venerdì 1 aprile 2016

Ecco l’abbonamento di SoundCloud: si chiama Go e parte dagli Stati Uniti

La Stampa
luca castelli

Trovato l’accordo con Sony Music, la piattaforma streaming lancia il suo servizio a dieci dollari al mese. Con un supercatalogo da 125 milioni di brani e l’intenzione di sfidare Spotify ed Apple Music su terreni a loro non molto conosciuti (condivisioni social, commenti, remix, mash up, più libertà concesse ad artisti ed etichette).



Tanto tuonò che alla fine piovve. Martedì 29 marzo anche SoundCloud è salita sul treno dello streaming musicale in abbonamento, con l’apertura del servizio SoundCloud Go. Tutti i passaggi e i parametri standard del mercato sono stati rispettati: accordo preventivo con le major, promessa di canzoni offline (che si possono ascoltare su smartphone anche quando non si è connessi a Internet), prezzo in linea con la media (9,99 dollari al mese, che diventano 12,99 se si utilizza un dispositivo iOS), streaming senza pubblicità e ius primæ noctis concesso agli utenti nordamericani (per qualche mese il servizio sarà disponibile solo negli USA).

Tuttavia, ci sono delle prerogative che aumentano il tasso di novità di SoundCloud Go e potrebbero dare una bella scossa a un settore oggi in gran parte focalizzato sulla sfida Spotify/Apple Music e sul tentativo di risalita di Tidal.

SoundCloud vanta storia, caratteristiche e numeri di tutto rispetto. Fondata nel 2007 dagli svedesi Alexander Ljung ed Eric Wahlforss, con la sede quasi subito trasferita a Berlino, la piattaforma è diventata con gli anni una sorta di YouTube della musica, attirando una vivacissima comunità di artisti, dj, remixer, appassionati di hip hop, elettronica e club culture. Nei suoi server è depositato un tesoro di circa 125 milioni di canzoni, il quadruplo di quelle offerte oggi da Spotify e Apple Music, in buona parte costituite da materiale indipendente, remix, mash up, mixtape: il bagaglio musicale tipico della generazione dei millennials.

Sarà questo uno degli elementi identitari più forti di Go, assieme alla spontanea natura social (la fruizione dei contenuti su SoundCloud è molto più simile a quella di YouTube – tra commenti e correlati – che a quella playlist-oriented di Spotify) e a una rivoluzionaria possibilità concessa ad artisti ed etichette: la totale flessibilità nel decidere quali canzoni offrire nel servizio in abbonamento e quali continuare a lasciare disponibili sulla piattaforma gratuita con pubblicità (che rimarrà aperta anche dopo il lancio di Go).

Proprio il punto su cui due anni fa vennero ai ferri corti Taylor Swift e Spotify e che portò la popstar a lanciare il suo embargo contro il servizio svedese (tuttora in corso). Naturalmente non sarà una discesa. Anzi, SoundCloud Go si troverà di fronte una serie di tornanti che al confronto l’Alpe d’Huez è un dosso. Il primo ostacolo è l’universale difficoltà dei servizi di streaming musicale a sviluppare un modello di business basato non solo sulle promesse ma anche sui profitti: a livello globale, il settore dovrebbe avere ormai varcato la soglia dei 50 milioni di utenti paganti (30 Spotify, 11 Apple Music, 3 Tidal, gli altri sparsi tra Deezer, Rhapsody e altre società più piccole), ma i bilanci continuano a sanguinare.

E qui si intreccia il secondo grande ostacolo, che viene dalla storia stessa di SoundCloud: fino a pochi mesi fa, prima che venisse trovato l’accordo con Sony Music (l’ultima major che mancava all’appello per poter lanciare Go), SoundCloud era indicata da molti addetti ai lavori come una “dead startup walking”, con 150 milioni di euro di finanziamenti raccolti, parecchi dei quali bruciati senza riuscire a far decollare un mercato sostenibile, e una complicata serie di questioni legali da risolvere.

Da questo punto di vista, Go appare come l’ultima carta rimasta prima del fallimento. A Berlino sperano che sia il jolly. Oggi SoundCloud vanta oltre 170 milioni di utenti mensili nel mondo: se anche solo l’1% decidesse di iscriversi al nuovo servizio, significherebbe partire con una base di quasi due milioni di abbonati. Un tesoretto notevole. Viste le sue radici europee e la sua presenza globale, decisiva sarà anche la velocità con cui SoundCloud aprirà Go ai nuovi mercati (la società promette che un primo ampliamento dovrebbero avvenire entro la fine del 2016). 

Il nuovo indovinello fa impazzire il web, scopri l'intruso ma la prima risposta è sbagliata

Il Mattino


C'è un nuovo indovinello che sta facendo impazzire il web e i social. Cinque figure e una domanda apparentemente banale: qual è l'intruso? La soluzione, che trovate subito dopo l'immagine, non è così immediata come potrebbe sembrare. Anzi, la prima risposta sarà sicuramente quella sbagliata.

Infatti, salta all'occhio il quadrato in alto a destra. Pur essendo l'unico verde, non è l'intruso. Non lo è nemmeno il cerchio, unica figura ad avere una forma diversa dalle altre. Il quadrato più piccolo, invece, potrebbe essere la soluzione proprio perché più piccolo. Lo stesso si potrebbe dire del quadrato in basso a sinistra, privo di contorno.

Tutte le forme nell'immagine hanno una propria particolarità, eccetto una: il quadrato in alto a sinistra. Lui, l'unico che presenta esattamente tutte le caratteristiche di ogni altra figura rappresentata, è la soluzione. 

Mercoledì 30 Marzo 2016, 10:40

Caso Apple-Fbi, stallo nella sicurezza: "Il metodo di sblocco resta un mistero"

repubblica.it
di TIZIANO TONIUTTI

Cupertino rimane al momento all'oscuro di come il Bureau sia riuscito ad accedere ai dati. Reazioni tra gli esperti e in Rete

Caso Apple-Fbi, stallo nella sicurezza: "Il metodo di sblocco resta un mistero"

NEL lungo braccio di ferro tra Apple e Fbi, il colpo di scena è arrivato con l'annuncio del Bureau di aver trovato un modo di entrare nell'iPhone del killer di San Bernardino. Ma al momento, Apple non sa in che modo l'Fbi possa aver agito, e non c'è una posizione ufficiale dei federali. Si parla quindi di fatti non accertati ma è presunti, come si presume che ora l'Fbi sia al lavoro esaminando i dati recuperati dall'iPhone 5C di Syed Farook. Ma dal Bureau tutto tace. E la tecnica utilizzata, vista la delicatezza del caso su diversi fronti, potrebbe rimanere top secret.

Un problema non da poco per la Mela che dopo il rifiuto di collaborare si troverebbe con un sistema operativo non più blindato come prima, ma che può essere aperto attraverso un procedimento di cui al momento però nessuno sa nulla. Naturalmente in Rete il comportamento dell'Fbi solleva dubbi sul reale successo dell'operazione, anche se è stato fatto il nome dell'azienda di sicurezza che potrebbe aver sbloccato il dispositivo, l'israeliana Cellebrite, e il procedimento utilizzato dovrebbe - anche perché altri non ce sono - essere quello del Nand Dumping o Mirroring. Ovvero molteplici copie software dell'hardware di memoria del telefono, su cui tentare ripetuti attacchi di "forza bruta" senza timore che dopo dieci tentativi l'accesso venga precluso per sempre.

Interpellati dall'Ap, Susan Landau, professoressa di cybersicurezza all'istituto politecnico di Worchester, ha affermato che "è legittimo che l'Fbi cerchi e trovi un modo di entrare nel telefono ma dovrebbe rivelare ad Apple come ha fatto" mentre Joseph Lorenzo Hall, numero uno dei tecnici al Centro per la Democrazia e la Sicurezza ha dichiarato che "mantenere un segreto di questo genere
è l'esatto opposto del fornire informazioni utili a chi lavora per migliorare la sicurezza, Apple e Fbi hanno un obiettivo comune, mantenere le persone al sicuro. Qui invece l'Fbi mette un'indagine davanti alla sicurezza di centinia di milioni di persone in tutto il mondo".

Elton John accusato di molestie sessuali dall’ex bodyguard. Stefano Gabbana: “Cosa racconterà a suo figlio?”

La Stampa

Dopo la polemica sui «figli in provetta» si riaccende lo scontro tra lo stilista e il cantante



Si riaccende lo scontro tra Elton John e Stefano Gabbana. Dopo il botta e risposta sui «figli in provetta», stavolta è lo stilista italiano a riaccendere la scintilla con una frecciata contro la star su Instagram. Martedì Gabbana ha postato sul suo account un articolo che racconta l’accusa di molestie sessuali lanciata dall’ex guardia del corpo, Jeffrey Wenninger, contro Elton John. Gabbana commenta la notizia online così: «E adesso??? #karma se mai fosse vero cosa racconterà a suo figlio?».

Le accuse contro Elton John sono state presentate qualche giorno fa. I fatti, però, risalgono al 2014. L’uomo che ha fatto causa alla popstar britannica è un capitano del dipartimento di polizia di Los Angeles: ha accusato il cantante di averlo palpato e molestato più volte. Dai documenti legali depositati negli Stati Uniti le avances sarebbero andate avanti diversi anni fino al 2014, quando è cessato il contratto da bodyguard. Il re del pop si difende e nega tutte le accuse.

Orin Snyder, un avvocato statunitense che rappresenta la società della star, la Rocket Entertainment Group, ha dichiarato: «Questa causa è infondata ed è intentata da un ex membro della sicurezza scontento che cerca di trarre un illecito profitto». E ancora: «Questa affermazioni sono palesemente false e sono state contraddette da numerose precedenti versioni rilasciate dal soggetto». 

Io, sacerdote con tre figli, dico no ai preti sposati”

La Stampa
daniele pasquarelli

Biella, la vocazione di don Andrea dopo la morte della moglie: “Ai ragazzi ho spiegato: non andremo più in vacanza in Sardegna”


Don Andrea Giordano, 57 anni, prete e geometra, segue ancora alcuni cantieri

Padre di tre figli, professione geometra e da 4 anni sacerdote «incardinato» nella diocesi di Biella. Una vocazione nata dopo la morte della moglie, nel ’99 per un tumore. «Ma la mia non è stata una scelta egoistica, un modo per superare o compensare la tragedia. Io non sono mai stato addolorato per la perdita di Anna. Ho ricevuto tanto. E tanto adesso devo dare».

Don Andrea Giordano, 57 anni, vive in un alloggio del quartiere Pavignano. Un prete lavoratore e genitore, più don Milani che Sant’Agostino. «Quanti siamo in Italia? Non molti credo. Ma in realtà non sono mai riuscito a saperlo». Veste sempre l’abito talare, anche nel suo studio di via Italia e nei cantieri che ancora segue: «Pochi e sempre meno, adesso una nuova stalla a Pollone».

Uno dei suoi figli, Nicolò, 27 anni, gestisce il Magnino, tra i bar più conosciuti e frequentati dell’isola pedonale di via Italia. Pietro e Filippo, gemelli, 24 anni, ancora studiano all’università, Scienze Politiche e Filosofia. «Come l’hanno presa? Mi hanno solo raccomandato il rispetto della fedeltà. Poi la nostra famiglia è sempre stata vicina alla chiesa e con alcuni sacerdoti c’era uno stretto rapporto. Così quando il vescovo chiese loro cosa pensassero della mia scelta, risposero con una battuta: “In casa abbiamo sempre avuto a che fare con i preti. Uno in più non sarà un problema’’».

Tutto facile? Niente affatto. «Dopo la morte di Anna non ho voluto rinunciare al mio ruolo di padre. Ho detto ai miei figli: non andremo più in vacanza in Sardegna, imparate l’inglese a scuola perché non riusciremo a permetterci studi in Inghilterra. Però vi preparerò il pranzo e non andrete alle mensa, uscirò prima dallo studio e avremo più tempo per stare insieme». Se conciliare la vedovanza con la famiglia è stato difficile, ancora di più è stato rispondere alla vocazione. «Avevo qualcosa dentro da tempo - spiega –.

Quando lo dissi all’allora vescovo Massimo Giustetti, mi rispose: persegui il tuo sogno. Nel 2000 sono entrato in seminario e ho seguito un percorso facilitato, studiavo la sera e nei fine settimana. Sono stati 12 anni durissimi, la fratellanza è una bella parola che molti dei miei confratelli non conoscono. Per certi versi, è stato un periodo di persecuzione, sono stato anche controllato perché credevano avessi rapporti con altre donne. Quando terminai gli esami, l’attuale vescovo Mana mi disse: “Siamo già così avanti? Non ci avrei scommesso 100 lire”».

Don Andrea si sente ancora «sposato»: «Vivo il tempo che mi separa dalla ricongiunzione con Anna». Ma non sostiene l’apertura della Chiesa ai preti sposati: «Non si può, la vita di un sacerdote deve essere libera da impegni che possano diventare un ostacolo al servizio quotidiano come seguire una parrocchia. Io stesso non posso farlo. Avendo tre figli, proposi di dare un aiuto ai parroci. Sono un geometra, potevo occuparmi anche degli aspetti più burocratici della diocesi. Invece come primo incarico venni spedito a fare l’amministratore della parrocchia di Campiglia che insiste su 3 comuni, ha 19 tra chiese e cappelle, un asilo e un cimitero».

L’esperienza in valle Cervo durò pochissimo. Oggi don Andrea celebra messa dal lunedì al mercoledì nella cappella della clinica Vialarda, il sabato e la domenica a Borriana, Ponderano e rimedia all’assenza dei parroci che lo chiamano. Ma soprattutto è diventato il prete di www.chiesacontrocorrente.it, un blog con 18 mila contatti quotidiani, una penna come la frusta di Gesù nel tempio e scritti che combattono il potere temporale di una chiesa, anche biellese «più vicina al denaro e alla bella vita che ai dettami del Vangelo». Una sorta di autogestione, perché da due anni non ha più rapporti «con loro», cioè il vescovo e i tre vicari. «Lo sa che a Milano ne hanno uno solo in più?». 

Ecco perché la Nato non fa nulla contro l’Isis

La Stampa
stefano stefanini

Il tanto disprezzato Assad insieme ai russi (a cui applichiamo sanzioni) ha liberato Palmira; cos’ha fatto la Nato in tutto questo tempo?
Filippo Testa Baldissero Torinese (TO)


Caro Filippo,
in Siria e contro Isis la Nato non fa niente. Con tre importanti precisazioni. Primo, la Nato siamo noi. Noi, gli Stati membri. La Nato fa quello che le diciamo di fare. Le azioni o omissioni dell’Alleanza dipendono dalle decisioni degli alleati. Prendersela con la Nato come fosse un’entità separata è una comoda scappatoia.

Secondo, perché non fa niente? Un intervento militare Nato, pur legittimo (ci sono due risoluzioni Onu che lo autorizzano contro Isis), andrebbe in rotta di collisione con i russi e sarebbe forse indigesto nella regione. Alcuni alleati, forse anche dell’Italia, quando parlano di Isis alla Nato dimenticano che è la sede per discutere di tutto quanto riguarda la nostra sicurezza.

Altrimenti cosa ci sta a fare? Vogliamo lasciarla solo a far la guardia alla Russia? Discutere non significa intervenire: l’Alleanza militare (art. 5) è subordinata all’Alleanza politica (art. 4). Dopo l’11 settembre gli Stati Uniti giunsero fino ad invocare l’art. 5 come segnale di solidarietà, salvo poi operare separatamente. Dopo gli attentati in Europa avremmo potuto fare lo stesso.

Terzo, la Nato non fa niente ma sono Paesi Nato, in particolare Usa, Francia e Gran Bretagna (l’Italia partecipa, ma ha scelto un profilo minimale), che hanno metodicamente messo sotto pressione militare Isis in Iraq e in Siria, fermandolo e degradandolo, non meno e ben più a lungo di quanto abbia fatto la Russia. Prima di perdere Palmira, il Califfato ha subito sconfitte e perso città e territorio ad opera delle forze irachene e curde con l’appoggio determinante della coalizione a guida americana. Che, a differenza di Mosca, non ha aiutato Assad.

Il sollievo per la liberazione di Palmira non riabilita Assad. Si è macchiato di crimini contro la popolazione civile, compreso l’uso di armi chimiche. Ha costretto milioni di rifugiati alla fuga dalle loro case - molti sono approdati in Europa. Nel 2012 fu pesantemente censurato dal Parlamento italiano, all’unanimità. Non facciamone improvvisamente un eroe anti-Isis. Nessuno può ormai negare ad Assad un posto al tavolo del negoziato sul futuro della Siria. Ma più presto la Siria farà a meno di Assad, migliore sarà il futuro.


Stefano Stefanini, in carriera diplomatica dal 1974 al 2013, è stato consigliere diplomatico del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, rappresentante permanente d’Italia alla Nato e vice dell’ambasciatore d’Italia a Washington. Ha prestato servizio a New York (Onu), Mosca, Washington, Perth.

Doppia morale di Kyenge su Charlie Hebdo e la libertà di satira

Ivan Francese - Gio, 31/03/2016 - 13:59

L'ex ministro dell'Integrazione critica la prima del settimanale satirico sulla strage di Bruxelles. Ma all'indomani dell'assalto al giornale diceva come tutti "Je suis Charlie"



Je suis Charlie, oppure no? L'ex ministro per l'Integrazione e ora eurodeputata piddì Cécile Kyenge pare non avere le idee troppo chiare. Se all'indomani dell'assalto jihadista alla sede del settimanale satirico parigino la Kyenge si univa al coro di chi si immedesimava nei giornalisti e nei vignettisti della redazione colpita, a poco più di un anno di distanza sembra aver cambiato idea.

Lo fa in occasione di una nuova copertina di Charlie, questa volta dedicata alla strage di Bruxelles. Una copertina in cui viene preso di mira il rapper Stromae, i cui testi vengono usati per corredare una vignetta di impatto sicuro. Citando la propria canzone, l'artista domanda: "Papà, dove sei?". Gli rispondono pezzi di corpi dilaniati: "Sono qui, sono là".



Un messaggio sconvolgente, che ha suscitato aspre polemiche in Francia e Belgio. E che ha scatenato l'ira della Kyenge, pronta a twittare: "copertina deplorevole di Charlie. Solidarietà a Stromae e alla sua famiglia". Il riferimento è alla storia famigliare di Stromae: il brano e' dedicato dal musicista al padre, disperso nel genocidio in Ruanda del 1994.

La domanda per la Kyenge è insomma chiara: la libertà di satira va difesa in ogni caso, o ha dei limiti?

Così Luca Varani attaccava la Kyenge: "Non può essere italiana"

Rachele Nenzi - Gio, 10/03/2016 - 15:55

Il ragazzo brutalmente ucciso dai due amici a Roma ha condiviso una foto contro Cécile Kyenge



Un post su Facebook, datato qualche anno fa. Siamo a settembre 2014 quando Luca Varani, il ragazzo brutalmente ucciso a Roma dopo una notte di alcol, droga e sesso, ha pubblicato una foto che ritrae l'ex ministro Cécile Kyenge.

Un messaggio chiaro, diretto: la Kyenge non può essere italiana. E per far passare il concetto, nella foto si vede la ministra paragonata ad un cane. "Io sono italiana", è la didascalia a fianco del volto della Kyenge. "E io sono un gatto", ribatte il cane. Un altro, invece, mette di fianco l'ex ministra e Benito Mussolini. "Le leggi italiane sull'immigrazione sono una vergogna", dice la Kyenge. "La vergogna è vedere gente venuta dal Congo dettar legge ad un popolo degno della sua storia".
Tra post contro l'omosessualità e messaggi d'amore alla fidanzata, questi di Varanisono sono i più "particolari" che si possono leggere scorrendo la pagina di Facebook.