mercoledì 6 aprile 2016

Majorana aveva ragione: creato per la prima volta lo spin quantico liquido

Corriere della sera

di Angelo Piemontese

Niente a a che fare con i liquidi che conosciamo: indica che le particelle sono in uno stato di caos come le molecole d’acqua. È un nuovo stato della materia

Riproduzione di spin quantico liquido (Oak Ridge National Laboratory)

Ettore Majorana aveva ragione. Poco prima della sua scomparsa, avvenuta in circostanze misteriose nel 1938, aveva ipotizzato l’esistenza di peculiari particelle nell’ambito della meccanica quantistica che si comportano simultaneamente come materia e antimateria, chiamate in seguito fermioni di Majorana proprio in onore del fisico italiano che le aveva previste teoricamente. Ma in ambito sperimentale i fermioni di Majorana non sono mai stati rilevati fino al 2014. Adesso un nuovo esperimento eseguito presso l’Oak Ridge National Laboratory (Tennessee, Usa) ne conferma definitivamente l’esistenza.
Spin quantico liquido
Non solo. Gli scienziati sono riusciti a creare in laboratorio un nuovo stato della materia, supposto anch’esso teoricamente nel 1973 dal fisico Phil Anderson e mai osservato in natura. Solido, liquido, gassoso: sono gli stati in cui si può presentare la materia, lo abbiamo imparato a scuola. Ma quando si entra nel mondo della meccanica quantistica compaiono altri stati più esotici come plasma e condensato di Bose-Einstein.

Anderson più di quarant’anni fa ha ipotizzato che nell’ambito della fisica della materia condensata particolari materiali magnetici possono trovarsi in uno stato chiamato spin quantico liquido: non ha nulla a che fare con i liquidi che conosciamo, ma indica che le particelle sono in uno stato di caos, proprio come le molecole d’acqua. Ma mentre queste ultime si «riordinano» diventando ghiaccio, nello stato di spin quantico liquido (Qsl) le particelle continuano a rimescolarsi anche alle temperature più basse. Almeno in teoria, perché nessuno finora era stato in grado di «vedere» questo stato della materia.
Un nuovo stato della materia
C’è riuscito appunto un team internazionale di ricercatori che ha pubblicato il risultato del loro studio sull’ultimo numero della rivista Nature Materials. Gli scienziati hanno «illuminato» un materiale bidimensionale simile al grafene, ma fatto di cristalli di tricloruro di rutenio (RuCl3), con un fascio di neutroni e hanno osservato le onde create dalla diffusione dell’urto anelastico dei neutroni con le particelle dei cristalli. Un normale materiale magnetico dovrebbe proiettare delle line ben distinte ma in questo caso si sono osservate delle gobbe che ben si adattavano a quanto previsto in teoria per lo spin quantico liquido nel 2014 da Johannes Knolle del Cavendish Laboratory di Cambridge: la prova che è stato così osservato sperimentalmente per la prima volta questo particolare stato della materia.
Proprietà
Infatti nei normali materiali magnetici i singoli elettroni si comportano come minuscole calamite: man mano che la temperatura scende si allineano con i poli magnetici che puntano tutti nella stessa direzione. In un materiale nello stato spin quantico liquido invece anche allo zero assoluto gli elettroni restano disallineati, in una sorta di «zuppa causata da fluttuazioni quantiche», dicono gli scienziati che hanno rilevato proprio questo comportamento nel loro esperimento. Ma quali proprietà ha questo particolare stato della materia? La caratteristica peculiare è che gli elettroni, considerati unità di carica indivisibili, invece si «frazionano» generando fermioni di Majorana.

È stato così possibile validare l’ipotesi sull’esistenza di queste particelle che lo scienziato aveva avanzato quasi ottant’anni fa. Secondo i ricercatori riuscire a generare fermioni di Majorana non è solo un mero traguardo scientifico, ma ha anche delle ricadute tecnologiche. Queste particelle infatti possono essere utilizzate come unità elementari per supercomputer quantistici, in grado così di funzionare a velocità irraggiungibili dai normali computer e di eseguire calcoli che nessun altro dispositivo sarebbe in grado di fare.

6 aprile 2016 (modifica il 6 aprile 2016 | 09:16)

L’utilizzata finale

La Stampa
massimo gramellini

Sulla base degli elementi forniti dalle cronache, Federica Guidi appare come la versione moderna della monaca di Monza. Una donna ricca e potente cresciuta alla scuola della freddezza con l’unica missione di prendere i voti: imprenditoriali, nel suo caso. Per l’erede designata di un impero nessun sentimento è contemplato, se non quello di compiacere l’amata e temuta figura del Padre. I duri e le dure non si innamorano.

Perciò, quando succede, si innamorano delle persone sbagliate. Lo sciagurato Egidio dell’algida Federica è un accalappiatore seriale di «figlie di». Prima porta all’altare la figlia del cittadino più ricco di Siracusa, poi compie il salto di qualità e si fidanza con l’erede di uno degli uomini più ricchi d’Italia. Gianluca Gemelli non è certo un adone, ma ha il talento dei veri seduttori: fare sentire uniche e desiderate le donne che non si sono mai sentite né l’una cosa né l’altra.

La Guidi è severa per educazione e ruolo, ma con lui si scioglie e impara ad amare, cioè a dare senza condizioni. Quando scoppia lo scandalo del petrolio, per un attimo sembra di assistere al ribaltamento dello schema maschilista, con una femmina di potere che elargisce favori al sottoposto. Ma poi viene diffusa l’intercettazione in cui la sventurata accusa tra le lacrime il suo Egidio: «Tu mi stai utilizzando». E il quadro vira di colpo verso uno scenario più tradizionale: la donna innamorata, succube di un furbissimo principe ereditario. 

L’antipatica Guidi ha sbagliato per amore di un uomo sbagliato. Non è un’attenuante, ma in quel mondo di ego arroventati è quantomeno un attestato di umanità.

Tempismo

La Stampa
jena@lastampa.it

Se non sapevate che a giugno si vota, ora lo sapete: Renzi ha promesso 80 euro ai pensionati.

La svolta WhatsApp: chat, messaggi e telefonate adesso sono criptati

Corriere della sera

Il fondatore della piattaforma Jan Koum ha deciso di blindare i contenuti dopo le polemiche scoppiate tra Fbi e Apple nelle indagini del killer di San Bernardino

(Epa)

In pieno braccio di ferro Apple-Fbi per l’accesso ai dati dell’iPhone del killer di San Bernardino, WhatsApp annuncia una importante svolta in chiave privacy e sicurezza: tutti i messaggi e le chiamate vocali che passeranno sulla sua piattaforma saranno automaticamente criptati. Garantendo così una protezione maggiore per il suo miliardo di utenti nel mondo, sulla scia di quanto già fanno servizi di chat come Telegram.
Su Facebook
Lo annuncia con un post su Facebook Jan Koum, fondatore della piattaforma di proprietà del social network in blu. Sul blog della compagnia c’è un riferimento anche alla vicenda Apple-Fbi: «Riconosciamo il lavoro importante delle forze dell’ordine nel tenere le persone al sicuro», scrive Whatsapp, «ma gli sforzi per indebolire la cifratura dei dati espongono le informazioni delle persone all’abuso di cybercriminali, hacker e Stati canaglia». «Sono due anni che lavoriamo per dare alle persone una migliore sicurezza per le loro conversazioni su WhatsApp», scrive Koum su Facebook. «Sono orgoglioso che il nostro team abbia raggiunto questo traguardo: d’ora in poi ogni messaggio, foto, video, file e messaggio vocale inviato sarà criptato di default se il mittente e il destinatario useranno entrambi l’ultima versione della nostra applicazione. Anche le chat di gruppo e le chiamate vocali saranno criptate».
«La nostra parte»
«Le persone meritano sicurezza», sottolinea Koum, perché è la sicurezza che «ci permette di connetterci con chi amiamo». «Ci permette di comunicare informazioni sensibili con colleghi, amici o altri». «Siamo felici di fare la nostra parte nel mantenere le informazioni delle persone fuori dalla portata di hacker e criminali informatici». Nessuno, sottolinea il blog della compagnia, potrà entrare nei messaggi inviati, «nemmeno regimi repressivi oppure noi stessi».

Salvate Lucio Battisti I suoi capolavori non «esistono» sul web

Paolo Giordano - Lun, 04/04/2016 - 08:04

Online si trovano registrazioni tv, cover o brani pirata. Ma senza streaming o download, come faranno le nuove generazioni a ricordarlo?

C'è un artista italiano che rischia di rimanere sepolto nelle pieghe del tempo. È Lucio Battisti. Uno dei più grandi. Un tesoro della cultura popolare italiana. Tre generazioni sono cresciute con le sue canzoni, moltissimi hanno provato a imitarlo e Paul McCartney ha i suoi dischi nel salotto di casa. Ma oggi tutti lo conoscono tranne il web. Oggi sembra tagliato fuori dall'attualità.

E non certo per le sue canzoni, che rimangono spesso inarrivabili e i cui titoli (Una giornata uggiosa o Ancora tu o Il mio canto libero, per dire) sono sempre citati nei discorsi di tutti i giorni anche da chi è nato decenni dopo la loro pubblicazione e manco sa quale volto abbia quest'artista condannato dal destino a morire troppo presto.Ma c'è un ma.Lucio Battisti è assente da quasi tutti i circuiti musicali. I suoi dischi sono ancora in vendita nei negozi, ma sia dischi che negozi sono in via di estinzione.

E la musica di Battisti rischia di sparire con loro. Le canzoni ormai «girano» sulle piattaforme liquide in streaming o in download come iTunes o Spotify o Deezer. Ancor più delle radio, è il web che traghetterà verso il futuro la musica del passato. I modi di fruizione del pop (sì è una definizione orribile ma è per capirci) sono drasticamente cambiati rispetto anche solo a pochi anni fa e persino i più irriducibili come Beatles o Ac/Dc si sono adeguati.Rimane qualcuno più guardingo, come Taylor Swift, ma sono artisti ancora in attività che continuano a far parlare di sé. Battisti no. Non c'è più. Non c'è un premio dedicato a lui.

Nessuna prima serata tv che lo celebri. Nulla che aiuti a conservare la memoria e la voce di uno dei più grandi artisti della nostra Italietta, uno che avrebbe potuto iniziare anche a farsi conoscere in America se qualcuno non glielo avesse sconsigliato (la casa discografica dei Beatles voleva lanciarlo intorno alla metà degli anni Settanta).Niente di niente.Però nella coscienza collettiva è ancora vivissimo, nonostante siano trascorsi quasi vent'anni dalla sua morte. Ma in futuro?

Senza poterle ascoltare in streaming o acquistarle in download, le prossime generazioni come faranno a conoscere, custodire, valorizzare le canzoni di un artista così? Un tesoro che, oltretutto, è condiviso da Mogol, autore di quelle parole, artefice di svolte decisive nel linguaggio popolare che però rischia di perdere una parte fondamentale della sua avventura creativa nonostante poco tempo fa abbia aiutato i New Era a pubblicare un disco con le migliori canzoni scritte con Battisti.Ma non è la stessa cosa, ovvio.

L'atmosfera di quei brani, gli arrangiamenti, la voce talvolta stridula ma intensissima di Battisti sono destinati finire coperti dalla polvere. I giardini di marzo appassiranno e tra pochi anni lui non tornerà più in mente.È come se un capolavoro della letteratura fosse sepolto in una biblioteca. O si bruciassero le pellicole di un film che ha cambiato, o quantomeno migliorato, la storia del cinema.

Un danno enorme per la cultura non solo popolare.Insomma, senza indagare troppo sui motivi che escludono Battisti dalla contemporaneità, rimane il fatto che oggi sul web un adolescente lo può al massimo ascoltare in pessima qualità su YouTube attraverso improbabili e artigianali compilation oppure intercettarne qualche cover in streaming e download. Senza che nessuno gli spieghi chi era e che cosa significhi Lucio Battisti da Poggio Bustone, morto nel 1998, in arte caposaldo della musica popolare italiana. Senza che ci sia (se non con i molti sforzi di Mogol e di generosi e competenti appassionati come Michele Bovi) nessuna iniziativa che aiuti a ricordarlo.

Perciò da oggi tutti (fan, addetti ai lavori, politici, semplici amanti della musica) con l'hashtag #salviamoLucioBattisti possono sensibilizzare i social network per garantire la memoria di questo gigante nei decenni a venire. Dopotutto, in un'epoca nella quale si prova a recuperare e valorizzare anche le più insignificanti tracce del passato, il cupio dissolvi della musica di Battisti è realmente un crimine unico al mondo perché, sia chiaro, da nessun'altra parte si lascerebbe dimenticare un tesoro così grande senza batter neppure ciglio.

Panama Papers: tutto quello che non torna

Giampaolo Rossi



UNA STRANA STORIA
Più di un anno fa, una mano sconosciuta sottrae l’immenso archivio digitale di “Mossack Fonseca”, lo studio legale panamense più famoso al mondo nella creazione di società offshore nei paradisi fiscali. Secondo alcune versioni la talpa sarebbe un ex dipendente dello studio, ma qualcuno sospetta che sia stata opera di hackeraggio messa in atto da sofisticate strutture legate ad alcune agenzie d’intelligence. I documenti crittografati sono in pratica l’intero archivio Mossack Fonseca dal 1970 al 2016; difficile credere che possa essere stato sottratto da una sola persona. Illazioni gratuite probabilmente, fatto sta che l’identità di costui (o costoro) è tuttora segreta.

L’ARCHIVIO
La quantità di documenti sottratti è impressionante: 11,5 milioni di file digitali, la stragrande maggioranza e-mail e database, ma anche file Pdf. Un numero superiore al totale combinato di Wikileaks, Offshore LeaksLux Leaks e Swiss Leaks.

I GIORNALISTI INVESTIGATIVI
Un anno fa, la fonte anonima consegna il materiale alla redazione del Süddeutsche Zeitung, uno dei più importanti quotidiani tedeschi. Qui si decide di metterlo a disposizione del Consorzio Internazionale di Giornalisti Investigativi (ICIJ).Il Consorzio è un global network composto da centinaia di giornalisti di oltre 100 testate di più di 60 paesi, specializzato nel giornalismo d’inchiesta internazionale.

ICIJ è stato fondato nel 1997 dal Center for Public Integrity, un’organizzazione no-profit con sede a Washington. Il Centro è finanziato da un grande numero di Fondazioni, associazioni filantropiche e organizzazioni legate alle battaglie per i Diritti Umani, l’ecologia e il progresso sociale. Tra queste, però ce ne sono alcune che spiccano per anomalia: per esempio la Open Society dell’immancabile George Soros, nemico numero uno di Vladimir Putin e il cui ruolo di destabilizzatore di Stati e governi abbiamo ampiamente descritto.

Carnegie Endowment, il cui think tank è strettamente legato alle politiche atlantiste filo-Nato e che pubblica Foreign Policy, una delle riviste di geopolitica più importante al mondo. La Ford Foundation, storicamente legata a doppio filo con il Dipartimento di Stato Usa e con la Cia. Il Rockfeller Family Fund espressione dei grandi poteri finanziari di Wall Street ed anch’essa con stretti rapporti con le agenzie governative Usa. E molte altre.

METODOLOGIA
Il team d’inchiesta formato da 400 giornalisti, ha utilizzato il software Niux, una sofisticatissima piattaforma che consente di indicizzare (come fosse un motore di ricerca) milioni di dati non strutturati, comprese immagini, file audio o video. Poi, come spiega il team stesso, i giornalisti “compilano liste di importanti politici, criminali internazionali, professionisti e atleti”. Avete capito bene? Quali nomi è opportuno cercare e quali no lo decide il team di giornalisti investigativi. I criteri con cui vengono composte queste liste non sono ovviamente spiegati ma qualche sospetto sorge.

PUTIN
Il nome con cui si fa esplodere lo scandalo internazionale è quello di Vladimir Putin. Sui media di tutto il mondo, il nome del Presidente russo viene associato allo scandalo di Panama Papers.
Capofila di questa operazione mediatica è il britannico The Guardian, giornale che da anni conduce una campagna dichiaratamente anti-russa ospitando tra l’altro anche i deliri di George Soros (lo abbiamo raccontato qui). È proprio il Guardian a lanciare l’attacco all’immagine del capo del Cremlino in questi ultimi mesi all’apice del consenso internazionale per i successi militari ottenuti in Siria contro il terrorismo islamico.

Ci vorranno due giorni per scoprire che il nome di Putin non compare mai negli 11 milioni di documenti analizzati; ma compaiono “persone a lui vicine” ed il suo coinvolgimento è frutto di ipotesi giornalistiche tutte da verificare. Neppure suoi parenti sono menzionati nei Papers, mentre compare il nome del papà defunto del Premier Cameron.

A PROPOSITO DEL GUARDIAN
Due anni fa il Guardian fu al centro di uno scandalo giornalistico quando il suo direttore ammise di essere stato costretto a distruggere su ordine dei Servizi di sicurezza britannici, i file di Edward Snowden (la talpa di Wikileaks) che probabilmente documentavano le attività di spionaggio della Gran Bretagna sui propri alleati. È uno strano giornalismo d’inchiesta quello che prende ordini dagli 007 di Sua Maestà.

E GLI AMERICANI?
Tra i tanti nomi di leader politici tirati in ballo dai Panama Papers non ci sono personalità statunitensi. Strano no? Eppure Panama è lì a due passi. Così come, fino ad ora non è comparso nessuno dei grandi gruppi bancari e industriali di Wall Street che finanziano copiosamente le campagne elettorali americane. Non è escluso che nei prossimi giorni questa curiosa lacuna venga colmata, ma per ora il sistema americano appare il più virtuoso del mondo.

Insomma l’America a Panama non esiste (eccezion fatta per l’attore Jackie Chan che in realtà è cinese). Come è possibile tutto questo? Semplice, lo spiegano direttamente i giornalisti investigativi: “Mentre gran parte del materiale fuoriuscito rimarrà riservato, ci sono motivi validi per la pubblicazione di alcuni dei dati”. Chi decide cosa deve rimanere segreto? Loro. E quali sarebbero i motivi per pubblicare altro? Questo non lo spiegano ovviamente.
In altre parole si pubblica solo quello che qualcuno vuole; anche perché chi non è pubblicato ma sa di essere nella lista diventa uno straordinario “soggetto da ricatto” utilizzabile se è un capo di Stato, un leader politico o un potente industriale.

CONCLUSIONE
Difficile prevedere come si svilupperà lo scandalo e quale effetto domino potrebbe creare. Certo è che i Panama Papers mostrano molti lati oscuri che per ora non sono spiegati. La sensazione è che questo giornalismo d’inchiesta sia uno dei più potenti strumenti della guerra ibrida utilizzata per mettere in crisi equilibri geopolitici senza l’uso delle armi. Come scriveva alla fine degli anni ’90 Manuel Castells, uno dei più lucidi studiosi della comunicazione, “I media non sono il Quarto Potere, sono molto più importanti; sono lo spazio dove si costruisce il potere”. Appunto.

Su Twitter: @GiampaoloRossi

Lo sterco svela dove Annibale varcò le Alpi

La Stampa
marina palumbo

La rivelazione di un gruppo internazionale di scienziati: era probabilmente sotto il Monviso il punto dove il condottiero passò con il suo esercito per andare ad attaccare Roma nel 218 a.C.


Il cartaginese Annibale attraversò nel 218 aC Alpi puntando verso l’Roma. (Nell’immagine, il quadro di Nicolas Poussin messo all’asta da Christie’s nel 2013)

Era il 218 a.C. quando con 30 000 tra fanti e cavalieri, Annibale attraversò le Alpi. Ma tutti si ricordano di aver studiato a scuola quell’episodio storico per via dei 37 elefanti che accompagnavano l’esercito e che Annibale sperava di usare per terrorizzare le italiche genti, che fino a quel punto probabilmente non avevano mai visto un animale così grande, strano e mostruoso. 

A distanza di più di 2000 anni, il mistero di come l’armata sia riuscita ad attraversare le Alpi, dopo una marcia di più di 1000 chilometri, potrebbe essere ora svelato - dicono gli esperti - da una scia di sterco. Gli scienziati sostengono infatti che uno strato di antichi escrementi lasciato dagli animali di Annibale possa rivelare il percorso fatto dal generale cartaginese.


Un busto di marmo, ritenuto di Annibale, ritrovato a Capua

L’esercito arrancò faticosamente nella neve invernale con più di 15 000 muli e cavalli, prima di arrivare in Italia, puntando alle porte dell’antica Roma. Ma, secondo gli esperti, un così grande movimento di uomini ed animali doveva aver lasciato certamente delle tracce. E in un tratto semi-paludoso vicino al Col de la Traversette, uno stretto passaggio tra la Francia e Torino in Italia, pochi chilometri a nord del Monviso, pensano di aver trovato un insolito “lascito”: uno strato di letame nascosto 40 centimetri sotto la superfice.

In un post sul suo blog, Chris Allen, esperto di microbiologia ambientale alla Queen University di Belfast, nell’Irlanda del Nord, scrive: «Usando una combinazione di analisi genetica microbica, chimica ambientale, analisi dei pollini e varie tecniche geofisiche, abbiamo scoperto un deposito di massa di materiale fecale animale - probabilmente di cavallo - in un sito vicino al Col de la Traversette». 

No ai titoli esca acchiappa-clic

La Stampa
anna masera

Il meccanismo del “Clickbait”, se lo conosci non ci caschi


 Occhio a non abboccare all’amo... (immagine di Sharethrough)

Un titolo può essere accattivante per invogliare i lettori a leggere un articolo? Certo che sì. E quando questo articolo è online, per leggerlo spesso bisogna “cliccare” sul titolo. Fin qui è normale mestiere giornalistico applicato al digitale. La situazione si complica quando l’articolo non mantiene la promessa del titolo. Allora il lettore si sente imbrogliato. 

Si tratta del cosiddetto “Clickbait ” ovvero quel meccanismo online che porta i siti di news a esasperare contenuti e titoli dei propri articoli utilizzandoli come esche per attirare clic. Un vecchio trucco scorretto e fastidioso, ma che sul Web funziona molto bene perchè finchè non si clicca il titolo non si vede l’articolo e crea una suspense irresistibile.

Funziona anche quando i lettori lo riconoscono per quello che è. C’è chi ha trovato una spiegazione nelle scienze comportamentali. Secondo gli studi sarebbero due i motivi per cui si clicca su un titolo palesemente esagerato o fuorviante: da una parte le emozioni suscitate che prevaricano il proprio intuitivo buonsenso, dall’altra una certa pigrizia cerebrale. 

A volte quella dei siti di news che adottano consapevolmente questa tecnica è una scelta intenzionale: una testata online nota per essere cresciuto grazie al successo di questa strategia di marketing comunicativo è Buzzfeed. In tanti addetti ai lavori ancora ricordano quando il comico Jon Stewart cui paragonava le testate online alla BuzzFeed agli imbonitori da circo di Coney Island che urlano inviti come «venite a vedere uomo con tre gambe!», salvo poi presentare un ragazzo con una semplice stampella. 

Il finale, insomma, lascia sempre l’amaro in bocca. Quindi non vale la pena promettere ai lettori ciò che non si è in grado di mantenere perchè magari cliccano, ma poi si irritano e non tornano. Dai giornali ci si aspetta la ricerca della verità, scritta bene. Ed è chiaro che il clickbait nel giornalismo non sia deontologicamente accettabile. È importante che anche il pubblico sia vigile quando i giornali ci cascano.

Se ne parlerà certamente, come di tanti altri temi che riguardano la deontologia professionale e il futuro del giornalismo, al Festival internazionale di Perugia #Ijf16 dal 6 al 10 aprile. 

@annamasera

Cosa vedete all'interno del cerchio? Il test impazza sul web

Il Messaggero
di Federica Macagnone



Il nuovo test per la vista che impazza sul web è costituito da un semplice cerchio rosso nel quale si nasconde una figura da individuare. Come sempre, ci sono persone che al primo sguardo riescono a focalizzare perfettamente la sagoma del disegno "misterioso", altre che riescono dopo un po' a vedere qualche parte del contorno e altre ancora che intravedono solo un'ombra confusa: dipende dalla qualità della vista.

(Per la soluzione CLICCA QUI)

Tra l'altro, non tutti quelli che riescono a individuare la linea esterna della sagoma principale riescono a vedere anche i particolari all'interno e alla base della sagoma stessa. Per testare la funzionalità dei vostri occhi non vi resta che affrontare la prova e, se proprio non ce la fate, arrendervi e andare a guardare la soluzione. L'immagine che avreste dovuto vedere è questa che segue: un cavallo tra l'erba.

App criptate e piattaforme, chi è John Doe, la fonte di Panama Papers

Corriere della sera

di Marta Serafini

Ancora sconosciuta l’identità del whistleblower che ha consegnato i documenti ai reporter. Ma sempre più spesso le fonti contattano i giornalisti usando un alto livello di criptaggio. E pongono come condizione l’anonimato assoluto

Una delle grafiche usate dall’International Consortium of Investigative Journalists

«Salve. Sono John Doe. Siete interessati a ricevere dei dati che renderanno pubblici dei crimini?». E’ iniziata così Panama Papers. Era la fine del 2014 quando una fonte ha contattato la Süddeutsche Zeitung utilizzando lo stesso pseudonimo che gli statunitensi riservano alle persone prive di un’identità certa.
Da Gola Profonda a Snowden
Whistleblower si dice in gergo. Snowden, il soldato Chelsea Manning, Mark Felt alias Gola Profonda. Sono i cittadini e gli attivisti che hanno deciso di rivelare segreti anche a costo della loro sicurezza per fermare gli abusi di potere. E mentre la storia li inserisce a torto o a ragione nel novero degli eroi, la domanda rimbalza: «Chi è John Doe?» Un eroe? Un hacker? Un «idealista» il cui sacrificio è necessario per cambiare il mondo come ha scritto l’Economist? Un ex dipendente della Mossack Fonseca stanco di vedersi passare davanti agli occhi un fiume di denaro sporco? Una spia?

Quello che sappiamo, per il momento, è che la fonte di Panama Paper dopo aver mandato il primo messaggio ha messo subito in chiaro quali fossero le sue condizioni per il rilascio dei documenti: anonimato assoluto e comunicazioni attraversi canali criptati senza incontrarsi mai di persona. «Di quanti dati stiamo parlando?», gli (o le) ha chiesto Bastian Obermayer, il giornalista investigativo della Süddeutsche Zeitung. «Più di quanti tu ne abbia mai visti», è stata la riposta. Obermayer, come fanno ormai molti reporter, usa applicazioni criptate che funzionano cioè solo previo scambio di un codice. Threema, Signal via smartphone. PGP per gli scambi via mail.
Da Threema a GlobaLeaks
Come racconta Andy Greenberg su Wired Usa, John Doe e Obermayer, per essersi certi dell’identità l’uno dell’altro, avevano stabilito un ulteriore codice. Si rispondevano a domande semplici con frasi senza senso che avevano stabilito in precedenza. «Oggi c’è il sole vero? Ti vorrei dire che sulla luna oggi piove». «L’uso di comunicazioni criptate è sempre più comune per proteggere le fonti», spiega Philip Di Salvo, editor dell’European Journalism Observatory.

Morale, i grandi quotidiani si sono dotati di piattaforme ad hoc, grazie alle quali i Whistleblower (veri o presunti che siano) possono aprire un canale con i giornalisti. E, volendo, possono anche inviare materiali (i cosiddetti dump). «Una di queste è GlobaLeaks», continua Di Salvo. A svilupparla Hermes, un’associazione che ha sede in Italia. Ma ne esistono anche altre come Secure Drop, scelta da Guardian, Washington Post, Intercept, ProPublica e Vice News.
La crittografia come diritto umano
Così mentre aumenta a dismisura il voume dei leaks, il dibattito prosegue. Come fa notare Amnesty International in suo report dal titolo “What Is Encryption? ‘A Matter Of Human Rights’” «la crittografia è anche strettamente legata ai diritti umani», sottolinea Giovanni Ziccardi docente di informatica giuridica. E se in un’epoca di sorveglianza di massa proteggere chi mette in pericolo la sua vita per svelare un crimine è diventato indispensabile, non bisogna però sottovalutare le difficoltà che i giornalisti incontrano nella verifica dell’attendibilità delle fonti.

Ecco perché i giornalisti dell’International International Consortium of Investigative Journalists per condividere i Panama Papers hanno usato un software ad hoc, per comunicare tra loro e incrociare i dati e le informazioni. Altro problema è il rapporto tra giornalisti e whistleblower. Uno scambio non sempre facile. In pochi infatti sanno che Snowden ci mise mesi prima di riuscire a comunicare con Gleen Greenwald. Il reporter investigativo che avrebbe aiutato l’analista della Cia a far emergere il Datagate era infatti restio a usare un semplice programma di criptaggio come PGP. Un ritardo e una resistenza che forse John Doe non avrebbe tollerato.
martaserafini 

6 aprile 2016 (modifica il 6 aprile 2016 | 00:24)

Panama Papers: nel suk delle società anonime che rischia di saltare (con tutto il Paese)

Corriere della sera

di Giuseppe Sarcina, inviato a Panama

L’avvocato Fonseca: «Come fabbricanti di coltelli, non siamo responsabili del loro uso»

La sede della Mossack Fonseca a Panama (Ap/Franco)

Panama è un grande suk giuridico e finanziario. Ma ordinato, rapido, efficiente e, soprattutto, omertoso. Nella capitale si possono contare 25 mila avvocati, quasi tutti specializzati nella costituzione e poi nella gestione delle società anonime. L’élite comprende tre-quattro nomi, sempre gli stessi da qualche decennio: Morgan y Morgan; Owens y Watson; Fabrega, Molino & Molino e, naturalmente Mossack y Fonseca. L’epicentro dei «Panama Papers», dunque, è la parte per il tutto. Si scrive Mossack y Fonseca, ma si deve intendere il Paese.

Il cavo scoperto, che può mandare il sistema politico-finanziario di Panama in corto circuito, è ubicato in una palazzina di tre piani nel quartiere di Marbella. Strade slabbrate e afflitte dal traffico, cantieri aperti tra i grattacieli. L’uomo del giorno, Ramon Fonseca Mora, classe 1952, è barricato nei suoi uffici distribuiti tra il primo e il secondo piano. Non si hanno notizie, invece, del suo socio, Jürgen Mossack, 68 anni, figlio di un caporal maggiore delle Ss, fuggito a Panama dopo la guerra.

L’incarico di vegliare sul catenaccio è affidato a due custodi attempati e già in debito di ossigeno alle otto del mattino. Ma funziona, perché devono tenere a bada solo sei o sette cronisti e una troupe televisiva americana. Nessuno protesta, la città assiste indifferente. In portineria c’è un comunicato di cinque pagine per i reporter. Si può tranquillamente riassumere con una frase che Ramon Fonseca Mora ha pronunciato nell’intervista tv rilasciata al giornalista nazionale più bravo, Alvaro Alvarado, di Canal 13. «Noi siamo come una fabbrica di coltelli — ha detto Fonseca — non siamo responsabili di come vengono usati». Poi è seguita una lunga difesa formale, tartufesca.

A Panama gli avvocati possono costituire in un giorno una società anonima: basta compilare e firmare un foglietto tra lo studio legale e il cliente. Questo è il nucleo omertoso del meccanismo, che i «Panama Papers» hanno scardinato. Dopodiché ci sarebbe la legge del 2015 che all’articolo 38 impone ai «soggetti obbligati» di conoscere «la natura del business» della società anonima. I «soggetti obbligati» sono le banche e gli avvocati. Fonseca sostiene di non avere colpe, tocca alle banche capire che cosa si nasconda nella scatola vuota di una società anonima.

Su questo indagheranno i magistrati di tutto il mondo: si vedrà. Ma c’è un punto che resta fuori discussione. A ogni società corrisponde un conto, un deposito di denaro. Le boutique giuridiche di Panama hanno rapporti con il sistema finanziario nazionale e internazionale. Tra i loro servizi offrono anche l’assistenza e la gestione societaria. In concreto, contatti per smistare il denaro su questo o quel binario finanziario.

Ancora una volta la scelta non manca. A Panama sono attivi 46 istituti bancari, 21 dei quali hanno la licenza internazionale. Questo significa che un cliente, poniamo in fuga dal fisco del suo Paese, entra in uno studio tipo quello di Mossack e Fonseca e quando esce il suo denaro si è già disperso nella rete planetaria dei paradisi fiscali, dalle Bahamas ad alcuni Stati, come il Nevada o il Delaware, degli Usa.

Oppure i soldi rimangono quietamente a Panama. Magari nel Banco National, istituto pubblico che risponde direttamente a Varela; o nei caveau honduregni del Banco Ficohsa, affiliato alla catena commerciale «Super 99» dell’ex presidente Ricardo Martinelli. O ancora nel Banisi, nella Capital Bank, nel Banco Panamà. Oppure, e infine, nelle Casas de Valores, le società che investono in azioni e altri titoli. Senza contare la miriade di piccole finanziarie e cambiavalute.

Gli inquirenti dovranno anche stabilire se, in qualche passaggio, le regole non siano state superate da una corruzione capillare, su scala diversa. Giusto un anno fa il presidente Juan Carlos Varela aveva ospitato il vertice delle Americhe con il piglio dello statista. Oggi è costretto a spedire in tutta fretta i suoi ministri davanti alla stampa estera per prendere le distanze da Fonseca Mora che fino a qualche mese fa era un suo ministro-consigliere.

L’incarico di vegliare sul catenaccio è affidato a due custodi attempati e già in debito di ossigeno alle otto del mattino. Ma funziona, perché devono tenere a bada solo sei o sette cronisti e una troupe televisiva americana. Nessuno protesta, la città assiste indifferente. In portineria c’è un comunicato di cinque pagine per i reporter. Si può tranquillamente riassumere con una frase che Ramon Fonseca Mora ha pronunciato nell’intervista tv rilasciata al giornalista nazionale più bravo, Alvaro Alvarado, di Canal 13. «Noi siamo come una fabbrica di coltelli — ha detto Fonseca — non siamo responsabili di come vengono usati». Poi è seguita una lunga difesa formale, tartufesca.

A Panama gli avvocati possono costituire in un giorno una società anonima: basta compilare e firmare un foglietto tra lo studio legale e il cliente. Questo è il nucleo omertoso del meccanismo, che i «Panama Papers» hanno scardinato. Dopodiché ci sarebbe la legge del 2015 che all’articolo 38 impone ai «soggetti obbligati» di conoscere «la natura del business» della società anonima. I «soggetti obbligati» sono le banche e gli avvocati.

Fonseca sostiene di non avere colpe, tocca alle banche capire che cosa si nasconda nella scatola vuota di una società anonima. Su questo indagheranno i magistrati di tutto il mondo: si vedrà. Ma c’è un punto che resta fuori discussione. A ogni società corrisponde un conto, un deposito di denaro. Le boutique giuridiche di Panama hanno rapporti con il sistema finanziario nazionale e internazionale. Tra i loro servizi offrono anche l’assistenza e la gestione societaria. In concreto, contatti per smistare il denaro su questo o quel binario finanziario.

Ancora una volta la scelta non manca. A Panama sono attivi 46 istituti bancari, 21 dei quali hanno la licenza internazionale. Questo significa che un cliente, poniamo in fuga dal fisco del suo Paese, entra in uno studio tipo quello di Mossack e Fonseca e quando esce il suo denaro si è già disperso nella rete planetaria dei paradisi fiscali, dalle Bahamas ad alcuni Stati, come il Nevada o il Delaware, degli Usa.

Oppure i soldi rimangono quietamente a Panama. Magari nel Banco National, istituto pubblico che risponde direttamente a Varela; o nei caveau honduregni del Banco Ficohsa, affiliato alla catena commerciale «Super 99» dell’ex presidente Ricardo Martinelli. O ancora nel Banisi, nella Capital Bank, nel Banco Panamà. Oppure, e infine, nelle Casas de Valores, le società che investono in azioni e altri titoli. Senza contare la miriade di piccole finanziarie e cambiavalute.

Gli inquirenti dovranno anche stabilire se, in qualche passaggio, le regole non siano state superate da una corruzione capillare, su scala diversa. Giusto un anno fa il presidente Juan Carlos Varela aveva ospitato il vertice delle Americhe con il piglio dello statista. Oggi è costretto a spedire in tutta fretta i suoi ministri davanti alla stampa estera per prendere le distanze da Fonseca Mora che fino a qualche mese fa era un suo ministro-consigliere.

Il tentativo di minimizzare, però, è già fallito: Panama (non un singola categoria professionale) è dentro una tempesta politico-diplomatica. Il ministro delle Finanze francese Michel Sapin ieri ha annunciato che il governo di Parigi la inserirà di nuovo nella lista degli Stati «non collaborativi sul piano fiscale». Il presidente panamense da una parte ha subito incaricato la vice presidente Isabel De Saint Malo de Alvarado di «mettersi in contatto» con i francesi. Dall’altra, ha fatto sapere che «non sono escluse» misure di ritorsione.

L’incarico di vegliare sul catenaccio è affidato a due custodi attempati e già in debito di ossigeno alle otto del mattino. Ma funziona, perché devono tenere a bada solo sei o sette cronisti e una troupe televisiva americana. Nessuno protesta, la città assiste indifferente. In portineria c’è un comunicato di cinque pagine per i reporter. Si può tranquillamente riassumere con una frase che Ramon Fonseca Mora ha pronunciato nell’intervista tv rilasciata al giornalista nazionale più bravo, Alvaro Alvarado, di Canal 13. «Noi siamo come una fabbrica di coltelli — ha detto Fonseca — non siamo responsabili di come vengono usati». Poi è seguita una lunga difesa formale, tartufesca.

A Panama gli avvocati possono costituire in un giorno una società anonima: basta compilare e firmare un foglietto tra lo studio legale e il cliente. Questo è il nucleo omertoso del meccanismo, che i «Panama Papers» hanno scardinato. Dopodiché ci sarebbe la legge del 2015 che all’articolo 38 impone ai «soggetti obbligati» di conoscere «la natura del business» della società anonima. I «soggetti obbligati» sono le banche e gli avvocati. Fonseca sostiene di non avere colpe, tocca alle banche capire che cosa si nasconda nella scatola vuota di una società anonima.

Su questo indagheranno i magistrati di tutto il mondo: si vedrà. Ma c’è un punto che resta fuori discussione. A ogni società corrisponde un conto, un deposito di denaro. Le boutique giuridiche di Panama hanno rapporti con il sistema finanziario nazionale e internazionale. Tra i loro servizi offrono anche l’assistenza e la gestione societaria. In concreto, contatti per smistare il denaro su questo o quel binario finanziario.

Ancora una volta la scelta non manca. A Panama sono attivi 46 istituti bancari, 21 dei quali hanno la licenza internazionale. Questo significa che un cliente, poniamo in fuga dal fisco del suo Paese, entra in uno studio tipo quello di Mossack e Fonseca e quando esce il suo denaro si è già disperso nella rete planetaria dei paradisi fiscali, dalle Bahamas ad alcuni Stati, come il Nevada o il Delaware, degli Usa.

Oppure i soldi rimangono quietamente a Panama. Magari nel Banco National, istituto pubblico che risponde direttamente a Varela; o nei caveau honduregni del Banco Ficohsa, affiliato alla catena commerciale «Super 99» dell’ex presidente Ricardo Martinelli. O ancora nel Banisi, nella Capital Bank, nel Banco Panamà. Oppure, e infine, nelle Casas de Valores, le società che investono in azioni e altri titoli. Senza contare la miriade di piccole finanziarie e cambiavalute.

Gli inquirenti dovranno anche stabilire se, in qualche passaggio, le regole non siano state superate da una corruzione capillare, su scala diversa. Giusto un anno fa il presidente Juan Carlos Varela aveva ospitato il vertice delle Americhe con il piglio dello statista. Oggi è costretto a spedire in tutta fretta i suoi ministri davanti alla stampa estera per prendere le distanze da Fonseca Mora che fino a qualche mese fa era un suo ministro-consigliere.

Il tentativo di minimizzare, però, è già fallito: Panama (non un singola categoria professionale) è dentro una tempesta politico-diplomatica. Il ministro delle Finanze francese Michel Sapin ieri ha annunciato che il governo di Parigi la inserirà di nuovo nella lista degli Stati «non collaborativi sul piano fiscale». Il presidente panamense da una parte ha subito incaricato la vice presidente Isabel De Saint Malo de Alvarado di «mettersi in contatto» con i francesi. Dall’altra, ha fatto sapere che «non sono escluse» misure di ritorsione.

A Panama, 3 milioni e 800 mila abitanti, di cui 1,3 concentrati nella capitale, corrono molti soldi tra pubblico e privato. I francesi di Alstom stanno lavorando alla costruzione della metropolitana, insieme con imprese spagnole. Gli italiani di Salini-Impregilo, tra gli altri, si stanno occupando dell’ampliamento del Canale. Le grandi commesse di Stato sono sempre un buon sistema per mantenere ottime relazioni diplomatiche.

6 aprile 2016 (modifica il 6 aprile 2016 | 01:08)