domenica 10 aprile 2016

Una gentile richiesta ai signori intercettati

La Stampa
mattia feltri

Avanziamo una urgente richiesta ai gentili intercettati: se volessero, in futuro, condurre conversazioni telefoniche lessicalmente e sintatticamente meno approssimative per rendere più scorrevole la lettura dei quotidiani.
Sicuri di un favorevole riscontro, 

i giornalisti italiani.

Molto

La Stampa
jena@lastampa.it

Con Berlusconi non c’è paragone, Renzi è molto più bravo ad attaccare i magistrati.

75 anni e non sentirli: buon compleanno Jeep!

La Stampa
omar abu eideh (nexta)

La Willys-Overland MB, nata nel 1941come mezzo militare, è la “nonna” dell’attuale Wrangler



Jeep: la conosciamo per best seller come la Renegade, la Cherokee o l’inarrestabile Wrangler. Il modello primigenio del marchio americano – un’icona per gli appassionati di guida in fuoristrada – è nato 75 anni fa: era il 7 aprile del 1941 quando, presso un ufficio brevetti statunitense, venne depositato il progetto per un veicolo militare che poi sarebbe diventato noto col nome di “Jeep”.

Storia vuole che il governo americano, ormai deciso a prendere parte alla seconda guerra mondiale, commissionò una gara di appalto per la costruzione di un veicolo leggero ed economico, adatto al fuoristrada: furono 2 le compagnie a combattere per aggiudicarsi il contratto, la American Bantam Car Company e la Willys-Overland. Prevalse la prima col suo mezzo spartano e robusto; tuttavia il motore della Bantam non sviluppava un valore di coppia motrice sufficiente per le specifiche dell’esercito; per cui l’amministrazione americana scelse il motore Willys per il mezzo definitivo. 

Peccato che la Bantam, da tempo in bancarotta, non fosse abbastanza grande ed attrezzata per la produzione di massa. L’assemblaggio del modello venne quindi commissionato alla Willys (che chiamò il modello MB) e alla Ford: l’azienda dell’Ovale Blu costruì l’auto secondo le specifiche approvate, denominandola GPW; “G” ad indicarne l’uso governativo, “P” per il passo del veicolo e “W” per il motore Willys. 

Secondo la leggenda, proprio quest’ultima denominazione – GPW – fece nascere il nomignolo “Jeep” con cui oggi si indica il brand americano oggi del gruppo FCA; lo stesso che produce la Wrangler, pronipote di quella mitica Willys da cui tutto ebbe inizio.

Nella foto in alto, la Willys-Overland MB del 1941 esposta sullo stand Jeep al Salone di Ginevra di marzo 2016.

Panama Papers, ecco i napoletani coinvolti: c'è anche un giudice sotto inchiesta

Il Mattino
di ​Daniela De Crescenzo

«Quelle maledette società le abbiamo aperte, ma non le abbiamo mai utilizzate»: Salvatore Bizzarro, Silvio Sacchi e Fabio Fraissinet sono i tre napoletani che hanno fatto ricorso ai servizi della Mossack Fonseca e i loro nomi sono finiti trai primi cento pubblicati dall'Espresso insieme a quelli di altri due campani, l'imprenditore Ercole Astarita e Gianfranco Morgano uno dei proprietari dell'hotel Quisisana di Capri, cinque stelle lusso e vetrina per le celebrità di tutto il mondo. Tutti e tre hanno inaugurato società in un paradiso fiscale, ma tutti e tre sostengono di averlo fatto per «futili motivi».

Salvatore Bizzarro ha un affermato studio da commercialista in viale Gramsci e spiega: «Ho aperto la società perché mi sembrava utile aggiungere tra i titoli dello studio una sede leale all'estero, non credo sia un reato». La pratica legale è stata un gioco da ragazzi: «Con seicento euro pagati con carta di credito nel giugno del 2011 attraverso la Mossack Fonseca ho ottenuto la società, l'anno successivo mi hanno chiesto altri 600 euro che non ho pagato: in fondo l'impresa non mi serviva a niente.

E per questo è stata cancellata il 3 gennaio del 2013. Ma non ho mai avuto un conto corrente all'estero».Silvio Sacchi era magistrato alla Procura di Santa Maria Capua Vetere, ma nel febbraio del 2006 è stato destituito dal Csm dopo essere stato sospeso dalle funzioni e dallo stipendio. Negli anni Novanta era finito in un'inchiesta penale: di lui aveva parlato il collaboratore di giustizia Carmine Schiavone. Erano partite le indagini e Sacchi era stato accusato di aver accettato da un imprenditore vestiti firmati e soggiorni a Roma nell'hotel Hilton.

L'imprenditore era stato a sua volta coinvolto in un'inchiesta ed era stato prosciolto dallo stesso magistrato: di qui l'accusa per corruzione. Il pm era stato condannato in primo grado, ma dopo una complessa vicenda giudiziaria era stata dichiarata la prescrizione e l'ormai ex procuratore era diventato avvocato. Cinque anni dopo è diventato socio di Fabio Fraissinet nella società aperta attraverso la Mossack Fonseca.

Fraissinet aveva tentato la pratica legale, ma senza successo. Successivamente si era dato al commercio lavorando nel settore del cambio merci finendo a sua volta sotto inchiesta. Il procedimento è tutt'ora aperto. Nel 2011 aveva deciso di creare un'azienda che si interessasse dei fondi europei. «Per questo avevo chiesto a Bizzarro di aprire una società a Brusselles e lui si è rivolto alla Mossack che ha anche una sede in Lussemburgo.

E infatti sono arrivati i documenti dal Lussemburgo, ma la società è risultata collocata nelle isole Vergini Britanniche. Ma un'impresa del genere a me non serviva e quindi dopo poco non ho più pagato e la società è stata chiusa senza aver mai operato».

Insommma, secondo gli imprenditori made in Naples, quelle aperte a Panama sarennero non solo società fantasma, ma anche inutili.Gianfranco Morgano, proprietario con i fratelli Lucia e Nicolino, con la madre e delle nipoti, dell'hotel Quisisana, ma anche della Scalinatella, dell'hotel Flora e di Casa Morgano, è stato a lungo general manager del primo albergo, ma da due anni ha lasciato l'incarico allontanandosi da Capri dove, raccontano gli isolani, torna solo per le vacanze.

Anche lui ha sostenuto di non aver mai utilizzato la società.L'ultimo nome che compare nella lista pubblicata dall'Espresso è quello di Ercole Astarita, proprietario della Italconserve di Scafati fallita nel 2006. L'imprenditore è stato condannato nel 2014 in primo grado a otto mesi di reclusione, con dieci anni di inabilitazione all'esercizio di imprese commerciali.

Sabato 9 Aprile 2016, 09:54:13 - Ultimo aggiornamento: 09-04-2016 10:41

United, da pony express a gigante dei cieli

La Stampa
luigi grassia

La compagnia aerea americana ha cominciato a volare 90 anni fa consegnando posta, adesso trasporta 138 milioni di persone all’anno (4 miliardi nella sua storia)


È nata come una specie di pony express dei cieli, poi è cresciuta come grande compagnia aerea globale (ha trasportato 4 miliardi di passeggeri) e adesso la United Airlines festeggia 90 anni di storia proiettandosi sui biocarburanti del XXI secolo. 

Sono passati 90 anni dal primo volo di United Airlines, un aereo postale decollato da Pasco, Washington e diretto a Boise, Idaho, il 6 aprile 1926. Non è stata l’unica «prima volta» della United. Fra le sue molte innovazioni sono da citare:- La creazione del primo servizio culinario a bordo nel 1936. Il primo piatto servito fu un menu a scelta di pollo fritto o uova strapazzate. Oggi, United serve oltre 50 milioni di pasti a bordo ogni anno.

-L’istituzione del primo programma strutturato di manutenzione, che ha notevolmente migliorato l’efficienza del servizio. Oggi, United conta 12.500 dipendenti dedicati alla manutenzione tecnica, distribuiti in oltre 60 stazioni in tutto il mondo - L’introduzione della diretta televisiva nel 1960. Sul Boeing 707, i passeggeri potevano sedersi insieme e guardare la TV in diretta durante il sorvolo di grandi aree metropolitane. Ora a parte la tv la United conta quasi 700 velivoli con Wi-Fi satellitare

- United è la prima compagnia aerea degli Stati Uniti a utilizzare grandi volumi di biocarburanti ecosostenibili su scala commerciale per i suoi voli di linea Oggi United United conta 5.000 voli al giorno in 373 aeroporti in tutto il mondo. Nel 2014 ha trasportato 138 milioni di persone. Dispone di quasi 700 aerei di linea.

Come sono lontani i tempi della «guerra giusta»

La Stampa
maria teresa pontara pederiva

Nelle parole dei «Preti della Grande Guerra», tema di un Convegno a Trento, rivive una mentalità patriottica condivisa anche dal giovane Primo Mazzolari cappellano al fronte



Chiesa e società, un binomio che ha tracciato la storia da duemila anni, ma che dalla fine del potere temporale ha assunto connotati nettamente diversi anche se, almeno fino al Vaticano II, ancora caratterizzati da una forte ambivalenza oggi di difficile comprensione.

Uno spaccato della vita dei cattolici del primo Novecento, alle soglie della Grande Guerra, può fornire un esempio di una mentalità e la conseguente interpretazione di una testimonianza evangelica di fronte agli eventi della politica e della storia. Ma ancor più significativo è forse il ruolo del clero dell’epoca, sia quello in cura d’anime che quello inviato al fronte: sono i «preti della Grande Guerra» analizzati nel corso di un Convegno dal titolo «Dalla parrocchia alla trincea» svoltosi a Trento l’8 e 9 aprile e promosso in collaborazione dalla Fondazione don Primo Mazzolari, la Fondazione trentina Alcide De Gasperi, l’Istituto Storico Italo-germanico FBK di Trento e l’Istituto Storico di Vicenza.

La scelta di Trento, oltre che dal luogo simbolo per la Grande Guerra, è stata dettata dal 150° anniversario della nascita del vescovo trentino Celestino Endrici (1866-1940) principe-vescovo dal 1904 alla morte e figura centrale nella transizione tra l’Impero asburgico e il Regno d’Italia, cui il 7 aprile è stata dedicata una giornata di studio promossa dalla Fondazione Bruno Kessler. Com’era visto alla vigilia il Primo Conflitto mondiale che avrebbe insanguinato l’Europa? Venendo presentato come uno scontro radicale tra il bene e il male, la civiltà e la barbarie, l’umano e il bestiale, il divino e il satanico, secondo Daniele Menozzi, finiva per assumere una «connotazione sacrale».

Una convinzione, profondamente radicata nella mentalità dei cattolici, che derivava dalla valutazione espressa dal pontefice Benedetto XV nell’enciclica «Ad beatissimi» del novembre 2014, a pochi mesi dall’inizio delle ostilità, e che troverà eco nelle lettere pastorali dei vescovi e nella predicazione ordinaria. Le ragioni del conflitto erano rapportabili, secondo la sintesi dello storico ordinario di storia contemporanea alla Normale di Pisa, alla punizione inviata da Dio a uomini, che ritenendosi emancipati dalle leggi volute dal Creatore per ordinare la vita collettiva, avevano creduto di poter organizzare il consorzio civile secondo la loro libera volontà. La tragedia della Guerra contro i numerosi «errori», dalla Riforma

protestante alla Rivoluzione francese, fino al liberalismo e al socialismo: espiazione del peccato politico della modernità.Una concezione che, se da una parte aveva il sapore di una nostalgia della cristianità medievale dall’altra prendeva le distanze da ogni forma di sacralizzazione del conflitto, come ribadito anche da padre Rosa su Civiltà Cattolica. I singoli episcopati dal canto loro rovesciarono sui paesi nemici ogni responsabilità di deviazione sulla strada del male. Per i fedeli arruolati l’eventualità di dar la vita per la patria si configurava, salvo sporadiche voci isolate, come una modalità concreta di testimonianza cristiana, immolarsi cioè all’«altare della Patria».

Lo sintetizzerà padre Agostino Gemelli su Vita e Pensiero: «Vogliamo una cosa sola. Fare il nostro dovere. E questo vogliamo perché siamo cattolici».Neppure la nota papale dell’agosto 1917 «la guerra ogni giorno di più apparisce inutile strage» non cambierà le cose: per qualcuno una legittimazione all’obiezione di coscienza, in realtà non giudizio etico, solo opportunità politico-diplomatica. Significativi sono gli opuscoli distribuiti ai soldati per alimentare la pietà verso il Dio degli eserciti e così pure gli interventi dei cappellani militari: difficile distinguere il cattolicesimo da una religione politica della patria e da una religione della guerra.

In questo marasma, con il Vangelo trascinato sui campi di battaglia e la conseguente autorizzazione sacra ad uccidere il fratello, poche sono le figure che si discostano. Oltre al vescovo Endrici c’è un altro trentino, Alcide De Gasperi, la cui testimonianza di cristiano è stata scelta come chiave di lettura della coscienza religiosa dell’epoca da un altro storico, Paolo Pombeni docente emerito dell’ateneo bolognese e direttore dell’Istituto storico italo-germanico di Trento.

«Uomini del secolo XX che hanno tanto studiato e tanto sperimentata la vita sociale e internazionale non possono credere che la china su cui l’Europa va scivolando sia già la parabola discendente della nostra cultura che ormai si pieghi verso la decadenza», scriveva sul «Trentino» di cui era direttore nel febbraio 2013. E il 3 agosto, a pochi giorni dalla dichiarazione di guerra, le parole si fanno gravi, ma non dimenticano l’unica cultura europea cui si era formato: «Siamo ad una svolta della storia. Ognuno cerchi di affrontare l’ora che corre con fermezza d’animo».

Negli stessi anni si ricorda un cappellano allora entusiasta del fronte («Rendi la Patria, Dio, rendi l’Italia agli Italiani»): don Primo Mazzolari, più tardi una delle icone del pacifismo cattolico. Al parroco di Bozzolo è stata dedicata la relazione di Giorgio Vecchio dell’università di Parma e curatore del «Diario 25 aprile 1945-31 dicembre 1950» (EDB 2015) secondo il quale «L’attualità di don Mazzolari è determinata dalla predicazione di papa Francesco». Emblematico il pezzo pubblicato da don Primo sull’Eco di Bergamo il 24 dicembre 1950 dove il Natale che sognava era quello della gloria di Dio, ma anche della pace tra gli uomini, soprattutto se poveri e ultimi, un sentimento lontano dai fervori giovanili sul campo di battaglia.

Su invito della Fondazione domenica 17 aprile nella Chiesa parrocchiale di Bozzolo, dove don Mazzolari è stato per quasi trent’anni, il segretario Cei, Nunzio Galantino, presiederà l’Eucaristia concelebrata dal vescovo di Cremona, Antonio Napolioni e dall’emerito Dante Lanfranconi. Nel corso del Convegno è stato presentato l’ultimo numero della rivista Impegno diretta da Gianni Borsa.

Nessuno al suo funerale: le esequie regalate dal parroco

Il Mattino
di Maurizio DISTANTE

Il funerale

FRANCAVILLA - A dargli l'ultimo saluto erano in sei: quattro operatori delle pompe funebri, il sagrestano e il parrocco della parrocchia San Lorenzo Martire di Francavilla Fontana. Sono stati proprio i titolari dell'impresa funebre Nitof di Carovigno, i fratelli Giancarlo e Daniele De Cillis, a evitare che l'uomo, un oritano di più di 70 anni, deceduto da un paio di giorni nel reparto di Nefrologia dell'ospedale Dario Camberlingo di Francavilla Fontana, venisse seppellito in perfetta solitudine, come nessuno meriterebbe.

L’uomo non aveva nessuno al mondo, a parte un avvocato che gli faceva da tutore legale: ospitato in una casa di riposo del suo paese, l'anziano era stato ricoverato in Nefrologia per dei seri problemi ai reni che, peggiorando, lo hanno portato alla morte. A questo punto, il tutore ha chiamato l'agenzia di pompe funebri De Cillis, chiedendo che si occupasse della sepoltura.

A norma di legge, l'uomo sarebbe dovuto essere sepolto senza alcun tipo di cerimonia o funzione: gli operatori si sarebbero dovuti limitare a preparare la salma, a metterla in una bara e a portala al cimitero, dove sarebbe stata sepolta. I fratelli De Cillis, però, non se la sono sentita di lasciare andare così l'anziano, senza uno straccio di saluto: di loro iniziativa, hanno contattato il parroco di San Lorenzo, il latianese don Salvatore Rubino, al quale hanno chiesto per il defunto una piccola benedizione. Il sacerdote si è rifiutato di limitarsi a spargere solo un po' d'acqua santa sulla bara, dando la piena disponibilità alla celebrazione di un funerale con tutti i crismi.

Con la collaborazione piena e fattiva dell'agenzia De Cillis e di don Salvatore, quindi, ieri pomeriggio, è stata celebrata la cerimonia funebre, al termine della quale, come in tutti gli altri funerali, il feretro è partito alla volta del cimitero di Francavilla, dove la bara sarà seppellita. Le spese funebri non sono state un problema insormontabile: parte della somma, utile a coprire i costi materiale, è venuta dai pochi risparmi dell'uomo; una parte, spese comunali per la sepoltura incluse, ammontanti in 300 euro, le ha messe l'agenzia; la parrocchia, dal canto suo, ha rinunciato a qualsiasi tipo di contributo, fatto salvo un obolo elargito sempre dalla famiglia De Cillis.

«Anche nella nostra società - afferma il parroco che ha officiato il funerale - si sta riaffacciando quella solitudine che non è solo mancanza di compagnia ma che accompagna l'individuo fino al momento del passaggio. Ho accolto di buon grado l’iniziativa intrapresa dall’agenzia di pompe funebri perché la solidarietà e la vicinanza tra gli uomini non devono mancare mai, men che meno nel momento della morte. Dare degna sepoltura è un'opera di misericordia cui un cristiano non può sottrarsi, soprattutto ora che è il tempo del Giubileo della Misericordia».

Al netto delle eventuali obiezioni o speculazioni sulla volontà o meno dell'anziano di ricevere un funerale religioso, il gesto dei titolari delle pompe funebri e del sacerdote latianese non può che inscriversi proprio nel solco della misericordia, intesa come sentimento laico di empatia per la condizione altrui. In passato, quando la solitudine, complice povertà, carestie e malattie, era un fenomeno molto più diffuso, ci pensavano le confraternite a dare la sepoltura a chi non aveva nessuno: il simulacro di queste associazioni è rimasto fino ai giorni nostri ma, per evidenti ragioni di evoluzione sociale, se n'è persa la funzione originaria.

Per il momento, in questo caso, ci hanno pensato delle persone dal cuore buono, sperando che non ci sia il bisogno di tornare all'antico e che nessuno si trovi, il giorno del suo funerale, in una chiesa tristemente vuota.

Sabato 9 Aprile 2016, 06:53:20 - Ultimo aggiornamento: 09-04-2016 16:56