martedì 12 aprile 2016

A caccia di venditori di cyber estorsioni

La Stampa
carola frediani

Così è stata individuata una campagna di ransomware che colpiva utenti italiani con finte mail Enel, SDA e Telecom Italia



Una campagna internazionale di cyber estorsioni che colpiva soprattutto l’Italia è stata appena individuata, mappata e tracciata fino al luogo d’origine da alcuni esperti di sicurezza informatica. Un gruppo criminale che inviava ransomware a utenti italiani attraverso finte mail SDA, Telecom Italia ed Enel è stato tracciato fino a una città ucraina.

I ransomware sono software malevoli che infettano i pc e ne cifrano i contenuti, chiedendo un riscatto per consegnare la chiave con cui decifrarli; negli ultimi mesi stiamo assistendo a un boom di infezioni, come raccontato in una nostra recente inchiesta sul tema, dove spiegavamo come questa crescente economia criminale si sviluppi lungo una direttrice est-ovest (gestita spesso dall’Europa dell’Est, colpisce soprattutto Paesi occidentali quali Stati Uniti, Germania, Spagna, Italia).

Ora i ricercatori della società di sicurezza ReaQta hanno interamente mappato, in un report che La Stampa ha visto in anteprima, una di queste campagne di ransomware, che colpisce in particolare Italia, Danimarca e Spagna. L’operazione di cyber estorsioni si basa sull’invio di finte email che simulano di essere state mandate da importanti aziende nazionali: per l’Italia si tratta di Enel, SDA (Poste Italiane) e Telecom Italia; per la Danimarca e Spagna rispettivamente di Post Danmark e Correos, le poste dei due Paesi.

Come avviene l’infezione? Ad esempio con finte mail SDA Express Courier che dicono di scaricare e stampare un’etichetta di spedizione per ritirare un pacco arrivato in un ufficio postale. Se l’utente clicca sul link e scarica l’etichetta, viene infettato da un virus Crypt0L0cker che in breve tempo cripta i file del computer e chiede un riscatto per sbloccarlo. In altri casi le mail rimandano prima a finti siti da cui a sua volta si scarica il malware.


Le mail inviate sono fatte bene, tranne per l’italiano decisamente zoppicante. Ma come accade spesso in questi casi, i truffatori contano sulla fretta e disattenzione degli utenti o sul fatto che nelle aziende alcuni account mail possono essere gestiti da varie persone, il che può generare più facilmente confusione. L’infrastruttura di cyber estorsioni è inoltre abbastanza sofisticata: le mail inviate ad italiani rimandano a un sito da cui solo chi sta fisicamente in Italia (chi ha indirizzo IP italiano) può scaricare il malware, in modo da

focalizzare gli sforzi sui target desiderati. Ma soprattutto i ricercatori di ReaQta hanno individuato l’origine (e lo specifico indirizzo IP) di questa campagna internazionale sviluppata su più Paesi: si tratta della città ucraina di Mariupol. Da qui l’individuo o il gruppo che tira le fila delle cyber estorsioni gestisce quattro server in Russia (due da cui distribuisce il ransomware, e due da cui lo controlla); due server in Germania; uno in Ucraina.

Non solo: i ricercatori hanno individuato anche il numero di vittime (un migliaio in una settimana, 204 aziende) e alcune delle categorie cui appartengono (soprattutto industria dei servizi e privati). Dei tre Paesi l’Italia è la più colpita, e i vettori di attacco tramite finte mail SDA ed Enel sono i più infettivi. Il riscatto richiesto è in genere di 299 euro (da pagare entro 5 giorni), ma cresce fino a 600 dopo la scadenza.


Ma come è stata individuata e tracciata questa campagna specifica? «Siamo partiti dalla segnalazione di un cliente e siamo poi risaliti fino un server in Croazia che l’attaccante aveva compromesso per poi distribuire da lì i ransomware. Poi, anche a causa di alcuni errori dell’attaccante, abbiamo individuato il suo indirizzo IP di casa», spiega alla Stampa Alberto Pelliccione, Ceo di ReaQta, che aggiunge come abbiano già contattato il gestore del sito croato (all’oscuro di quanto stava avvenendo), il quale ha quindi sporto denuncia. «Il server in Croazia ospitava i siti di phishing così da non far mai puntare gli utenti direttamente sui siti di distribuzione vera del malware. In questo modo, se uno dei siti salta, possono girare la catena al volo sugli altri senza perdere quelli che diffondono il software malevolo».

Detto altrimenti: i criminali dividono l’infrastruttura tra i siti di phishing che simulano di essere il finto sito Enel o delle Poste ecc e su cui mandano gli utenti, e i siti da cui si scarica il malware vero e proprio spesso ospitati nel cloud. «I finti portali di phishing vengono caricati su siti web di persone o aziende ignare “bucati” a causa di vulnerabilità spesso dovute a mancati aggiornamenti oppure su domini registrati ad hoc con credenziali fittizie come ad esempio sda-tracking24.com o sda-tracking.com», spiega alla Stampa Paolo Dal Checco, esperto di informatica forense che da tempo si occupa di ransomware.

Mentre il malware è collocato altrove. Questa compartimentazione e l’uso di servizi cloud, come Dropbox o Google Drive, da parte di tali gruppi soddisfa varie esigenze. «Invece di mandare direttamente un file che ti infetta lo collocano sul cloud (cui poi si viene indirizzati in vario modo)», aggiunge Dal Checco. «Tra i vantaggi c’è la possibilità di cambiare spesso il link al download per essere più sfuggenti; ma è vantaggioso anche in termini contabili, perché così tengono meglio traccia delle campagne dei loro stessi clienti, dato che molti di questi gruppi affittano i loro servizi ad altri attraverso uno schema di software come servizio». Nello specifico, ransomware come servizio.

L’ombra di Hacking Team sull’omicidio Regeni

La Stampa
carola frediani

Due interrogazioni parlamentari gettano ombre sull’azienda milanese



Le tensioni con l’Egitto per l’uccisione di Giulio Regeni hanno lambito anche Hacking Team, l’azienda italiana che vende software di intrusione e sorveglianza a numerosi governi. Il 31 marzo infatti il Ministero dello Sviluppo Economico (Mise) ha revocato con decorrenza immediata l’autorizzazione globale per l’esportazione che era stata concessa alla società milanese, dallo stesso Mise, circa un anno fa.

Cosa significa in concreto? Che per esportare i suoi software spia in Europa non avrà bisogno di via libera, mentre dovrà chiedere delle autorizzazioni specifiche individuali per Paesi extraeuropei, invece del generico e generale passe-partout che il governo le ha concesso fino ad oggi. La ragione del ripensamento del Mise va inquadrata probabilmente nell’attuale contesto geopolitico, con lo scontro (per alcuni troppo debole da parte italiana) tra il nostro Paese e l’Egitto sul caso Regeni. Non a caso nel provvedimento di revoca si menzionerebbero «mutate situazioni politiche» in alcuni Paesi esteri.

L’Egitto sarebbe stato infatti un cliente di Hacking Team: lo mostravano i documenti della stessa azienda pubblicati online dopo l’attacco informatico subito la scorsa estate, ma anche la lista di 46 Paesi che fino ad oggi rientravano nell’autorizzazione globale ottenuta dall’azienda (molti dei quali erano clienti fino a poco tempo fa, anche se non è detto che siano ancora tutti clienti attuali): Stati come il Bahrein, l’Etiopia, l’Arabia Saudita, l’Uzbekistan e appunto l’Egitto.

A spingere il Mise (e in particolare la Direzione generale per la politica commerciale internazionale) a revocare l’autorizzazione a maglie larghe concessa all’azienda milanese potrebbero aver contribuito anche due specifiche interrogazioni parlamentari – presentate lo scorso 4 marzo, e rivolte sia al Mise che al Ministero degli Affari esteri - proprio su Hacking Team e l’Egitto. Nel testo i firmatari citano il report di febbraio di Privacy International – che avevamo pubblicato in anteprima – secondo il quale Hacking Team avrebbe venduto i suoi software spia a una unità segreta dell’intelligence egiziana, il Technical Research Department.

E citando proprio la morte di Regeni, l’interrogazione domanda «se la vendita ai servizi egiziani del software sia stata autorizzata dal Ministero dello sviluppo economico; quali siano state le verifiche fatte e le motivazioni per tale autorizzazione; se il Ministero dello sviluppo economico abbia approfondito a quale organizzazione governativa egiziana fosse destinato; se esistano elementi per escludere che il software sia stato usato, in qualche modo, contro Regeni».

E soprattutto viene sollevata una domanda che fino ad oggi è stata del tutto ignorata dal dibattito politico italiano. Ovvero: «quali approfondimenti ed elementi di valutazione del rispetto dei diritti umani vengano considerati nell’autorizzazione all’export delle dual use technology da parte del Ministero dello sviluppo economico». Per tecnologie dual use, a uso duale, si intendono quelle tecnologie che possono avere applicazioni sia civili che militari, come appunto i software di intrusione e sorveglianza venduti dall’azienda.

Hacking Team non sembra però troppo preoccupata della revoca dell’autorizzazione. In una comunicazione ai dipendenti – mostrata da una fonte che chiede l’anonimato – il Ceo David Vincenzetti sostiene di aver già attivato i legali dell’azienda per ottenere di nuovo una autorizzazione globale, ricordando che Hacking Team si era già trovata nella stessa situazione, dall’ottobre 2014 all’aprile 2015.

Come avevamo scritto, infatti, già nell’autunno 2014 il Mise, sull’onda forse di pressioni internazionali per la violazione dei diritti umani in alcuni Paesi attraverso l’uso di questi spyware, aveva posto alcune restrizioni all’esportazione del software di Hacking Team. Restrizioni che però sono state ritirate pochi mesi dopo, anche grazie all’attività lobbistica ad alto livello dell’azienda. E nell’aprile 2015, malgrado col nuovo anno l’aggiornamento del regolamento europeo consideri ormai chiaramente gli spyware come tecnologie a uso duale (particolarmente delicate, che dunque richiedono licenze d’esportazione), Hacking Team ottiene comunque un’autorizzazione globale per i suoi prodotti.

In questo momento l’azienda milanese è un crocevia di inchieste e cause legali: oltre alla causa mossa da Vincenzetti contro alcuni ex-dipendenti che se ne erano andati (rubando, a suo dire, proprietà intellettuale), c’è l’indagine sul misterioso attacco informatico che ha colpito Hacking Team la scorsa estate (e che ha portato anche alla perquisizione dell’azienda di due ex-dipendenti), ma c’è anche, sempre coordinata dalla procura di Milano, una indagine più recente sulla stessa Hacking Team e i suoi affari in Paesi esteri.

Caso Regeni, le precisazioni di Hacking Team

La Stampa


Egregio Direttore,

Le scrivo in qualità di difensore di Hacking Team s.r.l in merito all’articolo“L’ombra di Hacking Team sull’omicidio Regeni” a firma di Carola Frediani, apparso su La Stampa.it nei giorni scorsi. 
HT s.r.l si sente gravemente danneggiata dal modo in cui l’autrice connette la tragica vicenda dell’omicidio Regeni a sospetti” che nessuno, per quanto a nostra conoscenza, ha mai sollevato e nemmeno adombrato sull’operato della Società milanese.

HT s.rl. ha sempre rispettato puntualmente e scrupolosamente le indicazioni del MISE e della normativa internazionale sulla vendita dei propri prodotti, e sempre lo farà in futuro.

È possibile che il Governo Italiano - nell’ambito dei raffreddati rapporti con l’Egitto susseguenti all’omicidio di Giulio Regeni - abbia deciso di restringere le vendite di prodotti “dual use” e che questa sia una delle ragioni sottostanti alla revoca dell’autorizzazione generale rilasciata a HT s.rl. nell’aprile 2015, ma questo non permette in alcun modo di ricavare che Remote Control System abbia qualcosa a che vedere con la tragica vicenda in questione.

Alla luce di quanto sopra, dal momento che l’articolo da Voi pubblicato sta arrecando ingenti danni all’immagine della Società milanese paventando un fantomatico collegamento tra la morte del giovane ricercatore e l’attività di HT s.r.l, con la presente Le chiedo di provvedere alle doverose rettifiche previste ex lege, a cominciare dal cambiamento del titolo dell’articolo. 
HT s.r.l. difenderà i propri diritti in ogni sede.

Ringraziamo Hacking Team per le precisazioni, che comunque non smentiscono quanto abbiamo scritto

Migranti, barriera al Brennero La decisione senza chiamare Bolzano che riapre le ferite di settant’anni fa

Corriere della sera
di Gian Antonio Stella

Il Passo del Brennero e quel confine simbolo dei traumi sudtirolesi. E l’Alto Adige chiese aiuto a Roma

La dogana del Brennero in una immagine del 1930
La dogana del Brennero in una immagine del 1930

Eccolo, il «confine di seta»: filo spinato. Così sarà il Brennero, dopo la costruzione iniziata ieri della barriera voluta per fermare l’eventuale arrivo di profughi. Non sarà solo un «muro» tra Nord e Sud, tra due pezzi dell’Europa, tra l’Italia e l’Austria. Sarà di più: la spaccatura del piccolo mondo tirolese. Un incubo antico reso reale non da Roma, ma da Vienna. Un trauma inatteso.

Vissuto da molti come un tradimento. «Sì, qualche volta ho ancora la sensazione di essere “prigioniero” dell’Italia», raccontava Silvius Magnago, il patriarca dei sudtirolesi, «capita quando passo la frontiera del Brennero. Avverto un certo disagio, come una fitta al cuore. Certo, se i confini fossero di seta così come forse saranno in futuro dentro l’Europa non mi capiterebbe, ma purtroppo così non è. E poi c’è sempre Roma, con le sue maledette tentazioni centralistiche».
Le conseguenze di Schengen
Quelle «maledette tentazioni centralistiche» che per decenni furono rimproverate a noi, vengono rinfacciate ora a Vienna. Basti rileggere, al di là delle scontate prudenze diplomatiche, le parole dette due mesi fa dal presidente della Provincia autonoma Arno Kompatscher dopo la scoperta, sbalordita, della decisione austriaca di rafforzare il confine che da un secolo rappresenta una ferita. Decisione presa senza manco avvertire i «fratelli» altoatesini. Solo chi non conosce i traumi di queste terre non ha colto fino in fondo le parole di quello che per gli altoatesini tedeschi è un vero e proprio governatore: «Le decisioni austriache in tema di profughi, con particolare attenzione al confine del Brennero, hanno bisogno di adeguate risposte da parte dell’Italia».

E chi avrebbe potuto mai immaginare che il leader della minoranza tedesca chiedesse aiuto a Roma? Eppure Kompatscher metteva l’accento sul punto centrale: «L’accordo di Schengen ha depotenziato il confine del Brennero rendendolo di fatto invisibile e ha dato un grande contributo alla convivenza all’interno di un territorio dalla storia complessa. La gestione dell’emergenza profughi rischia di minare i rapporti». «Eva Klotz, gli Schutzen o i fanatici Freiheitlichen pensano di avere la soluzione in tasca e rovesciano tutta la colpa, come sempre, sull’Italia — spiega lo storico Leopold Steurer —. Dicono: se avessimo fatto un referendum sull’autodeterminazione oggi non avremmo problemi perché staremmo dalla parte giusta del filo spinato. Non so se mi spiego: “dalla parte giusta del filo spinato”. È una posizione infame. Razzista. Degna di gentaglia come sono loro».
Il patto Mussolini-Hitler
Certo è che per i sudtirolesi, che avevano accolto come una liberazione la caduta di ogni barriera con la loro «heimat», il dispiegamento della nuova muraglia, che dovrebbe somigliare a quella stesa dall’Austria lungo i confini con la Slovenia, è un salto indietro di decenni. Che rischia di riaprire ferite antiche. E di ricordare non solo il distacco fisico dall’Austria ma lo shock subito da quelle decine di migliaia di tedeschi altoatesini che nel 1939, obbligati dal patto scellerato stretto da Mussolini e Hitler a optare per il trasferimento in Austria e in Germania si ritrovarono accolti non con l’amore dovuto ai fratelli ma con la diffidenza riservata agli intrusi.

«Ce ne andammo con tutta la famiglia», ricordava mezzo secolo dopo Egon Tauber, «ci mandarono sul lago di Costanza e ci diedero un appartamentino in una casa popolare. C’erano parecchi sudtirolesi. La gente del paese era invidiosa, perché davano le case a noi. Ci chiamavano terroni e ci trattavano come fossimo turchi». Uno shock mai del tutto superato.
La propaganda nazista
C’erano cascati in 211.799 su un totale di 246.036, pari all’86 per cento della popolazione tedesca, nella promessa del Führer di garantire agli «optanti» che avrebbero trovato nelle terre tedesche esattamente ciò che lasciavano in Val Pusteria, in Val Venosta o in Val Passiria. Al punto che Friedl Volgger, futuro leader della Svp e tenace oppositore dell’esodo, indicò allora col dito a un vecchio amico il Felsberg, la montagna simbolo della Val d’Isarco: «Ammetterai almeno che in questa nuova patria ti mancherà il Felsberg». E quello rispose: «No, ci sarà anche quella. Solo 200 metri più bassa».

Assicurando di aver avuto ogni garanzia: nel Terzo Reich i sudtirolesi avrebbero trovato paesi identici a quelli lasciati. Copie perfette: stesse strade, stesse piazze, stessi lampioni… «La propaganda nazista fu così martellante che la gente abboccava alle promesse più assurde», ricordò anni fa lo stesso Steurer, «so che pare impossibile, ma la gente ci credeva. Altroché, se ci credeva: pensi che mio padre, in fondo alla lista con le vacche e le credenze e i comodini, chiese addirittura di ritrovare nella nuova casa sette rastrelli, quattro oche e tre gatti». Altri ancora, sorrise lo storico, arrivavano a precisare nella loro lista di che colore dovessero essere le vacche uguali identiche a quelle lasciate.
Un «confine sopruso»
Il confine al Brennero era allora per i sudtirolesi, amputati dalla madrepatria, un sopruso così doloroso da togliere il fiato. Non riuscivano a darsi pace per le scelte durissime imposte dall’Italia a quelle valli citate nel celebre proclama di Armando Diaz del 4 novembre 1918: «I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano discese con orgogliosa sicurezza». Le scuole solo in italiano, i nomi cambiati qua e là perfino sulle lapidi dei cimiteri, il divieto di parlare in tedesco, lo stravolgimento della toponomastica nella scia delle tesi di Ettore Tolomei, fervente apostolo della necessità di «italianizzare» l’Alto Adige.

Risultato: Chiusa al posto di Klausen, Selva di Val Gardena invece di Wolkenstein in Gröden e così via fino a Gallina alla Malga in luogo di Hühnerspiel. Decenni di trattative, di negoziati sul cosiddetto «pacchetto», di buon senso da parte sia degli italiani sia dei sudtirolesi erano riusciti a rimarginare almeno in parte quelle ferite. L’Europa aveva fatto il resto. Finché anche la barriera del Brennero era diventata quasi una barriera impalpabile. I muri, i reticolati, i fili spinati riportano la storia indietro. Ma ciò che più pesa, come spiegano a Bolzano, è che «l’Austria non ha neppure sentito l’obbligo morale di sentirci».

11 aprile 2016 (modifica il 11 aprile 2016 | 23:53)

Il raid di Casapound allo stand di Romics Coca Cola sul libro grottesco contro il Duce

Corriere della sera

di Alessandro Fulloni

Un attivista della formazione di estrema destra si avvicina allo stand di Shockdom edizioni, fa finta di inciampare, versa la bibita su alcuni libri e insulta gli editori, «colpevoli» di aver pubblicato un libro dissacrante su Mussolini

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Certo non un raid squadristico. Ma anche se non c'è stata violenza fisica, non siamo lontani dall'aggressione. Di sicuro non è stato uno scherzo. Parliamo di libri buttati a terra senza creanza dopo essere stati bagnati di Coca Cola. E poi di insulti pesanti. Magari chi l'ha ideata pensava a una divertente «provocazione», anche se si fatica a considerarla tale: qui i confini della maleducazione sono stati abbondantemente oltrepassati per rientrare in quelli dell'intimidazione. Questi i fatti. E' domenica. Siamo nella Capitale, a Romics, rassegna annuale sul fumetto che contende a quella di Lucca l’alloro per la più importante che si celebra sul suolo nazionale.

Il «raid» è organizzato da un attivista di Casapound, Davide Di Stefano, fratello di Simone, candidato-sindaco a Roma per la formazione di estrema destra. Almeno sino alla prossima accettazione ufficiale delle liste. Tutto ruota attorno a un fumetto tra satira e humor di cui, nel «comicdom» nostrano, si fa già un gran parlare: ovvero «Quando c’era Lvi», ucronia dal timbro grottesco edita da Shockdom edizioni - gli autori sono Stefano Antonucci, Mario Perrotta e Davide Fabbri (quest’ultimo peraltro, nello scrivere su Facebook la sua versione dei fatti, ha chiuso il post con una bestemmia) - che immagina il ritorno di Mussolini settant’anni dopo piazzale Loreto.

Senza fare troppo «spoiling», il Duce si materializza però con la pelle nera, incontrando tutti i protagonisti della politica attuale. A Davide Di Stefano questo libro non è piaciuto, tanto da filmarsi - una telecamerina lo seguiva passo passo - mentre si avvicina allo stand della casa editrice e facendo finta di inciampare getta a terra dei libri, tra l’altro dopo avergli versato sopra della Coca Cola. Filmato che suona sgradevole, più che brutto. Le copie vengono prese, buttate a terra. Non mancano gli insulti a editori e autori. Colpevoli, stando all'attivista di Casapound, di aver pubblicato il fumetto.
Recchioni: «Domattina compero 10 copie»
Video commentato assai in Rete. Tra i primi Roberto Recchioni, scrittore e sceneggiatore, curatore di Dylan Dog. Su Facebook, in un post molto condiviso, puntualizza: «E’ bello vedere quando qualcuno fa di tutto per confermare ogni pregiudizio sul suo conto. Il problema non è tanto che sono violenti (presi dallo stress di non poter picchiare qualcuno hanno gettato la Coca-Cola sui libri della Shockdom). Il problema è che sono stupidi. Domani ne vado a comprare dieci copie del fumetto e giuro che le regalo a chiunque».

Non manca la replica di Di Stefano, che in giornata ha postato, sempre su Facebook, il video a metà tra «rivendicazione» e dichiarazione d’intenti per ciò che potrebbe accadere - la casa editrice ha annunciato di voler adire le vie legali - in tribunale: «Ebbene il colpevole di questo «assalto», di questo «raid», sono io» scrive Di Stefano. «Se voi cialtroni pensate di ottenere -aggiunge Di Stefano- qualche soldo (prima avete parlato di 500 euro di danni, ora di 1000, tra poco chissà) mettetevi l’anima in pace: non vedrete un euro».
Solidarietà a Shockdom da Zingaretti e Raggi
Sulla vicenda è intervenuto anche presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti, a margine del Viaggio della Memoria. Esprimendo solidarietà agli autori e all'editore ha sottolineato: «Romics è stato un appuntamento straordinario di ragazzi e ragazze e non saranno certo tre deficienti a rovinare questo grande evento culturale». «È una piccola, ennesima conferma - ha aggiunto - che bisogna sempre vigilare, essere pronti culturalmente e reagire a questa violenza, che ha la presunzione di imporre con la forza un punto di vista». E per la candidata a sindaco M5s Virginia Raggi ha twittato: «l'intimidazione a stand Shockdom Romics è atto vile che condanno. Antifascismo valore assoluto». Sul posto è intervenuta anche la polizia ma all’arrivo degli agenti i responsabili si erano già «dileguati» confondendosi tra la folla. Poi, appunto, la «video-rivendicazione».
Intimidazione a stand Shockdom #Romics è atto vile che condanno.
Antifascismo valore assoluto. E la satira ha sempre diritto di esprimersi.
— Virginia Raggi (@virginiaraggi) 11 aprile 2016
alefulloni

11 aprile 2016 | 19:50

Denunciò il fratello pronto ad entrare nell’Isis «Gli islamici mi evitano»

Corriere della sera
di Andrea Pasqualetto

Fouad Bamaarouf vive a Monselice (Padova) ed è il fratello di Adil, l’uomo espulso dall’Italia perché inneggiava all’Isis. «L’ho fatto per il suo bene ma ora mi minacciano»

Fouad Bamaarouf (foto di Marco Bergamaschi)

MONSELICE (Padova) Mai avrebbe immaginato di ritrovarsi solo, al verde e rifiutato. Perché Fouad un lavoro ce l’ha, perché nella sua amata Italia è sempre stato apprezzato per impegno e serietà e perché il giorno in cui decise di denunciare il fratello minore Adil che iniziava a simpatizzare per l’Isis minacciando di far esplodere Roma pensava di aver fatto la cosa giusta:

«Per Adil e per l’Italia». Ma a pochi mesi da quella denuncia, il quarantaduenne marocchino Fouad Bamaarouf, operaio a Monselice e dottore in Legge al suo Paese, ha paura e chiede aiuto: «Da quel giorno gli arabi mi guardano male, non mi saluta più nessuno e mi arrivano telefonate anonime. Esco di casa solo per andare al lavoro e per fare la spesa... mi sto chiedendo se ho sbagliato a dire quelle cose ai carabinieri». Gli arabi sono i suoi concittadini di fede islamica con i quali dovrebbe convivere a Monselice, qualche centinaio di persone.
Il volo per Casablanca
A volte Fouad si pente di quel che ha fatto, a volte no. «Mio fratello non stava più bene in Italia e aveva preso una brutta strada. Io avevo la sua responsabilità e non volevo che diventasse un terrorista anche se non lo è mai stato e forse non lo sarebbe mai diventato perché magari era solo un brutto periodo e poi sarebbe tornato come prima».

Adil, cassintegrato infelice e depresso, era stato espulso il 21 dicembre scorso per volontà del ministro dell’Interno Angelino Alfano che giustificò così il provvedimento: «Vuole combattere per lo Stato islamico per “vendicare il mondo arabo”».

Tutto era nato dalle dichiarazioni di Fouad che aveva raccontato le stranezze del fratello a un appuntato dei carabinieri facendo scattare l’indagine dell’Antiterrorismo. Dopo pochi mesi il Reparto operativo speciale dei carabinieri è andato a prelevare Adil a casa e l’ha messo su un volo per Casablanca. «Lì si è fatto subito una settimana di carcere», raccontano gli investigatori. Ora vive con sua madre fra le palme della cittadina marocchina di Ben Slimane, senza lavoro e squattrinato. Domanda: quanto odia suo fratello? Risposta di Fouad: «Neanche un po’, spero, ha capito che l’ho fatto per il suo bene».
I conti bloccati
Ma qui arriviamo all’altro problema, quello economico. «Ho dovuto pagare l’avvocato del Marocco di Adil per farlo uscire dal carcere e sono rimasto senza soldi. Anche perché a lui, che è stato licenziato, hanno bloccato tutto in Italia: liquidazione, 5 mila euro, e conto corrente, 4 mila. È la legge sul terrorismo, pensano che i soldi servano ai suoi progetti. Adil però non aveva fatto nulla di concreto, nessun piano, era solo un po’ infelice e si faceva incantare da quei video di combattenti dell’Isis». Quei soldi sarebbero una manna per Fouad: «Se non li danno a lui li potrebbero dare a mia madre che è malata e ne ha bisogno per le cure. Le sto pagando io e non è facile: ho uno stipendio basso, 400 euro mi servono per l’affitto, 300 per la famiglia in Marocco...».
Senza luce né gas
Fouad, in Italia da 17 anni, è un musulmano moderato, molto lontano dal radicalismo jihadista che lui condanna come insensato e contrario ai precetti coranici. Lo stesso Corano che si trova all’ingresso di questa sua casa ai piedi dei Colli Euganei, un tugurio di pochi metri quadri, freddo, ammuffito, senza luce né gas. «Dovrò lasciarla a novembre perché il proprietario la vuole vendere o ristrutturare e non so dove andare». Insomma, il piccolo eroe di Monselice che trovò la forza di denunciare il fratello per sottrarlo alle tentazioni del Califfo è oggi in difficoltà, finito ai margini della sua stessa comunità.

Una situazione che ieri ha fatto sospirare anche il sindaco della cittadina, Francesco Lunghi: «È il colmo: tutti invocano una presa di posizione dell’Islam moderato nei confronti di quello estremista e quando uno ha il coraggio di farlo viene emarginato. Indagherò su questa vicenda e invito il signor Bamaarouf, che so essere brava persona, a venire da me a raccontare i suoi problemi». Fouad gli chiederà un aiuto perché non ce la fa più. «E non voglio lasciare questo Paese». Il suo sogno è sempre quello: «Diventare cittadino italiano».

Olio tunisino, ecco il colpo di grazia Invasi col voto di Kyenge & Co.

Claudio Cartaldo - Lun, 11/04/2016 - 18:40

Arriva oggi il via libera definitivo all'aumento delle importazioni senza dazi di olio tunisino



Arriva ora il colpo finale all'Italia. Al suo olio di qualità, messo a rischio dall'invasione "legalizzata" di olio tunisino a basso prezzo. Oggi l'Unione Europea, infatti, ha dato il via libera definitivo alla norma che permette alla Tunisia di esportare una quota aggiuntiva di 70mila tonnellate a dazio zero in due anni (2016 e 2017).

Una norma che il Pd (che l'ha votata all'Europarlamento) e Cecile Kyenge hanno definito come un aiuto alla Tunisia in difficoltà economica a causa del terrorismo e dell'instabilità economica. Il Consiglio dei ministri dell'agricoltura e della pesca oggi a Lussemburgo ha discusso provvedimento che aumenta la quota di import di olio d'oliva dalla Tunisia sul mercato europeo. E ha dato il via libera definitivo.

Quello che cambia rispetto al testo originario del provvedimento sono due particolari. Il primo, l'impossbilità di prorogare oltre i due anni questa misura. Il secondo, l'inserimento di un requisito di tracciabilità: l'olio "libero" dai dazi sarà solo quello effettivamente prodotto in Tunisia. O almeno così si spera. Il provvedimento prevede inoltre che la Commissione europea presenterà una valutazione a medio termine, ed eventuali cambiamenti, qualora i produttori europei risultassero danneggiati.

L'Italia e la Grecia sono i Paesi maggiormente colpiti, insieme alla Spagna, da questa nuova normativa. E gli agricoltori italiani si sono ribellati a quello che considerano un colpo per l'industria nazionale e un rischio per i consumatori. Che potrebbero ritrovarsi nelle tavole un olio venduto come "italiano" ma non totalmente tale.

Nel dare l'ok definitivo in occasione della riunione degli ambasciatori di preparazione del Consiglio di oggi, Italia e Grecia in una dichiarazione congiunta hanno espresso "grande preoccupazione" per le modalità con le quali è stata portata avanti la proposta. "Abbiamo preso atto con soddisfazione dell'inserimento nel dossier della dichiarazione Italia-Grecia - ha detto il sottosegretario del ministero delle Politiche agricole, Giuseppe Castiglione - e abbiamo ribadito che questo tipo di misure non deve costituire un precedente".

Nonostante la dichiarazione inserita nel documento finale, il governo e il Pd non si sono adoperate per evitare che l'olio tunisino colpisse la nostra economia. Anzi. Hanno votato compatti in Aula per il sì.