martedì 26 aprile 2016

Migranti e assistenzialismo Gli errori nell’accoglienza

Corriere della sera
Federico Fubini

Vitto e alloggio senza lavorare né studiare: è l’assistenzialismo dei centri di accoglienza.L’esatto opposto del modello tedesco. Il Viminale ha scritto ai sindaci invitandoli a far fare ai richiedenti asilo piccoli lavori per i Comuni. Non è successo quasi nulla

Migranti a Lampedusa (Ansa/Ferrari)

Briatico (Vibo Valentia) Dice di avere diciannove anni, ma ne dimostra dieci di più. Dice che di solito si sveglia alle nove e trascorre le sue giornate in modo semplice: «Manger, dormir, Facebook, un film». Qualche volta, una partita di calcio. Tiene pulita la sua stanza? No: ci pensa la signora Antonella, la donna delle pulizie. Si prepara da mangiare? «No. Vedo il cibo quando è pronto. Io non cucino».

Fofana Samba, che si dichiara cittadino del Mali, conduce precisamente questo stile di vita da quando è sbarcato senza documenti dalla Libia a Vibo Valentia nel giugno di due anni fa. Appena riemerso dal riposo del dopopranzo porge una debole stretta di mano, il tablet sottobraccio, attorno a lui tanti altri ragazzi sub-sahariani assorti nei loro smartphone all’ombra dei pini dell’hotel sul mare che oggi li accoglie. Quasi nessuno di loro viene da guerre o persecuzioni, tutti hanno presentato domanda d’asilo politico — con ricorsi e controricorsi — per guadagnare tempo e intanto restare qui. La lentezza della giustizia italiana è il loro più grande alleato.
«Voglio essere un rifugiato»
Fofana sorride con indolenza. «Voglio essere un rifugiato», è la sua posizione. In due anni un piccolo avvocato locale — Vibo Valentia è prossima al record europeo per densità di legali nella popolazione — ha presentato per lui una serie di domande di asilo. Cento euro l’una, pagate con l’argent de poche dell’accoglienza. Tutte respinte fino al ricorso attuale, pendente da mesi, ma Fofana non ha mai fatto lo sforzo di imparare una parola d’italiano. Ha capito anche lui che questo Paese, per inerzia, sta riproducendo con i migranti le peggiori tare dell’assistenzialismo degli anni 70 e 80 del secolo scorso. Forse è la sola risposta che la macchina amministrativa sia in grado di fornire nell’emergenza, se non altro perché è quella che conosce già.

Questo è il welfare che dà qualcosa in cambio di niente. È un sistema che distribuisce vitalizi e protezione senza pretendere dai beneficiari lo sforzo di imparare un mestiere, né le leggi o la lingua del Paese ospitante, o anche solo senza chiedere loro una mano a tenere pulita la strada comunale qui fuori. Una perla del Mediterraneo come Briatico ne avrebbe un gran bisogno, ora che ha di nuovo un sindaco accusato di concorso in associazione mafiosa. Non deve per forza finire così, neanche nei Paesi più aperti agli stranieri. Perché il problema non è se accogliere o no, ma come farlo.

Il 14 aprile scorso i leader della grande coalizione al governo in Germania sono riemersi da sette ore di negoziati fra loro con un annuncio che, visto dall’Italia, suona lunare: ci sarà una nuova legge sull’integrazione degli stranieri. La cancelliera ha spiegato che l’obiettivo è rendere più facile per chi richiede asilo accedere al mondo del lavoro. Non renderli alienati, passivi e depressi, con un futuro da accattoni o da manovalanza criminale. Il modo per farlo è superare il welfare paternalista e chiedere ai migranti qualcosa in cambio di qualcos’altro. Lo Stato federale tedesco li nutre e alloggia, proprio come lo Stato italiano versa anche una piccola diaria a chi arriva senza documenti chiedendo asilo politico.
Al bando non si è presentato nessuno
In contropartita però la Germania pretende dagli stranieri alcuni impegni specifici: obbligo di frequenza a corsi di lingua, cultura e legislazione tedesca, con regolari verifiche dell’apprendimento; per chi non adempie c’è il ritiro progressivo dei benefici. La grande coalizione di Merkel prevede anche ciò di cui avrebbero tanto bisogno Briatico e molte altre municipalità italiane che ospitano i migranti: piccole somme in più, magari un euro l’ora, a chi svolge lavoretti per la comunità locale. Vista dal fondo della Calabria, la Germania è lontana. Qui di recente l’Associazione Monteleone, una delle centinaia che gestiscono l’accoglienza per conto delle Prefetture, si è vista costretta ad andare all’estremo opposto.

Nella gara vinta per la gestione dei migranti deve impegnare un bilancio che vale oltre 1.100 euro al mese per ciascuno di essi. Ha investito 85 mila euro in un centro computer nell’hotel dell’accoglienza, ha organizzato corsi di italiano e da elettricista, fabbro, pizzaiolo, cartongesso, guida macchine agricole, salvataggio e primo soccorso in spiaggia, teatro. Non si è presentato quasi nessuno. I 219 richiedenti asilo sono rimasti tutti in camera a sonnecchiare e guardare la tivù, semplicemente perché potevano. Alla fine, spiega la direttrice dell’associazione Lelia Zangara, il solo argomento per stanarne alcuni — pochi — è stato un piccolo zuccherino: 50 euro in cambio della frequenza dei corsi.
Le medicine gratis e i mal di testa
Neanche in Italia, dove i migranti in strutture «temporanee» di questo tipo sono oggi ufficialmente 82 mila, deve finire per forza così. Non è scritto nelle leggi che debba continuare a riprodursi con gli stranieri l’assistenzialismo responsabile del debito pubblico. A novembre scorso il prefetto Mario Morcone, capo dipartimento per l’immigrazione al ministero dell’Interno, ha scritto ai sindaci invitandoli a far fare ai richiedenti asilo piccoli lavori per i Comuni. Non è successo quasi nulla.

Da settimane esiste poi al ministero della Giustizia una bozza di decreto per velocizzare nei tribunali le pratiche sui ricorsi degli stranieri. Eppure non approda in Consiglio dei ministri. A Vibo Valentia intanto l’associazione Monteleone ha fatto incetta di tic tac. Da quando i migranti hanno scoperto che qui le medicine sono gratis, lamentano ogni giorno mal di testa, mal di pancia e giradito come nell’Italia di prima del ticket. Ma almeno gli stranieri, per ora, non distinguono fra un farmaco e una caramella alla menta.

25 aprile 2016 (modifica il 26 aprile 2016 | 08:25)

Cuoco e letto rifatto dalla colf: così coccoliamo i migranti nei Cie

Sergio Rame - Mar, 26/04/2016 - 09:58

L'Italia garantisce vitto e alloggio senza pretendere che gli immigrati lavorino o studino l'italiano. Non si rifanno nemmeno il letto: c'è la donna delle pulizie. E per i pasti hanno il cuoco



"Manger, dormir, Facebook, un film...". È questa la giornata di uno degli 82mila immigrati ospitati in una delle tante strutture di accoglienza sparse qua e là per l'Italia.

Tutta la giornata a non far nulla. Assolutamente nulla. Ogni tanto giocano a calcio. Ma niente di più. Non si sforzano nemmeno a fare la stanza. Ci pensa la donna delle pulizie. E, quando hanno fame, si trovano il piatto pronto in tavola. "Vedo il cibo quando è pronto - racconta Fofana al Corriere della Sera - io non cucino". Ci pensa il cuoco a preparare per lui e per gli altri 219 richiedenti asilo al centro di Briatico (Vibo Valentia).

L'Italia è la patria dell'assistenzialismo. E gli immigrati ne stanno beneficiando ampiamente. La maggiora parte di quelli ospitati non vengono da zone di guerra, non sono nemmeno perseguitati per ragioni politiche. Eppure hanno presentato tutti domanda d'asilo politico. Sanno anche loro che non hanno alcuna speranza di ottenerlo, ma sanno anche che le lungaggini brurocratiche della giustizia italiana sono dalla loro parte. E così fanno di tutto per guadagnare tempo e restare qui, a nostre spese.
Dove lo trovano un altro Paese che li paga per non fare nulla da mattina a sera? Hanno talmente tanto tempo libero che il pomeriggio, dopo pranzo, se ne vanno tutti a schiacciare un pisolino.

Fofana, per esempio, racconta al Corriere della Sera di essere in Italia già da due anni. Un avvocato di Vibo Valentia gli sta dando una mano a ottenere lo status di rifugiato. Non ce la farà mai. Perché non ne ha diritto. Eppure continuano a presentare domanda. Ricorsi su riucorsi. Gli costano cento euro alla volta. Soldi che Fofana mette insieme tenendo da parte la diaria che gli versa lo stesso Stato italiano. In due anni Fofana non ha fatto nulla per integrarsi.

Non ha nemmeno fatto lo sforzo di imparare una sola parola d'italiano. "Questo è il welfare che dà qualcosa in cambio di niente - spiega Federico Fubini sul Corriere della Sera - è un sistema che distribuisce vitalizi e protezione senza pretendere dai beneficiari lo sforzo di imparare un mestiere, né le leggi o la lingua del Paese ospitante, o anche solo senza chiedere loro una mano a tenere pulita la strada comunale qui fuori".

Il quadro che ne emerge è desolante. L'esatto opposto di quanto succede negli altri Paesi dell'Unione europea. In Germania, per esempio, gli immigrati devono frequentare i corsi di lingua. Chi non si applica, perde i benefici. A Briatico, invece, i pochissimi immigrati che partecipano ai corsi si intascano altri 50 euro. Senza la paghetta, nessuno si sarebbe presentato.

Lo chef vegano alla mensa dei poveri Ma loro si ribellano: vogliamo carne

Corriere della sera
DANIELA CORNEO

Simone Salvini nelle cucine dell’Antoniano, ma gli ospiti dei frati non hanno gradito la svolta salutista. Il cuoco: «Non si sono lamentati tutti, qualcuno mi ha stretto la mano»

Simone  Salvini, chef vegano

I frati dell’Antoniano di Bologna — quelli dello Zecchino d’Oro, per intenderci — hanno chiamato nella loro mensa per i poveri Simone Salvini, il noto chef vegano diventato famoso anche per l’imitazione di Maurizio Crozza nel suo show tv su La7. Ma alcuni senzatetto non hanno molto gradito la svolta «salutista» dei religiosi, che stanno provando a rilanciare la cucina della solidarietà con grandi nomi della ristorazione.
La protesta
Il 9 maggio inaugurerà infatti l’apertura serale della mensa, con un menù per famiglie di profughi e di bolognesi in difficoltà, lo chef stellato Massimo Bottura dell’«Osteria Francescana» di Modena, ma prima di lui a scaldare i fornelli ci sta già pensando il cuoco crudista. Che non nasconde le resistenze di alcuni ospiti della mensa: «Una parte dei poveri — racconta lo chef toscano che si è specializzato nella cucina vegetale e che nel capoluogo emiliano collabora con il marchio bio Alce Nero — mi ha proprio detto:

“Noi a questo punto torniamo in strada, abbiamo bisogno della carne”. Eppure io e il mio staff stiamo provando a cucinare al meglio delle nostre possibilità cibi sani, biologici, di origine vegetale». Una protesta che Salvini ha accolto con animo zen, nel suo stile: «Il dissenso è sacrosanto, il mono pensiero è pericolosissimo, quindi accolgo le critiche. Ma non si sono lamentati tutti, la settimana scorsa alcuni ospiti della mensa sono venuti a stringermi la mano. È stata una grande soddisfazione».
L’idea
Certo è che nella capitale italiana della tagliatella al ragù e della lasagna promuovere piatti a base di cereali e legumi è una bella sfida. Il cuoco crudista l’ha colta. Anzi, sta già pensando a come conquistare gli scettici. «Nel mio cuore — confida — nutro la volontà di trasformare gli ingredienti vegetali che uso, magari servendo legumi e cereali in forme più rassicuranti». Tipo? «Piccole polpette di legumi, salsicce di fagioli, ragù di soia». Sono entusiasti di questa collaborazione totalmente volontaristica i frati dello Zecchino d’Oro.

«Salvini — dice il direttore dell’Antoniano Frate Alessandro Caspoli — ogni mercoledì viene in forma gratuita a cucinare». Insomma: è tutto pronto per il lancio in grande stile della mensa (chic) per poveri. Salvini punterà sulla verdura cucinata in modo raffinato; Bottura ci metterà probabilmente più carne da buon emiliano. Ma l’obiettivo è lo stesso: far dimenticare per qualche ora a chi è in difficoltà i propri problemi.

25 aprile 2016 (modifica il 26 aprile 2016 | 07:56)

La Norvegia offre mille euro ai migranti per andarsene

La Stampa
monica perosino

Il ministro dell’Integrazione Listhaug: “Mantenerli qui è troppo costoso”



La Norvegia ha deciso di offrire 1 0 mila corone (circa mille euro) ai migranti che se ne andranno volontariamente dal Paese. Non solo: ai primi 500 richiedenti asilo che ne faranno richiesta verranno elargiti altri 1.000 euro. Tipo offerta speciale. 

«Primo arrivato, primo servito», spiega l’Ufficio immigrazione che annuncia l’erogazione del «bonus» a partire dal prossimo lunedì e per sei settimane. L’offerta del governo di Oslo prevede anche altri mille euro per sostenere le spese del viaggio ed è studiata soprattutto per i migranti che non hanno diritto all’asilo o che vivono in Norvegia in modo illegale.

A gennaio Oslo aveva iniziato le procedure di «deportazione» in Russia dopo la decisione del governo di espellere 5000 profughi oltre il confine. Erano entrati senza documenti da un «Paese sicuro», quindi devono tornare da dove sono arrivati.«Abbiamo bisogno di convincere più migranti possibile a tornare a casa volontariamente, dandogli dei soldi in cambio della partenza. Questo ci farà risparmiare un sacco di soldi perché mantenere i rifugiati nei centri d’asilo è molto costoso», ha detto il ministro integrazione Sylvi Listhaug.

Il buco nell’acqua

La Stampa
massimo gramellini

Nei giorni scorsi la deputata democratica Cristina Bargero ha illustrato alla Camera come, per la scienza economica, l’acqua pubblica sia un bene comune ma non possa essere considerata un bene pubblico. Il video del suo complesso intervento è stato preso da alcuni parlamentari Cinquestelle tra cui il solerte Di Battista, ridotto a una frase a effetto («l’acqua pubblica non è un bene pubblico»), reso caricaturale con replay e storpiature della voce, infine gettato in pasto al Popolo del Web. Il quale ha risposto allo stimolo dei manipolatori come una foca ammaestrata: seppellendo sotto una cascata di minacce di morte e insulti sessisti una deputata che aveva espresso con estrema competenza un’opinione, ancorché discutibile. 

Mao diceva che la rivoluzione non è un pranzo di gala. Ma, quella che si fa comodamente sulle tastiere, di certi pranzi popolari ha conservato solamente i rutti. Se il visionario Casaleggio fosse ancora tra noi, vorrei chiedergli se è davvero questa la democrazia della Rete da lui vagheggiata. Sarebbe consolante poter dare credito alle sue intuizioni, immaginando che un giorno il web forgerà assemblee di cittadini preparati e riflessivi. Per ora è solo la versione tecnologica dell’eterna piazza forcaiola che da millenni mette in salvo i barabba e in croce tutti gli altri. Ciascuno tira fuori il peggio dì sé, quando si trova a fare parte di una massa indistinta e consapevole di nulla, se non della propria esasperazione. E chi ne eccita gli umori, come Di Battista, si prenota per esserne la prossima vittima. 

Nessuno compra più i pomodori di Pachino Così stanno sparendo dalle piazze siciliane

Emanuela Fontana - Lun, 25/04/2016 - 08:26

Le aziende agricole a marchio Igp in crisi: competere è impossibile E i tedeschi fanno affari in Spagna



«Li vuole i pomodori di Pachino?». «Pachino Pachino?». «Certo, Pachino proprio: 60 centesimi gli insalatari e 80 i ciliegini, al chilo».

Il Maas è il nuovo mercato ortofrutticolo all'ingrosso di Catania. Dalle tre e mezzo del mattino inizia la processione dei camion che entrano e di quelli che escono in questa spianata di cemento sotto l'Etna fumante. Venditori di frutta e verdura ma anche frati francescani sfiorano assonnati la merce tra i banchi, dove spesso gli incassi entrano senza fattura. «L'80% delle persone qui non la emettono - racconta un venditore sotto stretto anonimato - c'è un controllo una volta l'anno se va bene. Quando viene la finanza vedi la fila delle api, i carretti a tre ruote, che si fermano fuori e se ne vanno. Non hanno neppure l'assicurazione pagata del mezzo.

Io tra poco non verrò più: alzarmi alle due e un quarto di notte per stare in una situazione così... ». Otto del mattino, cinque chilometri verso la città, mercato del porto: ecco invece una bancarella di pomodori. C'è scritto Pachino, ma senza adesivo doc: 3 euro e 50. I pomodori Pachino sono un marchio più contraffatto di una borsa di Prada, con la differenza che nessuno si prende nemmeno la briga di copiare il logo: basta scrivere a penna «Pachino» su un pezzo di cartone e Pachino sono. Nell'anno dell'ecatombe delle primizie siciliane succede che gli originali, insalatari e ciliegini, «nemmeno i tedeschi ce li comprano più». Troppo cari: un euro solo di costo di produzione.

Per capire i problemi dei pomodori più famosi del mondo bisogna recarsi proprio a Pachino, sud-est estremo della Sicilia, lì dove è nato il marchio Igp: 81 produttori e 21 aziende di confezionamento iscritte al consorzio di tutela. Tutte in crisi nera, fatturati dimezzati rispetto al 2015. Sebastiano Fortunato, presidente del consorzio, ci mostra i bilanci: «In Sicilia non ce li comprano nemmeno più». Risalendo la costa est da Pachino, in effetti, il pomodoro pachino è introvabile. Tra meloni panamensi e angurie della Costa Rica non è pervenuto a Rosolini. Non ce n'è traccia nei negozi nemmeno a Pachino paese, compreso il supermercato più vicino alla sede del consorzio.

Nemo propheta in patria, verrebbe da dire, ma il pomodorino non parla nemmeno fuori territorio: il pachino, ci spiegano, viene spedito solo «da Roma in su». E sempre più raramente. La Germania appunto: «Con i tedeschi quest'anno per il ciliegino è stato un disastro - allarga le braccia il direttore del consorzio Salvatore, Chiaramida - non riusciamo a essere competitivi con gli spagnoli e i marocchini. Se lo vuoi mandare, lo devi inviare ai prezzi che dicono loro». E, in Italia, vendere ai prezzi del mercuriale, la Bibbia dei mercati, ovvero il listino della giornata.

Chiaramida indica la scheda di Vittoria con le quotazioni del 20 aprile: pomodoro ciliegino 50 centesimi al chilo, 70 per l'alta qualità. Prezzi improponibili per i pomodori doc, che arrivano ai 2 euro e 50 con il confezionamento nella tipica scatola di plastica da trecento grammi. Scatola che non c'è al Mass di Catania, al banco dei pomodori di Pachino. Da dove arrivano allora quei grappoli rossi? Qualche volta la Guardia di finanza riesce a intercettare le filiali della contraffazione, com'è successo con alcune partite tunisine nel ragusano. L'acqua e il terreno salmastro rendono così caratteristica la produzione ma anche limitata, in termini di resa, rispetto ad altre zone come quella di Vittoria («anche il 30-40% in meno»).

Le soluzioni per emergere dal pantano: una è alzare la percentuale ceduta alla grande distribuzione e intervenire anche sui «ricarichi» dei supermercati. Un'altra grana è la Tutabsoluta, una farfallina combattuta «con metodi naturali», ma considerata forma virale negli Usa: è arrivata in Italia, sono convinti i produttori, per colpa proprio delle importazioni.

25 aprile, il giorno che ci divide

Giuseppe Mele



Torna, forza del calendario, il 25 aprile, il giorno che divide.

Fortunatamente quest’anno si annunciano acquazzoni e le opposte manifestazioni forse si liquefaranno. Come le opposte previste al cimitero milanese Maggiore di via Barzaghi: da un lato al campo 10 le associazioni Memento, Lealtà e azione, Combattenti, Arditi  e X Mas a commemorare 1400 caduti repubblichini; dall’altro lato, al campo Gloria, partiti, collettivi, centri sociali, Radio Popolare e Anpi dell’ex parlamentare Smuraglia con i fiori per i partigiani.

A dirla così, sembra non ci sia partita tra l’Italia repubblicana ed un pugno di filofascisti. Invece tutti, gli uni e gli altri, sono 4 gatti. A Roma, nel lungo weekend si registrano mostre sui giardini giapponesi, dinosauri, Foro di Cesare, Mccurry e Grande Guerra. Tutti surclassano la Liberazione, anche le feste di primavera, degli asparagi, del cinghiale, della birra, pur’anche le elettorali.
Si capisce; divenuto festività civile nel ’49, il  25 nacque convenzionale, perché la guerra finì a maggio. Mussolini non era nemmeno morto. La gente in quella primavera ’45, festeggiò solo che finalmente uno degli eserciti occupanti avesse vinto e che la guerra fosse finita.  Tutto un quiproquo, il 25 aprile.

Non giorno della Liberazione come testimonia la politica estera prigioniera della presenza militare straniera tutt’oggi presente. Nemmeno giorno di una Vittoria autoproclamata e mai riconosciuta dal mondo, di un esercito, quello partigiano. tanto poco esistente quanto numerosi i musei che ne conservano i cimeli. Un esercito che aveva dei banchieri alla testa più per contrattare aiuti che per combattere. Vanagloria politica volle che quella che fu dignitosa disubbidienza civile si trasformasse nelle gesta del miles gloriosus de La Moscheta.

Marziani reducisti, i 20enni capisezione dell’associazione partigiani trasudano, su fatti mal conosciuti, la retorica del Pci togliattiano che almeno all’epoca aveva senso politico.Inseguendo una pacificazione mai raggiunta,  l’invisibile presidente Mattarella ha encomiabilmente mischiato mano destra e mano sinistra, dedicando la data ai marò Giro e Là, ostaggio da una vita dell’India, della giustizia internazionale e dell’indifferenza Nato. Buttafuoco ha respinto l’idea al mittente, non volendosi confondere con Belle Ciao, Sgrene, Simone, compagno Giuliani, Berlinguer ti voglio bene.

Purtroppo però alla voce intellettuale della destra tocca di scrivere anche su Il Fatto che con Repubblica ed mainstream  identifica i suoi avversari con i nemici del 25 aprile.Bisognava liberarsi della Liberazione; almeno provare ad abrogare 25 aprile e antifascismo, concetti squisitamente figli dei comunisti Comintern; denunciare la bugia delle vittorie ed eserciti inesistenti e magari pretendere, se non ottenere, la fine dell’occupazione infinita; e gettare alle ortiche il comunque coltivato folklore repubblichino.

Tanti democratici sarebbero stati grati di rigettare l’anima fascistarossa e comunistanera del triste 25. Invece eccoci qui all’ennesimo 25 aprile, impegnati nella ricerca distruttiva del più puro, del più onesto, del più antifascista e del più fascista, con gli occhi foderati di inutile e bugiardo odio.

Santa Austria, speranza d’Europa

Nino Spirlì



Norbert HOFER, FPÖ, Interview in seinem Büro/ Parlament

E, allora, non siamo pazzi, noi, i sognatori della Destra italiana! E non siamo i soli, da Capo Nord a Lampedusa, a sapere che esista un’Europa che si è rotta le balle di essere invasa e conquistata viscidamente  dall’islam. Anzi, dal Nazislamismo, come lo definisce nel suo eccellente saggio giuridico lo scrittore e Maresciallo dell’Arma Riccardo Prisciano (peraltro punito per islamofobia dai suoi superiori).

L’Austria, il suo Popolo, ha scelto di confermare la propria lucidità mentale ed intellettuale. Il proprio rigore civile. La propria appartenenza. La Storia dell’Occidente e la Fiducia in un futuro libero e democratico. E, non ultima, la Fede nel Figlio di Dio, Salvator Mundi. Gesù di Nazareth.

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Lo ha fatto esercitando il nobile diritto al voto. Entrando nel seggio elettorale, scegliendo di accettare la scheda e segnare con una X la propria scelta. Quella giusta. La stessa che, mesi fa, fecero i nostri cugini Francesi, premiando Marine e Marion Le Pen. Il Loro Amor di Patria. Il coraggio, la tenacia, la chiarezza delle idee e delle decisioni. La difesa dei diritti della gente comune e non delle lobbyes che si stanno arricchendo con gli sbarchi e la falsa accoglienza.

Anche i tedeschi, alle ultime tornate amministrative, hanno dato un paio di bordate alla insopportabile extracurvy al gusto di birra, quella Merkel che ridacchia di noi e cerca di farci diventare una sorta di budello pieno di immigrati che nessun altro Paese europeo vuole. Né l’Austria, né la Francia, né la Spagna (che gli spara sui gommoni), né l’Ungheria, la Germania, la Macedonia, la Bulgaria, la Grecia stessa, né i Paesi del Nord Europa, che, adesso e finalmente, li risputano per via aerea… Continuo?

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Insomma, siamo i soli, assieme a quei fintoni dello Stato della Città del Vaticano, col loro monarca dalle scarpe sfondate e il cuore marxista, a farci invadere dai migliori attori 2.0. Piangono, piangono, si disperano sui barconi massomafiosi. Ma, appena toccata terra (nostra), cominciano ad urlarci in faccia pretese assurde e minacce. E rubano, ammazzano, spacciano, e, quando sono in festa, sgozzano povere capre sui balconi di casa o in mezzo alla strada. Senza che un solo pezzo di fango animalista e pacifista scriva una sola riga contro quella porcheria. Mentre il mio agnello pasquale me lo avvelenano con le campagne stampa stracolme di foto melense di bambini e capretti intrecciati in grovigli d’amore da immaginetta da beghina.

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La speranza, oggi, fiorisce a Vienna! Se, al secondo turno, Norbert Hofer, Leader indiscusso del Partito della Libertà, attualmente primo assoluto nella classifica dei più votati col suo 35% e più, vincerà le presidenziali austriache, avremo un bell’esempio da seguire. Una virtù da emulare! Speriamo che il miracolo avvenga. Che i nostri ritrovati Amici Austriaci, fieri difensori della nostra Storia, si uniscano nel voto e ci regalino un Presidente in cui ci riconosceremo anche tutti noi che, Fratelli di Oriana, ne benediciamo profezie e speranze. Per gli invasori non sarà una buona notizia, ma per chi spera di poter dare un futuro cristiano, libero e democratico ai propri figli, sì.

Dio lo voglia! (anche se il papa cattolico rema contro)
Fra me e me… In cammino verso la Chiesa d’Oriente…

Crescono ancora le mele del soldato in fuga dalla rivoluzione francese

La Stampa
enrico martinet

Sulle pendici di Torgnon, in Valle d’Aosta, la qualità “Barbelune” prospera. Il primo coltivatore fu Jean Baptiste, guardia di Luigi XVI, sfuggito a Robespierre



È finita. Jean-Baptiste Gal getta via il fucile, passa in quel massacro, corre verso la Senna spogliandosi. Buon per lui che è il 10 agosto e fa caldo. Si sfila da braghe colorate, giubba e cinturone.

Lascia le Tuileries e sa che non c’è più posto per lui né a Parigi, né in Francia. È il 1792; fra i suoi commilitoni, guardie svizzere di re Luigi XVI, si contano 600 morti. La «seconda rivoluzione, quella dell’eguaglianza, della giustizia e della ragione» come dirà Maximilien Robespierre spazza la monarchia e apre una nuova era. Jean-Baptiste è salvo, torna al suo paese fra le montagne della Valle d’Aosta, a Torgnon, conca di sole sotto un cielo bucato dal Cervino. E torna alle sue «Barbelune», mele piccole e tricolori: verde, giallo e almeno un baffo di rosso. Polpa dura, pianta tenace che osa crescere oltre i mille metri.

Una delle piante di Jean-Baptiste è ancora là, in mezzo a un prato concavo, lambito dagli ultimi tornanti che salgono a Torgnon. «Ogni due anni fa 50 chili di mele», dice un erede di quel Gal delle Tuileries, Gianluca Telloli. Il melo è gigantesco, ha rami spezzati, tronco poderoso, ma resiste. «Siamo riusciti a dargli eredi. I suoi “figli” sono un meleto», dice ancora Telloli, di professione enologo, che per salvare i «tesori» di frutta delle Alpi si è messo a produrre sidro. La sua azienda si chiama «Maley», nome di campo, di quello del suo avo in divisa che fra le sue proprietà aveva, appunto, lo «Gru maley», località in cui coltivava anche le mele del suo ritorno dalla Rivoluzione.

Oltre alle «Barbelune», di cui si narra in un menu del XV secolo per una cena al castello valdostano di Cly con a capotavola il re di Francia, finiscono in sidro qualità rare, introvabili in qualsiasi mercato. Telloli le ha scovate in angoli di Valle d’Aosta, dal Cervino al Monte Bianco e in Savoia, tra Chamonix e Servoz. Si chiamano «Raventze», «Renetta di Antey», «Reine de Renette», la rossa «Groin de veau» e la gialla «Croison de Boussy».

Qualcuna si trova ancora nei boschi, sia in Valle d’Aosta sia in Savoia. E da quelle piante selvatiche le mani sapienti di Teresa Betemps e dei figli, fanno crescere nuove piante, che poi innestano con le «Raventze» a Seissogne, a mille metri, nella montagna che sovrasta il paese di Saint-Marcel, alle porte di Aosta. Due villaggi con alcune case che risalgono al Seicento, su sponde opposte di una conca divisa da un grande ruscello d’acqua di fonte che ancora alimenta un antico mulino passando in canali di legno. Lì ci sono meli che hanno almeno un secolo e mezzo e che rivaleggiano per altezza con i noci.

Teresa li ha davanti a casa. «Sembra un frutteto ottocentesco. Affascinante», dice Telloli. E ci sono anche peri giganteschi, già carichi di candidi fiori, varietà rimaste soltanto nella memoria come le «Crétienne d’hiver et d’été» o le «Apetreis», dure come sassi da cui si ricava una gelatina rosso mogano. In salvo dalle bonifiche fondiarie, grazie alla loro utilità per il sidro della «Maley», che legando più professionalità, dalla Savoia alle cantine del Trentino Alto Adige di Georg Maffei, ha conquistato una nicchia di mercato anche negli Stati Uniti e quattro medaglie d’oro all’ottava Fiera internazionale di Francoforte.

Dal sidro spumante (metodo Charmat) battezzato «Matterhorn» (Cervino) a quello ancestrale che porta il nome del Gran San Bernardo; dal rosso distillato dedicato al primo salitore del Cervino, Whymper, al nuovo prodotto, il «Cristallier», fatto come fosse un vermut. «È un esperimento riuscito - dice Telloli -. Ho incontrato Alessandro Revel Chion, di Chiaverano, vicino a Ivrea, che conserva una collezione di estratti per questo tipo di liquore. Quattro erbe, l’artemisia, la salvia sclarea, la china e una che tengo segreta». Ma la base è la «Barbelune», la mela di Jean-Baptiste, guardia del re fuggito dalle Tuileries. 

Corse

La Stampa
jena@lastampa.it

Il prossimo campionato sarà una corsa a due: lo perderà la Juve o Renzi?

La Cia vuole raccogliere dati da Twitter e Instagram

La Stampa
marco tonelli

L’agenzia ha acquisito aziende e startup specializzate nell’analisi dei post e delle foto



Dataminr, Geofeedia, PATHAR e TransVoyant producono software in grado di estrarre dati da post e foto sui social, o di localizzare il luogo in cui sono inviati messaggi. È questo il core business delle quattro aziende acquistate dalla Cia attraverso il fondo di investimento Q-Tel, come ha rivelato il sito The Intercept.

SOTTO CONTROLLO
L’obiettivo dell’intelligence americana è di tenere sotto controllo social network come Twitter e Instagram, perché, come ha spiegato il vicedirettore della CIA David Cohen, sono una miniera di informazioni per monitorare l’attività di gruppi terroristici come l’Isis. «Lo Stato Islamico usa i social media in modo sempre più sofisticato, e i suoi post e tweet producono informazioni vitali», aveva spiegato Cohen durante un seminario alla Cornell University nel settembre 2015. Ma sul sito di Geofeedia, una delle quattro aziende acquistate, si possono consultare ricerche riguardanti attivisti di Greenpeace, movimenti come Black Lives Matter, avvocati che si battono per i diritti sindacali dei lavoratori e appartenenti ad associazioni studentesche. 

DATAMINR, UNA LENTE D’INGRANDIMENTO SUI TWEET
Nata a New York, l’azienda sviluppa software per aggregare e visualizzare il flusso dei dati proveniente da Twitter, con l’obiettivo di individuare informazioni e trend di un dato gruppo di account. Nel 2014, Dataminr ha collaborato con le autorità di Boston per tenere sotto controllo il social dell’uccellino durante la maratona cittadina. Ad un anno dall’attentato (15 aprile 2013), i software della compagnia hanno catalogato milioni di tweet per monitorare eventuali minacce o emergenze. Un database che ha creato non poche polemiche, soprattutto per la mancanza di leggi che regolino queste attività. «Dataminr non conserva i tweet analizzati», ha subito risposto il fondatore Ted Bailey. 

GEOFEEDIA, UNA MAPPATURA DI TWITTER E INSTAGRAM
Eventi in tempo reale, cortei e manifestazioni, tutti sotto l’obiettivo di questa azienda che mette in vendita programmi per localizzare i messaggi di manifestanti e attivisti. Oltre che per la Cia, Geofeedia lavora anche per altri organismi governativi, dipartimenti di polizia e aziende. Ma non solo, l’azienda ha sviluppato programmi anche per il mondo dell’informazione, con un solo obiettivo: geolocalizzare le informazioni che arrivano sui social. 

PATHAR E TRANSVOYANT, UNA FOTOGRAFIA DEI MOVIMENTI ONLINE
La prima produce Dunami, un software capace di aggregare dati da Facebook, Twitter e Instagram, utilizzato dall’FBI per monitorare le reti di organizzazioni o movimenti e individuare possibili focolai di radicalizzazione. La seconda, fondata dall’ex vicepresidente della Lockeed Martin Dennis Groseclose, vende servizi di analisi dei tweet per prevenire eventi e situazioni pericolose. Quest’ultima ha lavorato con l’esercito americano in Afghanistan per integrare i dati provenienti da Twitter con le informazioni provenienti da satelliti, radar e droni. 

UN LABORATORIO SEGRETO
Oltre alle acquisizioni, il fondo d’investimento Q Tel sta mettendo in piedi Lab 41: un laboratorio situato nella Silicon Valley per creare programmi che mettono insieme dati e informazioni dai social network. In particolare, vuole creare un database per classificare i tweet in base ai sentimenti espressi: negativi, positivi o neutrali. Senza dimenticare il caso Palantir: uno dei primi investimenti della CIA nel campo dell’analisi delle reti social. Nel 2011, il collettivo di hacker LulzSec era entrato nei database dell’azienda di Palo Alto e aveva portato alla luce come l’azienda stesse analizzando le comunicazioni di sindacalisti e e attivisti critici nei confronti della camera di commercio americana.