martedì 19 aprile 2016

Il software di Hacking Team agita l’America Latina

La Stampa
carola frediani

L’uso dello spyware da parte di alcuni Stati sarebbe illegale e a volte diretto contro oppositori politici, sostiene un rapporto



Il software di Hacking Team torna a far discutere in America Latina. A due giorni dalla pubblicazione di un resoconto in spagnolo da parte dell’hacker che aveva rivendicato l’attacco informatico dello scorso luglio a discapito dell’azienda italiana produttrice di software di intrusione e sorveglianza, esce ora un rapporto (in spagnolo) firmato dall’organizzazione latino-americana per i diritti digitali Derechos Digitales che dettaglia l’uso di tale software nei vari Paesi della regione. La tesi del report è che molti di questi Stati avrebbero violato o forzato le proprie leggi per utilizzare lo spyware prodotto da Hacking Team. Non solo: in alcuni casi il documento - firmato dall’avvocato Gisela Perez de Acha - accusa alcuni governi di aver impiegato questo strumento contro oppositori politici e giornalisti.



«Come vedremo, quando la tecnologia di sorveglianza non è espressamente regolata, si apre la porta all’instaurazione di pratiche autoritarie nella regione, pratiche che operano al margine della legge», scrive l’organizzazione per i diritti digitali.

Di quali Paesi stiamo parlando? Brasile, Cile, Colombia, Ecuador, Honduras, Messico e Panama hanno comprato licenze per l’uso di RCS, il software prodotto da Hacking Team, scrive il rapporto. Mentre Argentina, Guatemala, Paraguay, Perù, Uruguay e Venezuela erano quanto meno in trattativa. I contratti andati in porto sono passati attraverso degli intermediari, in particolare le aziende Robotec (per Colombia, Ecuador e Panama) e NICE Systems (per Colombia, Honduras e Guatemala). Ma quali sono gli aspetti più critici secondo gli estensori del report?

ECUADOR
Secondo il rapporto e secondo l’Associated Press, il software di Hacking Team sarebbe stato usato dal governo ecuadoregno contro Carlos Figueroa, un oppositore del governo di Rafael Correa. Si tratta di un medico e attivista, che nel 2014 è stato condannato a sei mesi di prigione per “ingiurie” al presidente. Non solo: secondo una analisi tecnica condotta da alcuni ricercatori del progetto Tor ci sarebbero tracce dell’uso di RCS da parte dell’Ecuador contro una serie di organizzazioni legate all’opposizione al governo Correa.

Insomma, il governo “spia attivamente oppositori e attivisti sul suo territorio attraverso la Segreteria Nazionale dell’Intelligence (SENAIN)”, scrive il rapporto. La SENAIN avrebbe comprato il software tramite Robotec (e la filiale Theola) per 535mila euro più 75mila di mantenimento annuale.

MESSICO
«Il Messico vive una seria crisi dei diritti umani», scrive il rapporto. «Otto delle dieci autorità che hanno comprato RCS non avevano il potere di esercitare attività di sorveglianza». E ancora: «In un contesto marcato da sparizioni forzate, tortura, impunità e violenza contro i giornalisti, il governo messicano appare come il cliente più importante di Hacking Team a livello mondiale, con un totale di 5.808.875 euro per l’acquisto di 15 licenze», attraverso l’impresa intermediaria SYM Servicios Integrales.

L’agenzia di intelligence CISEN da sola ha chiesto 2074 permessi giudiziari per usare il software. Al di là di questo, scrive il rapporto, nello stato del Puebla, il governo avrebbe usato questo software «per spiare oppositori politici e giornalisti», come il politico di opposizione Ernesto Cordero e alcuni giornalisti.

Inoltre, sostengono i legali di Derechos Digitales, la Costituzione stabilisce che solo le autorità federali o i pubblici ministeri statali possano chiedere a un giudice di intercettare le comunicazioni. Dunque il software comprato dagli Stati di Jalisco, Querétaro, Puebla, Campeche e Yucatán sarebbe illegale.

«Allo stesso modo, la Petroleos Mexicanos (PEMEX) è una azienda statale che si dedica all’estrazione di risorse energetiche e non ha il potere di intercettare comunicazioni», scrive il report. Anche la PEMEX risulterebbe infatti tra i clienti secondo la documentazione uscita online (mai confermata né smentita dall’azienda) dopo l’hack.
 
PANAMA
A Panama la storia dell’uso di RCS è a dir poco rocambolesca. A voler comprare il software (per 750mila euro) sarebbe stato lo stesso ex presidente Ricardo Martinelli che, indipendentemente dal software di Hacking Team e per altre vicende è poi finito sotto giudizio davanti alla Corte Suprema, accusato di aver intercettato illegalmente decine e decine di persone tra avversari politici, sindacalisti e dissidenti. Il report ricorda che dopo l’elezione del nuovo presidente Varela, le postazioni e le apparecchiature usate per gestire il software di intrusione sono andate “perdute”, o meglio sparite (il sospetto è che se le siano portate via gli uomini di Martinelli). Una sparizione che aveva preso di sorpresa e in contropiede anche gli stessi dipendenti di Hacking Team.

HONDURAS
Il report ricorda come l’Honduras - attraverso la Direzione Nazionale di Investigazioni e Intelligence (DNII)- avrebbe comprato RCS attraverso NICE Systems e un “particolare” e controverso intermediario, il noto mercante di armi Ori Zoller.

IL COMMENTO DI HACKING TEAM
«Quanto riferito nel report e il fatto che alcuni Stati non potessero usare il nostro software è sostanzialmente l’opinione di questi attivisti, che hanno una loro agenda e non mi pare si basi sulla legge; inoltre nessuno ha sollevato azioni legali al riguardo», ha commentato alla Stampa Eric Rabe, portavoce di Hacking Team.

Il report - che passa in rassegna anche altri Paesi, tra cui la Colombia - ricorda infatti che nessun Paese interessato ha aperto finora indagini su tutti gli aspetti citati, ad eccezione di Panama dove l’autorità anticorruzione sta conducendo un accertamento sulla sparizione del materiale. E dove l’avvocato Alvin Weeden ha presentato una denuncia per una serie di reati (tra cui violazione della privacy e della corrispondenza) contro un gruppo di funzionari panamensi, contro dei rappresentanti della Robotec e pure contro una manciata di dipendenti di Hacking Team.

Da computer a console portatile, la rinascita del Commodore 64

La Stampa
dario marchetti

Grazie a una campagna di crowdfunding, lo storico computer casalingo potrebbe tornare in versione riveduta e corretta. Con tanto di modello tascabile



Commodore Pet, Vic 20, Amiga, 64: nomi storici dell’elettronica e dei videogame d’altri tempi, ormai perduti nel vortice della nostalgia. Almeno fino a pochi giorni fa, quando un gruppo di giovani britannici si è messo in testa l’idea di creare una versione contemporanea del vecchio Commodore 64, conservandone l’estetica retrò ma ricreando da zero l’architettura interna per adattarla alle necessità del videogiocatore moderno.

The 64, questo il nome del prodotto, è stato appena lanciato sulla piattaforma di crowdfunding IndieGogo: leggermente più piccolo e sottile del suo antenato, il nuovo pc è in grado di leggere le vecchie cartucce ma anche di acquisire dati attraverso una scheda SD o una pennetta USB, mentre audio e video non passano più attraverso la vecchia presa scart ma da una più comoda connessione HDMI.



La squadra dietro al progetto assicura che oltre alla possibilità di rigiocare le vecchie glorie, presto saranno annunciati diversi titoli creati appositamente per la nuova console. Tanto che oltre alla versione casalinga, la campagna di crowdfunding propone anche un modello portatile, da acquistare separatamente per avere a portata di tasca le centinaia di titoli usciti su questa vecchia gloria dell’elettronica. Attenzione però: a differenza di quanto successo con lo smartphone (italiano) targato Commodore, per il quale erano stati acquistati i diritti di utilizzo del marchio, il nuovo 64 è un modello completamente non ufficiale. Per acquistarlo servono circa 140 euro, e le prime spedizioni, al netto di eventuali ritardi, partiranno a dicembre 2016.

Spunta l'appello per colonizzare l'Italia. "Islamici, venite: è semplice restare"

Libero

Spunta l'appello per colonizzare l'Italia. "Islamici, venite: è semplice restare"

"Musulmani venite in Italia". È il messaggio apparso sulla pagina FB del gruppo Rumiya Al-Mawu’da dopo l’annuncio del passaggio delle norme anti-moschea in Veneto. "Se la comunità islamica in Italia fosse più forte e numerosa questo non sarebbe successo", prosegue il post. Ma non è tutto. Nel medesimo post, nella stessa "chiamata alle armi" del mondo islamico, il gruppo ricorda a tutti i musulmani che in Italia "è semplice restare". Una buona ragione per invaderci.

La truffa degli iPhone: il messaggio che vi chiede di cambiare le credenziali ID Apple

Libero

La truffa degli iPhone: il messaggio che vi chiede di cambiare le credenziali ID Apple

Se sul vostro iPhone avete ricevuto un messaggio che vi avverte che il vostro ID Apple sta per scadere, state all'erta: è una truffa. Nelle ultime settimane molti utenti Apple sono stati contatti da presunti tecnici del colosso hi-tech di Cupertino: in vista della scadenza (falsa) dell'account, i truffatori chiedono le credenziali di identificazione e dati personali come nome, cognome, data di nascita e, come spesso accade in questi casi, anche i numeri delle carte di credito. Ma dietro a questi messaggi, simili ad iTunes, si nasconde l'ennesimo raggiro informatico. Trucco virtuale, fregatura reale.

Internet e il diritto all'oblìo: Google è giudice di se stesso

repubblica.it

dal nostro corrispondente FEDERICO RAMPINI

Dopo la sentenza di due anni fa della Corte di Giustizia Europea, inchiesta del New York Times che rivela: il motore di ricerca, su 418 mila richieste di cancellazione di contenuti, ne ha "accolte" soltanto la metà. E i tribunali non possono farci nulla

Tra l’Unione europea e Google è una sorta di guerra permanente. Dalle accuse di elusione fiscale, a quelle di abuso di posizione monopolistica, un contenzioso ampio oppone le autorità di Bruxelles al colosso californiano. Uno dei passaggi-chiave nell’escalation della tensione, fu la celebre sentenza della Corte di Giustizia europea (13 maggio 2014) sul “diritto all’oblìo”, che impose proprio a Google delle regole a tutela della privacy, ben diverse da quelle in vigore negli Stati Uniti.

Ma oggi un’inchiesta del New York Times sostiene che quella sentenza non ha affatto ridimensionato Google. Al contrario, ha reso il gigante dell’economia digitale ancora più potente di prima. Google si sarebbe trasformato nel tribunale di fatto, che giudica l’ammissibilità delle richieste di cancellare questa o quella informazione dal cyber-spazio.

Per capire la conclusione a cui giunge oggi il New York Times, bisogna fare un passo indietro, e tornare a quella sentenza di due anni fa. Che affrontò il problema della “memoria che non scompare”. Una decisione per molti versi storica. Accolta con reazioni contrastanti, da una parte e dall’altra dell’Atlantico. Al centro della sentenza, c’è una questione di grande importanza, cioè la capacità di Internet di preservare per sempre qualsiasi informazione su di noi, anche se sbagliata ed eventualmente calunniosa. Oppure vera, ma comunque lesiva della reputazione.

Cosa stabilì la Corte di giustizia europea? Che abbiamo un “diritto all’oblìo, a essere dimenticati”, e che Google in particolare deve rispettarlo. La sentenza si applicava a Google in particolare, perché nasceva dal ricorso di un cittadino spagnolo che chiese la cancellazione di un link (ovvero “legame”: è la breve citazione che noi clicchiamo e ci porta al contenuto integrale). Quel link, dal motore di ricerca Google portava ad una condanna di bancarotta da lui subìta anni prima. L’importanza del pronunciamento dei giudici costituzionali è erga omnes: si applica a tutti, sul territorio dell’Unione europea. La Corte ha stabilito che se un cittadino lo chiede, Google deve togliere dal suo motore di ricerca dei contenuti dannosi o lesivi della sua reputazione.

La Corte considera Google responsabile, anche se si limita a fornire dei link che portano a contenuti elaborati da altri: giornali, blog, archivi giudiziari, social network. Già prima di quella sentenza, Google riceveva in media cinque milioni di richieste a settimana, per la cancellazione di contenuti che sono protetti da copyright (esempio: brani musicali o film su YouTube). Ora deve vedersela con un altro genere di richieste: la cancellazione di notizie sgradite, calunniose o diffamanti sul nostro passato; fotografie che ci ritraggono in pose indecenti, insulti contro di noi sui social media, e così via.

La distanza tra Europa e Stati Uniti, in termini di cultura giuridica, è diventata ancora più ampia dopo questa sentenza. In America il Primo Emendamento della Costituzione protegge la libertà di espressione in un’accezione così estesa che non ha probabilmente eguali al mondo, cancellare contenuti da Internet è molto difficile.

Ma la rivoluzione europea, che sulla carta doveva imporre doveri a Google, si è trasformata in un boomerang. L’inchiesta del New York Times rivela che in questi due anni Google ha svolto il ruolo di un vero e proprio tribunale, esaminando 418.000 richieste di “oblìo e cancellazione”. Al ritmo di 572 al giorno. Ed è Google ad avere deciso, come un giudice, quali richieste approvare: meno della metà. La ragione di questa delega è facile da intuire: le authority nazionali sono oberate di lavoro, non parliamo dei tribunali. Dunque dopo aver preso una decisione “rivoluzionaria”,

l’Europa si accontenta che sia Google a stabilirne l’applicazione, a decidere in quali casi le richieste sono legittime e in quali no. Google è diventato il giudice di se stesso, con la tacita tolleranza di quelli che dovevano imporgli limiti e doveri.

La robot delle caverne

La Stampa
massimo gramellini



Le mejo teste maschie della Cina - scienziati, ingegneri, inventori - lavorano per anni al progetto di un robot rivoluzionario. Ci gettano dentro tanto di quel denaro che basterebbe a ripianare un paio di debiti pubblici della vecchia Europa. Utilizzano le tecnologie più avanzate, i materiali più sofisticati. Infine partoriscono quanto di più prossimo all’essere umano sia mai stato fabbricato da un essere umano. Jia Jia, graziosa China Girl che sembra viva e non solo nell’aspetto: dialoga, ride, arrossisce persino, muovendo le labbra in sincronia con quello che dice… Già, ma che cosa dice? Ecco le prime, storiche parole da lei rivolte al suo ideatore, Chen Xiao Ping, durante la presentazione alla stampa.

«Sì, mio signore, cosa posso fare per te?».

Se l’hardware che fa muovere Jia Jia è da terzo millennio, il software che la fa parlare rimane orgogliosamente aggrappato all’età della pietra. Perché passano le ere, ma il sogno neanche troppo segreto del maschio (orientale?) resta invariato: farsi servire e possibilmente riverire da una femmina devota e sottomessa. Faticando ormai anche loro a reperirla nella realtà, i cinesi hanno pensato bene di fabbricarsela. Si attende con una certa curiosità la contromossa delle scienziate. 

Mongolia, il mistero della mummia con le scarpe da tennis

La Stampa
Autore: salvo cagnazzo

Un corpo di 1500 anni è stato rinvenuto sui Monti Altaj. Ma qui si trova anche la "Principessa Ukok", di 2500 anni fa...

Altay: Multinskoe Lake

PERCHE' SE NE PARLA Una mummia risalente a 1.500 anni fa è stata rinvenuta sui Monti Altaj, una catena montuosa dell'Asia, a più di 2800 metri sul livello del mare. Sembrerebbe trattarsi di una donna, le cui spoglie sono rimaste quasi intatte grazie alle basse temperature della zona. Sono stati scoperti, oltre a questa donna, i resti di un cavallo, una sella, una briglia, un vaso, una ciotola di legno e alcuni capi d'abbigliamento. "Si tratta di una scoperta sensazionale, perché è la prima sepoltura turca rinvenuta in tutta l'Asia centrale", ha spiegato B. Sukhbaatar, ricercatore del Museo Khovd. Nel frattempo nel web le sue calzature fanno il giro del mondo: le tre bande laterali sembrerebbero molto simili alle famose scarpe da tennis Adidas. E c'è addirittura chi parla di viaggi nel tempo...

PERCHE’ ANDARCI Una grande meta per chi ama la natura più selvaggia e incontaminata: la Repubblica dell'Altai è circondata da Mongolia e Kazakistan. Altissime le sue montagne, tra le quali spicca il Belukha, 4.500 metri. Sull'Altai si possono distinguere all'incirca quattro diverse zone di vegetazione: il subdeserto di montagna, la steppa di montagna, la foresta di montagna e la regione alpina. A livello di fauna, roditori, uccelli, stambecchi, orsi e leopardi delle nevi. Tra i siti turistici più gettonati, i Monti d'Oro dell'Altai, patrimonio Unesco, e il Lago Teletskoe.

DA NON PERDERE A proposito di misteri, presso il museo Anokhin di Gorno-Altaysk, la capitale della Repubblica dell'Altai, potrete scoprire la famosa mummia della "Principessa di Altai" o "Principessa Ukok": si tratta del corpo mummificato di una donna, tra i 20 e i 30 anni, rinvenuta nel 1993 in un tumulo funerario tipico della Cultura kurgan, e morta 2500 anni fa.  Secondo la leggenda il ritrovamento sarebbe legato ad una maledizione, per via dei numerosi incidenti alla squadra archeologica e ad altre disgrazie che avrebbero colpito questa regione. Sulle sue braccia si notano perfettamente anche alcuni tatuaggi.

PERCHE’ NON ANDARCI Visitare questi territori non è facile, per via dei collegamenti complicati o inesistenti: non esiste una linea ferroviaria che aiuta a scoprire la regione, e conviene affidarsi ai tour organizzati locali, ma facilmente rintracciabili su internet. La parte nord è più semplice da visitare, ma per raggiungere il cuore di questa terra non potrete affidarvi al solo intuito. Un viaggio-esperenziale sull'Altaj è organizzato almeno 2 volte all'anno da Voyages Illumination.

COSA NON COMPRARE Souvenir tribali e poco altro ancora, se non volete ripiegare sulla classica tazza che scrive "I love Altai". Se ci state davvero pensando, data la bellezza di questi posti, meglio ripiegare sulla classica cartolina.

Bertinotti: la sinistra è morta solo la Chiesa sta cercando di reagire

Corriere della sera

L’ex segretario di Rifondazione comunista, la religione e il rapporto con Julián Carrón leader spirituale di Comunione e liberazione: «In Cl ho ritrovato un popolo»



MILANO «L’eutanasia del movimento operaio ha disperso la memoria di cosa è stato il dialogo con il mondo cattolico». Fausto Bertinotti parte da qui, rievocando il Togliatti del discorso ai cattolici a Bergamo nel 1963 e le esperienze post conciliari degli anni Sessanta, per spiegare in quale contesto nasce il rapporto con Julián Carrón, leader spirituale di Comunione e liberazione. L’ex segretario di Rifondazione comunista, marxista non pentito, la scorsa estate è intervenuto al Meeting di Rimini e in queste settimane ha partecipato in diverse città (le ultime Imola e Cremona) alla presentazione del libro del successore di don Giussani, La bellezza disarmata.

Da cosa nasce il suo interesse per il mondo cattolico?
«Bisogna affacciarsi sull’abisso per scongiurare il pericolo. Oggi il rischio di una catastrofe è avvertito solo dalle coscienze più radicali, sociali e religiose. La politica, invece, si è chiusa in una corazza di ovatta che le impedisce di vedere. Quella che avanzo è una nuova istanza di dialogo con un mondo che ha tanto da dirci».

Quale è stato, per dirla alla don Giussani, il suo «nuovo inizio»?
«Due anni fa scrissi un libro, frutto di una conversazione con don Roberto Donadoni (direttore editoriale di Marcianum), che intitolammo Sempre daccapo. La mia parabola parte da quel libro, che aveva la prefazione del cardinal Gianfranco Ravasi, e arriva a una settimana fa con un dibattito con l’arcivescovo di Bologna Matteo Zucchi, un incontro tra posizioni radicali, avvenuto, pensate un po’, dentro un palazzo occupato…».

Ma c’è stato anche altro.
«Sì, ho accettato l’invito da parte di alcuni vescovi, come quelli di Nola e Ascoli, a parlare dell’enciclica Laudato sii».

Il rapporto più stretto è nato con Comunione e liberazione. Perché?
«L’incontro è nato nel quadro della crisi di civiltà di cui ho detto, con una economia che spinge sempre più l’acceleratore sulla disumanizzazione del lavoro. Per uscirne serve un dialogo tra diverse fedi. Il problema della politica, se vogliamo vederla da questo versante, è che, distrutte le ideologie si è ritrovata depredata, priva di riferimenti. Il dialogo con chi ha una fede può essere la scintilla che ridà speranza».

Tra lei e Cl chi ha preso l’iniziativa?
«Il primo contatto è avvenuto con i referenti di Cl di Sestri Levante, tre anni fa, per un dibattito estivo. Sembrava uno dei tanti incontri e invece…».

È arrivato l’invito a Rimini.
«Dove ho trovato molto di più e di diverso di quel che mi aspettavo. Anzitutto, il popolo. Ricordo che per Gramsci l’intellettuale può pensare di rappresentare il popolo solo se con questo vi è quella che lui chiamava “una connessione sentimentale”. Lì l’ho trovata».

E cos’altro l’ha colpita?
«La capacità di prevedere il futuro. Valeva per don Giussani ieri (memorabile la sua denuncia della crisi del rapporto tra Chiesa e popolo pur quando le chiese erano piene) come per don Carrón oggi».

I suoi ultimi richiami sono stati forti.
«Anche nel recente intervento sul Corriere (24 marzo), ha ricordato che il cattolico non si deve far scudo del potere temporale ma far prevalere la testimonianza, quella che papa Francesco chiama misericordia. Trovo elementi di similitudine con la crisi del movimento operaio. Anche la sinistra deve riqualificarsi nella società senza far leva sul Parlamento o il governo. Carrón e il Papa mettono l’accento sull’abbandono della corazza del potere. Proprio il rapporto sbagliato con il potere e le istituzioni è causa ed effetto dello smarrimento dell’identità di cui soffre la sinistra».
Forse Carrón è arrivato a queste conclusioni dopo gli scandali che hanno investito uomini vicini a Cl.
«Le sue parole, che a qualcuno non sono piaciute, ci costringono a riflettere sulla natura del potere. E del resto, cosa sta facendo Bergoglio con la Curia? È il movimento operaio che non si interroga per niente. La distanza tra questi due mondi è drammatica».

Sinistra l’è morta?
«Sì, la sinistra politica è morta. Come istanza di uguaglianza continua a vivere nella cultura e nel sociale. E riaffiora nel campo delle nuove forme di organizzazione comunitaria della società (associazioni, movimenti, autogoverno del lavoro). Qui e là rivedo esperienze che mi ricordano quelle delle società di mutuo soccorso e delle leghe territoriali. Segno che un terreno da coltivare c’è».

Si sente folgorato dalla fede religiosa?
«No, questo sarebbe la negazione del dialogo che deve essere tra diversi. Se uno pensa di farsi cooptare vuol dire che non ha identità»

Asciugamani Dyson, gli scienziati: "È una bomba batteriologica"

Claudio Cartaldo - Lun, 18/04/2016 - 18:34

Il sistema per asciugare le mani diffuso in locali e aree di servizio delle autostrade "spara" virus a tre metri di distanza



Bello è bello. E anche funzionale: le mani si asciugano più in fretta del classico asciugamani che getta solo aria calda dall'alto.

Eppure c'è un retroscena che dimostra come il Dyson Airblade non è così igienico. Secondo una ricerca pubblicata da Journal of Applied Microbiology l'asciugamani diffonde nell'aria molti più germi dei suoi predecessori. Per la precisone, riporta Wired, diffonde germi in aria "60 volte in più dei normali asciugamani elettrici e 1.300 volte in più della carta".

Una bomba batteriologica a tutti gli effetti. La ricerca della University of Westmister ha testato i tre metodi di asciugatura con Dyson, i normali asciugamani elettrici e con la semplice carta. Dyson, quindi, spara germi a tre metri di distanza. "La prossima volta che vi asciugherete le mani in un bagno pubblico usando un asciugamani elettrico potreste diffondere batteri senza neanche saperlo - ha detto il direttore della ricerca Mark Wilcox - E potreste anche essere colpiti da microbi provenienti da mani altrui".

Dall'azienda, al momento, nessun commento.

L’avvertimento di Israele a Usa e Russia

Giampaolo Rossi



NON CI PROVATE!


“Il Golan rimarrà israeliano. Per sempre”.

L’annuncio perentorio è stato pronunciato dal Primo Ministro Netanyahu durante la riunione del suo governo che si è svolta simbolicamente proprio nelle alture occupate da Israele nel 1967. L’affermazione di Nethanyau conferma la preoccupazione di Gerusalemme per il nuovo assetto del Medio Oriente che Usa e Russia stanno disegnando con gli accordi a Ginevra sulla Siria. Da diverse settimane l’intelligence israeliana e le fonti diplomatiche avvertono: americani e russi starebbero inserendo una clausola nella prossima convenzione di pace, che prevede la restituzione del Golan alla Siria. Un’ipotesi inaccettabile per Israele che potrebbe spingere una nuova tensione in Medio Oriente.

israel

IL GOLAN
Il Golan fu una delle conquiste israeliane della Guerra dei 6 Giorni; quel conflitto lampo con cui l’esercito di Tel Aviv, nel 1967, frenò l’attacco arabo, annientando in poche ore le forze armate di Egitto, Siria e Giordania, più i rinforzi iracheni. Una delle più incredibili operazioni militari moderne che consentì ad Israele di quadruplicare il proprio territorio strappando (oltre il Golan alla Siria), la Striscia di Gaza ed il Sinai all’Egitto (che riottenne quest’ultimo solo con gli accordi di Camp David) e la Cisgiordania e Gerusalemme Est alla Giordania.

La Guerra dei 6 Giorni rappresentò una delle più umilianti disfatte mai subite dagli eserciti arabi ed è tuttora fonte di frustrazione e di odio verso Israele. In questi decenni, questo lembo di terra ricco di sorgenti d’acqua che si estende fino alle pendici del Monte Hermon (quello della Trasfigurazione di Gesù secondo alcune ipotesi), è stato un territorio strategico per la sicurezza d’Israele; una sorta di area cuscinetto che l’Onu non ha mai riconosciuto allo Stato ebraico ma che Begin decise di annettere ufficialmente nel 1981, scatenando molte reazioni internazionali.

L’AVVERTIMENTO
Israele non si fida più dell’America di Obama; dopo gli accordi sul nucleare con l’Iran che gli israeliani hanno cercato di boicottare fino all’ultimo. Non si fida neppure della Russia di Putin, alleata storica dei suoi nemici Iran, Siria e Hezbollah. Eppure in questi ultimi mesi i vertici del governo e delle Forze Armate israeliane hanno dialogato più con Mosca che con Washington. La ragione è chiara: nel nuovo Medio Oriente, la Russia appare il soggetto più forte e determinato rispetto alla debole e contraddittoria America.

Ed allora, meglio trattare con chi può influenzare i miei nemici piuttosto che con chi non ha saputo difendere gli amici. Certo, come scrive Debka (sito vicino all’intelligence israeliana), “Mosca non è Washington e Israele non dispone di lobby nella capitale russa difendere i propri interessi”. Ma il prossimo viaggio in Russia di Netanyahu servirà proprio a far capire al Cremlino che sulla propria sicurezza, Israele non scherza.

IL SIMBOLO DI GAMALA
Una cosa è chiara: Israele non lascerà mai il Golan e non permetterà che la soluzione della guerra civile siriana e dei conflitti nella regione comportino una modifica dei confini della nazione ebraica. Non a caso Nethanyau ha portato il suo governo a riunirsi a Gamla (Gamala) la città del Golan dove più di 2000 anni fa, gli ebrei resistettero fino alla fine prima di essere sterminati dalle legioni romane. Un avvertimento sulla determinazione che Israele intende adottare.


Su Twitter: @GiampaoloRossi

I rassegnalati

La Stampa
massimo gramellini

Raramente un apologo riassume la disperante anomalia italiana come la storia affiorata ieri nella trasmissione «L’aria che tira» di La7. Il Comune di Roma lancia l’applicazione per telefonini «Io segnalo», che nei piani dei suoi solerti ideatori permetterà ai cittadini di indicare tutto quello che non va: buche, macchine in doppia fila e altri menefreghismi assortiti. L’iniziativa è anche uno sfogatoio e ottiene un successo prevedibile. Alcuni romani ci prendono gusto e cominciano a intasare di segnalazioni virtuose la polizia municipale del loro quartiere. Uno di questi, un ragazzo di nome Andrea, abita al Pigneto.

Ogni giorno gli basta uscire di casa per fare indigestione di parcheggi futuristi sulle strisce davanti a scuola, che lui immediatamente segnala ai vigili tramite l’applicazione. Ma con suo grande dispiacere i vigili non intervengono mai. Finché una mattina lo chiamano, dandogli appuntamento sulla strada. Si presentano in sei a bordo di tre auto e lo apostrofano con la risolutezza degli esasperati: «Siamo pochi e già oberati di lavoro, ci mancavano pure tutte ’ste segnalazioni. Lascia perdere».

Nello sgomento di Andrea ci rispecchiamo un po’ tutti. Un ente locale ti chiede di aiutarlo, tu lo fai e lui ti risponde: lascia perdere. Qualcuno eccepirà che sono stati gli uffici del Comune a promuovere l’applicazione, non i vigili. Peccato che, agli occhi del cittadino, vigili e Comune siano organi dello stesso corpo. Ma in Italia il servizio pubblico è una persona che con la mano ti fa cenno di avvicinarti, poi alza un piede e ti tira un calcio.

L’ultimo cacciatore di capelli: “Un etto di chioma valeva oro”

La Stampa
amedea franco

Elva (Cuneo), il racconto di Ercole: i nostri clienti erano i nobili europei



Ercole Pasero è l’ultimo «cacciatore» di capelli. Ha 89 anni, vive tra le montagne dell’alta valle Maira, nella minuscola Elva, a 1700 metri di altitudine. Da Cuneo ci vuole oltre un’ora per arrivarci. Ma lassù lo spettacolo è impagabile, tanto che due anni fa il paese fu scelto come palco naturale del Concerto di Ferragosto trasmesso dalla Rai.

Una manciata di case in pietra e legno circondano come un abbraccio la parrocchiale, il municipio e la Casa della Meridiana oggi Museo dei «pels» dov’è custodita la straordinaria storia dei raccoglitori di capelli. Chiamati in occitano «pelassier», in piemontese «caviè». Alla fine del XIX secolo ogni inverno lasciavano il paese carichi di chiome fluenti, acquistate, lavate, ordinate per lunghezza e colore, che rivendevano all’estero ai grandi produttori di parrucche. Solo l’arrivo dei capelli sintetici, segnerà la fine di quell’epoca.

DIPLOMA DA CONTABILE
Ercole ha un fisico minuto, che non si addice per nulla al suo nome.

«È stato mio padre, classe 1895, a iniziare me e mio fratello a questo mestiere - racconta Ercole -. Avevo 18 anni e un diploma da contabile. Al posto sicuro in banca preferii il mestiere del «caviè» perché si guadagnava di più. Si andava su e giù per l’Italia a caccia di capelli. Ricordo faticosi viaggi in treno. Lunghe camminate su viottoli e sentieri di Piemonte, Veneto, Friuli, Trentino, perché i capelli delle donne di montagna erano più robusti e quindi più ricercati. Quelli bianchi erano richiesti per le parrucche dei lord. Negli anni ‘50 un etto di capelli valeva quanto un etto d’oro».

IL MUSEO
La storia di Ercole, come quella di altri «caviè» è custodita nel vicino Museo. Varcata la soglia si entra in un mondo che racconta storie di miseria e fatica e testimonia quanto la vita in montagna non sia mai stata facile. «L’inverno paralizzava per lunghi mesi l’attività agricola e le famiglie per non morir di fame dovevano arrangiarsi», racconta. Il mestiere del «caviè» rappresentò per molti capifamiglia una soluzione. Stavano via per mesi. Percorrevano centinaia di chilometri per convincere le donne a tagliarsi i capelli.

In cambio davano loro stoffe o soldi. Bisognava essere svelti di favella. Non era facile persuaderle, soprattutto in quegli anni dove non era uso portare i capelli corti, ma lunghe trecce attorno al capo. Gli stessi mariti non amavano avere una donna con i capelli corti. I «caviè» più audaci ricorrevano al motivetto: «Alè, alè donne dagli occhi belli, bisogna tagliarsi i capelli, è una nuova moda, arriva da Londra e Parigi, vuoi essere ancora più bella?». Il commercio si estese anche ai «pels dal penche» ovvero i capelli raccolti dal pettine. Le donne avevano cura di riporre questi capelli in scatoline e appositi sacchetti nell’ attesa del passaggio dei «caviè».

Nel museo ci sono i quaderni dove i raccoglitori annotavano nome, paese e data dei clienti a cui avevano tagliato i capelli, così l’anno dopo si ripassava. I capelli raccolti venivano portati a Elva dove, donne e ragazze li lavavano, pettinavano con brusche speciali e mazzettavano a seconda della colorazione, della lunghezza e della finezza, in appositi laboratori. A lavorazione terminata le file di trecce venivano messe ad asciugare al sole e poi spedite ai grossisti. Ne nascevano pregiate parrucche per le acconciature di lord, dame aristocratiche, uomini di legge, attrici e le esportavano a Londra, Parigi ed Amburgo. «Bei tempi» e gli occhi di Ercole si riempiono di lacrime. 

Al Sisi a caccia di consensi cerca dei “casi Regeni” in Italia

La Stampa
francesca paci

Sulle tv del Cairo il racconto di un egiziano residente in Italia che accusa: “Qui sono sparite in 10 anni 30mila persone, c’è anche il nostro Adel Moawwad”



E se per uscire dal corner del caso Regeni l’Egitto fosse tentato dal rilanciare mettendo a sua volta sotto pressione l’Italia? I segnali che giungono dal Cairo suggeriscono la controffensiva di Al Sisi, chiamato a evitare l’isolamento internazionale sventolando l’accordo da 1,7 miliardi di euro firmato con Hollande ma anche a contenere la rabbia interna già sfociata nelle proteste di venerdì per le isole cedute a Riad.

Da settimane il presidente egiziano enfatizza la sua amicizia con l’Italia alla quale, per esempio, ripete di non aver mai attribuito responsabilità dirette per la scomparsa da Roma del suo connazionale Adel Moawwad. Il messaggio che anche l’Egitto ha potenzialmente il suo Regeni non ha fatto breccia in Italia ma ne ha fatta in patria, dove capita di sentire i tassisti argomentare di doppio standard. Poi venerdì sera va in onda sull’emittente filo governativa «Ten Tv» un’intervista via Skype con Mohamed Hanout, un egiziano risedente a Roma da 26 anni che a nome della comunità egiziana in Italia ribadisce l’amore tra i due popoli e scongiura il rischio d’incomprensioni.

Così, tanto per spiegare a chi lo ascolta quanto i nostri Paesi siano vicini, racconta che in Italia i casi Regeni sono molti e non si limitano a Adel Moawwad ma che in dieci anni risultano scomparse 30 mila persone tra italiani e stranieri, che le indagini durano mesi se non anni e che ultimamente avvengono «crimini fenomenali come l’assassinio di una ricercatrice in Svizzera».

Interpellato via Facebook e poi al cellulare Hanout ci dice di aver lasciato la sua storica attività di telefonia per studiare diritto internazionale all’università Tor Vergata e di essere stato appena nominato presidente dell’associazione «La Voce dell’Egitto», «un movimento indipendente» nato un anno fa che raccoglie gli egiziani all’estero e vuole costruire pace con i Paesi ospiti come l’Italia. 

Gli egiziani in Italia sono circa 150 mila regolari e forse altrettanti irregolari ma la sua associazione non ha membri, quindi non rappresenta degli iscritti, non ancora almeno, per adesso vuole organizzare attività. Secondo la Coalizione degli Egiziani all'Estero, un gruppo molto attivo nella campagna per la verità su Giulio Regeni, «non c’è una comunità di egiziani in Italia e non si può parlare a nome loro».

Il punto - e Hanout che è un uomo attento lo capisce - è che l’intervista su Ten TV, una delle mille emittenti di poco conto che moltiplicano la voce del regime, suona tanto «ufficiale», indirizzata in arabo ai connazionali e spiegata in italiano con toni più accomodanti: non attacca mai l’Italia direttamente ma rivolgendosi agli egiziani ridimensiona la portata di quello che le autorità del Cairo definiscono da sempre «l’incidente».

Signor Hanout com’è possibile paragonare, come lei ha fatto, lo studioso friulano torturato per giorni prima di essere ammazzato ai tunisini scomparsi nel Mediterraneo dopo essersi imbarcati per raggiungere Lampedusa o il delitto della ricercatrice uccisa a Ginevra? Lui spiega che è vero, non c’entra nulla: «Per carità, nessuna similitudine, non voglio fare confronti, attraverso la «Voce dell’Egitto» porgo ancora una volta le condoglianze alla famiglia Regeni.

Mi sono occupato del caso di Adel Moawwad perché lavoravo in zona Marconi e la famiglia mi ha contattato affinché avvertissi l’ambasciata, con cui sono in buoni rapporti per tutto quanto può aiutare a comunità». Hanout sta organizzando una conferenza stampa per «comunicare con i media, i giuristi e il parlamento italiano sul tema dell’uccisione di Regeni».

Mentre il presidente della Camera dei Rappresentanti egiziano Ali Abdel Aal ribadisce dal Cairo quanto detto dal presidente Al Sisi sul tentativo (interno e esterno) di destabilizzare il Paese la tensione con l’Italia pare destinata a crescere.

Mediterraneo

La Stampa
jena@lastampa.it

E noi quest’estate ce ne andremo felici a fare il bagno tra i cadaveri degli immigrati.

Referendaremo

La Stampa
mattia feltri

Ma tu guarda i giornali come di colpo si sono messi a parlare di referendum!