giovedì 21 aprile 2016

Giorgio Bassani, ecco la vera Micòl

Corriere della sera

di PAOLO DI STEFANO

Nel centenario della nascita dell’autore (1916-2000), torna alla luce il manoscritto del Giardino dei Finzi-Contini: apparteneva all’amica (e musa) Teresa Foscari Foscolo

Teresa Foscari Foscolo(1916-2007)

La scoperta è arrivata nel centenario della nascita ed è di quelle rivelazioni che aggiungono spessore e complessità al lavoro di uno scrittore. Stiamo parlando di Giorgio Bassani, di quattro quaderni cartonati di grande formato, tipo registri contabili (marca Scia). Inoltre, due quaderni dello stesso formato, ma più smilzi e con copertine morbide. I primi, compilati nel recto e nel verso per un totale di circa ottocento pagine, contengono l’intera elaborazione manoscritta de Il giardino dei Finzi-Contini.

Le etichette bianche sulle copertine portano, sotto il titolo dell’opera, i rispettivi anni: 1958-1959, 1960, 1961, 1961 (di sole «correzioni e aggiunte»). Gli altri due quaderni testimoniano ulteriori rifacimenti di numerosi passi senza indicazioni di data. Questo straordinario materiale fu consegnato da Bassani all’amica Teresa Foscari Foscolo con una dedica, datata «Venezia, 17 dicembre 1961» e firmata «Giorgio», che si trova nella controcopertina del primo quaderno e che esprime un enorme debito di riconoscenza: «Cara Teresa, senza il tuo aiuto Il giardino dei Finzi-Contini non sarebbe mai stato scritto. Desidero che questi quaderni restino per sempre con te».

L’incipit della redazione manoscritta con le varie versioni separate
L’incipit della redazione manoscritta con le varie versioni separate

La nobildonna Teresa Foscari Foscolo, coetanea di Bassani (entrambi classe 1916), conobbe lo scrittore negli Anni 50 quando già era operativa sul fronte della salvaguardia di Venezia e della laguna. Attiva a livello nazionale e locale in Italia Nostra, amica di Luigi Zanda e di Massimo Cacciari, era nota come «la contessa rossa», battagliera fino alla fine, instancabile fautrice del Mose, morì nel 2007. Una fotografia la ritrae nel 1966 (l’anno in cui rimase vedova), all’indomani dell’alluvione di Firenze, quando chiamò in laguna Ted Kennedy per richiamare l’attenzione internazionale sui rischi dell’acqua alta.

Probabilmente Teresa e Giorgio si conobbero nell’ambiente di Italia Nostra, di cui Bassani fu tra i fondatori nel 1955 e presidente dal 1965 al 1980. «Una donna colta, libera, spigolosa, faziosa, bellissima»: con questa sfilza di aggettivi Ferigo Foscari descrive la nonna paterna. «Parlava francese benissimo e aveva una biblioteca sterminata, era fiera di aver frequentato il liceo classico Marco Polo, anche se poi non proseguì gli studi. A 19 anni sposò Ferigo, con cui avrebbe avuto due figli, Leonardo e Antonio, mio padre».

All’architetto e storico dell’arte Antonio Foscari e al figlio Ferigo (che porta il nome del nonno) si deve il restauro di Villa Malcontenta, la residenza sul Brenta costruita dal Palladio per i pronipoti del doge Francesco Foscari, riacquistata nel 1974 nonostante le offerte d’acquisto di Peggy Guggenheim. «Ora — dice Ferigo, socio di un grande studio di avvocatura milanese nei pressi del Duomo — la Malcontenta è iscritta nel patrimonio Unesco ed è sede di un centro di ricerca senza finalità di lucro, da cui sono uscite una trentina di pubblicazioni sulla civiltà di Venezia e sulla storia dei Foscari».

Per celebrare il doppio centenario, con lo stesso spirito di mecenatismo, la famiglia Foscari ha ora deciso di consegnare i materiali di Bassani alla Biblioteca comunale Ariostea di Ferrara. Fu nonna Teresa a lasciarli nelle mani del nipote, dopo averli custoditi per decenni, avvolti in una abbondante carta velina, dentro un cassetto della casa di Vienna. La convenzione siglata dal detentore con il Comune e con il Meis (il Museo cittadino dell’Ebraismo) prevede che i quaderni siano esposti negli spazi di quest’ultimo, non appena il restauro dell’ex carcere sarà ultimato (gli studiosi disporranno delle copie digitali).

Dice il presidente Dario Disegni: «Il fatto che le carte di Bassani avranno ospitalità nelle stesse celle in cui lo scrittore fu rinchiuso aggiunge un notevole significato simbolico». Per il prossimo 16 maggio è annunciato l’atto ufficiale di donazione che avverrà presso il ministero dei Beni culturali, presenti il ministro (ferrarese) Franceschini e il sindaco Tiziano Tagliani. Il quale non nasconde l’orgoglio per quella che definisce «la restituzione di Bassani alla sua città».

L’incipit della redazione manoscritta
L’incipit della redazione manoscritta

Non solo per il fondo Foscari, ma anche per l’apertura, in marzo, del Centro studi dentro la trecentesca (appena restaurata) Casa Minerbi. Un archivio di carte, articoli, libri (5.000), oltre ai mobili e ai quadri appartenuti allo scrittore. Artefice Portia Prebys, la compagna di Bassani, la quale ha conosciuto e ammirato Teresa Foscari al punto da ricordarla oggi come «donna piena di spirito, forte e magnanima».

I documenti sono di impressionante valore storico e filologico testimoniando l’intero processo creativo di uno dei capolavori della nostra letteratura novecentesca. Enzo Siciliano ricordava Bassani in via Arenula, nella redazione romana della Feltrinelli, alle prese con la scrittura del Giardino su un «grosso quaderno di computisteria» che teneva in ufficio, leggendone agli amici di passaggio qualche frase. Il romanzo sarebbe uscito da Einaudi nel febbraio 1962 e subito ristampato. Le edizioni successive (1974 e 1980 all’interno del ciclo Romanzo di Ferrara) avranno numerosi ritocchi rispetto all’editio princeps.

Nessuno, però, ha mai avuto accesso alle carte che testimoniano il percorso elaborativo dal 1958 al 1961: la Fondazione Bassani conserva dattiloscritti (corretti a mano) che probabilmente documentano la fase successiva. Scrittura minuta, inchiostro azzurro di stilografica, carte molto tormentate, quelle che vengono alla luce adesso: alle poche pagine iniziali relativamente pulite, seguono fogli colmi di cassature, interventi interlineari, correzioni a margine, inserzioni progressive con nuvole, frecce e rimandi che segnalano spostamenti di interi blocchi.

Frequenti righe separative annunciano il rifacimento, di seguito, del paragrafo precedente: Bassani prova a scrivere un passo e se ne è insoddisfatto tira una riga e lo riscrive sotto (lasciando intatta la vecchia redazione), per poi magari tirare un’altra riga e riscriverlo di nuovo. Quando poi una rilettura successiva impone ulteriori ripensamenti, questi, in mancanza di spazio, vanno a convergere nei due quaderni più sottili. Un lavorio instancabile, che andrà analizzato con attenzione, specie se si pensa che finora la variantistica sul Giardino, in mancanza d’altro, si limitava al confronto tra le successive edizioni a stampa.

Da notare che ai sei quaderni descritti si aggiunge, nel materiale rimasto in casa Foscari, un altro importante documento: un dattiloscritto di una ventina di carte veline intitolato Il giardino dei Finzi-Contini, sottoscritto (e cassato) il titolo La casa sotto l’erba, probabilmente relativo al primo capitolo (uscito con quella titolazione il 31 maggio 1958 su «Il Punto della Settimana: Opinioni e Documenti»). «La prima idea, il primo invito a scrivere qualcosa sui Finzi-Contini — su Micol e su Alberto, sul professor Ermanno e sulla signora Olga, e su quanti abitavano o frequentavano il vasto palazzo di via Ercole I, a Ferrara, fino all’autunno del 1953 —, l’ebbi una domenica di aprile dell’anno scorso».

Questo l’incipit, che somiglia a quello del manoscritto, dove però la variante «corso» sostituisce, in interlinea, «via» (cassato), il che, con altri indizi analoghi, farebbe supporre che il dattiloscritto precede il quaderno. A mo’ d’esempio, si confronti il passo citato con l’incipit consegnato alle stampe, dove le varianti sono già notevoli. Va ricordato tuttavia che il primo testo relativo ai Finzi-Contini venne pubblicato su «Il caffè politico e letterario» del febbraio 1955 con il titolo Il giardino dei Finzi-Contini(Primo appunto): primitiva idea del romanzo in cui il racconto si svolgeva in terza persona e non ancora in prima.

Nel materiale rimasto a donna Teresa c’è poi una seconda bozza Mondadori dell’Airone con nuova dedica datata Venezia 5 settembre 1968: «A Teresa, perché sappia, finalmente, attraverso il povero Limentani, di quale pasta è anche fatto il suo G.». Si sa che il «povero» Edgardo Limentani, protagonista del romanzo, è un avvocato ferrarese, insoddisfatto della propria vita familiare e soprattutto ormai disinteressato alla moglie Nives: dopo una malinconica battuta di caccia finita in una colossale solitaria ubriacatura, si chiuderà in camera per meditare il suicidio.

Perché Bassani lasciò quel regalo alla contessa Teresa? La risposta si ottiene mettendo in relazione l’incredibile valore morale del dono con la importante dedica personale. Secondo Ferigo Foscari, anche sulla base di quanto raccontatogli direttamente dalla nonna e di altre fonti documentali, Teresa è, nella fantasia di Bassani, Micòl Finzi-Contini, la ragazza (nata nel ’16 e anche lei appassionata francesista) con cui l’io narrante fa conoscenza un pomeriggio del 1929, trovandola «affacciata al muro di cinta del suo giardino»: «una tredicenne magra e bionda con grandi occhi chiari, magnetici» che lo invita a scavalcare il muro. «A me piace dire che Teresa è stata per Bassani una musa: glielo ripeteva lo scrittore e il dono del manoscritto, con quella dedica, lo conferma».

20 aprile 2016 (modifica il 20 aprile 2016 | 23:05)

Così il "metodo Travaglio" diventa un corso a pagamento

Felice Manti - Gio, 21/04/2016 - 08:09

In cattedra un gip che spiega come trasformare un verbale in un articolo



La parabola si è compiuta. Il «metodo Travaglio» diventa materia di studio (a pagamento), i magistrati salgono in cattedra e diventano docenti di giornalismo.

Sabato 30 aprile nella redazione del Fatto Quotidiano alla modica cifra di 85 euro ci si potrà finalmente abbeverare alla fonte di quella barbarie giustizialista di cui (finalmente) si sono accorti il premier Matteo Renzi e l'ex capo dello Stato Giorgio Napolitano dopo che le procure hanno dichiarato guerra a Palazzo Chigi. C'è bisogno di nuovi adepti, e la missione apostolare tocca ai giornalisti del quotidiano diretto da Marco Travaglio.

Sei un giornalista di giudiziaria e hai tra le mani delle intercettazioni scottanti (anche se penalmente irrilevanti) ma non sai come scrivere il pezzo? Beh, succede anche nei migliori quotidiani. Ma non ti preoccupare. Te lo spiega un giudice come fare. Al corso di giornalismo interverrà anche Stefano Aprile, Gip del Tribunale di Roma, che dalle 10 alle 11 terrà il modulo «Come usare le intercettazioni», subito dopo la lezione «Avvocati, magistrati, investigatori: i rapporti con le fonti».

Aprile, dice il sito del Fatto sul corso a pagamento, si è occupato di importanti indagini. Quelle riportate sul sito, curiosamente, sono tutte contro il centrodestra. Come quella su Franco Fiorito detto Batman, ex capogruppo Pdl condannato per peculato, o quella sull'ex sindaco di Roma Gianni Alemanni e la «contestata tangente da 500 mila euro pagata per una commessa di 45 filobus», per finire alle indagini che portarono alla chiusura del sito Stormfront, quello dei cattivoni neofascisti.

La lectio magistralis tocca invece alla cronista di giudiziaria del Fatto Valeria Pacelli, dal croccante titolo «Dai tribunali agli studi degli avvocati agli incontri con poliziotti e finanzieri: costruire e mantenere i rapporti giusti». Ma la teoria non basta, ci vuole esercizio. E dunque, compresa nel prezzo, c'è anche l'esercitazione pratica «Come trasformare un verbale in una notizia». È l'ultima metamorfosi del giornalismo giudiziario: non bastava aver trasformato i giornali in ciclostile delle Procure, adesso a scrivere gli articoli ci pensano direttamente i magistrati...

Twitter: @felfauman

C’è del marcio in Svezia: Spotify minaccia di lasciare Stoccolma

La Stampa
stefano rizzato

Una lettera aperta di Daniel Ek e Martin Lorentzon, i fondatori del colosso della musica in streaming, scatena la protesta anche di altre startup



Gli affitti troppo alti, vincoli fiscali opprimenti, una scarsa educazione digitale a scuola. Forse vi consolerà o forse no, ma anche la socialdemocrazia alla scandinava ha le sue magagne. E ce n’è abbastanza per scatenare qualcosa di simile a una rivolta delle startup. Succede a Stoccolma, la capitale svedese patria dell’innovazione e dell’imprenditoria digitale. Tutto inizia una settimana fa, il 13 aprile, con una lettera aperta di Daniel Ek e Martin Lorentzon: i fondatori di Spotify, ovvero il più popolare tra i servizi per la musica in streaming. Il colosso è nato nel 2006 a Stoccolma, ma i due fondatori l’hanno detto chiaro: visti i problemi, sono pronti a lasciare la Svezia. E alle loro rimostranze si sono aggregati altri colleghi di altre imprese innovative, che già hanno programmato per l’11 maggio una manifestazione davanti alla sede del parlamento svedese.

LE LAMENTELE
Per capire la lettera dei due papà di Spotify - pubblicata su Medium - servirebbe un corso accelerato di svedese. Fidandosi di Google Translate, si può comunque arrivare al cuore delle lamentele. Ek e Lorentzon partono dal riconoscere i successi dell’ecosistema startupparo svedese: quello che ha visto nascere e crescere anche Skype, il colosso dei giochi online King, l’importante piattaforma di pagamenti Klarna. Un patrimonio di creatività digitale troppo poco tutelato, secondo i fondatori di Spotify: «La Svezia - chiedono nella lettera - deve decidere che Paese essere: un Paese che crede nella crescita che arriva dalle sempre più numerose imprese innovative, oppure uno che continua a poggiare sull’industria tradizionale?».

Il primo motivo di lamentarsi riguarda il sistema degli affitti. Spotify ha radunato a Stoccolma centinaia di dipendenti di 48 nazioni diverse, costretti a destreggiarsi in una città che ha norme molto rigide e crea poche nuove unità abitative. Con il risultato che gli affitti restano troppo esosi. La seconda criticità è legata all’istruzione: Ek e Lorentzon chiedono che la scuola svedese inizi a coltivare il talento informatico già da subito, insegnando a programmare fin dalle elementari. Il terzo problema è più fiscale e tecnico. In Svezia non è possibile pagare i dipendenti - in parte - anche in stock option: cioè secondo un sistema molto diffuso in Silicon Valley, che permette ai lavoratori di acquisire azioni della società. I fondatori di Spotify criticano e chiedono di cancellare anche la proposta di legge pronta per la materia, rea di mettere comunque troppe restrizioni. 

STARTUPPER IN RIVOLTA
La minaccia di Ek e Lorentzon diventa poi esplicita: «Amiamo la Svezia - spiegano in conclusione - e crediamo che sia il miglior ambiente per noi. Ma non possiamo magicamente rimuovere gli ostacoli politici. Solo due delle grandi startup svedesi restano indipendenti, le altre sono state vendute ad aziende americane. Il successo richiede cambiamenti e azioni veloci. Chi non lo capisce viene presto sorpassato. Vale anche per leggi e politiche: senza una svolta subito, Stoccolma e la Svezia rimarranno indietro sulla competizione globale. E migliaia di ‘Spotify jobs’ andranno negli Stati Uniti».

In realtà, già da qualche anno Spotify ha spostato la sua sede fiscale in Lussemburgo, mentre quella operativa resta (per ora) a Stoccolma. E dal 2000 la Svezia ha visto sbocciare ben sette «unicorni», cioè startup da oltre un miliardo di dollari di valore. Ma a quanto pare non è abbastanza. E chissà, forse vedremo, in riva al mar Baltico, il primo sciopero degli startupper.

Io, italiana scappata dalle mani del Califfato"

Anna Rossi - Mer, 20/04/2016 - 12:38

Repubblica ha intervistato Laura Passoni che ha vissuto per otto mesi tra le fila del Califfato. Tutto è partito dalla sua conversione all'islam



Si converte all'islam prima di sposare il suo futuro marito e insieme decidono di unirsi all'Isis: ecco il racconto choc di una donna italiana.

Lavoravano nello stesso supermercato a Jumet, un piccolo centro nei pressi di Cherleroi. Lei è Laura Passoni, 30 anni con un figlio di 4 avuto da una relazione precedente. Raggiunta dall'inviato di Repubblica, ha raccontato il suo incubo durato otto mesi: la donna è entrata nelle fila del Califfato tra il 2014 e il 2015.

La donna è cittadina belga, ma di origini italiane, i suoi genitori si sono trasferiti in Belgio nel Secondo dopoguera. Un giorno Laura, sul posto di lavoro, ha conosciuto Oussama Rayan, un uomo di origini tunisine. Tra i due è nato l'amore e Laura ha deciso di cambiare la sua religione per poi sposarsi con lui. Poi, insieme fanno una drastica scelta: quella di unirsi all'Isis, trasferendo la famiglia in Siria, vicino ad Aleppo.

"Lui mi ha messo in testa tutte quelle cose sull'Isis, ma la loro propaganda è fortissima e ci sono cascata. Mi sono radicalizzata, vedevo il Califfato come l'unico posto giusto per i veri musulmani" - racconta la donna a Repubblica -. Non sono stata costretta, sono stata convinta. Andammo in crociera a Smirne, in Turchia, e da lì raggiungemmo il confine con la Siria. L'Isis non ci ha fornito documenti, ma avevamo trovato un appartamento. Non c'erano tasse da pagare, la sanità era gratuita e usano cure mai viste in Europa. La vita però era molto cara, e i soldi erano pochi" - spiega Laura.

"Abitavo ad Al Bab con mio marito e mio figlio, nel governatorato di Aleppo. Nel palazzo non potevo lavorare, mi era vietata qualsiasi cosa. Dovevo solo occuparmi di casa e figli. Non potevo uscire di casa o andare su internet senza la presenza di un uomo, mi sono sentita subito prigioniera. Non mi sono mai state fatte violenze, ma obbedivo nel terrore che potessero prendere mio figlio. Era tutto l'opposto di quello che prometteva la propaganda del Califfato, e a un certo punto realizzai che non volevo che mio figlio diventasse un terrorista" - continua Laura.

La donna non ha voglia di raccontare come è riuscita a scapapre da quell'inferno, spiega soltanto che riuscì a comunicare di nascosto via sms con i genitori e da lì è partito tutto. Per la giustizia belga ci fu una trattativa con alcuni jihadisti in Turchia che fecero da intermediari per farla tornare a casa con i suoi figli. ( Laura, durante la permanenza in Siria, ha avuto un figlio dal marito).

Arrivata in Belgio, il tribunle le ha tolto per tre mesi i figli, affidandoli ai nonni, e l'ha condnnata a cinque anni di carcere con la condizionale. In più, deve pagare una multa di 15 mila euro. Le è stato anche proibito l'uso dei social network e ogni sua comunicazione è intercettata. Oggi Laura, nonostante la condanna che pende su di lei, è di nuovo una donna libera in confronto alla schiavitù vissuta sotto il Califfato.

La donna ha potuto anche riabbracciare i figli e partecipa agli incontri di associazioni di familiari di foreign fighter. L'ultima riunione si è svolta nel quartiere-simbolo di Molenbeek, proprio dove ha incontrato il giornalista di Repubblica. La donna ha concluso la sua intervista con un messaggio per tutti coloro che sono affascinati da quel mondo: "Se avete intenzione di partire, non fatelo. Vi illudono che vivere sotto l'Isis sia perfetto, ma non è così, e una volta lì è quasi impossibile tornare indietro. Io sono stata molto fortunata, ma ho comunque rovinato la mia vita. Prima di prendere decisioni, parlatene sempre con qualcuno e non fatevi fare il lavaggio del cervello".

Addio al cane Matusalemme. Era il più vecchio del mondo

Oscar Grazioli - Gio, 21/04/2016 - 08:31

Il pastore Maggie aveva circa 30 anni. La scienza ha allungato la vita anche ai piccoli amici: consigli per accudirli da anziani



La morte di Maggie, il cane più vecchio al mondo di cui si abbia notizia, sfata ancora una volta la tradizionale credenza che la comparazione dell'età tra cane e uomo sia di uno a sette. Se così fosse dovrebbero esistere persone di oltre 200 anni di età, mentre la più longeva di cui si abbia sicura documentazione è Jeanne Calment, francese, morta nel 1997 all'età di 122 anni e 164 giorni.

Maggie era un Australian Kelpie (un cane da Pastore australiano), razza di media taglia, rara da noi, ma comune nella nazione dei canguri, derivante dal Collie (più noto come «Lassie»), là introdotto dagli inglesi e incrociato con il Dingo, il cane selvatico australiano per eccellenza. Per quanto non esista una documentazione ufficiale dell'età di Maggie, visto che il suo proprietario ne ha smarrito il certificato di nascita quando era cucciolo, egli però ricorda bene che suo fratello minore Liam, aveva quattro anni, quando acquistarono Maggie. Ora l'uomo ha 34 anni. I conti sono facili.

Brian McLaren, il padrone di Maggie, produce prodotti caseari nella sua azienda agricola e ne ha confermato la morte a un giornale locale. «Maggie, aveva 30 anni» ha detto al giornalista «e passeggiava ancora da sola la scorsa settimana. Andava dall'azienda all'ufficio, ringhiando ai gatti. Sembrava ancora in buona forma, quando ha avuto un crollo due giorni fa. Sono uscito la mattina e quando sono tornato per pranzo ho pensato che ormai era giunta la sua ora. Sono triste, ma, allo stesso tempo sollevato, che se ne sia andata così velocemente senza soffrire».

Se l'età di Maggie non può essere provata ufficialmente, quella di Bluey, cane da pastore morto anche lui in Australia nel 1939 all'età di 29 anni, lo è. Ci sono i documenti a dimostrarlo. Personalmente ho visto, in provincia di Cremona, un cane meticcio di piccola taglia che era ancora in vita a 22 anni accertati e diversi altri che avevano varcato la ragguardevole soglia dei 20. La scienza medica ci ha allungato notevolmente la vita, costringendoci però troppo spesso a pagare un prezzo inaccettabile e non mi riferisco soltanto al costo delle sei compresse al giorno per alleviare dolori psicofisici e alle altre sei per limitare gli effetti collaterali delle prime.

Allo stesso modo, la scienza medica veterinaria, ha allungato la vita dei nostri beniamini e qui si pone una riflessione sottile che mi sento l'obbligo di fare, come veterinario di lungo corso che, al loro benessere, ha dedicato gran parte della vita. Fino a quando la vita non presenta loro un conto sproporzionato tra quanto gli possiamo dare e quanto gli possiamo togliere, vivano accanto a noi rendendoci felici e onorati della loro ineffabile compagnia.

Dovrà essere nostra cura aiutare il cardiopatico a fare le scale (o a non farle per niente), sopportare una pipì in più sul pavimento, capire che a 18 anni le artrosi si fanno sentire anche per loro e scema la voglia di andare a scorrazzare nei prati, non sgridarli se incespicano su oggetti nuovi perché la vista gli vien meno, non pretendere che scovino i tartufi come un tempo perché anche l'olfatto ha una sua «durata».

Sono dei vecchietti e se non soffrono inutilmente, lasciamo che si godano il loro inverno, magari assieme al nostro. C'è una sola cosa che gli possiamo togliere, con il nostro sfrenato egoismo: la dignità di vivere. E questa è una delle peggiori violenze che noi, persone «normali», possiamo infliggere loro.

Addio Maggie, ora è venuto il momento di riposare davvero.

La cultura si mangia

La Stampa
massimo gramellini



Mani di bambini protese ad arraffare libri come se fossero pagnotte. Certe scene possono giusto succedere in qualche borgo desolato dell’Afghanistan. Ma procurano pur sempre una scossa al cuore. Come quell’uomo, che è chiaramente un angelo. Si chiama Saber Hosseini e durante la settimana fa il maestro a Bamiyan, in una scuola di città. Il sabato e la domenica inforca la bici e pedala per le mulattiere di un Paese in guerra fino ai villaggi non lambiti dall’istruzione, per insegnarvi a leggere e scrivere. Nella cesta del suo bolide infila una mestolata di libri: poeti locali, ma anche traduzioni del «Piccolo Principe» e del «Richiamo della foresta». La volta successiva ritira quelli già letti e ne consegna degli altri. Un portatore sano di immaginazione.

Pare che il virus sia contagioso. I bambini divorano le storie e aspettano il ritorno del maestro per raccontargliele e fare il pieno di nuove avventure. Lui non ci guadagna niente. Anzi, utilizza una parte del suo stipendio e di quello di alcuni suoi colleghi per rimpolpare la biblioteca itinerante. In realtà ci guadagna le facce dei piccoli alunni quando lo vedono arrivare. Dice che non hanno prezzo.

I supermarket buttano tonnellate di cibo, ma la metà è ancora commestibile

La Stampa
maurizio tropeano

Viaggio nell’impianto di compost tra ammassi di verdure, pane e formaggi



Ci sono i numeri dello spreco di cibo. E fanno impressione: 5 milioni e mezzo di tonnellate l’anno, 12 miliardi buttati al vento in Italia. Ma il potere evocativo dei dati (fonte Politecnico di Milano con Fondazione banco alimentare) è poca cosa di fronte a quello delle immagini: «Lo vede? È un pezzo di formaggio ed è ancora commestibile». Luca Rossi, direttore dell’Ipla (Istituto per le piante e per l’ambiente del Piemonte), ha ragione: su quel pezzo di toma non c’è alcuna traccia di muffa. Anche la crosta, a prima vista, è quasi perfetta. E non ha l’odore di un cibo andato a male. Peccato, però, che non si possa più mangiare. 

Luca Rossi ha preso il latticino da un ammasso di rifiuti organici provenienti dalla grande distribuzione e scaricata per terra nell’aia di stoccaggio dell’impianto di compost gestita dalla società Territorio e Risorse alle porte di Santhià, in provincia di Vercelli. Ci sono baguette, pane casereccio di ogni forma e dimensione; filoni integrali e alle noci. E poi tranci di pizza rossa e bianca («È ancora morbida, si poteva recuperare»), formaggio stagionato, peperoni, sedani, limoni, mele. Ottocento chili, forse una tonnellata.

Osservare tutto quel cibo scartato fa star male ed è ancora peggio quando Rossi, con occhio esperto, si china per raccoglierne qualche campione e dimostra che è ancora buono. Mentre il direttore di Ipla parla, il suo presidente, Igor Boni, in una decina di minuti, e senza scavare dentro l’ammasso, raccoglie prodotti che avrebbero potuto essere conservati in frigo e poi essere cucinati. «Non hanno un brutto aspetto dopo due viaggi dentro i compattatori». 

Siamo nel Vercellese ma Ipla fa verifiche negli altri impianti del Piemonte e «la storia si ripete». Anche nel resto d’Italia. Quanto cibo scartato potrebbe essere recuperato? «Più o meno la metà» spiega Boni. Il direttore è più cauto, ma ammette: «Una parte significativa di questo cibo avrebbe potuto non finire qui». Il sedano bianco non sembra aver risentito di questo viaggio, nemmeno melanzane e zucchine. «Vengono scartati - spiega Rossi - per rispettare obblighi di legge o perché vengono giudicati inadatti per la vendita. Ma anche se non hanno un bell’aspetto si possono ancora mangiare». Basta recuperarlo. Per Rossi è un circolo virtuoso dove ci guadagnano tutti, anche la grande distribuzione che potrebbe risparmiare riducendo i rifiuti da smaltire.

Qualcosa si sta già facendo. «In Italia - spiega il ministro delle Politiche agricole Maurizio Martina - recuperiamo ogni anno 550 mila tonnellate di cibo che viene distribuito a milioni di persone in difficoltà». Il Parlamento ha approvato una legge in materia e promette di recuperare un milione di tonnellate entro l’anno. Un passo avanti, sicuramente. Ma c’è un problema. Il Politecnico di Milano ha studiato gli sprechi della filiera. Si parte dai campi dove si butta, a causa della deperibilità, il 34% del prodotto. Il ministero afferma di recuperare 300 mila tonnellate di ortofrutta l’anno. L’1% è legato alle lavorazioni industriali mentre il 14 agli scarti della grande distribuzione. Il consumo domestico pesa per il 47%. E in questo non serve una legge ma l’educazione alimentare. 

Svizzera, niente cittadinanza «Non stringono la mano alle donne»

Corriere della sera

di Marta Serafini

Stop alla naturalizzazione di una famiglia musulmana, i due figli si sono rifiutati di toccare le maestre alla fine della lezione

Il padre dei due ragazzi, l’imam I.S. (Foto  Basler Zeitung)
Il padre dei due ragazzi, l’imam I.S. (Foto Basler Zeitung)

Fino all’autunno dell’anno scorso Therwil era il tipico paesino svizzero del Cantone Basilea Campagna. Diecimila anime, una chiesetta con un bel giardino e tanti prati verdi. Niente di più lontano dalla Siria e dalle moschee del Medio Oriente. Ora però Therwil è diventato il simbolo dello scontro tra diverse culture e religioni.

Ieri le autorità di Basilea hanno sospeso il processo di naturalizzazione di due adolescenti, 14 e 16 anni e dei loro familiari. E il motivo è di quelli destinati a far discutere. I due ragazzini si sono rifiutati di stringere la mano alle maestre, nonostante la consuetudine svizzera che impone agli alunni a fine lezione di ringraziare con questo gesto gli insegnanti, Per la Basler Zeitung e il Corriere del Ticino, la famiglia dei due ragazzi aveva depositato la domanda di naturalizzazione il 4 gennaio.

Le carte sembravano in regola. Il padre aveva ottenuto l’asilo nel 2001 e la famiglia viveva a Ettingen da anni. Poi in autunno, il gesto dei due fratelli alza il polverone. Convocati dai dirigenti scolastici, i due hanno spiegato che loro non possono proprio rispettare la consuetudine svizzera perché se lo facessero trasgredirebbero al precetto che vieta ai musulmani di toccare un’altra donna, all’infuori della moglie. «Faccio così perché l’ho sentito in un sermone su YouTube», ha dichiarato uno dei due.
Prese alla sprovvista le autorità scolastiche hanno esonerato temporaneamente gli alunni dalla stretta di mano.

Poi, come da procedura, hanno contattato i vertici cantonali per sapere come regolarsi. Ma le acque non si sono calmate, anzi. Sulla stampa svizzera sono montate le polemiche. La direttrice della scuola Christine Akeret ha spiegato al quotidiano Blick di aver pensato inizialmente a una sospensione o a una multa. «Non sapevamo cosa fare». «Es geht nicht! È inaccettabile, non è così che mi immagino l’integrazione», ha tuonato in tv la consigliera federale Simonetta Sommaruga. «Allora non stringessero la mano nemmeno ai maschi», ha protestato un’insegnante. Sull’altro fronte invece il Consiglio centrale islamico svizzero ha confermato che la stretta di mano tra uomini e donne è proibita.

«Dopo gli attacchi di Colonia, alla vigilia di Capodanno, è stato chiesto ai musulmani di mantenere le distanze dalle donne, ora chiedono di avvicinarsi a loro», ha scandito ai media svizzeri il portavoce Qaasim Illi. Unici a cercare di gettare acqua sul fuoco quelli della Federazione delle organizzazioni islamiche elvetiche che hanno spiegato: «La stretta di mano tra insegnanti e studenti non è un problema per i musulmani»..Anche la Svizzera, insomma, è finita a discutere e si è spaccata come successo in Germania dopo la vicenda di Colonia. Fino a ieri, quando le parole si sono trasformate in fatti.

E la procedura per la cittadinanza svizzera dei due ragazzi si è bloccata, come confermano al Corriere della Serale autorità federali. «Si tratta di una procedura comune, quando mancano dei dettagli o si vogliono fare degli approfondimenti», sottolineano da Basilea. Ora tutti i membri della famiglia verranno interrogati per fare chiarezza sull’accaduto. Ciò che secondo il Corriere del Ticino non è chiaro è se la richiesta di naturalizzazione riguardi o meno tutta la famiglia, composta da otto membri.

È il padre stesso, imam della moschea Faysal di Basilea, ad aver ammesso con la stampa di aver rimandato in Siria le due figlie prima che completassero il ciclo di studi. Ed è il Basler Zeitung ad aver ricostruito la storia di questo 54enne. I.S, di origini siriane. scappa in Libano nel 1981 per sfuggire al regime di Assad padre, per i media svizzeri l’uomo sarebbe un sostenitore dei Fratelli musulmani. Successivamente si trasferisce prima a Dubai e poi in Arabia Saudita dove diventa imam. Fino al 2001, quando approda in Svizzera dove ottiene asilo politico. Qui fa il meccanico (abusivo), fa jogging, gli piace sciare. Si integra insomma. E tutto fila liscio. Fino a quando i suoi figli non si sono rifiutati di stringere la mano alla maestra.

martaserafini
20 aprile 2016 (modifica il 20 aprile 2016 | 22:45)

Cella combustibile produce elettricità dall’urina

La Stampa

L’hanno inventata all’Università di Bath, in Gran Bretagna, con il contributo della scienziata italiana Mirella Di Lorenzo



Una cella combustibile che produce elettricità dall’urina, usando zucchero e bianco d’uovo. L’hanno inventata all’Università di Bath, in Gran Bretagna, con il contributo di una scienziata italiana, Mirella Di Lorenzo. Lo riferisce il sito Rinnovabili.it, citando la rivista online Electrochimica Acta.

La cella utilizza un processo già noto, ovvero la produzione di energia elettrica da parte di microbi che mangiano rifiuti. Sono le cosiddette «fuel cell microbiche» (FCM). I ricercatori di Bath hanno usato un catodo fatto con glucosio e ovalbumina, una proteina del bianco d’uovo: un materiale molto più economico del platino usato abitualmente nelle celle.

La batteria è grande solo 6,4 centimetri quadrati e spessa pochi millimetri. Costa solo 2 sterline, 2 euro e 50. Il combustibile scelto è quanto mai economico: semplice urina. A «mangiare» i rifiuti organici della pipì, producendo elettricità, sono batteri dal nome eloquente, come Shewanella putrefaciens o Aeromonas Hydrophila.

Allungando gli elettrodi, da 4 a 8 millimetri, gli scienziati sono riusciti a raddoppiare la potenza, fino a 2 watt per metro cubo, quanto serve a un cellulare. Impilando tre batterie, la potenza complessiva si decuplica.

«Se noi possiamo imbrigliare la potenzialità di questo rifiuto umano, possiamo rivoluzionare il modo in cui l’elettricità è generata - ha spiegato sul sito dell’Università di Bath Mirella di Lorenzo, laureata alla Federico II di Napoli -. Le celle a combustibile microbiche possono giocare un ruolo importante nell’affrontare la triplice sfida di trovare soluzioni che forniscano energia sicura, affidabile ed ecologicamente sostenibile. Non c’è una soluzione unica a questo “trilemma dell’energia”, se non sfruttare appieno tutte le risorse locali disponibili, compresa l’urina».

L’inventore di Telebiella, la prima tv libera: “Adesso trasmetto su internet”

La Stampa
paola guabello

45 anni fa il via: iniziò la fine del monopolio Rai


Ivana Ramella (annunciatrice poi giornalista) con Enzo Tortora e Peppo Sacch

Fu il mito del giornalista-eroe dei film americani a creare il precedente. Nell’epoca del Rischiatutto, della tv che divertiva e istruiva, un cameraman-regista quarantenne, d’origini comasche ma trapiantato a Biella, dopo i passaggi in Rai e alla tv della Svizzera Italiana, buttò il cuore oltre l’ostacolo.

E mandò in onda Telebiella. La guerra a colpi di cavo che Peppo Sacchi, in nome della libertà di informazione, ha combattuto ebbe inizio 45 anni fa, il 20 aprile quando l’emittente ribelle fu registrata. Era la prima televisione privata italiana a infrangere il monopolio di viale Mazzini, ma navigò da subito in un mare agitato.

L’OBIETTIVO
«Le motivazioni furono tante. Più di tutti mi “rovinarono” i film di Frank Capra dove i giornalisti dicevano la verità ed erano degli eroi. Ero un bambino e pensavo che fare informazione fosse bellissimo. Una “maledizione” che mi presi da piccolo e che ancora oggi mi porto dietro. Fu la necessità di riempire quegli spazi che la “tv generalista” non aveva a farmi imbarcare nell’avventura. Le notizie locali, gli avvenimenti, gli artisti, avevano diritto di usare quel mezzo come i cittadini di fruirne. Oggi ci sono i social ma all’epoca avevamo due canali Rai, la Svizzera, Capodistria e Montecarlo per chi li vedeva». 

Telebiella venne registrata in tribunale il 20 aprile 1971 come «Giornale periodico a mezzo video»; un anno dopo, il 6 aprile, iniziò a trasmettere; nel giugno del 1973 gli emissari del governo Andreotti irruppero negli studi e misero i sigilli, complice il nuovo Codice Postale che stabiliva sanzioni durissime per le tv libere. Ma intanto in tre anni la rivoluzione era diventata inarrestabile: Sacchi, infatti, non si arrese e nel 1976 la Corte Costituzionale, grazie al pretore Grizi che sollevò l’eccezione d’incostituzionalità, legalizzò le trasmissioni radio-televisive via etere. Sul carro salirono in tanti, da Antenna Tre a Tele Milano, poi arrivò la Fininvest di Berlusconi.

COME FUNZIONAVA
Il cavo serpeggiava nei condomini della città, dove c’erano apparecchi tv collegati. La squadra era formata da Sacchi, sua moglie, Ivana Ramella, Enzo Gatta e Adriano Gandolfo. L’Unione Industriale, grazie al presidente Frignani e al direttore Forconi, diede manforte offrendo lo spazio per un vero studio.

Dibattiti e spettacoli, il tg, una regia per le riprese e una per la messa in onda, archivio, redazione, sala trucco. Un automezzo-regia con tre telecamere per gli esterni. Le carte erano in regola, perfino la Costituzione (l’articolo 21, che riconosce a tutti il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione) era dalla loro parte. E non mancavano i sostenitori illustri da Enzo Tortora a Bruno Lauzi fino a un esordiente Ezio Greggio appena maggiorenne. 

«Sono passati 40 anni dalla sentenza - conclude Sacchi - Ho 83 anni e non sono ancora in pensione. Ivana ed io abbiamo insegnato questo mestiere a tanti. Ho un sistema mio di raccontare le cose e continuo a farlo perché di quella “maledizione” non mi sono ancora liberato. Ora trasmetto su www.telebiella.it per i piemontesi nel mondo».

Dai broccoli cinesi al basilico indiano: ecco la lista dei cibi più contaminati

La Stampa

La black list è stata redatta sulla base delle analisi condotte dall’Agenzia europea per la sicurezza alimentare (Efsa)



I broccoli cinesi, il prezzemolo del Vietnam e il basilico dell’India. Eccolo il podio dei cibi più contaminati contenuti nella black list presentata oggi da Coldiretti a Napoli. Il primato va ai broccoli cinesi con la quasi totalità dei campioni risultati irregolari (il 92%) per la presenza di residui chimici. A seguire, nella speciale classifica, c’è il prezzemolo del Vietnam con il 78% di irregolarità rilevate e il basilico dall’India, fuori norma in ben sei casi su dieci.

La «Black list dei cibi più contaminati» è stata redatta sulla base delle analisi condotte dall’Agenzia europea per la sicurezza alimentare (Efsa) nel rapporto 2015 sui residui dei fitosanitari in Europa ed è stata presentata al Palabarbuto di Napoli in occasione della mobilitazione promossa da Coldiretti con migliaia di agricoltori italiani scesi in piazza con i propri trattori a difesa della dieta mediterranea e contro le speculazioni low cost.

La conquista della vetta della classifica da parte della Cina non è un caso poiché il gigante asiatico anche nel 2015 ha conquistato il primato dell’Ue nel numero di notifiche per prodotti alimentari irregolari perché contaminati dalla presenza di micotossine, additivi e coloranti al di fuori dalle norme di legge. Su un totale di 2967 allarmi per irregolarità segnalate in Europa, ben 386 (il 15%) - precisa la Coldiretti - hanno riguardato il gigante asiatico che in Italia nello stesso anno ha praticamente quintuplicato (+379%) le esportazioni di concentrato di pomodoro che hanno raggiunto circa 67 milioni di chili nel 2015, pari a circa il 10% della produzione nazionale in pomodoro fresco equivalente.

Se nella maggioranza dei broccoli cinesi è stata trovata la presenza in eccesso di Acetamiprid, Chlorfenapyr, Carbendazim, Flusilazole e Pyridaben, nel prezzemolo vietnamita - sottolinea la Coldiretti - i problemi derivano da sostanze come Chlorpyrifos, Profenofos, Hexaconazole, Phentoate, Flubendiamide mentre il basilico indiano contiene Carbendazim che è vietato in Italia perché ritenuto cancerogeno.

Nella classifica dei prodotti più contaminati elaborata alla Coldiretti ci sono però anche le melagrane dall’Egitto che superano i limiti in un caso su tre (33%), ma fuori norma dal Paese africano sono anche l’11% delle fragole e il 5% delle arance che arrivano peraltro in Italia grazie alle agevolazioni sull’importazione concesse dall’Unione Europea. Con una presenza di residui chimici irregolari del 21% i pericoli - continua la Coldiretti - vengono anche dal peperoncino della Thailandia e dai piselli del Kenia contaminati in un caso su dieci.

I problemi riguardano anche la frutta dal Sud America come i meloni e i cocomeri importati dalla Repubblica Dominicana che sono fuori norma nel 14% dei casi per l’impiego di Spinosad e Cypermethrin. È risultato irregolare - sottolinea la Coldiretti - il 15% della menta del Marocco, un altro Paese a cui sono state concesse agevolazioni dall’Unione Europea per l’esportazione di arance, clementine, fragole, cetrioli, zucchine, aglio, olio di oliva e pomodori da mensa che hanno messo in ginocchio le produzioni nazionali. L’accordo con il Marocco - precisa - è fortemente contestato dai produttori agricoli proprio perché nel Paese africano è permesso l’uso di pesticidi pericolosi per la salute che sono vietati in Europa.

L’agricoltura italiana - conclude - è la più green d’Europa con 281 prodotti a denominazione di origine (Dop/Igp), il divieto all’utilizzo degli Ogm e il maggior numero di aziende biologiche, ma è anche al vertice della sicurezza alimentare mondiale con il minor numero di prodotti agroalimentari con residui chimici irregolari (0,4%), quota inferiore di quasi 4 volte rispetto alla media europea (1,4%) e di quasi 20 volte quella dei prodotti extracomunitari (7,5%).

Buon compleanno Vespa!

La Stampa
Giulia Ticozzi

Icona del made in Italy, star del cinema (Da «Vacanze romane» a «Caro diario») e compagna di viaggio di moltissime generazioni di italiani, dal dopoguerra ad oggi. La Vespa, lo scooter più famoso del mondo, compie 70 anni: era il 23 aprile 1946, infatti, quando venne registrato il brevetto del progetto, che l’imprenditore Enrico Piaggio aveva affidato all’ingegnere aeronautico Corradino D’Ascanio. L’origine del nome rimane incerta, ma pare che derivi da un’esclamazione dello stesso Piaggio, che quando la vide disse, per via del suono del motore e del design della carrozzeria: «Sembra una vespa!»













Dopo l’alcolimetro, arriva negli Usa lo strumento per scoprire chi usa lo smartphone alla guida

La Stampa
lorenzo longhitano

La proposta di legge nello stato di New York prevede l’uso di un dispositivo in grado di estrarre uno storico delle operazioni dai telefoni di chi è coinvolto in incidenti stradali



Da sempre l’alcool è annoverato tra le cause principali degli incidenti stradali in tutto il mondo, ma nel corso degli anni ha iniziato a condividere il primato con un altro fattore: l’uso del telefono cellulare alla guida, che con l’arrivo degli smartphone è arrivato a livelli endemici. È da questi presupposti che ha preso le mosse una recente proposta di legge, formulata nello stato di New York, che potrebbe dotare le forze dell’ordine di una strumentazione speciale in grado di determinare se un guidatore responsabile di un incidente abbia usato il telefono alla guida.

Il dispositivo in grado di permettere rilevazioni di questo tipo è sviluppato da Cellebrite, azienda israeliana finita (erroneamente) sotto i riflettori poco tempo fa durante il contenzioso tra FBI e Apple per il caso dell’iPhone di San Bernardino, e funziona, almeno nei principi, in modo abbastanza elementare: estraendo dal telefono interessato i registri del sistema operativo, è in grado di consegnare nelle mani degli investigatori uno storico delle operazioni svolte dal guidatore nei momenti precedenti la collisione del veicolo. I dati ottenuti, confrontati con le tempistiche dell’incidente, darebbero modo di capire se il guidatore fosse distratto da un sms o da altre attività online poco prima dell’impatto.

Lo strumento verrebbe impiegato per determinare le circostanze degli incidenti più e meno gravi direttamente sul campo ma il software, specifica la proposta di legge, sarebbe tarato per mascherare i dettagli delle operazioni rilevate: messaggi, numeri di telefono, fotografie e dati sensibili non verrebbero toccati. Anche in caso la proposta di legge passasse, il test potrà comunque essere evitato; rifiutarsi potrà portare però all’immediato ritiro della patente di guida.

Opposizioni

La Stampa
jena@lastampa.it


Roberto Calderoli (s) e il Presidente del Consiglio Matteo Renzi in Senato durante la discussione in Aula delle mozioni di sfiducia al Governo

Come disse Nanni Moretti: «Continuiamo così, facciamoci del male».

Divorzio veloce tramite procura? Si può

La Stampa

Anche davanti all’Ufficiale di Stato Civile i coniugi – così come potrebbero munirsi di procura speciale davanti al Giudice – possono avvalersi della rappresentanza di un procuratore speciale e, in virtù della stessa, svolgere, in luogo del rappresentato, tutte le attività che questi dovrebbe porre in essere al cospetto dell’autorità amministrativa. Ad affermarlo è il Tribunale di Milano con un decreto del 19 gennaio 2016.



Intervenuta la pronuncia di separazione da parte del Tribunale, una coppia di coniugi ha attivato il procedimento amministrativo per ottenere lo scioglimento del loro matrimonio. Benché la richiesta fosse stata consensuale, uno dei due coniugi, residente in Cina, ha manifestato la propria volontà non personalmente ma a mezzo di un procuratore speciale, designato con procura consolare.

L’ufficiale di Stato Civile ha rigettato la richiesta «poiché il marito non era personalmente presente alla lettura dell’atto consensuale» come invece previsto dalla legge. I coniugi hanno impugnato allora il provvedimento di rigetto davanti al Tribunale di Milano, competente per territorio, che ha accolto il loro reclamo.

La questione sottoposta al Tribunale. Partendo dalla constatazione del dato letterale della norma (che prevede che l’Ufficiale di Stato Civile riceve la dichiarazione di volontà di procedere al divorzio «da ciascuna delle parti personalmente») il Tribunale si è chiesto se sia ammissibile, nel “divorzio amministrativo”, il ricorso alla rappresentanza volontaria, concludendo per la soluzione affermativa sulla base di due ordini di considerazioni.

La rappresentanza nel matrimonio e nel suo scioglimento. In primo luogo il Tribunale ha ricordato che, nel nostro ordinamento, è ammesso sia contrarre matrimonio a mezzo procuratore speciale, quando per esempio uno dei futuri sposi risieda all’estero sia chiedere lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio.

Le agevolazioni dei nuovi procedimenti. In secondo luogo, il Tribunale chiarisce che, essendo l’obiettivo della normativa «garantire procedure alternative al servizio pubblico di Giustizia, istituendo delle misure semplificate tese ad incrementare il tasso di degiurisdizionalizzazione», dette procedure alternative devono assicurare agli utenti le stesse possibilità di quelle giurisdizionali e devono distinguersi per semplificazione.

Contrasterebbe dunque con la finalità dell’istituto negare ai coniugi che intendono accedere alla procedura semplificata del “divorzio amministrativo” la facoltà di farsi rappresentare da un procuratore speciale, facoltà riconosciuta ai coniugi che, invece, intendono accedere alla procedura del divorzio “giurisdizionale”.

Sulla base di tali argomenti Il Tribunale ha accolto il ricorso stabilendo che «dinnanzi all’ufficiale di Stato Civile i coniugi – così come potrebbero munirsi di procura speciale davanti al Giudice – possono avvalersi della rappresentanza di un procuratore speciale e, in virtù della stessa, svolgere, in luogo del rappresentato, tutte le attività che questi dovrebbe porre in essere al cospetto dell’autorità amministrativa» e ha ordinato al Sindaco di dare corso al procedimento instaurato dai coniugi.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Il buco di Montesarchio: dalle Forche Caudine alla voragine di cemento

Corriere della sera

di Sergio Rizzo – CorriereTv

Nel paese del Sannio celebre per l’umiliazione subita dalle legioni romane nel 321 a.c. volevano costruire un gigantesco ascensore nella roccia. Fra le 868 nostre opere pubbliche incompiute, forse la più sorprendente

«Furono fatti passare sotto il giogo innanzi a tutti i consoli, seminudi, poi subirono la stessa sorte ignominiosa tutti quelli che rivestivano un grado. Infine le singole legioni. I nemici li circondavano armati, li ricoprivano di insulti e di scherni…».



Con queste parole Tito Livio ha tramandato nelle sue Storie la più grande umiliazione che il potentissimo esercito di Roma abbia mai subito. Quella delle Forche caudine, che i sanniti al comando di Gaio Ponzio Telesino imposero ai romani nel 321 avanti Cristo. Più di duemilatrecento anni dopo, a pochi chilometri di distanza da quel luogo storico, la stessa umiliazione subisce il buonsenso: costretto a passare non sotto un giogo, ma dentro un buco di cemento profondo cinquanta metri che secondo un piano mai completato avrebbe dovuto ospitare un gigantesco ascensore.

L’elenco delle opere incompiute italiane, 868 secondo le ultime rilevazioni, è sterminato e sorprendente. Ma fra tutte le sorprese possibili quella che offre Montesarchio, un magnifico borgo della Valle Caudina, nella provincia di Benevento, è certo la più sconcertante. Lo storia comincia molti anni orsono, quando la Campania si trova in piena emergenza spazzatura. Il presidente della Regione e commissario per i rifiuti, Antonio Bassolino, è alla disperata ricerca di posti dove mandare l’immondizia che traboccava a Napoli. E fra le possibili destinazioni salta fuori Montesarchio, dove c’è una vecchia cava che sembra fatta apposta.

In cambio, come “compensazione” per il danno ambientale, arriva al Comune un sacco di soldi. Con sei milioni in un Paese di 13.518 abitanti si possono fare molte cose. Per esempio si può restaurare il centro storico, che è un piccolo gioiello medievale, ma decisamente malandato. Oppure si possono sistemare le strade e migliorare i servizi… O magari bonificare l’area intorno alla torre, un sontuoso esempio di fortificazione medievale edificata a partire dal settimo secolo, poi destinata a prigione politica dove furono rinchiusi alcuni oppositori dei Borbone come Carlo Poerio.

Insomma, potrebbe essere una vera manna: anche perché i conti del municipio non sono poi così smaglianti. Quando nel 2013 arriva il nuovo sindaco Franco Damiano, ex consigliere provinciale del Partito democratico già seguace di Ciriaco De Mita, fra i vincitori delle elezioni c’è chi non esclude perfino di dover dichiarare il dissesto per lo stato in cui versano i conti lasciati dalla vecchia amministrazione.

Che anziché impiegare i soldi della spazzatura per interventi necessari come la bonifica della rocca assediata da una boscaglia degradata, iniziativa per la quale dobbiamo ora ringraziare l’abnegazione dei volontari che si sono autonominati «Sentinelle della torre», progettano di costruire un enorme ascensore per portare la gente dal centro storico al piazzale della stessa torre, una cinquantina di metri più in su. Perché là sopra c’è un museo, anzi, un polo museale.

Nella torre, aggrappata allo sperone di roccia da cui si domina una vista che toglie letteralmente il fiato, edificata a partire dal settimo secolo, c’è un oggetto che da solo vale il viaggio a Montesarchio. E’ un vaso attico che porta la firma del celebre ceramista di Paestum, Assteas. Ritrae una delle scene più famose della mitologia greca, il ratto di Europa, ed era stato trovato una quarantina d’anni fa a Sant’Agata dei Goti.

L’autore del ritrovamento l’aveva venduto per un milione di lire (e un maialino, narra la leggenda) a un mercante d’arte che a sua volta l’aveva ceduto al Getty museum per 380 mila dollari. Finché i carabinieri non l’hanno riportato in Italia, una decina d’anni fa. Nemmeno quel vaso, però, giustifica un’assurdità come questa.

La cabina dovrebbe correre dentro un tunnel verticale senza aperture coprendo un dislivello pari all’altezza di un palazzo di quasi venti piani. E siccome l’ascensore parte dalle viscere della rocca, i passeggeri sarebbero costretti per raggiungerlo a percorrere a piedi un altro tunnel orizzontale, molto più stretto, che si può imboccare da un piccolo slargo affacciato su un vicolo stretto e assai malridotto. Ma ogni descrizione non rende bene l’idea: per capire la follia che ha generato un’opera del genere bisogna vedere con i propri occhi. Sempre che di follia, poi, si trattasse.

Già, perché un bel giorno spunta un progetto per realizzare un albergo diffuso con i fondi europei, e i soliti dietrologi sospettano che il vecchio sindaco, imprenditore re dei prefabbricati e famoso per il marchio Okite che spopola sui mercati internazionali, volesse rivalutare anche grazie a quell’assurdo ascensore un pezzo del centro storico nel quale avrebbe, dicono, alcuni immobili. Malignità alle quali non vogliamo credere.

Di sicuro, però, quel progetto europeo è esistito, anche se non è andato in porto. Come non è andato in porto, finora, nemmeno l’ascensore. In cinque anni si riesce a fare soltanto quel buco, imponente, che ora fa bella mostra di sé sul piazzale della torre.

Poi succede l’imponderabile: il titolare dell’impresa, Pietro Mollica, finisce nei guai in seguito a un’inchiesta giudiziaria e per la sua ditta che aveva rastrellato appalti in tutta Italia da Roma a Venezia c’è l’amministrazione straordinaria. Il Comune, che nel frattempo dal centrodestra di Izzo è passato al centrosinistra di Damiano, rescinde il contratto e decide di procedere a una “rimodulazione”. Non più un faraonico ascensore, ma una scala con un piccolo montacarichi per disabili. Di tappare semplicemente il buco, non se ne parla.

Oltre ai denari necessari per farlo, si dovrebbero restituire allo Stato e all’Europa quelli giù spesi per bucare, e si parla di oltre un milione. La ragione? Il progetto finanziato è quello di un ascensore e un ascensore, magari un po’ più piccolo, dev’essere comunque fatto. La burocrazia non ammette cambi di rotta, anche se è solo una questione di puro buonsenso. Quello che non ha mostrato, evidentemente, non solo chi ha partorito l’idea, ma neppure chi non ha fatto niente per ostacolarla, a cominciare dalla Soprintendenza. Toccava prima di tutti a lei fare la sentinella della torre, invece dei bravi volontari di Montesarchio. E meno male che ci sono loro.