mercoledì 13 aprile 2016

Il caso Matei

La Stampa
massimo gramellini

Doina Matei è la ragazza romena che nell’aprile di nove anni fa uccise la coetanea Vanessa Russo sulla metropolitana di Roma, conficcandole la punta dell’ombrello in un occhio al culmine di un litigio banale su chi aveva spinto chi. Nove anni dopo, già fluttua in semilibertà tra i canali di Venezia e sul suo profilo Facebook posta foto di se stessa sorridente al mare.

Nove anni di carcere per un omicidio rappresentano la vergogna del legislatore italiano, anche se mai come i cinque scontati, scontatissimi, dal pugile Alessio Burtone per avere ammazzato con un pugno un’infermiera romena alla stazione Anagnina, sempre a Roma. Oggi però la questione sono le foto di felicità diffuse dall’assassina. Doina Matei ha tutto il diritto di essere contenta, visto che la legge glielo consente. Ma ha diritto di mostrare la sua contentezza al mondo, e quindi anche ai parenti della vittima, attraverso un social network?

Quelle immagini indignano e il moralismo non c’entra. Neanche il desiderio di vendetta. C’entra la sensibilità. C’entra che se ammazzi una persona, dovresti almeno avere il pudore di tenere per te le tue emozioni gioiose, senza ostentarle e tantomeno condividerle con chi patisce ancora le conseguenze del tuo delitto. Chi uccide per futili motivi mostra scarsissima considerazione del prossimo. Nove anni di carcere dopo, Doina Matei continua a infischiarsene degli effetti delle sue azioni. Viene il sospetto che per lei la pena, oltre che breve, sia stata inutile. 

Casaleggio

La Stampa
jena

Uno può vivere nella Rete e per la Rete, ma quando muore è senza rete.

Che cosa vi può succedere un giorno qualunque

La Stampa
mattia feltri

Giuseppe Gullotta, 59 anni, ne ha trascorsi 21 in carcere con l’accusa di avere ucciso tre carabinieri. Poi è stato assolto anche per l’ammissione di chi in caserma lo torturò per farlo confessare. “Non poter crescere mio figlio è stato disumano”, ha detto Gullotta. Sarà risarcito con sei milioni e mezzo di euro. Un giornale ha scritto: “Giustizia è fatta”. Giustizia è fatta?

Nessuno mi troverà”, il mistero Majorana diventa un film

La Stampa
fulvia caprara

Il regista Egidio Eronico affronta il mistero di Ettore Majorana, geniale fisico teorico siciliano, docente presso l’Istituto di Fisica dell’Università di Napoli, scomparso a soli 31 anni in circostanze mai chiarite



L’enigma resta insoluto, ma le possibili interpretazioni, i retroscena , i significati, soprattutto le relazioni umane che potrebbero essere stati alla base della scelta, si moltiplicano per andare a comporre un mosaico affascinante che mescola teorie e tecniche narrative. In «Nessuno mi troverà Majorana Memorandum», il regista Egidio Eronico affronta il mistero di Ettore Majorana, geniale fisico teorico siciliano, docente presso l’Istituto di Fisica dell’Università di Napoli, scomparso a soli 31 anni in circostanze mai chiarite.

La ridda delle ipotesi, tuttora aperte, va dal suicidio, compiuto lanciandosi dalla nave che da Napoli lo stava portando a Palermo il 26 marzo 1938 (è quella l’ultima volta in cui Majorana è stato visto) al rapimento organizzato da potenze straniere, dalla fuga volontaria dall’Italia, diretto verso l’Argentina, alla scelta di ritirarsi in convento dopo la crisi spirituale dovuta ai risultati dei suoi studi: «Scrivono fosse angosciato per aver compreso prima degli altri le spaventose complicazioni della fisica nucleare». 

Attraverso documenti, immagini d’archivio, testimonianze e soprattutto animazioni in stile graphic novel per ricostruire le presumibili ultime ore del protagonista (la voce è di Alessandro Messina), Eronico ricostruisce la tela delle relazioni e dei sentimenti di un uomo di cui si disse tutto. Che era «un eccentrico visionario, che era timido, sempre pensieroso e poco propenso alle chiacchiere, che era un centauro, metà fisico metà matematico, che era un genio della statura di Galileo e Newton, dotato di quello che nessuno ha, ma sprovvisto di quello che normalmente hanno tutti gli altri, ovvero il semplice buon senso».

Nell’affaire Majorana sono stati implicati servizi segreti, scienziati atomici, uomini politici e militari. Fra le piste più battute, quella del difficile rapporto con Enrico Fermi: «Un rapporto tra Majorana e Fermi paragonabile a quello tra Mozart e Salieri? - s’interroga Eronico - Dal mio punto di vista credo sia stato un rapporto complicato, e non poteva essere altrimenti, vista la grandissima differenza caratteriale e culturale. E comunque è vero ancora oggi che i grandi talenti incontrino sempre difficoltà ad affermarsi». Secondo il Direttore del Dipartimento di Scienze Fisiche e Tecnologie della materia del Cnr «si può dire che Fermi fosse più vicino alle applicazioni tecnologiche e che Majorana rappresentasse il suo perfetto completamento».

Ma è il professor Francesco Guerra, professore di fisica presso l’Università della Sapienza di Roma, a offrire l’interpretazione forse più calzante: «Rispetto a Majorana, Fermi andava verso l’essenza delle cose. Un pragmatismo che lo spinse a lavorare per la bomba atomica. Majorana, invece, è un intellettuale della Magna Grecia. Le sue scoperte sono sconvolgenti. Visto che le sue grandi intuizioni sono 9, la sparizione può essere paragonata alla decima Sinfonia di Beethoven».

Nascosto in una chiesa della Val d’Ossola il drappo funebre del Re Sole

La Stampa
francesca zani

Acquistato duecento anni fa in Francia dalla parrocchia, ora è custodito insieme al velo nuziale di Maria Antonietta



Era il settembre 1715 quando - dopo sett’anni di regime autoritario - il popolo francese festeggiò la morte del Re Sole profanando la cappella della basilica di Saint Denis a Parigi dove il feretro del sovrano era stato ricomposto. Resta però un mistero il motivo per cui un secolo dopo il drappo funebre di Luigi XIV venne acquistato dalla parrocchia di un paese della valle Vigezzo, dove ancora oggi è gelosamente conservato. Nella chiesa di Craveggia - borgo dell’Ossola che conta poco più di 700 abitanti - c’è anche il velo nuziale appartenuto a Maria Antonietta, oltre a dipinti e altre opere di valore arrivate dalla reggia di Versailles.

L’arrivo di questi tesori in Ossola è legato alle storie degli emigranti. La valle Vigezzo è stata per secoli terra di spazzacamini, maestri legnamari e profumieri, che si trasferirono in cerca di fortuna all’estero, in particolare in Francia e Germania. Alcuni fecero strada, come Giovanni Paolo Feminis e Giovanni Maria Farina, che inventarono e divulgarono l’Acqua di Colonia. La leggenda tramanda poi che un bambino vigezzino impegnato a pulire i camini del Louvre nel 1612, sventò una congiura ai

danni di Luigi XIII, ottenendo in cambio della lealtà la protezione per tutti gli emigrati ossolani, che da allora poterono sfruttare condizioni privilegiate per commerciare. Pur lontani da casa - e spesso con più soldi in tasca di quando erano partiti - non dimenticarono la loro terra d’origine. Fu così che giunsero a Craveggia gli oggetti che compongono oggi il tesoro, custodito nella chiesa dei Santi Giacomo e Cristoforo, ampliata nel 1714, quando una famiglia di Roma fece portare in valle le ossa di San Faustino.

Fu la parrocchia, tramite la famiglia Gallanty, originaria della valle Vigezzo e emigrata in Francia, a commissionare l’acquisto del drappo funebre del Re Sole, caratterizzato da sei medaglioni ricamati in gobelins che raffigurano scene della Passione e delle Resurrezione. Il motivo di questa scelta è nascosto nelle carte degli archivi parrocchiali, ancora da studiare: ad attestare però l’autenticità del drappo c’è il certificato d’acquisto. Una decina di anni fa alcune docenti della Scuola di Belle Arti di Brera di Milano sono intervenute nella sistemazione all’interno della sagrestia degli oggetti e dei tessuti, conservati nei cassetti, perché l’esposizione e i raggi del sole potrebbero danneggiarli.

Più incerto è il percorso che ha portato in valle Vigezzo il manto nuziale di Maria Antonietta: lungo venti metri, in seta pesante «operata», poi riutilizzato per realizzare paramenti sacri, poiché i rivoluzionari - in sfregio alla regina e ai suoi eccessi - lo avevano rovinato. Una parrocchiana, Liliana Poggini, da anni si prende cura di quel patrimonio e organizza, con il Comune, visite guidate. Tutto quello che si può ammirare nella chiesa di Craveggia si deve alla generosità degli abitanti e dei villeggianti, a partire dal pittore Giuseppe Mattia Borgnis che affrescò gli interni e donò due sue opere, ai numerosi discendenti della famiglia Mellerio.

Pioniere di questa famiglia fu Giovan Battista, che emigrò in Francia per fare fortuna come venditore ambulante e fu poi il capostipite della nota famiglia di gioiellieri, gli orefici di fiducia della regina Maria Antonietta, dell’imperatrice Giuseppina Bonaparte e in tempi più recenti dei reali d’Inghilterra.

Formulari, code, consulenti e rinvii: l’odissea per ottenere il Pin unico

La Stampa
gabriele martini

Abbiamo provato a ottenere la nostra identità digitale, ci sono volute due settimane



Un’ora appesi al telefono, rimbalzati tra un call center e l’altro. Due mattine in coda alle Poste. Una settimana di attesa, tra moduli da compilare online e tentativi a vuoto. Ecco quanto tempo occorre per ottenere il famigerato Pin unico, ossia l’identità digitale che permetterà a cittadini e imprese di dialogare online con la Pubblica amministrazione. A un mese dal lancio del progetto, procurarsi le credenziali non è così agevole. Anche se - conviene precisarlo - si tratta di un vero e proprio documento personale. Non che rinnovare il passaporto, ad esempio, sia meno impegnativo.

I «distributori» del Pin unico sono tre: Tim, InfoCert (società specializzata in servizi di certificazione digitale) e Poste Italiane. La buona notizia è che il servizio è gratuito. Ma non tutti i cittadini possono sbrigare le pratiche burocratiche via Internet. Tim richiede infatti la firma digitale o la carta d’identità elettronica. InfoCert offre la possibilità di andare di persona in sede (ma solo a Roma, Padova e Milano) e consente una modalità di registrazione via Internet con riconoscimento via webcam al costo di 15 euro più Iva.

Per la procedura online tramite Poste occorre invece essere in possesso di almeno uno di questi strumenti: Carta d’identità elettronica, Carta nazionale dei servizi, firma digitale, PosteID, lettore BancoPosta o numero di telefono certificato su carta Postepay. Essendone sprovvisti, ci resta una sola strada: recarci di persona in uno degli uffici postali abilitati allo Spid (Sistema Pubblico di Identità Digitale). Sarà un percorso lungo e tortuoso.

L’INIZIO DELL’IMPRESA
La nostra iscrizione comincia sul sito di Poste, nella sezione dedicata. Compiliamo il formulario con dati anagrafici, indirizzo email e numero di telefono. Generiamo la password rispettando i criteri richiesti, ma misteriosamente otteniamo il via libera solo al quinto tentativo. Quindi accettiamo le condizioni generali del servizio e rifiutiamo invece di ricevere comunicazioni di carattere pubblicitario. Poste conferma l’avvenuta pre-registrazione e ci informa che ora possiamo «fissare un appuntamento con uno degli uffici abilitati» per identificarci e certificare il nostro numero di cellulare.

IL CALL CENTER IGNARO
Qui cominciano i problemi. Sul sito di Poste esiste una mappa degli uffici, ma scovarla è un’impresa. Nella email ricevuta ci viene consigliato di chiamare il call center. Dopo due tentativi a vuoto riusciamo a parlare con una centralinista: «Qui non ne sappiamo niente, non fissiamo appuntamenti». Insistiamo: è la procedura indicata nella email ricevuta da Poste. L’addetta consulta i colleghi: «Il massimo che posso fare è indicarle l’ufficio più vicino dove recarsi».

Ma la ricerca è più complicata del previsto. «In Piemonte non risulta nulla, mi indica solo Venezia». Facciamo notare che sarebbe piuttosto scomodo. L’addetta chiede aiuto alla vicina di scrivania: «A te trova Torino? A me dà solo Mestre». Dopo 15 minuti di attesa abbiamo finalmente il nostro ufficio postale quasi sotto casa. «Ma - avverte la centralinista - c’è anche l’ipotesi che loro non ne sappiano niente di Pin unico perché potrebbero non avere ancora aggiornato i sistemi».

L’UFFICIO SENZA CONSULENTE
Il giorno seguente la coda alle Poste si rivela inutile. Scopriamo che sì, l’ufficio è effettivamente abilitato allo Spid. Ma l’impiegato ci informa che «oggi non c’è la consulente che si occupa del Pin unico, conviene telefonare e fissare un appuntamento». Così facciamo. La settimana seguente eccoci di nuovo in fila all’ufficio postale. Stavolta c’è l’incaricata che procede al riconoscimento tramite carta d’identità e certifica il numero di telefono, su cui riceveremo di volta in volta la password temporanea per accedere ai servizi. Finalmente, dopo una settimana, abbiamo il nostro «codice magico» composto da nome utente e password. 

Cosa si può fare con il Pin unico? Ad oggi, non molto. Gli enti pubblici che hanno aderito finora sono Inps, Inail, Comune di Venezia e tre Regioni: Toscana, Emilia Romagna e Friuli Venezia Giulia. «Dal 15 aprile si aggiungerà anche l’Agenzia delle Entrate e sarà possibile accedere anche alla dichiarazione dei redditi precompilata», spiega Antonio Samaritani, direttore dell’Agenzia per l’Italia Digitale. Il governo ritiene che tre milioni di italiani si doteranno di Spid entro fine 2016. Presto partirà la campagna informativa. Ma le iscrizioni, per ora, procedono a rilento: sono 24mila, circa mille al giorno. Se la trafila è questa, non è difficile crederci. Ma potrebbe valerne la pena: si può accettare di fare una coda in più oggi, se servirà a evitare quelle di domani.

Nimble, la cagnolina che ha perso le zampe impara a correre

La Stampa
giulia merlo



Tutte le probabilità erano contro di lei, ma Nimble ha dimostrato a tutti che volere è potere. La cagnolina aveva perso tutte e quattro le zampine per una malattia, quando aveva appena 10 giorni.



I veterinari volevano abbatterla, perché i proprietari non erano in grado di occuparsi di lei, ma Christine Broyles ha deciso di adottarla, nonostante la malformazione. «Aveva solo 3 giorni quando i tessuti delle zampe hanno iniziato a deteriorarsi», ha raccontato la donna.



Nessuno è riuscito a capire cosa abbia causato la malattia di Nimble, ma Christine ipotizza che la madre - una cagnolina randagia- abbia ingerito qualcosa di nocivo durante la gravidanza.



I veterinari erano assolutamente certi che Nimble non sarebbe stata mai in grado di camminare senza sostegni, ma la cagnolina ha ribaltato qualsiasi pronostico.Dopo aver subito una operazione chirurgica correttiva, Nimble ha rinforzato i muscoli rimasti nelle zampe e ha iniziato lentamente a camminare da sola. «Oggi corre con i suoi amici ed è la cagnolina più dolce che abbia mai avuto», ha raccontato Christine.

Quasi un secolo e 124 milioni di euro, ma la diga di Chiauci (In Molise) ancora non c’è

Corriere della sera
Antonio Crispino /Corriere TV

La realizzazione della diga di Chiauci venne discussa per la prima volta nel 1922, ma oggi è ancora incompiuta

Nel 1922 si discusse per la prima volta della realizzazione di una diga a Chiauci, nel Molise. Tra i più convinti oppositori ci fu Antonio Cardarelli, illustre medico molisano e senatore del Regno. Ma non certo perché immaginava già all’epoca tempi biblici di realizzazione. Tra il dire e il fare, infatti, sono trascorsi 94 anni. Anzi, a essere precisi, al «fare» non siamo ancora arrivati. Perché la diga di Chiauci è ancora oggi un’incompiuta dalle proporzioni gigantesche. Ricade in ben tre comuni: Pescolanciano, Civitanova del Sanno e Chiauci, anche se su quest’ultimo grava l’80% della struttura: 70 metri di altezza, 141 di lunghezza per una portata di 15 milioni di metri cubi d’acqua. Oggi ne ha poco più di 4 milioni. Perché l’opera è incompleta.

Il primo progetto tecnico porta la data del settembre 1977. La Cassa per il Mezzogiorno finanziò l’avvio dei cantieri otto anni più tardi. Ma il dicembre dello stesso anno si fermarono i lavori. Cambiarono le norme sulle dighe e furono necessari adeguamenti. Ci vollero tre anni per riprogettare il tutto. Si riprese a scavare nel novembre 1990. Neanche il tempo di imbracciare gli arnesi e i lucchetti chiusero di nuovo i cancelli a causa di un contenzioso sull’impatto ambientale. La struttura è stata ultimata nel 1997 ma per funzionare necessita di alcuni lavori di completamento. Con un decreto il Governo trasferisce 7,5 milioni di euro al Consorzio di bonifica per la cantierizzazione.

Ma appena un anno dopo lo stesso Governo revoca il finanziamento e sposta quei soldi su altre opere pubbliche. Passano cinque anni e i 7,5 milioni di euro necessari per il completamento diventano 25. Li stanzia il CIPE (Comitato interministeriale per la Programmazione Economica). Sembra tutto risolto, si firma anche un protocollo d’intesa tra le regioni Abruzzo e Molise con il quale si disciplina la spartizione delle acque della diga per fini irrigui e industriali. Ma stavolta è la Corte dei Conti a bloccare tutto.

Ricusa la delibera del Cipe perché «…non corredata dal parere dei competenti organi tecnici circa la eventuale attualità dei pareri già resi nel 1997 e 2000 nonché dall’esplicito riferimento al Protocollo d’Intesa intervenuto nel 2008 tra le Regioni Abruzzo e Molise circa la cantierabilità delle opere». In sostanza, secondo la Corte, ben 13 dei 25 milioni trasferiti dal CIPE sarebbero per opere che non è possibile avviare. Infatti vengono disposti approfondimenti tecnici.

Dopo un lungo periodo di stallo e alterne vicende burocratiche si decide comunque di inaugurare la diga il 4 aprile 2011 per festeggiare la conclusione della prima fase dei lavori. Inizia l’invaso ci circa 4 milioni e mezzo di metri cubi d’acqua , ossia un terzo della capienza massima, con la promessa di completare l’invaso entro maggio 2013. Che ovviamente resta solo una promessa.

Quasi provocatoriamente il sindaco di Chiauci, Domenico Di Pilla ha deciso di scrivere una lettera per festeggiare il trentennale dell’incompiuta. Il suo paesino contava cinquecento abitanti, tutti appesi alla speranza di sviluppo che la diga avrebbe portato. Oggi sono diventati 265. E continuano ad andare via. «Ci avevano promesso sviluppo agricolo, industriale, turistico in cambio dei terreni, delle foreste, delle case che abbiamo dovuto lasciare per fare spazio ai cantieri».

Secondo le stime ufficiali del ministero, ad oggi la diga è costata 124 milioni di euro. A cui si dovrebbero aggiungere ulteriori finanziamenti (circa 25 milioni di euro) per il completamento. Per Di Pilla il conto è molto più salato e sfiora i 200 milioni di euro. «L’integrazione dello schermo impermeabile è costato altri cinque milioni di euro, la difesa di sponda circa 3,5 milioni di euro, la casa di guardia altri 2 milioni di euro - elenca Olindo Sciarra, consigliere comunale e memoria storica della città -. E poi ci sono una serie di opere accessorie che sono state realizzate attorno alla diga in previsione dello sviluppo turistico».

Ci porta a vedere un «Baby park» realizzato dalla Provincia di Isernia per circa un milione di euro. C’è un parco giochi, un anfiteatro, campi di calcio, basket e perfino un eliporto. Tutto abbandonato. Perché lo scenario doveva essere quello di un lago artificiale. Mentre tutto attorno è solo desolazione. La stessa strada che facciamo per raggiungere il parco è uno sterrato pieno di voragini. «Rientra nelle cosiddette ‘opere compensative’ che ci erano state promesse. Ancora oggi, se qualcuno vuole passare da una sponda all’altra della diga è costretto a percorrere questo viottolo».

Di tutto l’indotto turistico sbandierato alla posa della prima pietra qui non c’è traccia. Anzi, quel poco di turismo che c’era è sparito. «Avevamo una bella cascata alta sessanta metri che d’estate attirava molte famiglie - ricorda il primo cittadino Di Tilla -. Lo sbarramento del fiume Trigno ha determinato la scomparsa della cascata, sostituita da una conca artificiale quasi sempre senz’acqua». E senz’acqua è anche il nuovissimo impianto costruito per irrigare la piana di San Salvo e Montenero di Bisaccia. Finché la diga resterà un’incompiuta, le condotte saranno a secco. Poco distante c’è un cavalcavia che sovrasta un altro ponte in pietra: «Questo più in alto fu costruito perché l’acqua dovrebbe salire fino a sommergere il vecchio ponte di pietra. Allo stato dei fatti uno dei due è inutile».

A Roma c’è la Direzione generale per le dighe e le infrastrutture idriche ed elettriche. Abbiamo cercato chiarimenti ma non ci hanno ricevuto. Le email inviate, ignorate. Sul sito internet del Consorzio di Bonifica Sud-Vasto si legge solo che «i lavori per la diga sono iniziati nel 1985 e sono stati ultimati nel 1997». Nemmeno un cenno alle opere che impediscono il funzionamento a pieno regime dell’impianto, tra cui un lago a Pescolanciano, una strada circumlacuale, la messa in sicurezza delle infrastrutture di valle e la sistemazione di un ammasso roccioso che ha mostrato i primi cedimenti.

Come si punisce un Italiano

Nino Spirlì



E venne il giorno della seconda perfida condanna. Quella che mette a rischio il tanto agognato passaggio in servizio permanente effettivo. Che mina il sentiero verso il meritato lavoro sicuro ad un uomo che ha scelto la nobile Arma dei Carabinieri come missione e destino. Che nega la possibilità, ad un giovanissimo padre separato, di essere certo di poter mantenere, onorevolmente e dignitosamente, la propria figlioletta. Oltre ogni umana cattiveria, invidia, gelosia, meschineria.

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Riccardo Prisciano, Maresciallo dell’Arma, autore dell’ormai famosissimo saggio giuridico Nazislamismo (Ed. Solfanelli, 2016), rispettoso della Legge e valoroso difensore degli Alti Ideali della nostra Civiltà, è stato, infine,  processato e condannato. Otto giorni di consegna di rigore, dopo un processo durato una mezza giornata; manco fosse le Père Gratien, il prete africano accusato della morte di Guerrina. Otto ottusissimi mortificanti giorni, che si sommano ai sette precedentemente ricevuti, per la stessa incredibile accusa, a Firenze. Una persecuzione. Ma tant’è!

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Un generale dei Carabinieri, di stanza in Sardegna, dove, a detta del Grande Cicerone, anche il miele è amaro, si è, ahimè, incaponito e lo ha voluto punire per presunta omofobia, xenofobia, islamofobia, e derivati. Confermando l’immortale Oratore latino. Posso dubitare di questa infamante accusa? O mi tocca passare qualche notte in gattabuia?Parlo da vecchia checca nazionale. La più spietata e perfida, a detta di molti. Da omosessuale sereno e appagato, seppur navigato e navigatore, secondo me.

Che Prisciano sia xenofobo, islamofobo e, soprattutto, omofobo lo scopro dal signor generale. Eppure, continuo a non crederci… Sono frocio da almeno trent’anni e un amico attento e gentile, dotto e  intelligente, rispettoso e maturo come Prisciano ho stentato finora a trovarlo. Secondo la migliore tradizione dell’Arma a cui appartiene, ha saputo starmi vicino anche in momenti particolarmente duri di questi ultimi mesi, senza mai farmi dubitare della Sua comprensione.

Se, poi, per omofobo intendiamo uno che non ci sta a che due persone dello stesso sesso si dicano marito e marito, o moglie e moglie, e che esercitino l’assurda pretesa di acquistare o prendere in locazione temporanea le viscere di una morta di fame del terzo mondo dimenticato o dei sordidi sobborghi metropolitani dell’occidente capitalistico, per farsi confezionare un presunto figlio non figlio, allora io sono il generale degli omofobi. Il loro monarca assoluto e, in delirio di onnipotenza, anche il loro novello Zeus.

Perché anche io, e, con me, tanti omosessuali dotati di intelletto, cuore e anima, sappiamo che è un concentrato di violenza sociale e morale scaricare sulle spalle e sulla vita di un infante innocente la già difficile scelta di rendere pubblico un amore di e fra adulti dello stesso sesso, che, ancora e purtroppo, proprio il mondo degli stessi adulti non sa come e se comprendere. Come è violento e mortale impedire ad un “futuro” uomo, figlio di una compravendita amorale, di poter costruire il proprio avvenire sulle solide fondamenta di una famiglia naturale, composta INEVITABILMENTE da una madre e un padre, costringendolo, per nascita, alla perfida accettazione di una privazione.

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Questo dice anche Prisciano. Anche e non SOLO. E, finché ci saranno giovani corretti e puliti come lui, l’Umanità potrà sperare di vedere mille e mille nuove albe. In attesa che ad essere corrette siano ANCHE certe sentenze.

A volte, mi dico fra me e me tentando di capire, noi “anziani” dovremmo poter rinvigorire gli assopiti entusiasmi, consegnandoci con fiducioso abbandono più ai giovani intemperanti guerrieri, che a certo acquiescente personale di servizio. Ma, forse, le giovani spavalde schiene ritte ci fanno ricordare, a volte, certe nostre passate, nascoste e poco onorevoli, “piegature”. A volte. E tentiamo di imporle, altrettanto poco onorevoli, ad altri. A volte.

http://blog.ilgiornale.it/spirli/files/2016/04/220px-Salvo_DAcquisto.jpg

Nel ricordo Eroico della giovanissima Medaglia d’Oro Vice Brigadiere (mica Generale) Salvo D’Acquisto, Santo martire laico di questa mia Italia adorata, mi auguro che l’Arma sappia ancora mantenere la Fedeltà alla Virgo Fidelis, Madre di Dio e dell’Umanità. Alla Sua Anima Immacolata. Alla Sua Umile Divinità.

Fra me e me. #iostoconPrisciano

Renzi

La Stampa

jena
Vincere! Vincere! Vincere!
Ad ogni costo, nessun ci fermerà!
I cuori esultano,
son pronti a obbedir,
son pronti lo giurano:
o vincere o morir

C’è poco da ridere

La Stampa
massimo gramellini



I quattro adolescenti rom che sguainano impavidi i pollicioni davanti alla fotocamera non sono una rock band, ma una band e basta, immortalata nella sala d’aspetto di un distretto di polizia. Hanno divelto un tombino nel centro di Vicenza alle quattro e mezza della notte e lo hanno scagliato contro la vetrina di un negozio che esponeva due nuovi modelli di iPhone. Sono stati presi mentre scappavano con la refurtiva. Il capo ha quindici anni. Gli altri, tra i quali una ragazzina fuggita da una casa-comunità, anche meno. 

Dire che non sembrano pentiti è un eufemismo. È che non sembrano neanche preoccupati delle conseguenze. Si comportano da impuniti perché sanno che tanto nessuno li punirà. Infatti, subito dopo la foto, sono stati rimessi in libertà.

Ora, non dico di mandarli in carcere, dove imparerebbero soltanto a diventare peggiori. Ma cosa vieta di spedirli due ore al giorno a fare gli spazzini in un parco pubblico o i camerieri alla mensa dei poveri? Altrimenti cresceranno con l’idea che la vita sia un luogo senza regole, dove a ogni azione non segue mai qualche forma di reazione. Voglio vivere in uno Stato che non faccia paura. Ma uno Stato che non incute più rispetto si merita quei pollicioni, simbolo della sua resa. 

Uccise un terrorista nero negli Anni ’80. Ora lo Stato gli nega il porto d’armi: “Come mi difendo?”

La Stampa
miriam massone

La rabbia dell’ex poliziotto che fu coinvolto in un conflitto a fuoco: “Così sono in pericolo: restituirò il titolo di cavaliere a Mattarella”


Aurelio Casciana, sovrintendente capo della polizia in pensione (foto Albino Neri per La Stampa)

È un ex sovrintendente capo della polizia in pensione, con in curriculum un sanguinoso conflitto a fuoco, 37 anni di divisa e il titolo di cavaliere conferitogli per meriti sul lavoro. Oggi, che di anni ne ha 61, quell’attestato dove l’onorificienza è scritta in caratteri antichi su carta intestata della Presidenza della Repubblica, e che fino all’altro giorno era motivo d’orgoglio, Aurelio Casciana vuole restituirlo: «Questo Stato non mi rappresenta più», dice, furibondo per il mancato rinnovo del porto d’armi. L’aveva chiesto, come ogni anno, per difesa personale.

Gli hanno risposto che i motivi non sussistono, che non corre pericolo anche perché i fatti per i quali Casciana teme ritorsioni sono troppo lontani. Eppure lui ogni giorno monitora i siti internet dove l’amarcord dei neofascisti resiste. E non abbassa la guardia: «Io ho ucciso un terrorista nero: ho diritto a sentirmi sicuro». Fu uno dei conflitti a fuoco più drammatici avvenuti in provincia di Alessandria, sul finire degli anni di piombo. Era il 24 marzo del 1985: Aurelio Casciana aveva 30 anni, era alle Volanti. Al casello autostradale di San Michele, assieme agli altri colleghi, intercettò la Fiat 127, con a bordo 4 terroristi neri e nel bagagliaio un piccolo arsenale (pistole, fucile, persino una bomba a mano e una baionetta).

Il fuoco, al posto di blocco, partì da loro. Una sparatoria tremenda. A terra, morti, rimasero i terroristi Diego Macciò, 23 anni, ed Enrico Ferrer, 19, feriti i camerati Andrea Cosso, 23 anni e la fidanzata di Macciò, Raffaella Furiozzi di 19. Colpito a una gamba anche un agente. Casciana ottenne una medaglia d’oro al merito di servizio. All’episodio seguirono le minacce da parte dei Nar: «I camerati caduti marciavano nelle file della rivoluzione. Attenti a voi». E ogni anno, il 26 marzo, c’è chi li ricorda e li celebra pure. Cosso ora vive a Torino, è finito in manette altre volte.

«Io ho una famiglia, due figli, voglio solo sentirmi protetto: danno il porto d’armi ai gioiellieri per stare in negozio, credo che l’episodio che mi ha visto protagonista fosse serio, grave e comunque sufficiente». Dalla polizia è andato in pensione nel 1997 come sovrintendente capo dopo anni di Volanti e Digos. Contro il mancato rinnovo del porto d’armi ha presentato anche ricorso, ma gliel’hanno respinto: «Non ci sono mai stati eventi da supporre rischi o vendette» scrive il dirigente della questura. «Eppure i nostalgici del terrorismo ci sono - dice Casciana, amareggiato e anche un po’ preoccupato -: questo Stato mi ha deluso, e il titolo di cavaliere se lo possono pure riprendere». È seguito dall’avvocato Giuseppe Grosso, di Alessandria: «Il porto d’armi, nel suo caso, è assolutamente dovuto, considerato quell’episodio del passato: lavorerò perché venga riformata la decisione».

Grappa da sette generazioni: i 170 anni della distilleria più antica del Nord Italia

La Stampa
miriam massone

È Mazzetti d’Altavilla Monferrato oggi gestita da tre sorelle ventenni


Le sorelle Silvia, Chiara ed Elisa, Sanzio Evangelisti e Nicholetta Mazzetti nella storica distilleria Mazzetti d’Altavilla

Una quercia enorme, con radici profonde e rami altissimi: solo così, con un albero genealogico di dimensioni secolari, i Mazzetti hanno potuto contenere tutti i parenti, e gli antenati, della loro famiglia che hanno fatto grande il nome della grappa nel mondo (sono 28). Ha cominciato Filippo, nel 1846. Oggi, alla settima generazione spetta un compleanno da record: 170 anni. Lo festeggiano al Vinitaly, con un allestimento speciale che è un viaggio nel tempo, tra giochi di luci e degustazioni. «Mazzetti d’Altavilla è la più antica distilleria del Nord Italia e la seconda del Paese, dopo la Nardini» conferma il responsabile Sanzio Evangelisti.



Le sorelle Silvia, 26 anni, Chiara di 27 ed Elisa di 25 - «Siamo la settima generazione» - si muovono con disinvoltura tra le teche dove sono conservate le bottiglie di grappa e scaglie d’oro, una scacchiera «ripiena» di liquore al caffè e distillato pregiato, antiche etichette, acquaviti, preziosi brandy, in questa tenuta, che originariamente era un monastero, in cima alla collina di Altavilla, tra le vigne del Monferrato. A camminare nella fresca barricaia, dove dentro le botti francesi, la grappa invecchia anche più di 30 anni, si respira profumo di vinaccia, ed entusiasmo.

«Vogliamo svecchiare il prodotto, avvicinarlo ai più giovani, trasformarne l’immagine da rude a distillato da salotto» dicono all’unisono Elisa, Silvia e Chiara che, sotto l’egida anche della mamma Nicoletta, hanno pensato alla grappa di Ruchè 7.0, nome moderno e messaggio semplice: «Il 7 ricorda la nostra generazione, la settima appunto, e lo 0 i chilometri: tutte le vinacce appartengono a vitigni del territorio: Nebbiolo, Barolo, Ruché, Dolcetto». 



Tra gli alambicchi Evangelisti fa assaggiare una grappa con retrogusto all’albicocca. Nasce da impianti moderni, qui l’acciaio convive con la tradizione e il legno. C’è il corridoio delle botti in scala, ad esempio, dove di meccanico non c'è nulla: «Sono 6, dalla più piccola alla più grande, di rovere, castagno, frassino, ciliegio, gelso e ginepro: si parte da 100 litri per arrivare a 10, in 6 anni, tutto il tempo di invecchiare dentro questi legni profumati con il passaggio di botte in botte». È così che nasce «Segni», altra suggestione in questo nome partorito dalle ragazze di casa. La serie è limitatissima: 486 bottiglie appena. 



In tutto invece, durante l’anno, si producono qui dentro, 800 mila litri tra grappe e brandy. Molti finiscono all’estero, anche in Russia e Ucraina, paesi che si potrebbe ritenere «difficili» e che invece i Mazzetti conquistano con il gioco: «La grappa inserita dentro gli scacchi piace tantissimo». Lo sguardo under 30, delle tre sorelle, è fondamentale: è loro l’idea, ad esempio, di proporre un ricettario per portare la grappa anche a tavola («Con il risotto è perfetta» sostiene Silvia) e poi prima o dopo il pasto come aperitivo. Le richieste sono cambiate: «In passato si guardava di più all’estetica della bottiglia, ora resta importante ma è il contenuto che conta molto: in questo momento vanno le riserve e le grappe invecchiate». Debutta al Vinitaly anche una super bottiglia pensata apposta per i 170 anni.

Lavastoviglie: ecco come usarla

La Stampa
arianna curcio

Gli errori più comuni da evitare per avere una macchina funzionante e stoviglie lucenti

donna sorridente utilizza lavastoviglie in cucina

Cene con ospiti oppure piccoli carichi da mandare solo quando l’elettrodomestico è del tutto occupato da stoviglie. In qualunque modo venga utilizzata la lavastoglie, l’importante è averne cura e capire come riuscire a farla funzionare il più a lungo possibile. Si dice spesso che “le macchine di una volta” erano indistruttibili. È vero, ma è altrettanto vero che oggi sappiamo poco sugli errori da evitare quando si usa uno dei più amati elettrodomestici.

Sebbene le lavastoviglie di ultima generazione gestiscano molto bene il dissolvimento dei residui di cibo lasciato nelle stoviglie, è buona abitudine pulire il più possibile piatti, bicchieri e vassoi prima di caricarli nell'elettrodomestico. Altro consiglio è quello di non caricarlo eccessivamente per evitare oltre a una pulizia delle stoviglie, anche il rischio di contatto tra piatti, bicchieri e pentole che potrebbero causare rotture.

Allo stesso modo, caricarla troppo poco può produrre altri danni: spreco di acqua eccessivo rispetto alla reale necessità e inoltre il rischio di rottura delle stoviglie causate dall’eccessivo spazio in cui sono liberi di girare all’interno del cestello.

L'utilizzo di detersivi in polvere è da preferirsi a quello di detersivi liquidi. I detersivi liquidi infatti contengono alcune componenti difficili da dissolversi completamente durante il lavaggio, aumentando il rischio di occlusione delle tubature della lavastoviglie con conseguente malfunzionamento o rottura. Errori che si possono evitare utilizzando polveri che hanno una dissoluzione completa durante il ciclo di lavaggio.


Prima di caricare di detersivo la vostra lavastoviglie, leggete attentamente le dosi consigliate e riportate sulle etichette dei detergenti. Una dose eccessiva può infatti dar luogo a quella fastidiosa patina residua su stoviglie, indice di un risciacquo non terminato a dovere che può risultare anche nociva per la salute. Di tanto in tanto gettate all’interno della macchina un bicchiere di aceto di vino, oppure inserite la metà di un limone privato dai semi nel cestello superiore: aiuterà a mantenere non solo le stoviglie lucide e disinfettate, ma pulirà ulteriormente pareti e ingranaggi della lavastoviglie.
Quando l’apparecchio è vuoto, ricordate di non far mai mancare il sale apposito, togliete eventuali residui di cibo depositato alla base dell’elettrodomestico e sciacquate accuratamente i filtri. Prendetevene cura tenendola il più pulito possibile e ritarderete la chiamata del tecnico per eventuali problemi.

Il cimitero italiano a Tripoli? Sterpaglie, croci divelte e devastazioni

Corriere della sera

di dall’inviato a Tripoli Francesco Battistini

Tombe e cappelle vandalizzate dalle scorribande negli anni post rivoluzione contrastano con i prati ben curati del camposanto britannico. «Gli inglesi pagano»

Tombe abbandonate coperte dalla vegetazione incolta nel cimitero italiano a Tripoli (foto Gabriele Micalizzi, Cesura)

Ai Bastianini, hanno staccato la parola «Famiglia» e spaccato le lapidi. Ai Rizzi, sfondato il pavimento e tolto le croci. Ai Bettucchi, divelto l’altare. Dei Bissi è rimasta solo un’ombra del nome. Sui Lovato, Ernesto e Teresa e Maria Giovanna, vagano i cani randagi a spolparsi qualche osso che sembra d’animale. C’è una cappella intitolata agli «…os…un» e nessuno sa più chi siano. «I salafiti sono venuti due volte — racconta il custode libico, un cartoccio di patatine fritte in mano — , l’ultima a novembre, e hanno distrutto il poco che restava da distruggere».

Requiescant In Pace, è l’iscrizione all’ingresso del vecchio Cimitero cristiano degl’Italiani di Tripoli, a due chilometri dal centro, ma qui gl’italiani non riposano più: li hanno dovuti spostare in fondo al vialetto, in un sacrario blindato e chiuso con cancellate e catene, sperando che almeno lì nessuno scavalchi e completi l’opera. E i portalumi di bronzo liberty, le foto seppiate, gli angeli anni Venti che spezzano le catene, persino i forni crematori sono stati presi a picconate.

Libia, il cimitero italiano devastato
Libia, il cimitero italiano devastato

Libia, il cimitero italiano devastato

La notizia si sapeva, ma vedere è un’altra cosa: tutto è sparso in giro, buttato nelle sterpaglie seccate dal vento caldo del deserto. Anche il vecchio custode italiano, Bruno, se n’è andato da un pezzo: «Non so chi fosse — dice il suo successore —, però s’è risparmiato questo spettacolo».
Il confronto
Italiani brada gente. Dodici scalini dividono due cimiteri e due modi di difendere la memoria. Perché basta camminare appena oltre le nostre tombe devastate, salire gradini che portano all’ala ovest del cimitero Hammangi e di colpo s’entra in un altro aldilà. Non c’è neanche una ringhiera a separare: di qui lo squallore del camposanto italiano profanato, appena di là il prato verde all’inglese e annaffiato e ben rasato del Tripoli War Cemetery. Il sepolcro candido del Capitano T. W. Dirkin dei Royal Engineers, morto il 17 ottobre 1943 all’età di 24 anni, ha i fiori freschi e così gli altri, più d’un migliaio: britannici, indiani, nepalesi, greci, tutti i soldati di Sua Maestà che combatterono i nazifascisti e che Sua Maetà non ha dimenticato.

 «L’ambasciata inglese a Tripoli è chiusa da tempo, come quella italiana, ma la differenza è che loro pagano…», dice il custode: un paio di guardiani armati che tengano alla larga i fondamentalisti islamici, qualche giardiniere che pettini l’erba e curi le aiuole di rose e ranuncoli. Nessuno si sogna di toccare le croci, nel Cimitero degl’Inglesi. E Rest In Peace è una preghiera che anche i salafiti sono costretti a rispettare.
Peggio che ai tempi degli Ottomani
Morire in Libia è una dannazione della memoria. E nel potere ancora più svuotato dall’arrivo di Fayez Serraj, premier sbarcato a formare il governo d’uno Stato che non esiste più, in quest’anarchia è fin più facile uccidere i simboli che le persone. Il cimitero cristiano di Tripoli esiste dal Cinquecento, gentile concessione del Pascià: nei secoli le profanazioni furono numerose e nel 1922 un ossario degli espatriati — ottomila in tutta la Libia — venne spostato nella zona di Hammangi.

Dicono i tripolini che, nemmeno ai tempi degli Ottomani si sono mai viste tombe cristiane ridotte come queste. Accanto alle salme italiane, salvate nel sacrario chiuso col catenaccio, ce ne sono d’ancora più abbandonate: quelle dei migranti annegati mentre cercavano di raggiungere l’Italia. Non stanno nell’oasi verde degl’inglesi, naturalmente: hanno trovato spazio solo nelle frasche morte dei Bastianini e dei Rizzi. Un Naja Wisi Najato del Burkina Faso, ripescato in mare il 4 maggio 2015. Un George Jurio del Ghana trovato sulla spiaggia di Tripoli il 25 aprile, senza l’anno. Molti «unknown», sconosciuti, scritti a pennarello. Croci di legno, quasi nascoste dalla rovina. I fanatici non le hanno viste. O forse non vale neanche la pena di spaccarle.