lunedì 18 aprile 2016

Socci: "Il Papa non parla di quell'eccidio. Perché scorda cinque milioni di morti?"

Libero

I migranti morti nel Mediterraneo dal 2000 ad oggi, secondo calcoli approssimativi, sono stati circa 27 mila.

Antonio Socci e Papa Francesco

È un’orribile tragedia e va fermata. Ma da qui a definirla - come ha fatto ieri papa Bergoglio a Lesbo - «la catastrofe umanitaria più grande dopo la Seconda guerra mondiale» ce ne corre. Debole in teologia l’attuale vescovo di Roma appare debolissimo in storia contemporanea. Basta ricordare una tragedia che Bergoglio dovrebbe conoscere bene: la dittatura militare argentina dal 1976 al 1983 ha fatto circa 40 mila vittime.

Parlando di catastrofi umanitarie dal 1945 ad oggi (ma morti ammazzati, mentre così non è per i migranti), va ricordato il genocidio del Sudan dove, nel 1983, fu imposta la sharia anche a cristiani e animisti: alla fine del 2000, su 30 milioni di abitanti, si contavano quasi 2 milioni di vittime, 4,5 milioni di sfollati, 500 mila profughi all’estero e centinaia di donne e bambini ridotti in schiavitù.
C’è poi l’orrendo genocidio del Ruanda che, nel 1994, fece quasi 1 milioni di vittime su circa 5 milioni di abitanti.

Infine c’è il capitolo comunista su cui Bergoglio glissa sempre. A parte l’Urss (che dal 1917 - secondo le stime minimali - fece 20 milioni di vittime) c’è la Corea del Nord (inferno comunista tuttora funzionante): dal 1950 circa 3 milioni di vittime. E la Cambogia: dal 1975 al 1979 i Khmer rossi hanno fatto 2 milioni di vittime su 6 milioni di abitanti.

Accanto ad altri macelli comunisti dal 1945 in avanti (Africa, Vietnam, Afghanistan, Europa dell’est, Cuba), che hanno fatto anch’essi qualche milione di vittime, c’è il caso più tragico: la Cina.
Dal 1949, quando il comunismo di Mao ha preso il potere, ha fatto più di 70 milioni di vittime. A cui vanno aggiunti gli aborti forzati imposti dal 1979 per la legge sul figlio unico: 300 milioni di “nascite in meno” in 21 anni.

A questo regime comunista - tuttora imperante - Bergoglio tre mesi fa ha lanciato un amorevole messaggio (sotto forma di intervista) che - come scrive Sandro Magister - brilla «per il suo totale silenzio sulle questioni religiose e di libertà» e «per le sue parole sfrenatamente assolutrici di passato, presente e futuro della Cina, esortata a farsi “misericordiosa verso se stessa” e ad “accettare il proprio cammino per quel che è stato”, come “acqua che scorre” e tutto purifica, anche quei milioni di vittime che il papa mai nomina, neppure velatamente».

Avendo taciuto così pure sulle migliaia di persone tuttora nei lager (compresi vescovi e sacerdoti) come può oggi Bergoglio fare la morale agli altri sui migranti? Peraltro - a proposito di aborto - i predecessori di Bergoglio ritenevano una “catastrofe umanitaria” anche l’aborto libero (non forzato come in Cina) introdotto dalle legislazioni dei paesi democratici dagli anni Settanta (sull’esempio dei paesi totalitari).

I dati dell’Organizzazione mondiale della Sanità dicono infatti che ogni anno, in tutto il pianeta, si fanno circa 50 milioni di aborti (la Seconda guerra mondiale in sei anni fece 50 milioni di vittime). In 40 anni dunque siamo ben sopra al miliardo di aborti. Ma questa tragedia non è in cima ai pensieri di Bergoglio come l’emigrazione. Per la quale ama fare esibizioni di bontà “politically correct” (e in favore di telecamera) come quella di Lesbo e (prima) di Lampedusa.

Naturalmente il problema c’è e va risolto. I trattati internazionali stabiliscono che i profughi (che scappano da guerre e persecuzioni) devono essere accolti ed è quello che l’Europa fa.Ma i profughi sono una minoranza e - come hanno ripetuto molte volte i patriarchi delle chiese martiri orientali - desiderano anzitutto tornare nelle loro case.

Sogno impossibile se non si spazza via totalmente l’Isis. Ma come fare? Bergoglio, che si è sempre rifiutato di chiamare per nome - cioè “Stato islamico” - l’autore di quei crimini, è contro interventi di polizia internazionale. Altre soluzioni?

Il Papa potrebbe chiedere all’Arabia Saudita di farsi carico dei profughi provenienti da Siria e Iraq: è un Paese con tantissimo territorio libero, uno Stato con immense ricchezze derivanti dal petrolio ed è anche il centro propulsore dell’Islam, quindi sarebbe tenuto a soccorrere i musulmani. Oltretutto l’Arabia è vicinissima a quelle aree, quindi i profughi potrebbero trovare asilo lì, evitando migrazioni terribili e pericolose.

Lo stesso discorso si potrebbe fare all’Iran che è l’altro Paese confinante, anch’esso super-islamico (sia pure sciita). Ma sia Arabia Saudita che Iran in quella regione sono tra i fomentatori dei conflitti e non tra gli operatori di pace. Perché il Papa non lancia messaggi morali a quei due regimi?

Ci sono poi - accanto ai profughi - i migranti economici. In questo caso il primo diritto da proclamare - come fecero Giovanni Paolo II e Benedetto XVI - è il “diritto di non emigrare”, cioè di non doversi sradicare. Pure i vescovi africani, l’anno scorso, hanno lanciato un appello alle giovani generazioni scolarizzate perché restino nei propri Paesi aiutandone lo sviluppo (oggi l’Africa è un continente in crescita che ha prospettive economiche molto buone).

Il fenomeno dell’emigrazione sconvolge sia Paesi di partenza, sia quelli di arrivo che non sono in grado di sopportare una simile invasione.Oltretutto il traffico di esseri umani è spesso gestito da organizzazioni criminali che si arricchiscono sulla pelle dei migranti e talora portano quei poveretti alla morte.

Perché dunque il Papa non invita anzitutto a scongiurare il fenomeno migratorio invece di pretendere l’abbattimento delle frontiere d’Europa? Non si rischia così di alimentarlo.Secondo certi osservatori, per esempio, il suo tour buonista a Lampedusa nel 2013 probabilmente contribuì a illudere migliaia di persone inducendoli a intraprendere viaggi terribili e a volte mortali.

Il Papa dimostra altrettanta superficialità riguardo all’impatto sull’Europa della marea migratoria. Sottovaluta l’evidenza storica di una difficilissima integrazione (vedi il caso del Belgio). E non considera che certi Paesi come l’Italia hanno già fatto il massimo. Del resto la nostra opinione pubblica - che avverte la crisi economica (l’Italia ha il record europeo della povertà) - trova sconcertanti certi episodi di cronaca che mostrano un eccesso di pretese da parte dei migranti che ospitiamo.

Il problema è soprattutto l’enormità dell’ “invasione”. In una recente intervista Bergoglio è arrivato a dire: «Si può parlare oggi di invasione araba» dell’Europa, «è un fatto sociale». Ma - ha minimizzato - «quante invasioni l’Europa ha conosciuto nel corso della sua storia! Ha sempre saputo sorpassarsi, andare avanti per trovarsi poi come ingrandita dallo scambio di culture».

Colpisce la spensierata superficialità di queste parole. Ancora una volta papa Bergoglio mostra di essere a digiuno di storia. Se parliamo delle invasioni barbariche sono state per l’Europa una vera devastazione: fu spazzato via il millenario Impero romano e il continente sprofondò nel caos, regredendo a uno stato pressoché selvatico.

Ci vollero secoli - e la vigorosa Chiesa dei monaci (non certo quella di Bergoglio) - per risollevarsi e dar forma al luminoso Medioevo. Se poi parliamo - come Bergoglio - di “invasione araba” va detto che nella storia d’Europa proprio le invasioni musulmane (arabe e turche) sono state il più tragico dei flagelli.

Perché a Oriente hanno spazzato via la grande civiltà bizantina e per tre volte hanno tentato l’occupazione militare dell’Europa (miracolosamente scongiurata anche grazie a veri papi davvero illuminati). I saraceni hanno poi sottoposto per secoli l’Italia a scorribande sanguinarie. Bergoglio continua a voler ignorare la natura dell’Islam e sottovalutarne il pericolo.

Si dedica con tanta passione ai migranti musulmani, che non ha tempo di ricordarsi dei molti cristiani perseguitati (come Asia Bibi), schiavizzati e uccisi sotto regimi islamici e comunisti.

di Antonio Socci

La compassione della Chiesa nella comunione ai divorziati

Camillo Langone - Lun, 18/04/2016 - 08:38

L'ex premier Silvio Berlusconi riceve la comunione durante la messa celebrata dal cardinale di Milano Angelo Scola al Salone del Mobile



Se nemmeno il Papa si permette di giudicare, io come minimo devo disinteressarmi delle pagliuzze negli occhi altrui, meditare sulla mia trave e accogliere con sollievo la notizia di Silvio Berlusconi che fa la comunione e non di nascosto, in una chiesetta fuori mano, bensì durante una messa molto ufficiale, celebrata al Salone del Mobile dall'arcivescovo di Milano monsignor Angelo Scola.

Con sollievo perché sono vent'anni (o diciotto, o ventidue, chi si ricorda) che non faccio la comunione perché non mi considero abbastanza pentito e perché temo la confessione: ma se non la teme Berlusconi, con tutti i preti anti-berlusconiani che ci sono, perché dovrei temerla io? Questo è anno misericordioso eppure ai soliti peccati, vecchi quanto il mondo, sembra essersi da poco aggiunto il peccato di anti-ambientalismo.

Non sia mai che il confessore mi domandi se faccio la raccolta differenziata e se ho votato al referendum sulle trivelle! Gli dovrei rispondere che sono un orribile Sì Triv, che butto tutto nell'indifferenziato e che la «Laudato si'» mi sembra un documento paganeggiante e pauperista. Beato Berlusconi che lascia ai teologi i problemi teologici, si affida alla compassione di Santa Madre Chiesa, si confessa, viene assolto e riceve la particola sulla lingua e anche questa è una piccola notizia, siccome oggi la maggioranza dei fedeli la prende irrispettosamente in mano, alla maniera protestante. Da questo punto di vista è pertanto più cattolico di tanti cattolici.

E da altri punti di vista? Monsignor Fisichella, interrogato sull'argomento tempo addietro (quindi prima della recentissima, aperturista «Amoris laetitia»), disse che il Cavaliere dopo la separazione da Veronica Lario poteva accostarsi all'eucaristia senza violare il codice di diritto canonico: «È solo al fedele separato e risposato che è vietato comunicarsi. Ma se l'ostacolo viene rimosso, nulla osta». Ecco, la foto di Berlusconi che si comunica al Salone del Mobile è un'esortazione per noi peccatori bisognosi di misericordia: nulla osta.

Adesso Papa Francesco perdoni l'eretico Buonaiuti

Giordano Bruno Guerri - Lun, 18/04/2016 - 08:56

Fu l'esponente più importante del modernismo, scomunicato dalla Chiesa e privato della cattedra dal fascismo. È l'ora della sua riabilitazione



Il 20 aprile ricorre il 70° anniversario della morte di Ernesto Buonaiuti (1881-1946), l'esponente più importante del modernismo italiano. Sedici anni fa, in questi giorni, Indro Montanelli, Ernesto Galli della Loggia e Giulio Andreotti, domandarono alla Chiesa di rivedere il giudizio sul modernismo, condannato come «sintesi di tutte le eresie» da Pio X.

Era l'epoca in cui Giovanni Paolo II chiedeva perdono a chiunque, dagli indios alle vittime dell'Inquisizione, per gli errori e i torti commessi. Il Papa fece orecchie da mercante, e su Buonaiuti incombe ancora la damnatio memoriae voluta un secolo fa dal Vaticano. Tanto che forse occorre ricordare chi fu.

Nacque a Roma nel 1881, la famiglia gestiva una piccola tabaccheria. Entrò presto in seminario e completò gli studi all'Università gregoriana negli stessi anni dei futuri papi Pio XII e Giovanni XXIII, che fu anche suo studente e ammise una volta di avere «imparato molto da lui» ma che, come tutti i papi successivi, non considerò neppure l'ipotesi di riabilitarlo post mortem. Ordinato sacerdote nel 1903, divenne presto l'animatore e il protagonista del modernismo in Italia, come Alfred Loisy in Francia e George Tyrrel in Inghilterra.

Sacerdote piissimo quanto svincolato dai dogmi, sosteneva che occorre vivere guidati solo da un sentimento del bene, liberi dal peso dei dogmi, politici e religiosi, voleva una più larga e attiva partecipazione dei laici all'azione religiosa della Chiesa, una maggiore autonomia e libertà nella ricerca scientifica: il Vaticano avrebbe dovuto vedere «in ogni progresso del pensiero e in ogni evoluzione della tecnica sociale le manifestazioni di una Provvidenza che presiede al progresso della civiltà». Sono idee oggi accolte dalla Vaticano, ma allora - con l'enciclica Pascendi, del 1907 - Pio X scomunicò il modernismo, riducendolo al silenzio con ogni mezzo, compresi lo spionaggio e la delazione.

Neanche gli spiriti più illuminati come Benedetto Croce intervennero contro questo atteggiamento anticulturale, pensando a torto che si trattasse di battaglie che non riguardavano la vita laica. La repressione che subirono il modernismo e Buonaiuti favorì la totale recessione della libertà religiosa e delle libertà civili: il fascismo non avrebbe trovato i consensi che ebbe in Vaticano, nel clero e nei fedeli, se il modernismo e i suoi esponenti non fossero stati così duramente repressi.

Buonaiuti fu costretto a chiudere tutte le sue riviste e nel 1926 subì la scomunica più grave, quella cosiddetta vitandus, che obbligava ogni buon cattolico a non accostarlo neppure fisicamente. Le sue eccezionali doti di maestro e la sua fede genuina gli permisero tuttavia di avere sempre intorno a sé una cerchia di allievi. Nel 1915 aveva vinto per concorso la cattedra di Storia del Cristianesimo all'Università di Roma. Il Vaticano non poteva sopportare che disponesse di un simile pulpito e fece del «caso Buonaiuti» un punto di incredibile importanza nelle trattative per il Concordato.

Il risultato fu che ben due articoli del Concordato del 1929, che ha avuto e ha tanta importanza nella nostra storia, furono scritti su misura contro il sacerdote romano. Il 5, per cui i sacerdoti «apostati o irretiti da censura» non potevano avere alcun incarico a contatto col pubblico; un comma del 20 stabiliva che chi continuava a vestire l'abito talare contro la volontà della Chiesa (come Buonaiuti), sarebbe stato punito al pari di chi avesse abusato della divisa militare. Mussolini subì, in parte: gli tolse la cattedra ma non lo stipendio, e gli fece affidare la cura dell'edizione nazionale di Gioacchino da Fiore.

Ciononostante Buonaiuti, nel 1931, fu uno dei docenti universitari appena una dozzina nella viltà e nell'opportunismo dei più che rifiutarono di giurare fedeltà al regime fascista: «A norma di precise prescrizioni evangeliche Matteo, V, 34 reputo mi sia vietata ogni forma di giuramento». Fu estromesso dall'università e cominciò per lui una vita travagliatissima che descrisse in un'opera tragica e commovente, Pellegrino di Roma (1945). Tuttavia nel 1939 rifiutò la cattedra di Teologia a Losanna perché avrebbe dovuto aderire alla Chiesa riformata. Poté sopravvivere solo grazie agli aiuti di amici e riuscì a completare la sua opera storiografica più importante, la grande Storia del Cristianesimo (1942-43).

Caduto il fascismo, venne reintegrato nella cattedra ma sempre con riferimento al Concordato - non nell'insegnamento. Dopo la liberazione di Roma rifiutò di accostarsi alla sinistra, per non tradire i valori evangelici e la propria libertà, e morì senza sacramenti religiosi avendo rifiutato fino all'ultimo di abiurare le proprie idee. Volle sulla lapide l'ostia e il calice, simbolo del suo sacerdozio. Andate a portargli un fiore, è sepolto al Verano.

Politicamente il suo dramma fu il dramma eterno di quegli italiani che non vogliono accettare etichette di destra, sinistra, centro, e per questo invece di essere esaltati come campioni di libertà vengono disprezzati da destra, sinistra, centro.

Anche l'Italia laica dovrebbe chiedergli perdono per non averlo difeso e onorato come meritava. Buonaiuti venne lasciato solo, in balia dei fascisti e dei gesuiti, che lo attaccarono spietatamente, dal 1906 in poi, con ogni genere di accuse: fino a diffondere la falsa voce che il sacerdote fosse interessato alle sue studentesse. Lui scrisse nell'autobiografia che lo «spirito italiano» è stato segnato da «secoli d'opprimente pedagogia gesuitica, tutta concentrata nel proposito di monopolizzare la vita dello spirito e di lasciare gli uomini ad una soggezione passiva di minorenni e di tutelati».

I gesuiti infierirono su di lui anche dopo la morte, nel necrologio, e ancora nel 1957 definivano quell'uomo coltissimo come dotato di «uno spruzzolo di erudizione». Soltanto 16 anni fa, nella Civiltà Cattolica, padre Giovanni Sale chiese perdono, a nome della rivista e dei gesuiti, per la vera e propria persecuzione cui sottoposero Buonaiuti («dimenticando che la carità e l'amore verso l'errante viene prima della pur doverosa condanna dell'errore») ma puntualmente - rinnovò la condanna alle sue tesi.

Oggi c'è un Papa che sembra voler recuperare lo spirito più profondo del messaggio di Buonaiuti: portare la Chiesa al di fuori delle degenerazioni del dogma, per riscoprire un cristianesimo inteso come esperienza etica e mistica. Sarà lui il gesuita Francesco a chiedere perdono a Buonaiuti?

Microsoft, Apple e la difesa della privacy: ecco come quei casi toccano anche noi italiani

La Stampa
andrea nepori

Come funziona l’acquisizione delle email e dei dati remoti da parte delle forze dell’ordine quando un utente italiano è soggetto a indagine? Dipende dalla nazionalità del fornitore di servizi e dal tipo di dati richiesti



Qualche giorno fa Microsoft ha annunciato di aver fatto causa al Governo degli Stati Uniti per la violazione del Quarto Emendamento della Costituzione e dell’Electronic Communications Privacy Act, la legge del 1986 che regola l’accesso alle comunicazioni telematiche. Al centro dello scontro c’è l’obbligo di segretezza che in molti casi il Governo impone al fornitore di servizi e la possibilità di un accesso perpetuo ai dati, senza scadenze legate alle tempistiche di indagine. Il caso riguarda direttamente i cittadini americani, ma aziende globali come Microsoft, Apple, Google e Facebook conservano sui propri server i dati degli account di utenti di tutto il mondo. Compresi quelli italiani.

CONTENUTI E DATI DI TRAFFICO
Microsoft, come molte altre aziende tecnologiche, pubblica regolarmente un report semestrale sulla trasparenza in cui enumera richieste di accesso ai dati e agli account da parte dei governi di tutto il mondo. Anche quelle che arrivano dalle forze dell’ordine italiane, ovviamente, compaiono nella lista. Nel corso del semestre luglio-dicembre 2015, periodo di riferimento del report più recente, le richieste dall’Italia sono state 572, per un totale di 2135 account coinvolti.

«I dati forniti, nella maggior parte dei casi, sono solo i “subscriber data”, quelli che da noi si definiscono dati di traffico», spiega l’avvocato Giuseppe Vaciago, partner dello studio R&P Legal. «Includono l’IP usato per l’invio delle email, i dati di collegamento al servizio ed eventualmente altre informazioni la cui conservazione da parte del provider sia prevista dalle leggi sulla data retention».

E sono, di fatto, gli unici dati che l’autorità giudiziaria di un paese straniero, Italia compresa, è in grado di ottenere in maniera semplice attraverso una rogatoria internazionale. L’accesso ai contenuti delle comunicazioni è molto difficile da acquisire dall’estero, spiega ancora Vaciago, a meno che non si passi per una “Emergency Disclosure Request”, una richiesta speciale che presuppone vi sia rischio concreto di morte o una minaccia letale che la lettura dei dati da parte degli inquirenti contribuirebbe a sventare. 

APPLE, GOOGLE E FACEBOOK
Le stesse regole valgono anche per tutte le altre grandi aziende tecnologiche che hanno sede negli Stati Uniti. Apple, Google, Facebook o Twitter offrono procedure standardizzate che le forze dell’ordine possono utilizzare per richiedere l’accesso ai dati degli utenti. Come Microsoft, pubblicano tutte relazioni semestrali o annuali sulla trasparenza, dalle quali si evince la medesima tendenza: le richieste che arrivano dall’estero, salvo rarissimi casi, riguardano solo i dati di traffico del possessore dell’account. Unica eccezione di rilievo, nel caso di Microsoft, è quella del Brasile, verosimilmente in virtù di accordi specifici. 

Le richieste di accesso ai dati che arrivano alle aziende dalle autorità statunitensi finiscono in moltissimi casi con l’accesso ai contenuti delle comunicazioni oggetto d’indagine. Il motivo, ovviamente, è che le aziende in questione operano sotto la stessa giurisdizione degli inquirenti. Del resto questa salutare collaborazione fra aziende e forze dell’ordine non è l’oggetto del contendere nel caso Microsoft. L’azienda di Redmond protesta contro l’eccesso di ingerenza del governo e, soprattutto, contro il fatto che le forze dell’ordine possano avere accesso perpetuo ai dati di un account. Un utente, insomma, può rimanere sotto controllo perenne, senza saperlo, grazie a mandati che non hanno scadenza.

LE INDAGINI IN ITALIA
Questa, dice ancora Vaciago, è una delle principali differenze con l’ordinamento Italiano. «Da noi il mandato ha sempre un valore temporale definito e normato, collegato alle tempistiche dell’indagine». Fa bene, quindi, Microsoft a pretendere che vi sia maggiore chiarezza su questo punto da parte del governo. Ma che dire invece della possibilità di avvisare l’indagato di un procedimento di indagine in corso a suo carico? «In quel caso, per la Legge Italiana, l’azienda deve mantenere la segretezza, altrimenti potrebbe prefigurarsi il reato di favoreggiamento».

Un aspetto che non è sempre facile da spiegare alle aziende americane, abituate ad ottemperare al diritto-dovere di notifica - spesso incluso anche nelle condizioni d’uso dei servizi online - nei confronti di un cliente indagato. Anche su questo punto, c’è da dire, Microsoft ha precisato che lo scopo della causa contro il governo non è eliminare la segretezza tout court e imporre l’ossimoro di indagini sempre palesi ma riportare a più miti consigli un autorità che sta chiedendo e ottenendo troppo, in virtù dei poteri conferiti alle forze dell’ordine federali dal Patriot Act (sostituito nel 2015 dal Freedom Act, più garantista ma analogo nei principi alla legge precedente).

Minori ingerenze
Leggi che in Italia, salvo eccezioni legate a questioni di emergenza nazionale, non hanno corrispettivo. Anche nel caso di accesso a comunicazioni digitali conservate da aziende italiane su server situati sul territorio italiano l’eventuale acquisizione di dati e informazioni avviene secondo le regole della procedura penale. L’autorità giudiziaria può dunque procedere al sequestro fisico delle email e dei dati, nonché dei server su cui sono conservati e attivare, previa emissione di un mandato, l’intercettazione dei messaggi di posta. 

Oggi la realtà del mercato vuole che i casi in cui le forze dell’ordine possano condurre indagini in questo modo siano, di fatto, sempre meno. La crescita di Gmail e del mercato mobile, l’avvento degli smartphone e dei servizi cloud a essi collegati hanno contribuito a una totale delocalizzazione dei dati delle nostre comunicazioni digitali. Un eventuale indagato di Genova può condurre i suoi traffici per email e in chat con un complice di Torino senza che un singolo bit dei suoi messaggi sia conservato su server italiani.

Giocando a creare scenari da fantapolitica a parti invertite, viene infine da chiedersi se l’Autorità giudiziaria e i servizi segreti di un’ipotetica Italia in cui si concentrassero le maggiori aziende tecnologiche del mondo e i dati di miliardi di utenti non eserciterebbero sul potere legislativo le stesse pressioni che governo e agenzie d’intelligence statunitensi esercitano sul Congresso e sulle grandi aziende.

La piattaforma trasformata in Repubblica

La Stampa
federico taddia

“L’isola delle Rose”: un’utopia rimasta nel cuore dei riminesi, con tanto di stemma, lingua ufficiale e moneta


Uno scatto della piattaforma a largo di Rimini (1966)

“Eccome se lo ricordo il botto, sembra ieri: i giornali avevano dato la notizia, era stata interdetta la pesca e la navigazione, e la eco dell’esplosione è arrivata fino alla riva. Per noi era la fine di qualcosa di emozionante, di avventuriero, che avevamo visto crescere e che ora non ci sarebbe più stato”. Febbraio 1969: centinaia di chili di tritolo per abbattere un’utopia.

Oggi, giorno di referendum con le trivelle e le piattaforme petrolifere grandi protagoniste della cronaca, per i meno giovani di Rimini che passeggiano in spiaggia la memoria vola indietro nel tempo, direzione “L’Isola delle Rose”: nove piloni di acciaio lunghi vetri metri, piantati appena fuori dalla linea delle acque territoriali italiane, che sorreggevano una base di 400 metri quadrati su cui era stata costruita una struttura ad un piano.

Una storia di raffinata tecnologia e apparente follia: una struttura disegnata e voluta dall’ingegnere bolognese Giorgio Rosa, che proclamò quell’agglomerato di ferro e legno una Repubblica indipendente, con tanto di governo, lingua, bandiera moneta e francobolli propri. Una vicenda finita presto nel dimenticatoio, ma rispolverata qualche anno fa da alcuni documentaristi e rievocata da Walter Veltroni nel suo romanzo “L’isola e le rose”. Non l’hanno invece scordata i riminesi, che negli anni del boom del turismo, guardavano con un misto di ammirazione e diffidenza l’opera di Giorgio Rosa, che tanto piaceva ai villeggianti.

«Per due estati, nel 1966 e nel 1967, la mia famiglia ha diviso lo stesso appartamento con quella di Rosa: era normale in quel periodo affittare qualche stanza tra giugno e settembre», ricorda Ronaldo Palazzi, classe 1948, insegnante di educazione fisica in pensione. «L’ingegnere usciva la mattina presto e tornava la sera tardi: in parte seguiva il cantiere allestito nei pressi del porto, e in parte con il suo motoscafo “Riva” raggiungeva la piattaforma al largo per dirigere i lavori. Era una persona colta, appassionata, intraprendente. Io ero un ragazzino, ma quando ci si incrociava, soprattutto la domenica, chiacchierava sempre volentieri e ci aggiornava sul suo progetto».

Dopo due anni di lavoro, a 11,612 km dalla riva, il primo maggio del 1968 l’ing. Rosa fondò così la “Repubblica Esperantista dell’Isola delle Rose”: un presidente del consiglio e cinque ministri, tre rose come stemma, l’esperanto come lingua ufficiale, un ufficio postale e il “Mill” come moneta, mai emessa, con valore pari alla Lira. Quella dell’imprenditore bolognese voleva essere un’iniziativa soprattutto commerciale: una sorta di “San Marino” galleggiante, un porto franco turistico, dove aprire un hotel, esercizi commerciali e, probabilmente, anche un casino.

«Sì, per i turisti quell’isola misteriosa era un’attrazione» – racconta Rolando – «Io ero poco più che un diciottenne, e lavoravo come marinaio su un barca a vela: in tanti ci chiedevano di andare a vedere la piattaforma, c’era tanta curiosità per questa costruzione quasi leggendaria. Spinti dallo scirocco ci voleva circa un’oretta di tempo per arrivare: poi si attraccava legandosi ai pali. I più coraggiosi salivano per tuffarsi in mare: era un bel salto, di almeno una decina di metri. Per i più golosi invece era l’occasione per andare a raccogliere le cozze: erano davvero grandi e gustose».

Insomma, una storia ambiziosa ma che è durata troppo poco. Il 25 giugno del 1968 infatti Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza sequestrarono la piattaforma, e a nulla valsero le proteste dell’ing. Rosa che arrivò pure a scrivere al Presidente della Repubblica Saragat. Dopo mesi di tira e molla, con il coinvolgimento dei servizi segreti, del Parlamento, della Capitaneria di Porto, il Governo italiano ne decretò la distruzione.

E così, l’11 febbraio del 1969 i sommozzatori della Marina iniziarono a minare i nove pali di sostegno. E, due giorni dopo, fecero brillare le cariche. «Non fu per niente facile far affondare l’Isola» – conclude Rolando – «L’ingegnere aveva fatto un ottimo lavoro. Sarà stato un visionario, ma il suo mestiere lo sapeva fare molto bene».

Da OS X a MacOS, il sistema operativo di Apple cambia nome

La Stampa
dario marchetti

Il software che gestisce desktop e laptop di Apple potrebbe presto essere ribattezzato come MacOS, il primissimo sistema operativo di Cupertino


Quando hai un solo prodotto da vendere, la cosa importante è che abbia un nome unico, altisonante e facile da ricordare. Ma quando sei tra le più grandi aziende hi-tech al mondo, e in vetrina hai decine e decine di modelli, la cosa più importante è evitare la confusione. Per questo presto OS X, il sisema operativo per desktop e laptop nato più di quindici anni fa, potrebbe cambiare nome in MacOS. Rimanendo così in linea con iOS, tvOS e watchOS, i sistemi operativi dedicati rispettivamente a iPhone e iPad, Apple TV e Apple Watch.

La notizia non è ancora stata confermata da Apple, anche se nella pagina web dedicata agli sforzi di Apple per la difesa dell’ambiente compariva, fino a poche ore fa, proprio il nome MacOS che, come i più nostalgici ricorderanno, era anche il nome del primissimo sistema operativo della Mela. E anche se Cupertino ha modificato la pagina, reinserendo il vecchio OS X, è probabile che alla prossima Worldwide Developers Conference di giugno l’azienda di Tim Cook riveli informazioni più precise a riguardo. 

Una legge unica regolerà la privacy digitale in Europa

La Stampa
federico guerrini

Approvato il nuovo Regolamento, sarà più facile gestire e proteggere i dati personali



Le autorità europee vengono spesso accusate, specie dai partiti populisti, di essere lontane dai cittadini e al servizio delle lobby. Il nuovo Regolamento in materia di protezione dei dati personali, approvato a Strasburgo , dimostra che non è sempre, o necessariamente così.

Grazie al nuovo pacchetto di misure, sarà infatti più facile, per i cittadini europei “trasportare” i propri dati da un servizio digitale a un altro, far rimuovere contenuti personali indesiderati, essere più consapevoli di come le informazioni che li riguardano vengono gestite. L’ultima indagine sulla privacy di Eurobarometro, del giugno scorso, aveva messo in luce come quasi un terzo dei cittadini ritenesse di non avere alcun controllo sui dati immessi online e ben la metà di essi temesse di poter essere vittima di frodi o furto di identità.

Un situazione spiacevole per i cittadini ma un male anche per le imprese che, in un mercato dove regna la diffidenza, faticano ad operare . Per l’ex presidente della Commissione Europea, Viviane Reding, si tratta di “un giorno storico per l’Europa. Questa riforma ripristinerà la fiducia nei servizi digitale, facendo ripartire il motore per la crescita”. Per Reding, la legislazione dimostra inoltre che è possibile andare oltre la falsa dicotomia tradizionale fra libertà e sicurezza, ma che le due esigenze possono andare a braccetto.

Giunto dopo quattro anni di faticoso lavoro, per adeguare ai tempi una normativa che risaliva addirittura al 1995, il pacchetto non ha avuto vita facile: la versione finale è stata sottoposta a quasi quattromila emendamenti . Il percorso a ostacoli era comunque prevedibile e forse inevitabile per delle regole che vanno a toccare interessi consolidati e che, soprattutto servono a gettare le fondamenta di un obiettivo a cui la Commissione sta lavorando da anni, quello del mercato unico digitale europeo. Uno dei principi chiave del provvedimento odierno è quello del “un solo continente, un’unica legge”.

Ci sarà un’unica legge a cui le aziende dovranno fare riferimento, e non 28 legislazioni nazionali diverse, con evidente risparmio di tempo e denaro, che la Commissione ha quantificato in 2,3 miliardi di euro l’anno. Allo stesso tempo, per chi sgarra, le sanzioni saranno più severe: si parla di multe che potranno arrivare fino al 4% del giro di affari annuale complessivo di un’azienda.

Un aspetto molto importante, per i consumatori, oltre alla riproposizione in versione più chiara e potenziata del “diritto all’oblìo” è quello della portabilità dei dati personali, che dovrà essere assicurata da fornitori di un servizio.La questione tocca in particolar modo i social network (come Facebook, che fornisce agli iscritti soltanto la possibilità di scaricare una versione parziale dei propri dati) che anche grazie alla ridotta facilità di migrazione dell’utenza sono riusciti a costruire una sorta di monopoli online.

Aspetto importante, le nuove norme si applicheranno non solo alle aziende europee ma a tutte quelle, comprese le multinazionali americane, che forniscono servizi ai cittadini del Vecchio Continente. 
Le nuove regole non entrano in vigore immediatamente, ma soltanto venti giorni dopo la pubblicazione a fine giugno in Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea. Gli Stati membri avranno poi due anni per recepire le disposizioni della direttiva nel diritto nazionale. Se ne riparla, dunque, nel 2018.

Havana Motor Club: corse clandestine a Cuba, il Paese che ha bandito la velocità

La Stampa
andrea barsanti (nexta)

Nel ’59 Castro vietò le gare definendole “pericolose ed elitarie”. Un film racconta la passione di chi vuole comunque correre



Un viaggio a 200 all’ora nel mondo delle corse clandestine cubane, fatto di piloti e auto senza età tenuti insieme dalla passione per la velocità, in patria considerata non soltanto pericolosa, ma soprattutto fuorilegge: questo, in estrema sintesi, il progetto di Havan Motor Club. Bent-Jorgen Perlmutt, produttore e regista, ha firmato un documentario in gara al Tribeca Film Festival nel 2015 e ora disponibile su iTunes (versione americana) per tutti coloro che desiderano saperne di più non soltanto sulle auto, ma su una vera filosofia di vita e sui cambiamenti che un intero Paese sta affrontando in un periodo in cui il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, si sta impegnando per regolare i rapporti con Cuba.

Protagonisti del film sono Rey, Carlos, Jote, Piti ed Eduardo, amanti dei motori che si preparano a un evento storico per la loro vita e per la loro patria: l’organizzazione di una prima corsa regolamentare dalla rivoluzione del 1959, quando Fidel Castro mise al bando le corse definendole “pericolose ed elitarie”. E in uno scenario in cui Raoul, il fratello di Castro, ha firmato una serie di riforme che potrebbero finalmente rendere legali le corse automobilistiche, i piloti ribelli, figli della Rivoluzione, mostrano al mondo come si preparano all’evento, dedicandosi ad auto che sono esse stesse uno spaccato storico, dalla Chevrolet modificata del 1956 alla Ford Victoria dello stesso anno: testimonianze indirette di come il tempo a Cuba si sia cristallizzato, fermandosi a quando il mercato
dell’auto americano era incentrato su motori potenti e design appariscenti.



Sullo sfondo dei cambiamenti politici e culturali del paese, nelle polverose e affascinanti strade della capitale cubana, si sviluppano così le vicende di Piti, che dopo avere sconfitto il cancro torna al volante di “Bucefalo”, la Ford del 1956 battezzata in onore del cavallo di Alessandro Magno; del veterano Tito e del figlio Rey, la cui auto, una Chevy del 1955 completamente restaurata e chiamata “Lightning McQueen” è una delle più famose a Cuba, con cui spera un giorno di vincere il titolo di campione ufficiale; e di Carlos, il più acerrimo rivale di Rey, che grazie al datore di lavoro originario di Miami, e ai pezzi di ricambio passati sottobanco, è riuscito ad assemblare “The Exterminator”, una Chevrolet del 1956, e una Porsche su cui è stato montato l’enorme motore di una Chevy V8.

E poi c’è Jote, che nelle corse vede una via di fuga dalla quotidianità e che sogna di lasciare Cuba alla volta di Miami seduto su “Black Widow”, una Ford del 1951 il cui gigantesco motore è stato recuperato dal fondo dell’oceano dove è affondata la nave che lo trasportava. Per tutti loro il sogno è uno solo: mettersi al volante, scaldare il motore e sentirsi invadere dall’adrenalina mentre puntano il traguardo che un giorno, sperano, diventerà ufficiale. Perché “mi hanno insegnato a combattere per la rivoluzione, e adesso combatto per il diritto di correre con la mia auto”.

Una breve per Stefano Di Michele

mattia feltri

Se vi è capitato di leggere articoli di Stefano Di Michele, sapete. Se invece no, è inutile spiegare. L’ultima volta che ci siamo visti è stato a fine gennaio, per i vent’anni del Foglio. «Vorrei tanto tornare a scrivere qualcosa, anche le brevi, anche una breve». Non gli è stato concesso, è morto ieri.

Feste

La Stampa
Jena

Il 16 giugno Renzi annuncia feste in piazza per la scomparsa dell’Imu, tre giorni dopo si vota ai ballottaggi. Ma è solo una coincidenza. 

Lucio Battisti era fascista”. E il prof le dà 4 sul registro

La Stampa
giulia mietta

Il caso in una scuola di Genova. La protesta dei genitori: «Metodi sconcertanti»



Anche se le canzoni di Lucio Battisti non si trovano su Spotify o fra le cover dei talent show – è di questi giorni la polemica sui diritti tenuti sotto chiave dalla vedova del cantautore Grazia Letizia Veronese – Linda (il nome, omaggio all’artista, è di fantasia), 13 anni, ha sentito parlare di lui. Non solo per successi come “Acqua azzurra, acqua Chiara” o “Il tempo di morire”, ma anche per una delle querelle più in voga alla fine degli anni 70.

Quando tutto, ma proprio tutto, era politica. «Prof, io ho sentito dire che Battisti era fascista». L’osservazione di Linda, durante una lezione in una scuola media della Valbisagno, le vale un 4 sul registro da parte del professore di musica. A raccontarlo è il padre della ragazzina: «Sono rimasto sconcertato non tanto per il voto, mia figlia ha tutti 9 e 10, quanto per il metodo. Un’adolescente pone una questione, dà un’opinione, e invece di creare dibattito le si dice di stare zitta?».

Vittorio R., 55 anni, docente, musicista e musicofilo, diplomato al conservatorio Paganini, avrà avuto le sue ragioni. Quelle riportate nel registro elettronico della ragazza sono: «Superficiale. Interviene fuori luogo, in modo ineducato e provocatorio. Accosta cronologicamente il fascismo ai cantautori degli anni 60/70. Ride. (nota di demerito)».

Brennero, tra gli immigrati che hanno messo radici: “La dogana ci danneggerà”

La Stampa

Il timore: con le code rischiamo il posto di lavoro


Firas Fadel, 35 anni, volontario, accoglie i migranti fuori dalla stazione di Brennero (FOTO DI MATTEO MONTALDO)

L’uomo che aspetta i migranti è stato anche lui un migrante. Si chiama Firas Fadel, ha 36 anni e viene dall’Iraq: in Europa è arrivato nel 2001, con uno dei primi barconi che attraversavano il Mediterraneo. «Dalla Turchia abbiamo navigato verso il mare aperto per poi sbarcare in Grecia: lì, grazie a dei documenti falsi, sono riuscito a prendere un volo per andare in Olanda». Oggi è cittadino italiano: vive a Vipiteno con la moglie altoatesina e il loro figlio di due anni. Con gli altri assistenti della onlus Volontarius offre ai profughi qualche indicazione sul viaggio, vestiti usati e un posto caldo per dormire. «Ma adesso di migranti se ne vedono pochi», dice scrutando i binari.

Il paradosso del Valico più discusso d’Europa è semplice: mentre nel 2015 per questo confine sono passati circa 27 mila persone, 70 ogni 24 ore dividendo sull’anno,in questa primavera se ne intravedono sì e no una decina. Al giorno. Benvenuti al Brennero. Che, per ora, non è Lampedusa né l’Idomeni italiana. Assomiglia più a un deserto dei Tartari d’alta quota. Si aspetta, invano. Eppure, invertendo la prospettiva, i migranti ci sono. Basta solo attraversare il piazzale.


(Abdul Rehman Muzaffar, 22 anni e gestore di un chiosco di pizza e kebab davanti alla stazione. Foto MATTEO MONTALDO)

«Sono arrivato in Italia 13 anni fa quando ho raggiunto mio padre che lavorava in una fabbrica di legno a Bressanone», racconta l’italianizzato Abdul Rehman Muzaffar, 22 anni e gestore di un chiosco di pizza e kebab davanti alla stazione. Parla tedesco, italiano e urdu. È di origini pakistane, la terza comunità qui a Brennero: di 266 abitanti del centro 86 sono del Pakistan. «Mai mi sarei aspettato di vedere i miei connazionali arrivare qui disperati», dice. Ha negli occhi un volto, quello di Hashim, che ha bussato al suo chiosco tre mesi fa: «Veniva dall’Austria, aveva fame e l’ho aiutato. Come potevo fare altrimenti?».


(Hind Belakhmina, 35 anni, impiegata in un negozio di occhiali, FOTO MATTEO MONTALDO)
 
La vecchia frontiera è a 200 metri. Poco prima sorge l’Outlet Center Brenner, centro commerciale con i migliori marchi del mondo: 500 attività, 300 posti di lavoro (più degli abitanti del centro) e 1 milione 800 mila clienti all’anno, per il 70% austriaci o tedeschi. Anche qui sono preoccupati. «Il danno economico della chiusura del confine sarebbe enorme», dice Hind Belakhmina, 35 anni, impiegata in un negozio di occhiali. «Con la dogana le code diventerebbero lunghissime e perderemo gran parte dei nostri clienti», profetizza sicura. A suo modo anche Hind sarebbe una migrante “economica”: viene dal Marocco, ha sposato un italiano e dopo aver preso la cittadinanza si è trasferita in Alto Adige.

Al suo fianco l’ottico Franco Parisi, 39 anni, annuisce: «Mio nonno, siciliano, ha combattuto su questo fronte durante la Grande Guerra, poi per fortuna è arrivata l’Europa e la libertà di movimento. Che senso ha tornare indietro?». Da un negozio di jeans Hassan Mushtaq, pakistano di 26 anni ma da 23 in Italia, non nasconde la paura per un’attività che gestisce da sette anni: «Se i profughi rimanessero ammassati qui fuori la mia clientela si sentirebbe insicura», commenta. Alamin Bin Siddique, commesso del Bangladesh con una laurea di ingegneria navale nel cassetto, si chiede: «Perché l’Europa non si prende carico dei migranti?».


Alamin Bin Siddique, 28 anni, viene dal Bangladesh. Laureato in ingegneria, lavora come commesso, FOTO MATTEO MONTALDO)

La Cia finanzia società che analizzano tweet e foto di Instagram

Corriere della sera

di Marta Serafini

«The Intercept», il quotidiano online di Gleen Greenwald, ha scoperto un documento che prova come l’intelligence Usa sostenga compagnie dedite al «data mining»

Una schermata del sito Dataminr

La Cia finanzia e sostiene società che spiano Twitter e Instagram. Che, tradotto, significa che le attività di intelligence non si concentrano solo sulle conversazioni telefoniche ma anche sulle attività social. La notizia arriva da «The Intercept», quotidiano online di Gleen Greenwald, autore dello scoop sul Datagate. Secondo un documento ottenuto dal team di Greenwald, attraverso la società di venture capital, la In-Q-Tel (IQT), la Cia sta foraggiando società dedite al data mining dei social network.
Scopi commerciali (e non solo)
In pratica, per investigare e avere informazioni, l’intelligence si avvale di programmi in grado di analizzare e rielaborare i dati estratti dai nostri profili Instagram e Twitter. È il cosidetto «data mining», attività usata generalmente per scopi commerciali e statistici. Ma che evidentemente ha anche altre applicazioni. Questo procedimento sfrutta soprattutto le funzioni di geolocalizzazione dei profili e dei contenuti postati. Quando, ad esempio, pubblichiamo una fotografia su Instagram e su Twitter forniamo senza rendercene conto una serie di informazioni all’apparenza nascoste. Le nostre abitudini, il nostro indirizzo di casa, i nostri spostamenti, i nostri contatti. Se poi lasciamo attiva la funzione di geolocalizzazione è come se ci stessimo mettendo a nudo di frotne al mondo intero. Un’immagine infatti racconta di noi molto di più di quello che pensiamo.

Il documento scoperto da The Intercept racconta di un summit che si è tenuto nella Silicon Valley a fine febbraio con 38 società del tutto sconosciute. In un depliant si legge: «Questo evento porta la IQT e i suoi investimenti in un processo che mette insieme Washington e la Silicon Valley per aprire un dibattito su argomenti di interesse per la sicurezza nazionale». Tra queste Dataminr, Geofeedia, Pathar e TransVoyant. La prima è specializzata nell’analisi di Twitter, la seconda fornisce un’analisi dei geotag dei post ed è utilizzata anche dalla polizia per prevenire proteste e tumulti, la terza è analizza i network di contatti di un utente su Facebook, Twitter ed Instagram ed è utilizzata anche dall’Fbi. Tutte queste società hanno dunque già rapporti con il governo federale americano ma ora secondo The Intercept si sono messe anche al servizio della Cia che le sta finanziando e sostenendo.
La nuova frontiera del controllo
David Cohen, numero due della Cia, in un discorso alla Cornell University ha spiegato molto chiaramente come lo Stato Islamico faccia un uso sofisticato di Twitter. E ha sottolineato inoltre come attraverso le sue attività social i jihadisti forniscano una serie di informazioni utili alle attività di intelligence. Non a caso, dopo la campagna di censura della propaganda jihadista in seguito alla decapitazione del giornalista James Foley, nei servizi ci fu chi criticò la scelta di chiudere gli account. Al di là di questo è chiaro però come la Cia stia lavorando anche su questo fronte per combattere il terrorismo. Ma secondo «The Intercept» c’è dell’altro:

«Queste società potrebbero essere usate anche per monitorare attivisti, giornalisti e dissidenti». Un esempio è Geofeedia che secondo il giornale di Greenwald controllerebbe persino gli attivisti di Greepeace. La stessa compagnia sarebbe utilizzata anche da imprese private come McDonald’s per proteggere le proprie sedi ed evitare danni durante scontri e manifestazioni. Dopo lo scandalo Nsa e Datagate, la nuova frontiera del controllo a tappeto sulla popolazione potrebbe dunque partire proprio dai profili social. Un’eventualità che appare ora tutt’altro che remota.

martaserafini
17 aprile 2016 (modifica il 17 aprile 2016 | 16:25)

Rivelazione choc di Apple: "I nostri prodotti durano soltanto 3 anni"

Anna Rossi - Dom, 17/04/2016 - 18:19

L'azienda di Cupertino ha dichiarato che tutti i prodotti Apple sono progettati per durare al massimo tre anni



È arrivata la notizia che mai avreste voluto ricevere: i prodotti Apple sono progettati per durare al massimo 3 anni.

La rivelazione choc arriverrebbe proprio dalla casa madre. L'azienda di Cupertino, dopo anni di insinuazioni dei rivali, lo ha ammesso per la prima volta: tutti i prodotti Apple sono destinati a durare al massimo tre anni. Il Mirror scrive che, fino a poco tempo fa, la Apple ha progettato i suoi dispositivi per una durata di massimo 3 anni. E in quell'arco di tempo forniva due aggiornamenti.
Ora, le cose dovrebbero cambiare. Con l'uscita di iOS8 e iOS9, infatti, gli aggiornamenti sono aumentati, anche se la vita dei dispositivi rimane sempre piuttosto breve.

L'azienda sta facendo di tutto per cercare di rendere più durevoli i suoi prodotti, ma per adesso non ha ancora ottenuto risultati evidenti. Anche i Mac hanno vita breve: durano al massimo 4 anni. Per il momento non resta che rassegnarsi e sperare che l'azienda di Cupertino riesca a fare miracoli.

L’indimenticabile (e terribile) ‘56 Il Congresso in cui Kruscev denunciò i «crimini di Stalin»

Corriere della sera
di Dino Messina

Quelle provenienti da Mosca, a firma di Piero Ottone, che apparvero sulla prima pagina del «Corriere», il 15 febbraio 1956, erano notizie clamorose — «la possibilità che il socialismo si affermasse senza rivoluzioni» — ma quasi trascurabili, rispetto a quanto accadde pochi giorni dopo. Quando l’annuncio del segretario del Pcus scosse il mondo comunista internazionale: compreso quello italiano



Pietro Ingrao, il dirigente comunista scomparso di recente, lo definì «l’indimenticabile 1956». Altri preferirono l’aggettivo «terribile». Di certo il 1956 fu un anno di svolta, uno di quei momenti in cui la storia subisce un’accelerazione. Proviamo a fare un breve elenco: dal 14 al 25 febbraio si svolge nella Sala Bianca del Cremlino il XX congresso del Pcus, in cui Kruscev denunciò i crimini di Stalin e il culto della personalità; il 20 luglio l’egiziano Nasser, lo jugoslavo Tito e l’indiano Nehru, riuniti a Brioni, danno vita al blocco dei «Paesi non allineati»; il 26 luglio con un colpo di mano Nasser nazionalizza il Canale di Suez; il 4 novembre le truppe sovietiche entrano a Budapest, reprimendo la rivolta popolare ungherese; l’8 dicembre il congresso del Pci condanna la rivolta ungherese, ma 101 intellettuali firmano un manifesto contro l’intervento russo.

Gli annunci di Kruscev. E il ritratto che non c’era
Cominciamo dal XX congresso del Pcus. Il 15 febbraio «Il nuovo Corriere della sera» (così il quotidiano di via Solferino si chiamò sino al 1959, a sottolineare la discontinuità con il «Corriere» filofascista) pubblica in apertura di prima pagina una corrispondenza di Piero Ottone sul discorso di cinque ore con cui Kruscev il giorno precedente ha spiegato ai 1400 delegati sovietici e ai leader del comunismo internazionale, tra cui Palmiro Togliatti e Mauro Scoccimarro, le nuove strategie del comunismo. I punti salienti del discorso di Nikita Kruscev sono: la «coesistenza pacifica» tra i blocchi; «impedire la guerra nella nostra era»; le «forme di transizione dei diversi Paesi al socialismo», cioè, spiega Ottone, «le forze del socialismo possono affermarsi senza rivoluzioni, senza guerre civili, mediante processi parlamentari» (trovate la corrispondenza di Piero Ottone sulla prima pagina del «Corriere» sfiorando l’icona blu).

È una apertura verso la «via italiana al socialismo» che Togliatti, applauditissimo, ribadirà nel suo intervento. Si tratta sicuramente di forti discontinuità rispetto al passato, ma la vera novità del XX congresso è riservata per la fine, anche se ne ha un sentore già dalla prima giornata, quando i corrispondenti e, tra questi Ottone, osservano che il nome di Stalin viene nominato una sola volta nel discorso di Kruscev e che nella grande sala del Cremlino non compare neppure un ritratto del dittatore georgiano. Segnali che annunciano la tempesta, che puntuale arriverà dieci giorni dopo.
I crimini, svelati
«Dopo la consueta seduta conclusiva a porte chiuse per l’elezione del Comitato centrale — ha scritto Giuseppe Boffa nella sua Storia dell’Unione sovietica (Mondadori, 1979) — nel tardo pomeriggio del venerdì 24 febbraio, i delegati furono invitati a non allontanarsi, ma a tornare il giorno dopo. Il 25, in un’altra seduta riservata, Kruscev lesse il suo discorso “Sul culto della personalità e le sue conseguenze”, poi divenuto celebre come “rapporto segreto”. Il XX congresso trovò solo allora il suo pieno significato». (Sfiorando l’icona blu, l’articolo di Ottone sulla prima pagina del Corriere del 18 febbraio 1956). Sebbene esistessero forti resistenze ai vertici del Pcus, Kruscev trovò il coraggio di rompere gli indugi e denunciare non solo il culto della personalità, ma i delitti commessi da Stalin. Certo si faceva una distinzione fra il primo decennio successivo alla morte di Lenin e gli anni dopo il ‘34, arrivando a criticare anche la condotta di guerra.
Le masse «impreparate»
Al di là dei dirompenti effetti interni, con la liberazione di migliaia di dissidenti rinchiusi nei campi di concentramento siberiani e proteste come quelle avvenute in Georgia contro la lesa maestà dell’eroe nazionale, il mondo comunista internazionale venne scosso dalle crude rivelazioni di Kruscev. In Italia, Togliatti, che non aveva mai avuto simpatie per il «rozzo» Nikita, tacque a lungo, irremovibile anche di fronte alle contestazioni interne di Amendola e Pajetta. Poi, quando non ne poteva più fare a meno, concesse un’intervista alla rivista «Nuovi argomenti» diretta da Alberto Moravia e Alberto Carocci. Una scelta elitaria, quella di rivolgersi a una rivista di intellettuali, ma consapevole.

Togliatti infatti era convinto che le masse comuniste non fossero preparate ad accettare la verità sui delitti del dittatore sovietico, l’eroe della seconda guerra mondiale, dipinto come il padre affettuoso del comunismo internazionale. Tra i motivi delle cautele togliattiane, oltre al positivo giudizio storico su Stalin, c’era il fatto che Togliatti per vent’anni era stato ai vertici del comunismo internazionale, sopravvivendo con il suo atteggiamento prudente ai momenti più bui e condividendo talvolta decisioni sbagliate. Rinnegare in toto Stalin avrebbe voluto dire rinnegare la propria storia. (Sfiorando l’icona blu, una puntata del programma Rai «La storia siamo noi» sulle dichiarazioni di Togliatti).

L’astensione consapevole

Nicola Porro



Per il referendum sulle trivelle ci sono tre scelte. Non due, come una certa propaganda vuole far credere. La prima scelta è quella di votare Sì: decidere cioè di fermare le macchine anche se il carburante non è esaurito. La seconda, ovviamente, è quella di votare No. Infine c’è la terza opzione: esercitare il proprio diritto di non recarsi alle urne. Quest’ultima scelta, per chi scrive, è la preferibile. Per un motivo semplice perché pragmatico. Astenersi dal voto è il modo migliore per far naufragare il referendum. Si tratta di un’astensione consapevole.

Offshore Oil Rig Drilling Platform

Chi pensò all’istituto del referendum, inserì nella Costituzione la necessità di un quorum per abrogare una legge del Parlamento. La decisione non fu casuale. La forza del popolo, mettiamola così, si esercita con il voto della rappresentanza parlamentare. Cassare le scelte del Parlamento si può fare se vi è un forte consenso, altrimenti non si vede per quale motivo metterle in discussione. Un liberale non pensa che una legge, solo perché votata da una maggioranza di eletti, sia di per sé giusta e corretta. Ma, a maggior ragione, non ritiene che una minoranza (quella eventualmente rappresentata dai votanti ad un referendum) possa condizionare le scelte fatte dalle Camere. Dal punto di vista pratico astenersi, dunque, è il modo migliore per raggiungere l’obiettivo.

Che poi dovrebbe essere quello comune di un centrodestra liberale. Troppo spesso, in questo Paese, si sono fatte scelte sull’onda di uno spirito antindustriale e anti-sviluppo. Oggi non si ha il coraggio di sostenere così esplicitamente l’idiosincrasia nei confronti del progresso economico. Anzi, si cerca di condire la battaglia anticapitalista con una verniciata di verde. Non si è contro le trivelle perché non si vuole il gas in cucina, ma perché esse inquinerebbero. Insomma si contrappone sviluppo ad ambiente. Non comprendendo che l’uno non può fare a meno dell’altro. L’Autostrada del Sole, le case popolari, le centrali elettriche, i porti, il riscaldamento non esisterebbero se volessimo preservare la natura al suo stato originale.

C’è infine un ultimo retropensiero. Politico. Un successo del referendum rappresenterebbe un insuccesso di questo governo. Si può immaginare che qualche politico di professione sia eccitato dalla prospettiva. Ma i tanti liberali che ci leggono possono davvero credere che sia questa la scorciatoia migliore per combattere un governo che non hanno votato e non condividono?

Francesco, “scafista” di Dio

Nino Spirlì



Sì, dai, facciamoli sbarcare, sia dai canotti che dagli aerei. Accogliamoli, infine, nelle nostre case e, anzi, consegniamo loro devotamente una copia delle chiavi. Volessero uscire a mangiare un kebab…  Tanto, prima o poi, ce le fotteranno comunque, le case nostre costruite col sudore dei nostri Padri. E cerchiamo, mi raccomando, di individuare quelli fra loro che vogliamo ospitare; facciamolo intelligentemente prima che partano dai loro Paesi, e preghiamoli di inviarci, magari con lo smartphone di cui sono dotati anche i loro neonati, la foto delle pietanze che vogliono trovare a tavola all’arrivo e il disegno del tappeto per la preghiera che meglio si intona col colore degli occhi o delle djellaba. Non sia mai ci dovessimo sbagliare di gusto o tonalità. Potrebbero incazzarsi o, peggio, restare delusi dell’accoglienza italiana.

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Informiamoci su che marca di shampoo per chioma turbantata , smalto per  unghie nascoste e crema per le rughe sottovelate usino le signore e quale sia il calibro di pistola o la lunghezza di lama del coltello più gradita al marito, al nonno, allo zio e al nipotino kamikaze salterello.

Non facciamoci riconoscere per quello che siamo: disattenti e superficiali. Confusionari e disorganizzati. Anzi, cominciamo a studiare tutte le loro lingue, anche quelle più sgrammaticate; leggiamo il loro codice e memorizziamolo, soprattutto i capitoli che riguardano gli infedeli (noi) e la giusta fine che devono fare (boom! o anche zac!).

Mettiamoli a loro agio, insomma. Come ci ordinano i nostri governanti imposti dalla massoneria e dalle banche. Come ci impone, sputandoci schizzi di coscienza favelera, il papa venuto dalla fine del mondo (cristiano). Come ci consigliano le bavose associazioni (dis)umanitarie, sempre pronte a salvare il culo e la pelle dei migranti for money, mentre se ne strafottono dei CRISTIANI MASSACRATI IN TUTTO IL MONDO IN QUANTO CRISTIANI!

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Dai, ragazzi, andiamo a prenderceli, questi milioni di “pacifici fraterni invasori” e porgiamo, durante il comodo viaggio, l’altra guancia per qualche caracca (o papagno). Carichiamo per primi i bambini, così facciamo contenti un po’ di monsignori col vizietto; a seguire, i giovani, quelli che serviranno a far detonare le cariche necessarie per ricostruire stazioni, aeroporti, piazze, scuole, chiese… Non dimentichiamo le stivate di donne, di colore è meglio, per il mercato del piacere da siepe. E, infine, gli imam! Quelli, per favore, non manchino! Anzi, abbondiamo con gli imam. I più ortodossi. Quelli che ci spiegano come si picchiano le mogli, ci si immola per il profeta, si mutilino le bambine, si pieghino a suon di frusta le schiene dei giovani refrattari.

Poi, infine dell’infine, carichiamo i vecchi. Anche gli sdentati di cent’anni. Quelli depositari della saggezza popolare. Quelli che stanno accovacciati per intere giornate, come per un’eterna cagata, davanti alla porta di casa o ai giardinetti e ti guardano come se tu fossi l’incarnazione di ogni male, e ti sputano sui piedi appena gli passi vicino. Su, su, diamo retta al popolarmisericordioso papa Francesco, da ieri anche nocchiere  di lusso per famiglie non già cattoliche, cristiane, ma, si dice, autenticamente maomettane. Di quelle che ci mancavano nella collezione. I migranti pontifici.

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Accogliamoli in questa nostra casa loro, sapendo che, male che vada, entro dieci vent’anni, faranno saltare definitivamente chiese e monsignori, governi e palazzi, sventreranno banche e luoghi del potere. Ma a noi, detto “papale papale” non faranno un cacchio: perché non valiamo e non varremo niente. Al limite, ci daranno un pugno di couscous da mangiare per farsi servire.

Una croce.
Quella di Cristo fu più pesante e insanguinata.

Fra me e me. Verso il Golgota, grazie al papa traghettatore (per chi fabbrica chiodi per le croci)

Il referendum e il quorum: quando si votava in massa

Corriere della sera
di Pierluigi Battista

Dall’aborto al finanziamento ai partiti: storia di una passione quasi spenta



C’ era una volta il referendum che non aveva il mal di quorum, che ogni volta era un plebiscito pieno di tanti sì e tanti no, e la gente discuteva, e non c’erano sondaggi e dunque alla vigilia scaramanticamente quelli del sì celiavano che avrebbe vinto il no, e quelli del no si aspettavano il trionfo del sì. Ma figurarsi se si doveva discutere sulle percentuali. Si votava in massa. Oggi si vota poco, o pochissimo.

Al ballottaggio per il Comune di Roma Ignazio Marino vinse con solo il 45 per cento dei romani che andarono alle urne, in Emilia Romagna non si toccò il 40 e persino la festa delle primarie non è più tanto smagliante. Il referendum boccheggia. Boccheggia un po’ di meno di quanto Renzi avrebbe voluto, e ottenuto se non avesse fatto propaganda di governo per l’astensione. Ma boccheggia. Mentre nei tempi d’oro abbondava di voti, i quorum sfondati, le percentuali elevatissime. E con quanta passione.
Il Pci e la legge sul divorzio
C’era una volta il referendum trionfante, che metteva paura a chi lo subiva. E a chi non si fidava degli elettori. Come il Pci dei primi anni Settanta, convinto che le «masse cattoliche» avrebbero demolito la legge sul divorzio. E invece per il divorzio fu l’apoteosi, la sconfitta politica di Amintore Fanfani, i Radicali di Marco Pannella nuovi protagonisti della vita politica. Si era così sicuri dell’adesione massiccia dell’elettorato che i Radicali nella tornata referendaria sulla depenalizzazione dell’aborto, che segnò una sconfitta storica dell’influenza vaticana sull’elettorato italiano, proposero un quesito ancora più estremo, perché la legge appariva troppo moderata e statalista.

I grandi fatti della cronaca e della politica alimentavano sentimenti, emozioni che si trasferivano con tutta la loro forza nelle urne. Il referendum contro le centrali nucleari si svolse sotto l’incubo di Cernobyl quando la gente esitava ad addentare l’insalatina perché tutta quell’erba appariva (e non lo era) irrimediabilmente contaminata e le mamme non volevano che i loro bambini sorseggiassero il latte appena munto da mucche che si erano nutrite con quell’erbetta presunta radioattiva. Il referendum sulla responsabilità civile dei giudici risentiva dei sentimenti popolari giustamente scandalizzati per la persecuzione giudiziaria cui era stato sottoposto Enzo Tortora.

Ma proprio questa battaglia fu l’inizio della fine del referendum come momento eroico della lotta politica. Una legge sulla responsabilità civile dei giudici fu varata imboccando la direzione opposta a quella espressa dagli elettori. Cominciò l’epoca grigia dei referendum disattesi e traditi. Quello sulla privatizzazione della Rai. Quello sul finanziamento pubblico dei partiti, sonoramente bocciato dal popolo italiano ma poi ribattezzato con un imbroglio lessicale che non fa bene al buon nome dell’Italia, «rimborso» pubblico dei partiti ancor oggi in vigore malgrado gli innumerevoli proclami. Quello che doveva abrogare il ministero dell’Agricoltura, rinominato e rimpannucciato «delle politiche agricole».
La battaglia di Craxi
Ma erano tempi in cui il quorum era solo una parola per le statistiche. Per la verità anche per il referendum proposto dal Pci sui punti di scala mobile tagliati dal governo Craxi qualcuno, in particolare Pierre Carniti leader della Cisl, propose la strada neutralizzante dell’astensione. Craxi volle tener duro e vinse in una battaglia che segnò un duro colpo per i comunisti italiani orfani di Enrico Berlinguer, il leader che sulla guerra della scala mobile fece una questione di grandi principi calpestati. Poi Craxi, smentendo se stesso e in un momento di appannamento politico che anticiperà l’annientamento del Partito socialista condotto con i mezzi giudiziari di Mani Pulite, deciderà l’improvvida battuta sull’andare al mare come alternativa annichilente nel referendum elettorale di Mariotto Segni. E le cose andarono come andarono.
Battiquorum
Il referendum era una grande arma. Poi si è rimpicciolita e restano le immagini dei politici promotori con le casse di firme da sottoporre alla mannaia della Cassazione. E la battaglia sul sì e sul no si è trasformata nella battaglia sul quorum. Per un pelo, ma davvero solo per un pelo, non passò quello sempre sulla riforma elettorale del ’99. Non passò quello sulla caccia e le leggende raccontano di robusti picchetti di cacciatori toscani davanti ai seggi per dissuadere gli animalisti infervorati.

Sul referendum per la fecondazione assistita, i cattolici seguaci della dottrina di Camillo Ruini nel 2005 riuscirono a impostare una campagna astensionista di grande successo. E nella sinistra moderata la stessa tattica è stata usata per disinnescare quello sull’articolo 18 che allora non si chiamava Jobs act. Ma insomma, erano questioni che parlavano all’identità dei gruppi e dei partiti. Sulle trivelle, l’identità si è un po’ smarrita e tutto sommato i risultati di ieri sono quasi un miracolo per i promotori. E una manna per i giornali, che non sono costretti a titolare sempre con un: «è battiquorum».

17 aprile 2016 (modifica il 18 aprile 2016 | 00:15)