lunedì 25 aprile 2016

Per spiare un telefono basta il numero

La Stampa
valerio mariani

A due anni dalla scoperta della vulnerabilità, un’inchiesta della Cbs dimostra che nulla è stato fatto per risolvere il problema



Tempi duri per la sicurezza in mobilità. La giornalista della Cbs Sharyn Alfonsi ha pubblicato un reportage particolarmente significativo su quanto sia facile intercettare chiamate e dati di uno smartphone, di qualunque marca.

La giornalista americana è andata a trovare Karsten Nohl, ricercatore tedesco specializzato in sicurezza mobile, che già nel 2014 aveva dimostrato come fosse possibile violare un telefono conoscendone soltanto il numero dell’abbonamento associato.

Nessuna password rubata, nessun malware installato, nessun finto hot spot pubblico, nessun collegamento via bluetooth, semplicemente il numero di telefono e, a qualsiasi distanza ci si trovi, con un software facilmente realizzabile è possibile registrare i file audio delle conversazioni, salvare la cronologia dei messaggi chat, le mail, i contatti, gli appunti e individuare con una precisione del 70% circa la posizione del terminale.

E la cosa più inquietante è che la vulnerabilità è nota dal 2014 ma nessuno degli operatori telefonici finora ha pensato bene di metterci una pezza. Sono gli operatori, o comunque i gestori delle reti di telecomunicazione mobile, i principali imputati, e non direttamente i produttori visto che la vulnerabilità riguarderebbe il gruppo di protocolli di segnalazione Signalling System Numero 7 (SS7), conosciuto come CCSS7 negli Stati Uniti o C7 nel Regno Unito, fondamentali per alcune attività tipiche di una trasmissione su una rete telefonica.

Il gruppo di standard è stato sviluppato nel 1975 – ed è sull’anzianità dei protocolli informatici e delle telecomunicazioni che giocano maggiormente gli hacker -, entra in gioco praticamente a ogni telefonata, fissa o mobile, su ogni rete telefonica del mondo. Proprio il fatto che riguardi le reti telefoniche e non i terminali a rendere la vulnerabilità particolarmente grave.

Il gruppo di standard si occupa, tra le altre cose, di tradurre una sequenza di numeri in segnali comprensibili alle componenti del telefono, oppure del processo di conversione nella portabilità del numero stesso, dei servizi Sms, della gestione delle Sim prepagate e di diverse altre funzioni elementari che si svolgono su un qualsiasi telefono.

L’esperimento mostrato nel servizio della Cbs coinvolge lo smartphone del membro del congresso americano Ted Lieu, laureato in Computer Science a Stanford dunque decisamente competente, che non solo si è mostrato molto colpito dalla questione ma ha anche dichiarato che la vulnerabilità è inammissibile per la sicurezza americana e si augura che presto si risolva il problema.

Siate allegri, godetevi la vita'', lo dice il mosaico di 2400 anni fa scoperto in Turchia

repubblica.it

''Siate allegri, godetevi la vita'', lo dice il mosaico di 2400 anni fa scoperto in Turchia
Uno scheletro adagiato all'indietro con un boccale in mano e a fianco una brocca di vino e una pagnotta di pane è il protagonista del mosaico scoperto in Turchia da un team di archeologi. Insieme all'immagine appare anche una scritta in greco antico che dice: "Siate felici, godetevi la vita". Secondo l'archeologo Demet Kara, del Museo Archeologico di Hatay, il mosaico, rinvenuto in un'area già nota nella provincia di Hatay, al confine con la Siria, risalirebbe a circa 2400 anni fa.

Si pensa che potesse decorare il pavimento della sala da pranzo di un'abitazione nobile e potrebbe essere stato realizzato nella città greco-romana di Antiochia. Noto agli studiosi come lo "scheletro spericolato", il protagonista del mosaico non è l'unico esemplare al mondo: ne esiste anche una versione - meno raffinata - risalente al I secolo dopo Cristo e proveniente dall'area vesuviana

Un tempo i politici provavano vergogna e facevano bene

Corriere della sera
di Sergio Rizzo

In passato anche da noi e e oggi in altri Paesi, c’è chi si dimette per i suoi errori Dovremmo riscoprire questo sentimento che moralizza senza moralismi



«Se un’ intera nazione sperimenta davvero il senso di vergogna è come un leone accovacciato pronto al balzo»: lo scriveva Karl Marx in una lettera al filosofo Arnold Ruge, 173 anni fa. L’elogio della vergogna come baluardo dell’etica pubblica precede dunque di un po’ quelle parole tanto scomode dette da Piercamillo Davigo al nostro Aldo Cazzullo a proposito di certi politici: «Non hanno smesso di rubare; hanno smesso di vergognarsi». E non è certo una prerogativa del pensiero marxista. La politologa della Columbia University Nadia Urbinati ricordava qualche anno fa su Repubblica come Giacomo Leopardi avesse anticipato il filosofo di Treviri nell’esaltazione del potere rivoluzionario della vergogna, sentimento a cui lo stesso Giambattista Vico aveva attribuito le origini della responsabilità morale della società.

Ma forse nessuno come Papa Francesco, e ben prima di Davigo, si era scagliato contro «i corrotti», bollati dal pontefice come coloro «che non hanno vergogna». Accadeva tre anni fa, durante una funzione nella cappella di Santa Marta. E perché il messaggio risuonasse forte e chiaro, ancor più di quanto non avesse già fatto nel 2011 il cardinale Gianfranco Ravasi citando la famosa la battuta dell’Amleto di William Shakespeare («Vergogna, dov’è il tuo rossore?»), quel concetto l’aveva ripetuto in un libro, Il nome di Dio è Misericordia, scritto con Andrea Tornielli: «Dobbiamo pregare in modo speciale, durante questo Giubileo, perché Dio faccia breccia anche nei cuori dei corrotti donando loro la grazia della vergogna». Già, la vergogna.

Sulle ragioni per cui quel sentimento sia stato smarrito, si potrebbe dissertare a lungo. Di sicuro c’è stato anche un tempo in cui le cose erano diverse. Il presidente della Repubblica Giovanni Leone si dimise nel 1978 in seguito alla vicenda Loockheed, pur essendone totalmente estraneo. «Le siamo grati per l’esempio», gli scrissero anni dopo in una lettera di scuse i suoi accusatori Marco Pannella ed Emma Bonino. Nel 1993, durante Tangentopoli, i ministri si alzavano dalla poltrona all’apparire dell’avviso di garanzia. Qualcuno anche soltanto all’odore. Lo fecero due ministri delle Finanze, poi riconosciuti immacolati, come Giovanni Goria prima e Franco Reviglio un mese dopo di lui. Il repubblicano Oscar Mammì si dimise addirittura da deputato.

Il suo giornale, la Voce repubblicana, scrisse qualche giorno dopo: «Non siamo ipocriti e in queste ore misuriamo sulla nostra pelle la sferzata di vergogna». Frasi che oggi sarebbe impossibile leggere… Antonio Merlo della Pennsylvania university ha appioppato cinque anni fa il termine «mediocracy» alla nostra classe politica, qualificandola come «la più mediocre che l’Italia abbia avuto dal 1948«. Ed è francamente difficile non vedere una relazione fra questo degrado, la diffusione del malaffare e il progressivo impoverimento di quel senso di vergogna che in tutte le società avanzate rappresenta un formidabile deterrente contro la corruzione.

Ma anche contro comportamenti non etici, sintetizzati così da Davigo: «Dicono cose tipo: “con i nostri soldi facciamo quello che ci pare”. Ma non sono soldi loro, sono dei contribuenti». In Germania il ministro della Difesa Karl-Theodor zu Guttenberg, astro nascente della Cdu, si dimise dopo la scoperta che aveva copiato parte della sua tesi di dottorato, perché «lo scandalo sarebbe ricaduto su tutti i militari». Il ministro inglese dell’Energia Chris Huhne se ne andò «per evitare interferenze con l’incarico pubblico» perché un giornale rivelò che aveva addossato alla moglie una multa per cui avrebbe perso punti della patente.

 In Gran Bretagna il portavoce del parlamento Michael Martin lasciò l’incarico quando scoppiò la bufera delle note spese gonfiate, pur non avendo responsabilità personali. Non l’ha imitato il presidente di quel consiglio regionale del Lazio travolto dallo scandalo dei fondi milionari dei gruppi consiliari, Mario Abbruzzese: nonostante fosse a capo dell’ufficio che distribuiva i quattrini ai partiti. Si è anzi ricandidato ed è stato rieletto. Ora è presidente di una commissione regionale. Il presidente tedesco Christian Wulff gettò la spugna quando si seppe che aveva avuto da un amico banchiere un prestito a tassi di favore. Le sue parole: «Ho fatto degli errori.

C’è bisogno di un presidente che abbia fiducia ampia dei cittadini. Gli sviluppi di questa settimana hanno dimostrato che questa non c’è più». Succedeva all’inizio del 2012, mentre da noi lo scandalo dei rimborsi elettorali usati impropriamente anche per scopi personali della famiglia del leader si abbatteva sulla Lega Nord di Umberto Bossi. Che liquidava la faccenda con un’alzata di spalle: «Non c’è reato. Dei soldi della Lega, la Lega può fare quello che vuole». Seguì un durissimo scontro interno al partito e Bossi si dovette fare da parte. Un mese fa suo figlio Riccardo è stato condannato in primo grado a un anno e otto mesi per appropriazione indebita aggravata. «Pensava fossero soldi di famiglia», ha detto l’avvocato ai giudici. Un pizzico di vergogna forse l’avrebbe evitato.

24 aprile 2016 (modifica il 24 aprile 2016 | 21:31)

Il governo Usa ritira il ricorso per imporre ad Apple di sbloccare un altro iPhone

La Stampa
marco tonelli

Il dipartimento alla Giustizia ha lasciato cadere la richiesta, spiegando che l’Fbi è in grado di accedere ai dati anche senza l’aiuto di Cupertino



Il dipartimento di Giustizia americano ritira il ricorso contro Apple per obbligarla a sbloccare l’iPhone di un indagato legato a un traffico di droga a New York. Lo scorso venerdì, in una lettera inviata al giudice Margo Brodie, il governo ha annunciato di aver ottenuto il codice per sbloccare il dispositivo. L’accesso al sistema operativo del cellulare, secondo la portavoce del dipartimento di giustizia Emily Pierce, è stato possibile grazie all’aiuto di una persona non identificata che ha fornito la password.

La battaglia per obbligare Apple a sbloccare il telefonino è iniziata a ottobre del 2015, e il caso è stato risolto in modo assai diverso rispetto a quello del primo iPhone, per cui il direttore dell’Fbi, James Comey aveva reso noto che la polizia federale Usa ha sborsato 1,3 milioni di dollari a un gruppo di hacker professionisti. Il caso aveva aperto un durissimo braccio di ferro tra la Apple e l’Fbi, con la casa di Cupertino che si era rifiutata di acconsentire alla richiesta del governo americano di sbloccare l’iPhone, sostenendo che così facendo avrebbe creato un pericoloso precedente e messo a repentaglio la privacy di tutti i dispositivi.

Ma non sarà l’ultimo caso, nei mesi scorsi il governo ha inviato ad Apple altre dieci richieste ufficiali per sbloccare altrettanti dispositivi. E lo scontro si allarga anche sul piano legislativo: un progetto di legge bipartisan, presentato lo scorso febbraio al congresso, obbliga i produttori di smartphone a decriptare i dati su richiesta dell’autorità giudiziaria. Una prospettiva, che non piace alle aziende della Silicon Valley. Apple, Microsoft, Facebook e Amazon, ma anche Dropbox, Netflix e Ebay, hanno diffuso una lettera per manifestare il loro dissenso: «costringerà le società a dare priorità all’accesso del governo sopra ogni altra considerazione, compresa la sicurezza digitale». 

Genocidio armeno, la Ue cancella link al tour dopo le critiche di Ankara

Corriere della sera

di Monica Ricci Sargentini

Bruxelles finanzia l'Orchestra Sinfonica di Dresda che da novembre gira il mondo con musicisti turchi, armeni e tedeschi. Ma la Turchia non gradisce e chiede lo stop

L’Orchestra sinfonica di Dresda

Si chiama progetto musicale Aghet il nuovo motivo del contendere tra la libertà di espressione, considerata sacra in Europa e la sensibilità turca, soprattutto quella del suo presidente Recep Tayyip Erdogan. Il progetto dedicato al genocidio armeno dall'Orchestra Sinfonica di Dresda ha infastidito Ankara che ha chiesto alla Commissione Europea di ritirare i finanziamenti. L'agenzia per l'educazione e la cultura della Commissione non ha assecondato la protesta ma, come segno di buona volontà, ha rimosso il link al progetto presente sul suo sito web.

La notizia è stata data dall'agenzia Dpa e dal sito on line di Der Spiegel. Il manager dell'orchestra Markus Rindt ha parlato di "attacco alla libertà di espressione". "Vogliono che nessuno sappia cosa è accaduto 100 anni fa - ha aggiunto Rindt -, Questo è inaccettabile. E' il segnale che il governo turco vuole interferire nella nostra arte e cultura". Il riferimento è al caso, che ha destato grande clamore in Germania e in Europa, del comico Ian Boehmermann denunciato per diffamazione e insulti da Erdogan a causa di una trasmissione andata in onda sulla tv pubblica. Venerdì 16 aprile la cancelliera tedesca Angela Merkel aveva autorizzato la sua incriminazione ed era stata accusata di cedere al ricatto di Ankara per via dell'accordo sui rifugiati.

Da Bruxelles la Commissione Europea ha confermato di aver rimosso il link dal sito perché "preoccupata dalla scelta delle parole" ma la portavoce ha assicurato che un nuovo link sarà presto disponibile. La Commissione Europea finanzia Aghet. con 200mila euro e "l'erogazione della somma non è in discussione". Il progetto è stato lanciato nel novembre del 2015 con una prima a Berlino ed è dedicato alle deportazioni ed eliminazioni di armeni perpetrate dall'Impero ottomano tra il 1915 e il 1916 che causarono tra  800mila e 1,5 milioni di morti. La Turchia si rifiuta di riconoscere il termine "genocidio".

Ad Aghet partecipano musicisti turchi, armeni e tedeschi proprio per dare il senso di una riconciliazione. I prossimi concerti avranno luogo nei prossimi mesi a Belgrado, Yerevan e Istanbul.

24 aprile 2016 (modifica il 24 aprile 2016 | 18:05)

Due migranti contro Papa Francesco: l'accusa più grave (e clamorosa)

Libero

Due migranti contro Papa Francesco: l'accusa più grave (e clamorosa)

Dovevano arrivare in Italia, insieme al Papa. Era la fine di un incubo, mesi e mesi a sfuggire alla morte incalzati dalle truppe dell' orrore dell' Isis. Il loro destino era segnato: essendo cristiani, in Siria, dovevano scegliere di fuggire o di affrontare la morte, se non qualcosa di peggio. Roula e Malek Abo sono fuggiti, sono arrivati a Lesbo, l' isola greca ultima frontiera dei disperati in fuga dalle terre distrutte del Medio Oriente.

Un nuovo inferno, il campo dei profughi. E nuova speranza: il Papa arriva in visita proprio a Lesbo e si diffonde la notizia: porterà con sé alcune famiglie. Roula e Malek sono nella lista dei 12 fortunati, prescelti, del resto sono cristiani, hanno subito tante sofferenze, la salvezza è a un passo... Invece, nulla. Una nuova beffa del destino. Rimangono sull' isola, altri andranno al posto loro. Perché non hanno fatto in tempo a registrare la loro posizione. Un'altra storia amara che arriva da Lesbo, legata alla recente visita papale. La racconta il quotidiano inglese Daily Mail, che appunto ha incontrato i due fratelli siriani e raccolto il loro sfogo, la loro delusione per come si è conclusa, per loro, la visita papale.

A Roula e Abo, dunque, era stata promessa una nuova vita in Italia, ma poi gli hanno detto che non sarebbero potuti salire su quell' aereo. «Se hanno potuto portare via 12 persone», dichiarano al giornale che li ha incontrati, «possono farlo anche per altre persone». I due fratelli hanno spiegato che il giorno prima dell' arrivo del Papa a Lesbo due volontari si sono avvicinati e «ci hanno comunicato che ci avrebbero portato in Italia, di fare le valigie perché sarebbero tornati l' indomani». Solo che il giorno successivo alla coppia è stato detto che il loro posto era stato preso da un' altra famiglia, musulmana.

Il motivo ufficiale è che i due cristiani sono arrivati a Lesbo alcuni giorni dopo la firma dell' accordo tra Ue e Turchia, accordo che di fatto blocca, o comunque filtra molto le partenze dei profughi. «Siamo rimasti molto delusi», ammettono Roula e Malek, «ma siamo felici per le famiglie che sono riuscite a lasciare l' isola, naturalmente». Poi raccontano la loro fuga, le sofferenze che l' hanno resa necessaria: «Hanno ucciso i cristiani a Raqqa, così abbiamo dovuto lasciare la nostra casa». Ora la loro domanda di asilo è ancora in fase di verifica e quindi i due fratelli sono in attesa di sapere se saranno rimandati in Turchia e se il loro destino è ancora la fuga, la peregrinazione, l' incertezza.

Il Papa, nel volo di ritorno da Lesbo, aveva voluto spiegare che la scelta dei profughi da portare in Italia, tutti musulmani, era stata in qualche modo forzata perché per una famiglia cristiana, originariamente sulla lista, c' erano stati problemi di permessi... Intanto, per i dodici fortunati arrivati a Roma e accolti dalla Comunità di Sant' Egidio, è davvero cominciata una nuova vita, per la quale hanno espresso tutta la loro gioia.

«È stata una sensazione incredibile \ perché questo era il nostro grande sogno», ha dichiarato Hasan, 31 anni, progettista di giardini, fuggito dopo che il regime siriano ha cercato di farlo arruolare nell' esercito. Ora è a Roma con il figlio Riad, di due anni, e la moglie, Nour, in un appartamento tutto per loro. Ma a 1.200 miglia di distanza nel campo di fortuna di Lesbo, nel caldo soffocante, tra i ratti, i serpenti e i rifiuti, queste parole forse sembrano delle stilettate.

Comunque, Malek e Roula non vogliono abbandonare la speranza: per oloro, ora il sogno è la Germania, dove vive la loro mamma. Per i cristiani perseguitati in Iraq, in Siria, in tutta la regione, la tragedia si fa ogni giorno più incalzante. E nella tragedia un' altra tragedia: quella degli armeni cristiani.

Il destino vuole che proprio in questi giorni, in cui si celebra il genocidio del 1915 perpetrato in Turchia proprio contro il popolo armeno (oggi ricorre appunto il 101 centenario del massacro), gli armeni cristiani tornino ad essere oggetto di persecuzione e di massacri, in quella Siria dove gli antenati avevano trovato rifugio, e i loro luoghi della memoria sono stati devastati.

Come la Chiesa dei Martiri Armeni a Deir ez-Zor, nella Siria orientale, rasa al suolo dall' Isis. Prima della guerra gli armeni di Siria erano più di 150 mila, la maggior parte viveva ad Aleppo. La comunità armena ha pagato un prezzo alto per il conflitto: almeno 1.000 le vittime e la maggioranza dei sopravvissuti in fuga. Ancora una volta.

di Caterina Maniaci