti credono, che il Papa è infallibile tout court. Il Papa è un essere umano e la prima cosa che Bergoglio disse al conclave, subito dopo l’elezione, fu: «Io sono un peccatore». Dopo lunghe discussioni, nel 1870 si stabilì che il Papa è infallibile solo «quando parla ex cathedra, cioè quando esercita il suo supremo ufficio di Pastore e di Dottore di tutti i cristiani, e in forza del suo supremo potere Apostolico definisce una dottrina circa la fede e i costumi».

Sono casi rarissimi, come quando nel 1950 Pio XII proclamò solennemente l’Assunzione di Maria in cielo. Ma l’estensione dell’infallibilità resta dibattuta tra i teologi. La posizione di Küng è netta: vorrebbe abolirla o almeno sottoporla ad una revisione radicale. Già il fatto che Francesco non abbia posto un limite alla discussione, scrive, è una bella notizia: «Penso che sia ora indispensabile utilizzare questa nuova libertà per portare avanti la riflessione sulle definizioni dogmatiche, che sono motivo di polemica all’interno della Chiesa cattolica e nel suo rapporto con le altre chiese cristiane».

27 aprile 2016 (modifica il 28 aprile 2016 | 07:55)

Intercettazioni via trojan alla prova della Cassazione

La Stampa
carola frediani

Mentre l’Europa si interroga su come gestirli e sul loro “lato oscuro”, i captatori informatici arrivano in questi giorni davanti alla Corte Suprema. Le cui decisioni potrebbero essere cruciali



Ha molti nomi pur restando invisibile ai più. Captatore informatico, agente intrusore, virus autoinstallante. Ma anche trojan o spyware. Sta di fatto che in questi mesi, per la prima volta dopo anni di utilizzo silenzioso, dalla Germania alla Gran Bretagna passando per l’Italia si è aperto un dibattito sull’utilizzo, da parte di Stati e forze dell’ordine, di questi strumenti informatici.

Tecnicamente sono software malevoli in grado di infettare un dispositivo (smartphone, tablet o pc) e di accedere a tutta la sua attività (comunicazioni telefoniche, mail, chat, foto, Skype, navigazione web, file) nonché di attivare microfono e videocamere per effettuare intercettazioni ambientali. Usati da anni e sempre di più dalle forze dell’ordine e dalle procure a fini investigativi.

Strumento potentissimo e dalle molte implicazioni su cui vige un tabù, nel senso che lo si usa ma nessuno (o quasi) ne parla. Raramente emerge nei processi. Il primo utilizzo documentato in Italia risale al 2004. Bisogna aspettare però il 2010 perché venga alla luce, attraverso una sentenza. Nel 2011 il tema esce sulla stampa italiana grazie all’inchiesta sulla cosiddetta P4 mentre nel 2011 il noto gruppo di hacker tedeschi Chaos Computer Club scopre l’uso di un trojan da parte della polizia federale in Germania. Nel 2012/13 il tema riemerge in Stati come il Bahrein, gli Emirati, l’Etiopia.

Ma sembrerebbe restare un problema di utilizzo improprio da parte di Stati autoritari. Del loro utilizzo negli “Stati di diritto” non si fa cenno, se non in alcuni convegni per addetti ai lavori.
Nell’estate 2015 l’attacco informatico subito dal produttore italiano di spyware Hacking Team mostra come di fatto questi strumenti siano adottati da anni da servizi di intelligence e forze dell’ordine italiane per l’attività di indagine, anche su casi delicati, dalla criminalità organizzata al terrorismo. Resta però difficile capire, complessivamente e in pratica, come siano usati tali software.

«I trojan non hanno una loro regolamentazione specifica nel nostro codice di procedura penale», spiegano alla Stampa gli avvocati Francesco Micozzi e Giovanni Battista Gallus, che monitorano da anni l’argomento. «Tuttavia sappiamo che vengono utilizzati grazie a notizie di stampa o a qualche sporadica sentenza, queste ultime dell’ordine di una decina e se consideriamo l’ampio uso che ne viene fatto sembra abbastanza strano».

LA CORTE DI CASSAZIONE
Ora però in Italia il tema potrebbe arrivare molto presto, forse già in questi giorni, davanti alle Sezioni Unite della Corte di Cassazione. La questione non è da poco perché le sue decisioni costituiscono precedenti vincolanti. La ragione è che sui limiti dell’utilizzo dei trojan ci sono due sentenze della Corte in contrasto. La prima, più restrittiva (n. 27100 del maggio 2015), ritiene che l’uso dei captatori per registrare conversazioni attraverso l’attivazione del microfono di un dispositivo equivalga a una intercettazione ambientale, che richieda quindi per legge l’indicazione precisa dei luoghi in cui avverrà. E questo varrebbe anche per casi di mafia, come quello in considerazione.

La seconda, più recente ordinanza della Cassazione (dello scorso 10 marzo), adotta invece una posizione diversa, più possibilista, riferendosi a “intercettazioni tra presenti” che non richiederebbero indicazione preventiva dei luoghi, e prendendo atto del parere differente rispetto alla precedente sentenza ha deciso di rimettere la questione alle Sezioni Unite della Corte. A complicare il tutto, c’è il fatto che le sentenze si riferiscono a reati di criminalità organizzata, per i quali sono spesso applicati maggiori poteri investigativi e minori restrizioni.

UN LEGGE CONTROVERSA
Questo lo scenario legale. Che si inserisce in un vuoto legislativo, per alcuni un Far West che comunque starebbe bene a chi questi trojan li usa per le indagini, tenendo un basso profilo, e teme di dover rimettere in discussione il modo in cui sono utilizzati; alle poche aziende che i trojan li vendono in condizioni di quasi monopolio; a chi non li vorrebbe perché li ritiene inaccettabili e teme che una qualsiasi proposta di legge possa solo legittimarli.

Quest’ultima posizione ha le sue ragioni: nel marzo 2015 c’è mancato un soffio che il decreto antiterrorismo del governo includesse anche un via libera generalizzato dell’uso dei captatori per tutti i reati “commessi mediante l’impiego di tecnologie informatiche o telematiche” (quindi anche reati come la diffamazione o la violazione del copyright) e non solo per quelli di estrema gravità quali il terrorismo.

Le norme erano state poi stralciate dal premier Renzi anche in seguito alla levata di scudi di tecnici e politici, tra cui il professore di informatica e deputato del Gruppo Misto Stefano Quintarelli, che aveva scritto come “l’uso di captatori informatici …. è controverso in tutti i Paesi democratici per una ragione tecnica: con quei sistemi compio una delle operazioni più invasive che lo Stato possa fare nei confronti dei cittadini”.

Ma i trojan per tutti sono rientrati dalla finestra qualche mese dopo attraverso una nuova proposta di legge presentata dalla deputata Pd Maria Gaetana Greco che ricalcava di fatto la norma precedentemente stralciata. «Questo strumento è usato da tempo come fonte anonima», commenta a La Stampa l’avvocato penalista, docente di informatica e diritto Stefano Aterno. «Spesso si usano decreti di intercettazione ambientale e/o telematica senza lasciare scritto che in realtà si è usato il trojan. Mentre l’indagato deve sapere, quando va a processo, che gli hanno messo un captatore informatico. Inoltre il loro utilizzo deve essere limitato solo ad alcuni tipi di reati gravi».

Ma per alcuni il problema sta proprio nelle potenzialità tecniche del mezzo. «Se è vero che le intercettazioni e le perquisizioni restano strumenti necessari, i captatori, per come sono realizzati tecnicamente oggi, hanno potenzialità troppo ampie e indiscriminate», commenta a La Stampa Stefano Quintarelli.

«È possibile pensare a una serie di strumenti captatori mirati e specifici? Uno per l’intercettazione ambientale, uno per la corrispondenza, uno per le telefonate? Ed è possibile fare in modo che la difesa possa verificare il codice usato, e che questo sia depositato insieme alle prove? Per assicurare le garanzie costituzionali, ci deve essere una omologazione degli strumenti ed un processo di verifica, certificabile e documentato, su tutta la catena».

Preoccupazioni che non sono solo italiane. Negli scorsi mesi la Germania è tornata a parlare di captatori informatici quando è emerso che il governo avrebbe adottato una diversa versione di trojan più compatibile con quanto previsto dalla legge tedesca. Il nuovo software quindi può essere usato solo per leggere email e chat o per ascoltare telefonate. Inoltre l’indagato deve essere sospettato di crimini gravi, che minacciano “la vita o la libertà”. Un importante tagliando a questo strumento che però non convince i suoi oppositori.

«Si è cercato di di rendere i trojan compatibili con gli standard della legge tedesca», commenta alla Stampa Linus Neumann, noto hacker del Chaos Computer Club. «E di usarli di fatto come equivalenti di una intercettazione telefonica. Ad esempio, si cerca di fare in modo che registrino solo quando è attiva una chiamata Skype. Ma il punto è che, secondo noi, non è proprio tecnicamente possibile. Si tratta di strumenti che, una volta installati, possono alterare il pc”.

Almeno la Germania ha messo dei paletti. La Gran Bretagna, con la sua proposta di legge sui poteri investigativi nota come IP Bill, sembra voler dare un via libera incondizionato all’hacking di Stato, usandolo anche su persone non direttamente indagate ma utili per ottenere informazioni su altri e appoggiandosi direttamente ai fornitori di connettività internet (Isp). Tanto da aver indotto varie organizzazioni per i diritti digitali a creare una campagna per fermare la legge.

Carte nascoste e riunioni fiume. La resistenza passiva dei burocrati

La Stampa
giuseppe salvaggiulo

Esce un manuale di sopravvivenza: “Regola numero uno: chi non fa non sbaglia”



“Non è vero, ma ci credo. Storie di ordinaria burocrazia” (Historica) è il libro che Alfonso Celotto, docente universitario di diritto costituzionale e a lungo negli staff di diversi ministeri, ha scritto firmandolo con il suo alter ego letterario, il dott. Ciro Amendola direttore della Gazzetta Ufficiale, protagonista dei suoi primi precedenti romanzi

Nella stanza della dott.ssa Martone, capo di gabinetto del ministero dei Beni Culturali, «in ripetute occasioni è stata riferita la presenza di una Tarentola mauritanica». Il rag. Esposito, accompagnato da due tecnici dell’Ufficio sorveglianza sanitaria, è assertivo: «Occorre un prelievo delle feci dell’animale, per effettuare una compiuta analisi di laboratorio, sulla cui base valutare se e come procedere». Ma per la dott.ssa «non se ne parla. Quel geco mi porta fortuna. Andate via». Impossibile, obietta il rag., a meno che «lei non mi firmi il modello H32-bis, assumendosi la responsabilità per l’impropria presenza in ufficio dell’animale vivo». Basta un’autocertificazione per trasformare la temibile Tarentola mauritanica in un innocuo geco.

Comincia così una delle «Storie di ordinaria burocrazia» del libro «Non ci credo, ma è vero» dal dott. Ciro Amendola, direttore della Gazzetta Ufficiale, sopraffino cultore dell’amministrazione e pseudonimo di Alfonso Celotto, costituzionalista e a lungo grand commis nei ministeri. Ogni racconto è uno spaccato della vita in un ufficio pubblico: leggi e decreti, provvedimenti e circolari, furbizie e vanità, sotterfugi e arabeschi ma anche insospettabile umanità.

Nel primo capitolo l’autore ha scientificamente enucleato «le cattive abitudini del pubblico impiegato». Ne viene fuori un manuale di sopravvivenza «in una vita improntata non al senso di servizio per lo Stato, ma alla proficua occupazione delle ore da trascorrere in ufficio», il cui obiettivo è «eludere vagoni di pratiche in modo da offrire il proprio contributo operoso, ma senza prendersi alcuna responsabilità».

COME COMPORTARSI
Prima regola: tenere le carte a posto e far prevalere la forma sulla sostanza, nel senso di «chiedere sempre un parere in più e non uno in meno, seguire pedissequamente le procedure» e infischiarsene del vero interesse pubblico. Si dilatano i tempi? Meglio, l’importante è che l’istruttoria sia accuratissima e irreprensibile. «Di troppo zelo non è mai morto nessuno. Di superficialità molti». Seconda: attenersi rigorosamente al mansionario, «per fare il meno possibile». Il mansionario è «un rebus scritto in burocratese stretto», enigmatico come il responso della Sibilla cumana. Terza: copiare, perché chi copia non sbaglia mai e non si assume responsabilità (c’è sempre un precedente che aiuta e si può allegare).

Quarta: nel dubbio, non fare perché «chi non fa non sbaglia» e non si assume responsabilità. Quinta: se proprio non si può evitare di affrontare una questione, convocare una riunione: consente di guadagnare tempo (convocazioni, conferme, rinvii). Indispensabile che i convocati siano almeno dieci, altrimenti la riunione potrebbe rivelarsi decisiva. Sesta: mettere da parte, sul ripiano più nascosto della stanza, le pratiche più difficili. Sono quelle legate a emergenze di attualità, sotto la luce dell’opinione pubblica. Apparentemente vanno risolte con priorità, in realtà «si fanno da sole».
Troppe variabili, troppe complicazioni: meglio lasciarle lì.

Dopo un paio di settimane l’attenzione scemerà e nessun superiore chiederà conto della mancata soluzione. Settima: non archiviare ordinatamente le carte più importanti, in modo che non siano rintracciabili da chiunque. Il funzionario perspicace aumenterà così il suo potere, rendendosi indispensabile. Ottava: «non regalare mai un minuto», anzi capitalizzare gli straordinari e i permessi. Il conto è semplice: «ai 365 giorni del calendario vanno sottratti 52 sabati, 52 domeniche, 30 giorni di ferie e un’ulteriore quindicina tra malattie, cure specialistiche, riposi compensativi, permessi sindacali, donazioni sangue, scioperi, permessi-studio, permessi familiari».

Nona: non derogare ai ritmi della giornata-tipo: 8-11-13-15-16-16,12. Alle 8 lettura giornali e passaggio sui social network, caffè alle 11, pranzo alle 13, caffè alle 15, alle 16 chiusura dei fascicoli anche se incompiuti, in modo da presentarsi puntuali al tornello alle 16 e 12 minuti. «Ogni volta che il dott. Amendola rileggeva queste regole, si imbestialiva. Non si capacitava di atteggiamenti così miseri e gretti».

POST SCRIPTUM
Per un attimo la dott.ssa Martone ebbe voglia di mandare tutto e tutti a quel paese. Non valeva la pena spendere 15 ore al giorno contro quel muro di gomma. Poi... poi prese nel cassetto il modello H32-bis, che le era stato debitamente consegnato, e iniziò a compilarlo. In duplice copia e con firma debitamente autenticata».

La Papua Nuova Guinea chiude il “carcere” australiano per i migranti

La Stampa
marco tonelli

L’isola Stato di Manus è uno dei due centri di detenzione del Paese. Le Ong denunciano: «Sovraffollamento e scarse condizioni igieniche». Ieri un iraniano ha tentato il suicidio



L’isola stato di Manus è a 21 ore di aereo dalla Papua Nuova Guinea. Nel bel mezzo di un territorio di 2100 chilometri quadrati, c’è un centro di detenzione per rifugiati: più di 800 richiedenti asilo in Australia, respinti da Canberra e rinchiusi all’interno del campo. Le condizioni di vita degli ospiti, in maggioranza afghani, iraniani e pakistani, sono tutt’altro che semplici.

Un carcere circondato da barriere metalliche, scosso da continui scontri tra i “detenuti” e il personale di un’agenzia di sicurezza pagata dal governo australiano per sorvegliare la struttura. Nel tempo, sia Amnesty International che l’UNCHR (l’agenzia Onu per i rifugiati), hanno denunciato il sovraffollamento, le scarse condizioni igieniche e l’impossibilità per gli ospiti di accedere ai servizi medici. 

A quattro anni dalla sua apertura, la Corte Suprema della Papua Nuova Guinea ha dichiarato la struttura «illegale e incostituzionale», e il premier papuano Peter O’ Neill ha annunciato la chiusura del campo. Il ministro dell’immigrazione australiano Peter Dutton ha respinto la presa di posizione del governo, e ha affermato che l’Australia continuerà a respingere i migranti: «Non accetteremo chi vuole venire nel nostro Paese illegalmente, e non gli permetteremo di insediarsi permanentemente». 

I RESPINGIMENTI E LE DEPORTAZIONI
Insomma, l’attuale primo ministro Malcolm Turnbull (ma anche i precedenti) non vuole permettere ai migranti che arrivano illegalmente via mare di sbarcare nelle coste del continente. Il piano di respingimenti e deportazioni è stato messo in piedi da Tony Abbott, e il governo attuale sembra intenzionato a continuare su questa strada. Da una parte i barconi respinti e lasciati in acque territoriali indonesiane, dall’altra il centro di detenzione di Christmas Island (in acque australiane) e due campi nel territorio papuano: nell’isola di Nauru, e in quella di Manus. 

“RINCHIUSI FINO A QUATTRO ANNI”
Nell’agosto del 2013, il conservatore Abbott ha stipulato un accordo di collaborazione: in cambio di aiuti economici, Camberra delega allo stato papuano l’accoglienza e l’accettazione delle richieste d’asilo. Ma nelle baracche ci sono uomini e donne che aspettano anche da tre o quattro anni. In attesa di sapere il loro destino, non sono pochi quelli che hanno messo in atto scioperi della fame, proteste e atti di autolesionismo.

AGGRESSIONI E TENTATI SUICIDI
L’ultimo episodio risale a poche ore fa. Un 23enne iraniano si è dato fuoco durante la visita degli ispettori dell’ONU a Nauru. L’uomo è stato trasferito in Australia, dove verrà curato, ma il ministro Dutton ha subito chiarito: «Se la gente pensa che attraverso l’autolesionismo suo o di un membro della famiglia, gli sia data l’autorizzazione ad andare in Australia o a rimanere sull’isola in modo permanente, sappia che ciò non accadrà». Ci sono stati casi anche di violenze sessuali e aggressioni, come quella che ha portato alla morte del giovane iraniano Reza Barati, ucciso nel febbraio del 2014.