giovedì 7 aprile 2016

Panama Papers, da Modigliani a Picasso ecco tutti i misteri offshore dei capolavori

repubblica.it
di INTERNATIONAL CONSORTIUM OF INVESTIGATIVE JOURNALISTS*

Tra i documenti dello studio Mossack e Fonseca c'è la più grande mole di informazioni sul funzionamento di un mercato dell'arte per molti versi opaco e con quotazioni sempre più stellari. Rivelazioni che coinvolgono dinastie di mercanti, opere requisite dai nazisti e persino una nipote del genio spagnolo

Panama Papers, da Modigliani a Picasso ecco tutti i misteri offshore dei capolavori

Di certo Amedeo Modigliani, l'artista livornese scomparso a 36 anni, nel 1920, dopo una vita di ristrettezze nella bohème parigina mai avrebbe potuto immaginare che il suo nome, e quello del suo dipinto Uomo seduto con bastone, sarebbero comparsi nei documenti riguardanti gli affari miliardari offshore gestiti dallo studio panamense Mossack Fonseca.

E invece è proprio la sorte complicata e misteriosa di quella tela del 1918, come di altri capolavori dell'arte moderna firmati da Pablo Picasso, Vincent Van Gogh, Marc Chagall, a gettare luce su come le dinamiche del mondo del commercio d'arte, con le sue quotazioni miliardarie, si siano incrociate negli ultimi decenni con quello della finanza offshore.

Tutto è cominciato quando è stata resa pubblica la disputa tra Philippe Maestracci, nipote del mercante d'arte ebreo Oscar Stettinger, e una delle famiglie più importanti nel mondo del commercio d'arte, i Nahmad. Maestracci ha ingaggiato una compagnia di investigatori di Toronto per scoprire che fine avesse fatto Uomo seduto con bastone, appartenuta secondo i documenti in suo possesso al nonno Oscar Stettinger: il mercante d'arte fuggì da Parigi nel 1939, lasciando dietro di sé tutti i suoi beni che furono messi all'asta dagli occupanti nazisti nel 1944.

'Uomo seduto con bastone' di Amedeo...

Secondo i legali di Maestracci, il dipinto apparterebbe oggi alla famiglia Nahmad, molto conosciuta e potente nel mondo del commercio d'arte, che l'avrebbe acquistato a un'asta nel 1996. Tra le parti è in corso un processo negli Stati Uniti. I Nahmad hanno sempre dichiarato alla corte che la famiglia non possiede la tela. La proprietà appartiene alla International Art Center, una compagnia offshore registrata a Panama.

Tuttavia, dai Panama Papers della Mossack e Fonseca emerge ora che lo studio panamense ha aiutato proprio i Nahmad a mettere in piedi la International Art Center nel 1995. Da allora, per un ventennio, la compagnia offshore risulta essere stata una parte importante del complicato puzzle degli affari della famiglia.

Questo caso è il più eclatante ma non certo l'unico riguardante l'intreccio tra arte e finanza offshore che emerge dai Panama Papers: datati tra i 1977 e il 2015, i documenti rappresentano la più grande mole di informazioni riservate sul legame tra il commercio internazionale d'arte e giurisdizioni offshore, e dipingono un mercato in cui l'anonimato delle transazioni copre comportamenti spesso legamente ambigui.

Da quando i prezzi delle opere d'arte moderna e contemporanea sono cresciuti così vertiginosamente, le transazioni sono spesso 'oscurate' dall'uso di compagnie offshore, aste manipolate e vendite private. La segretezza delle transazioni commerciali, che può essere sfruttata legamente per evitare notorietà sgradita ai compratori e ai venditori, può essere tuttavia utilizzata per evadere le tasse e riciclare denaro sporco, dal momento che le opere d'arte sono facilmente trasportabili e raggiungono quotazioni altissime.

Oltre ai Nahmad, con la loro International Art Center, altri noti collezionisti d'arte con compagnie registrate attraverso Mossack Fonseca sono la famiglia spagnola Thyssen- Bornemisza, il magnate cinese Wang Zhongjun e la nipote di Picasso, Maria Ruiz-Picasso. Zhongjun e Marina Ruiz Picasso hanno rifiutato di commentare le rivelazioni, mentre Brojia Tyssen, attraverso un avvocato, ha fatto sapere di controllare una compagnia offshore che però è in regola con le autorità fiscali spagnole.

IL BOOM DEL MERCATO DELL'ARTE
Negli ultimi decenni, le opere d'arte si sono trasformate sempre di più in un 'asset' per una élite globale di super ricchi decisa a parcheggiare il proprio denaro in un investimento sicuro e riservato. Nel 2015, secondo la pubblicazione di settore Art Market Report, il mercato dell'arte ha raggiunto un volume d'affari di 63.8 miliardi di dollari. Circa la metà delle transazioni sono private, secondo la stessa fonte. Le altre avvengono attraverso l'intermediazione delle aste, che offrono più trasparenza rispetto alle quotazioni di vendita ma solitamente consentono a venditore e compratore di restare nell'ombra.

Quando le opere cambiano di mano, di solito passano per un 'porto franco'. Fin tanto che l'opera si trova per così dire parcheggiata in un porto franco, il proprietario non paga tasse di importazione. La più antica e conosciuta di queste zone franche è Ginevra. La società Natural Le Coultre, una compagnia di proprietà di Yves Bouvier, affitta circa un quarto dello spazio del porto franco ginevrino. Bouvier è anche proprietario di altri porti franchi a Singapore e in Lussemburgo.

In quanto intermediario di alcune vendite private, il suo nome ha fatto molto parlare nel mondo dell'arte. Il miliardario russo Dmitry Rybolovlev lo ha denunciato più volte a Parigi, Monaco, Hong Kong e Singapore accusandolo di ritoccare in modo fraudolento i prezzi delle opere che tratta come intermediario. Forse non sarà una sorpresa apprendere che sia Rybolovlev che Bouvier risultano clienti di Mossack Fonseca. L'uno è collegato a due compagnie, l'altro addirittura a cinque.

LA FEBBRE DELLE ASTE
Lo studio Mossack Fonseca è implicato anche nell'esito di una delle aste che hanno cambiato il volto del mondo dell'arte degli ultimi anni, la vendita della collezione di Victory e Sally Ganz presso Christie's New York nel novembre 2007.

Per una vita intera, i coniugi Ganz collezionarono opere di Pablo Picasso, Frank Stella, Jasper Johns, Robert Rauschenberg, Eva Hesse. Per creare la loro collezione spesero circa 2 milioni di dollari. Nell'asta di Christie's fu venduta al prezzo record di 206,5 milioni di dollari. Il player della vendita fu una compagnia creata nell'aprile 1997 e registrata attraverso Mossack Fonseca, la Simsbury Company, collegabile al miliardario (e collezionista) inglese Joseph Lewis.

Uno dei quadri della collezione Ganz venduti all'asta nel 1997 c'erano alcune versioni di 'Donne di Algeri' di Picasso, tra cui la 'O' e la 'H': a comprare quest'ultima fu David Nahmad, fratello di Giuseppe Nahmad, uno dei primi a trattare il business dell'arte come un mercato di future, accumulando dipinti per poi venderli nel momento in cui poteva massimizzarne il profitto. David e l'altro fratello Ezra, insieme ai figli (entrambi chiamati Hillel) hanno dato seguito agli affari di Giuseppe.

I figli possiedono due gallerie, entrambe chiamate Helly Nahmad Gallery, a New York e a Londra. La International Art Center S.A, registrata da Giuseppe Nahmad nel 1995, non è l'unica compagnia riconducibile alla famiglia registrata attraverso Mossack Fonseca. C'è anche Swinton International Ltd, registrata nelle British Virgin Island nell'agosto del 1992.

Un'altra importante famiglia legata per i suoi affari offshore a Mossack Fonseca è quella degli armatori greci Goulandris, al centro di un caso legale per una collezione di 83 dipinti dal valore complessivo stimato, secondo il gallerista Ezra Chowaiki, di circa 3 miliardi di dollari.

La collezione era di proprietà di Basil Goulandris, scomparso nel 1994, e della moglie Elise, morta nel 2000. Dopo la loro scomparsa, gli eredi appresero che la collezione, pur rimanendo in possesso della coppia fino all'ultimo (alcuni pezzi furono prestati ai musei e altri addirittura venduti come se appartenessero ancora a loro) era in realtà stata venduta nel 1985 per 31.5 milioni di dollari a una compagnia panamense chiamata Wilton Trading.

Peter J. Goulandris dichiarò a una corte svizzera che la madre, la defunta cognata di Basil Maria Goulandris, era la proprietaria della Wilton Trading, ma ha poi rifiutato di commentare o confermare la sua dichiarazione. Negli anni seguenti, a partire dal novembre 2004, quattro compagnie anonime messe a punto da Mossack Fonseca hanno cominciato a mettere sul mercato i dipinti della collezione Goulandris. Tra di essi una tela di Pierre Bonnard, Dans le cabinet de toilette, e due di Marc Chagall, 'Le Comédiens' e Le violiniste bleu, nonché un Van Gogh del 1888, la Natura morta con arance.

I Panama Papers rivelano oggi che dietro le vendite si nascondeva il misterioso proprietario delle quattro compagnie: Maria Voridis Gouladris, la sorella di Basil Gouladris, detta Doda, famosa socialite newyorkese scomparsa nel 2015. Una delle nipoti di Elise, Aspasia Zaimis, ha fatto causa all'esecutore testamentario di Elise Goulandris perché ritiene di aver diritto a una fetta del patrimonio costituito dagli 83 dipinti.

Intanto, la disputa tra i Nahmad e Maestracci continua. E L'uomo seduto con bastone di Amedeo Mogliani giace nel porto franco di Ginevra: un altro capolavoro nascosto alla vista del mondo.

*Il testo è una sintesi del lavoro del collega Jake Bernstein. Hanno collaborato Alexandre Haederli, Juliette Garside, Frederik Obermaier e Bastian Obermayer

Reclusi o braccati: la dura sorte dei leaker

La Stampa
carola frediani

I Panama Papers riportano in primo piano la figura di chi diffonde i documenti di organizzazioni segrete. Col rischio di anni di carcere



Poco sappiamo su chi ha passato i Panama Papers -11,5 milioni di documenti su attività offshore gestite dallo studio legale Mossack Fonseca - al giornale tedesco Suddeutsche Zeitung, che poi li ha condivisi con una rete di reporter internazionali. Sappiamo però che ha preso molte precauzioni per proteggere la propria identità per la paura di ripercussioni legali, e non solo, dato che avrebbe detto di temere per la propria incolumità. Perché se oggi far filtrare all’esterno (leakare) tanti dati di una organizzazione è apparentemente più facile che in passato, chi lo ha fatto ha rischiato e continua a rischiare molto.

WHISTLEBLOWER, LEAKER O COSA... ? LA GUERRA DEI TERMINI
La fonte dei Panama Papers ha scelto per ora l’anonimato - il giornalista che ha ricevuto i documenti dice di aver dialogato con la stessa solo attraverso chat criptate, di non sapere la sua identità e di avere addirittura distrutto il proprio pc e telefono. C’è chi questa fonte la definisce whistleblower, cioè - usando un termine sostanzialmente positivo - colui che, spesso da dentro una organizzazione, rivela abusi e malversazioni per il bene della collettività. Chi usa il meno positivo e più indistinto leaker, qualcuno cioè che provoca una fuga di informazioni su un ente, indipendentemente dalla bontà della motivazione.

Chi dice insider, sposando nel caso specifico la tesi dell’ex-dipendente. Chi - come WikiLeaks in un tweet ma anche lo stesso studio Mossack Fonseca - parla apertamente di hacker, accreditando la tesi dell’attacco informatico dall’esterno. Tutti termini che a volte sono intercambiabili, altre volte sono usati per definire l’origine specifica di una fuga di notizie, altre ancora per sottolinearne gli aspetti morali (in italiano l’assenza di un termine equivalente a whistleblower la dice lunga anche sulla nostra diffidenza culturale verso chi denuncia pubblicamente qualcosa).

TUTTI I RISCHI DEI LEAKER
Termini che pesano nella battaglia legale che coinvolge i protagonisti di leak, una volta che la loro identità sia rivelata. Traditori, spie, criminali che hanno violato i documenti riservati di aziende e stati, oppure whistleblower e attivisti che si espongono per il bene comune? In molti Stati manca un quadro legale che definisca e tuteli i whistleblower. Anche per questo sono nate organizzazioni internazionali, come la fondazione Courage, per aiutarli.

Gli Stati Uniti, che sono stati colpiti negli ultimi anni da una serie di leak notevoli, hanno adottato una linea dura, definita da alcuni commentatori una vera e propria “guerra ai whistleblower”.
L’amministrazione Obama ha rispolverato in ben otto casi (più del doppio delle precedenti amministrazioni) la vecchia e draconiana legge sullo spionaggio (Espionage Act, del 1917). Oppure ha applicato con rigore un’altra legge molto controversa e punitiva nei confronti di reati di hacking, il Computer Fraud and Abuse Act (CFAA). Ecco alcuni dei casi più noti.

CHELSEA MANNING
Il soldato statunitense Bradley Manning ha passato 750mila documenti militari e diplomatici a WikiLeaks, da cui sono scaturiti importanti leak, ad esempio sulla guerra in Iraq e i retroscena della diplomazia americana (Cablegate). Individuato dopo aver spontaneamente e incautamente rivelato le proprie azioni a un noto hacker, Adrian Lamo, che poi lo ha denunciato, è stato condannato nel 2013 a 35 anni di prigione. In carcere ha iniziato un percorso transgender, adottando anche un nuovo nome, Chelsea. Scrive commenti sul Guardian e dal 2015 ha aperto, attraverso un intermediario cui manda i propri messaggi, un profilo Twitter.

JULIAN ASSANGE
Il fondatore di WikiLeaks, l’organizzazione che ha ricevuto e pubblicato negli ultimi anni leak clamorosi, lavorando spesso assieme a vari media internazionali, si trova rinchiuso nell’ambasciata dell’Ecuador di Londra dal giugno 2012. Il caso nasce nell’agosto 2010, quando - mentre WikiLeaks stava rilasciando molti documenti sul governo Usa - la Svezia apre un’inchiesta su di lui per stupro e molestie sessuali nei confronti di due donne.

L’inchiesta si aggroviglia subito in incertezze e passi falsi, con difesa e accusa che non trovano un accordo per effettuare l’interrogatorio, e quando infine Assange lascia la Svezia il procuratore ne ordina l’arresto. Il leader di WikiLeaks si consegna alla polizia inglese, poi viene rilasciato su cauzione e infine, per evitare l’estradizione in Svezia, nel giugno 2012 si rifugia nell’ambasciata dell’Ecuador da cui ottiene asilo politico.

Assange e i suoi sostenitori respingono le accuse della procura svedese, sostenendo che l’estradizione in Svezia sarebbe solo un modo per poi essere estradato negli Stati Uniti, dove lo attenderebbe una incriminazione per i leak pubblicati dal sito. Quella di Assange nell’ambasciata sarebbe una “detenzione ingiusta”, secondo il parere del gruppo di lavoro ONU sugli arresti arbitrari.

AARON SWARTZ
Nel gennaio 2011 Aaron Swartz, ragazzo prodigio, programmatore e amatissimo attivista della Rete, è arrestato per aver scaricato tramite la rete del Massachusetts Institute of Technology cinque milioni di articoli accademici della biblioteca digitale JSTOR. Era un modo per protestare contro un sistema chiuso di accesso alla conoscenza, ma viene perseguito con determinazione dal Dipartimento di Giustizia (con il MIT che in sostanza se ne lava le mani), rimanendo invischiato in una kafkiana vicenda giudiziaria per cui rischia fino a 35 anni di prigione e un milione di dollari di multa. L’11 gennaio 2013, all’età di 27 anni, si toglie la vita nel suo appartamento.

JEREMY HAMMOND/BARRETT BROWN
Jeremy Hammond è un attivista americano e hacker che ha militato nel movimento di Anonymous. Attualmente si trova in un carcere del Kentucky dove sta scontando una pena di 10 anni per aver hackerato l’azienda di intelligence Stratfor. Milioni di email e documenti delle controverse attività di questa azienda, e dei suoi clienti, sono state pubblicate da WikiLeaks e le storie riprese dai media.
Per la stessa vicenda è stato condannato a 63 mesi di prigione pure il giornalista Barrett Brown, anche se non ha partecipato all’attacco informatico (l’accusa è di favoreggiamento dopo il fatto e di intralcio alla giustizia, oltre che di alcune minacce a un agente Fbi). Scrive dalla prigione per The Intercept.

EDWARD SNOWDEN
Edward Snowden è l’ex consulente della Nsa (National Security Agency) che ha svelato ai media i programmi di sorveglianza di massa americani. Sebbene le testate che ne hanno scritto abbiano vinto il Pulitzer, lui è accusato di vari reati, tra cui la violazione dell’Espionage Act, per i quali rischia molti anni di carcere. Ha infine ottenuto asilo politico dalla Russia da dove partecipa in streaming a eventi sul tema privacy e libertà digitali (e da dove twitta assiduamente). Dice di essere pronto a tornare negli Usa se gli verrà garantito un giusto processo. Pochi giorni fa ha dichiarato di non essere infelice per la scelta fatta, incoraggiando altri whistleblower a seguire le sue orme.

La guerra tra Spagna e Regno Unito su 800 metri di pista di un aeroporto che ci fa pagare di più i biglietti aerei

Corriere della sera

di Leonard Berberi - lberberi@corriere.it

La disputa territoriale tra i due Paesi sullo scalo di Gibilterra tiene in ostaggio il pacchetto di riforme della Commissione europea. Per gli italiani «danni» fino a 51 euro

La pista dell’aeroporto di Gibilterra che incrocia con la strada principale per auto e pedoni

Biglietti aerei più costosi, voli più lunghi, passeggeri con meno diritti e viaggi più inquinanti. Tutto per «colpa» di ottocento metri d’asfalto sui quali due Stati s’azzuffano bloccando il nuovo pacchetto di riforme della Commissione europea. Ci sarebbe da ridere, se non fosse tutto vero. Se la questione non andasse avanti da anni.

Se l’Ue non avesse deciso di evitare qualsiasi presa di posizione «perché è una questione che non possiamo risolvere noi». E se — soprattutto — non riguardasse tutti i viaggiatori del Vecchio continente che subiscono gli effetti negativi di uno screzio storico-politico che da tre secoli aleggia su Gibilterra (un promontorio roccioso nella penisola iberica ma territorio d’oltremare del Regno Unito) e che ora si concentra sul suo scalo perché secondo la Spagna ha sconfinato.
Un pacchetto fermo da 12 anni
Facciamo un passo indietro. L’organo esecutivo dell’Ue dal 2004 ha pronto un insieme di interventi in materia di aviazione civile che nel corso degli anni sono diventati via via più corposi. Questi interventi — rilanciati tra dicembre 2015 e lo scorso gennaio — prevedono la creazione di un «cielo unico europeo» che armonizza tutti gli spazi aerei consentendo rotte più efficienti (quindi meno consumi di kerosene, meno spese sia per le compagnie che per i viaggiatori).

E ancora: le tasse di sorvolo (oltre 8 miliardi di euro all’anno) non verrebbero più corrisposte al singolo Stato ma a un’organizzazione centrale (oggi la «fattura» si paga a Eurocontrol che poi gira la somma alle capitali). Nel pacchetto c’è anche un piano di rilancio della competitività e nuovi accordi con Paesi terzi per facilitare i collegamenti. Tutti interventi che la commissaria europea ai Trasporti, Violeta Bulc, chiede a gran voce tanto da farne la sua principale missione.
«Quasi 20 minuti in più di volo»
Secondo la Iata, la principale organizzazione internazionale delle compagnie aeree, tutto questo ha pure costi precisi: se il pacchetto non passa — denuncia l’ente — nel 2035 l’economia europea finirà per subire danni che ammontano a circa 245 miliardi di euro. Perché? Oggi i voli sono «obbligati» a fare in media 50 chilometri in più. In un collegamento di andata e ritorno questo si traduce in quasi 19 minuti e mezzo aggiuntivi in cielo. E in risparmi – mancati — per il passeggero italiano che oscillano tra i 48 e 51 euro, calcola la società specializzata Seo Economic Research in un dossier di 132 pagine.

«Si tratta di una realtà inefficiente che non ha ricadute negative soltanto sulle compagnie ma anche sui passeggeri e sull’ambiente», critica Tony Tyler, direttore generale e amministratore delegato (uscente) della Iata. «Tutto questo comporta un danno alla competitività europea in ambito mondiale — continua Tyler — e soltanto perché, nonostante gli sforzi della Commissione per ora prevalgono gli interessi nazionali».
L’asfalto della discordia
Insomma, il pacchetto Ue sarebbe manna dal cielo. Solo che per approvarlo serve l’unanimità dei Paesi membri. Unanimità che non c’è perché Londra e Madrid litigano su un pezzo della pista dell’aeroporto di Gibilterra (che nel 2015 ha registrato 4.100 voli e 444.336 passeggeri grazie a compagnie come British Airways, easyJet, Monarch e Royal Air Maroc). Lo scalo è stato realizzato nel 1938 per aiutare gli Alleati contro il Nazifascismo ma in una posizione che — sostengono gli iberici — è al di fuori dello spazio oggetto del trattato di Utrecht del 1713 nel quale veniva concessa la sovranità del promontorio alla corona britannica.

E sarebbe pure oltre l’intesa di Cordoba del 2006 che aveva al centro proprio la struttura. Per questo la Spagna sostiene che il nuovo pacchetto Ue non deve essere applicato all’aeroporto di Gibilterra in assenza di un ulteriore accordo bilaterale tra loro e il Regno Unito sull’utilizzo di quella striscia di terra. Proposta che Londra respinge perché — chiarisce — nel 2006 Madrid si era impegnata a non chiedere più l’esclusione di Gibilterra dai futuri pacchetti europei in materia di aviazione.

Risultato: resta tutto fermo. «Non ci possiamo fare molto: è una questione che devono risolvere i due Paesi membri», dice al Corriere della Sera un alto funzionario della Commissione europea. «Ma tirare fuori la carta dell’orgoglio nazionale non ha proprio senso. Per questo l’invito nostro è di sedersi a un tavolo e risolvere la disputa una volta per tutte. In gioco ci sono gli interessi di centinaia di milioni di persone».

@leonard_berberi
7 aprile 2016 (modifica il 7 aprile 2016 | 08:17)

Il complotto di Chernobyl”: tutto quel che sappiamo sul disastro atomico è falso

La Stampa
fulvia caprara



A 30 anni dall’incidente che ha risvegliato nel mondo l’interesse verso i rischi dell’energia nucleare, arriva nei cinema «Il complotto di Chernobyl - The russian woodpecker», documentario (presentato al Sundance Film Festival 2015 dove ha vinto il Gran Premio della Giuria) in cui il regista Chad Gracia (per la prima volta dietro la macchina da presa), guidato dalle testimonianze e dalle supposizioni dello scenografo, poeta e pittore ucraino Fedor Alexandrovich, indaga sulle ragioni della catastrofe.

«Non sono un esperto del caso Chernobyl - spiega l’autore - il film è una specie di ritratto surreale dell’anima di un artista come Fedor, contaminato dalle radiazioni e traumatizzato da anni e anni di tirannia. Un uomo che cerca di scoprire la verità in un mondo ancora popolato dalle ombre della cospirazione e del vecchio regime».

Anche se scettico sulla teoria del complotto, Gracia è convinto che, fino a quando «i file e gli archivi riguardanti Chernobyl non saranno de-secretati, non potremo mai sapere la verità su quanto è accaduto...La gente in Occidente crede che Chernobyl sia un caso chiuso, ma in realtà ci sono molte domande irrisolte e molto materiale falsificato, a riprova del fatto che un qualche tipo di insabbiamento ci deve essere stato».

La teoria di Fedor Alexandrovich si sviluppa a partire dal «Picchio Russo», un segnale radio dei tempi della Guerra Fredda, proveniente da un’antenna collocata «nel mezzo della Zona di Alienazione ad alta radioattività di Chernobyl...Nel corso dell’inchiesta, in Ucraina è scoppiata la rivoluzione contro il Governo filo-sovietico e Fedor ha iniziato a ricevere messaggi terrificanti della polizia segreta ucraina che gli intimava di bloccare le sue indagini per il bene della propria famiglia».

Con i toni del thriller politico, nell’arco di 82 minuti, Chad Gracia descrive un’ossessione che va ben oltre i fatti di Chernobyl: «Quello che mi ha più stupito è rilevare quanto siano ancora presenti i fantasmi dell’Unione Sovietica e quanto fosse deciso il tentativo dei servizi segreti di bloccare le nostre ricerche». Durante la lavorazione il regista ha varcato la soglia della Zona di Alienazione: «Un posto strano e inquietante, ma anche bello e silenzioso, pieno di uccelli, un posto dove sembrava evidente che la natura stesse prendendo il sopravvento...

Agli abitanti di Chernobyl era stato detto che sarebbero stati via solo tre giorni e invece non tornarono mai più». Il nuovo progetto che Chad Gracia sta mettendo a punto, insieme al direttore della fotografia ucraino Artem Ryzhykov, riguarda «il tentativo della Russia di clonare e far rivivere il mammut lanoso» una specie preistorica di elefante, abituata a resistere ai climi più gelidi.