mercoledì 30 marzo 2016

La leggenda di “Tico” che ispirò la maglia nera nel ciclismo e fu fra i fondatori dell’Alessandria calcio

La Stampa
claudio bressani

Giuseppe Ticozzelli, corridore per caso, partecipò ad un Giro d’Italia da indipendente con la maglia nerostellata del Casale, un’altra delle squadre, come la Spal, in cui militò da giocatore


Giuseppe Ticozzelli originario del Pavese ebbe gloria in provincia fondando l’Alessandria e giocando nel Casale ma anche in Nazionale e diventando poi corridore in bicicletta

È considerato l’ispiratore della maglia nera, assegnata all’ultimo nella classifica generale del Giro d’Italia, ma Giuseppe Ticozzelli ultimo non è mai arrivato. Almeno non al traguardo, nelle sole tre tappe alle quali partecipò nella corsa del 1926, prima di essere investito da una moto e costretto al ritiro nella quarta frazione, da Firenze a Roma. Piuttosto, Ticozzelli era celebre per arrivare all’ultimo momento alla partenza, anche in taxi, appena in tempo per inforcare la sua Maino e partire a razzo andando in fuga solitaria. Finché si era in pianura, con il suo fisico possente (un metro e 87 per 95 chili e 84 centimetri di giro-coscia) era capace di guadagnare mezz’ora di vantaggio. Poi di solito si fermava in qualche trattoria a rifocillarsi e aspettava il gruppo, al quale si accodava. Ticozzelli partecipò a quell’unico Giro come «indipendente», senza una squadra che gli garantisse i rifornimenti: quando aveva finito i sandwich e la gazzosa che portava con sè nel tascapane, non gli restava che arrangiarsi.

NON SOLO CICLISMO
Devono essere stati questi suoi atteggiamenti stravaganti a ispirare, vent’anni dopo, l’istituzione della maglia nera (con relativi premi in denaro), che ufficialmente è esistita solo per sei edizioni, dal 1946 al 1951. Visse soprattutto delle epiche sfide tra il tortonese Luigi Malabrocca, vincitore nei primi due anni, e Sante Carollo, tra fantasiosi espedienti per nascondersi in qualche fienile o forare le proprie gomme, in modo da accumulare più ritardo possibile ma stando bene attenti a non tagliare il traguardo fuori tempo massimo. Alla fine la maglia nera fu soppressa, tornando ad essere assegnata eccezionalmente solo due volte. Anche il colore si ispira a Ticozzelli, che partecipò a quel Giro indossando la casacca nerostellata del Casale, squadra in cui all’epoca militava.



Se è stato un ciclista per caso, spinto dall’enorme passione per le due ruote e dall’amicizia con Girardengo, «Tico» è stato un calciatore di ottimo livello, un terzino destro roccioso e dalla correttezza esemplare (mai espulso), all’epoca molto popolare anche per la sua stazza fuori dal comune. Classe 1894, nativo di Castelnovetto in Lomellina dove visse fino a 16 anni, nel 1912 fu tra i fondatori dell’Alessandria Calcio, in cui militò dal 1914 al 1921.

IL GRIGIO



Sua sarebbe stata anche l’idea di scegliere quel colore, sostituendo la casacca azzurra con un fascione verticale bianco adottata nei primissimi tempi. Suggerì il grigio in onore della Maino, che regalava una maglia di quel colore a chi acquistava una bicicletta. In seguito militò nella Spal dal 1921 al 1924 (l’ultimo anno anche come allenatore) e poi nel Casale fino al 1931, totalizzando 174 presenze e 13 reti nella massima serie, compresa una da 75 metri, direttamente su calcio di rinvio.



Ebbe anche l’onore di una presenza in Nazionale, il 18 gennaio 1920, per l’amichevole Italia-Francia, prima partita degli azzurri dopo la sosta bellica, disputata al velodromo Sempione di Milano e vinta con l’incredibile risultato di 9-4. 



In quell’occasione partì da Alessandria in bici di buon mattino e raggiunse il campo di gioco dopo aver pedalato per oltre 100 chilometri. Nel 1935, decise di partire volontario per la guerra d’Etiopia. Ne tornò cieco ma, anche dopo aver perso la vista, non smise di frequentare i campi di calcio, accompagnato da uno dei figli che gli descriveva le azioni.

A processo per vilipendio: un regalo che Salvini non merita

La Stampa
ugo magri



Che Salvini non si esprima come un Lord inglese, ce n’eravamo accorti tutti, da tempo. Perfino Papa Francesco viene preso di mira dal giovanotto con la ruspa. Ma mentre il Pontefice porge l’altra guancia, la magistratura reagisce offesa perché Salvini l’aveva definita «una schifezza». E lo fa sul piano penale: il procuratore capo di Torino, Armando Spataro, chiede di processare il leader leghista per vilipendio dell’ordine giudiziario. Non può fare diversamente, va chiarito, in quanto è il codice stesso che prevede questo reato. Finché qualcuno non cancellerà l’articolo 290, i pm dovranno applicarlo. Però in questo modo Salvini, che rischia al massimo una multa da 5mila euro, sarà tre volte premiato.
Ecco perché.

Boomerang giudiziario
Anzitutto Salvini si presenterà quale vittima delle toghe che per vendicarsi, questo lui dirà, rispolverano addirittura una norma fascista introdotta nel Ventennio dal Codice Rocco (il cosiddetto vilipendio fu contestato da tutti gli spiriti liberi, compresa Magistratura Democratica la quale propose di cancellarla già nel lontano 1973 insieme con gli altri reati di opinione). In secondo luoogo Salvini farà pesare la rapidità da Guinness con cui la giustizia si è mossa contro di lui, meno di due mesi: anche qui, per non dargli corda, un po’ più di flemma magari avrebbe giovato, chissà.
Ma c’è dell’altro. 

Governo in imbarazzo
Affinché il processo a Salvini possa tenersi, serve l’autorizzazione del Guardasigilli. Cioè del ministro Andrea Orlando. Il quale verrà a trovarsi nella scomoda condizione di colpire un oppositore del governo, quale senza dubbio è Salvini, in base a un reato discutibile su cui Amnesty International drizzerà di sicuro le antenne; o viceversa il ministro salverà Salvini (sia consentito il calembour), negando il processo e aggravando il senso di frustrazione dei magistrati che già si sentono poco amati dalla politica in genere. Anche qui: la colpa dell’assist a Salvini non cade sul procuratore Spataro che chiama in causa Orlando, ma sul codice penale dove l’autorizzazione del ministro è espressamente prescritta (articolo 313). Per procedere non c’era altra via.

Fatto sta che il risultato è un bel capolavoro politico: in cambio dei 5 mila euro della condanna, il capo della Lega si farà passare per martire. E invece di pagare per la sua maleducazione, metterà pure in imbarazzo il governo.

Domanda finale: non sarà forse il caso di rottamare i reati di vilipendio?

Ho comprato un virus che infetta e ricatta i vostri pc. Vi spiego come funziona”

La Stampa
carola frediani

Tecnologicamente semplice ma difficile da individuare, ora è in abbonamento



La conversazione con il venditore di cyber estorsioni ha preso subito una brutta piega. Soprattutto quando ha capito che non volevo comprare il suo kit per distribuire software malevoli.

«Il mio tempo è denaro, mi “urla” (in maiuscolo) nella chat criptata con cui lo avevo raggiunto, «e io devo pagare le bollette, l’hosting, il sistema per aggirare gli antivirus. Mi hai preso per un ente di beneficenza?».

Prima di darmi il tempo di spiegare, il venditore di ransomware aveva già spiattellato tutta la procedura: dovevo pagare 300 dollari in bitcoin, e lui all’istante, mi avrebbe affiliato al suo sistema di ransomware, i software malevoli che criptano i file di un computer e poi chiedono un riscatto per decifrarli. Una volta pagato mi avrebbe dato un file eseguibile con cui avrei infettato le mie vittime, nonché l’accesso a un pannello di controllo grazie al quale ottenere la mia parte di guadagni.

A questo venditore siamo arrivati da siti e forum russi dedicati ad attacchi informatici, perché sono un po’ l’epicentro del fenomeno cyber estorsioni. Anche Tartarus, altro venditore sul forum Exploit.in, mi scrive di avere un programma di affiliazione.

Paghi 100 dollari in bitcoin, lui ti dà un file eseguibile da distribuire sui computer delle vittime e l’accesso a un pannello di controllo. Di tutti i riscatti incassati, lui si prende il 15%. Dice di avere 3-400 clienti. La ragione per cui la formula ha successo è che è molto semplice, mi scrive Tartarus, e in più libera gli affiliati dai costi di gestione dell’infrastruttura di controllo del malware e dei pagamenti. «E sono soldi facili».

In effetti i programmi di affiliazione dei ransomware pullulano. Ce ne sono anche di automatizzati. Vai sul sito, metti l’indirizzo bitcoin dove ti verrà pagata la tua parte di riscatto, configuri online il malware come lo vuoi tu (ad esempio decidi quanti soldi chiedere e quanto tempo dare alle vittime per pagare), scarichi il malware, lo distribuisci con delle email. È tutto gratuito, si paga con una percentuale degli incassi a chi gestisce l’infrastruttura.

Così semplice che anche noi della Stampa siamo andati su uno di questi siti, ci siamo configurati il nostro ransomware e lo abbiamo scaricato. Poi lo abbiamo spedito a degli esperti di sicurezza informatica. «Non è molto sofisticato ma fa il suo lavoro», ha spiegato alla Stampa Alberto Pelliccione, che con la sua società ReaQta difende aziende da attacchi avanzati, ma che improvvisamente si è trovato a gestire anche un’invasione di cyber estorsioni.

«Soldi facili», mi scriveva Tartarus. Così facili che stiamo assistendo a un’epidemia di cyber ricatti. «Il 2016 è l’anno in cui i ransomware si abbatteranno su chi gestisce le infrastrutture critiche americane», tuona un recente rapporto dell’Institute for critical infrastructure technology, pensatoio statunitense che studia le cyber minacce.

Nel mentre, frotte di semplici utenti, aziende, enti pubblici e ospedali (ormai famoso quello di Los Angeles che avrebbe pagato addirittura un riscatto da 17 mila dollari) assaltano i consulenti di sicurezza informatica. E mica solo in America: il Belpaese è in prima linea. Stati Uniti, Giappone, Gran Bretagna, Germania, Italia sono infatti le nazioni più colpite, secondo un rapporto di Nya International.

«Ogni settimana ho un cliente che arriva per questo, l’impennata l’ho vista da metà 2015», spiega alla Stampa Stefano Fratepietro, dell’azienda di sicurezza informatica Tesla Consulting. Uno dei suoi clienti, che forniva buste paga a numerosi enti, si è trovato tutti i file cifrati pochi giorni prima di dover distribuire i cedolini. Panico, chiamata al consulente, straordinari notturni. E documenti alla fine decifrati sì, ma pagando.

Già, perché il fenomeno ha radici lontane ma ha avuto un’impennata dal 2013, quando molti di questi software malevoli che criptano i file di un computer hanno adottato algoritmi di cifratura più forti, impossibili da “craccare” o da aggirare. A quel punto l’unico modo per recuperare i dati cifrati, se non si ha una copia, è ottenere la chiave unica in possesso dei ricattatori. Siccome le cifre da pagare non sono altissime, in media tra i 300 e i 500 euro in Italia, una fetta consistente di chi viene infettato paga. Il 41%, secondo l’University of Kent. Il 30, secondo TrendMicro.

Le famiglie di ransomware sono diverse. Ctb-Locker. CryptoWall, Cryptolocker, TeslaCrypt, Locky sono le più recenti e diffuse. «Nel 2015 era molto usato Cryptowall, a fine anno è salito Cryptolocker e sono apparsi i primi TeslaCrypt e Locky», spiega ancora Pelliccione. «Il fatto è che questi malware non hanno bisogno di essere tecnicamente complessi, anzi, più sono semplici e più sono funzionali perché sfuggono agli antivirus».

Detto in altri termini: la forza dei ransomware è che sono semplici da scrivere e se ne possono generare in continuazione e in grandi quantità, usando poi tecniche per offuscarli, renderli invisibili (anche qua si trovano siti per farlo). Ma essendo programmi nuovi, spesso gli antivirus non li riconoscono. A quel punto la sfida è solo rendere minimamente credibile l’email che li veicola. 

«In genere sono mail con false bollette di Telecom o Enel, o finte email di corrieri», spiega alla Stampa il responsabile Ict di un’importante università italiana: ne ha visti parecchi di ransomware ma preferisce restare anonimo. «Le prime mail che arrivavano erano molto rozze e fatte con traduttore automatico; poi è stato evidente che è entrato in gioco qualche italiano e sono migliorate».
Molte di queste campagne hanno un’origine geografica.

«Ci sono diverse gang criminali, la maggior parte sono dell’Europa dell’Est», commenta Jérôme Segura, ricercatore di Malwarebytes. «Ma abbiamo visto anche molti criminali saltare sul carro dei ransomware perché è un modo molto efficace di raccogliere soldi senza intermediari».

Inoltre, individuare questi gruppi da parte delle forze dell’ordine dei Paesi colpiti non è facile, ci spiega il ricercatore di Kaspersky, Santiago Pontiroli, per complicazioni o cavilli legali. E molte di queste gang stanno attente a non dare troppo fastidio alle nazioni in cui si trovano. «Le tecnologie vendute sui siti e mercati russi tendono a non affliggere utenti residenti in quei mercati», spiega Luca Allodi, ricercatore dell’Università di Trento.

L’ultima novità dei ransomware, Cerber, nato proprio nell’underground dell’Est Europa, fa esattamente questo, spiega Segura, ovvero verifica il Paese in cui si trova la vittima e batte in ritirata se si tratta di Russia, Ucraina o altri Stati dell’ex blocco sovietico. Cerber rappresenta bene anche la capacità di innovazione di questo tipo di software, introducendo una funzione aggiuntiva: parla direttamente alle sue vittime, attraverso una funzione «da testo a voce».

Una capacità trasformistica che preoccupa molto l’Fbi. In un memo di marzo, l’agenzia americana avverte di un nuovo schema che cerca di infettare interi network e di localizzare e cancellare eventuali backup. Mentre secondo un report di Reuters, sul carro dei soldi facili starebbero saltando anche hacker mercenari para-statali, come i gruppi cinesi, col rischio di far evolvere ulteriormente il fenomeno.

In Italia sta già evolvendo. «Secondo me qualche italiano inizia ad esserci», commenta Paolo Dal Checco, dello studio di informatica forense DiFoB, che da tempo sta analizzando il fenomeno al punto da aver aperto anche un sito apposito, www.ransomware.it, per le segnalazioni degli utenti.

Il velo sugli occhi

La Stampa
massimo gramellini



Il marito fa bene a proteggere dagli sguardi degli altri commensali la moglie con cui sta cenando al ristorante? Sui social dell’Arabia Saudita il dibattito impazza. Non mancano gli illuminati che ritengono sufficiente l’armatura che copre la donna da capo a piedi e considerano ridondante, quasi lo svolazzo eccessivo di un artista, l’interposizione di un ulteriore pezzo di stoffa tra il vetro opaco e la sagoma da corvo della signora.

Ma molti altri spalleggiano la decisione del maschio: il suo desiderio di ammirare in esclusiva le fattezze, sia pure insaccate, della moglie sarebbe la prova di quanto lui ci tenga a lei. Altro che quegli occidentali castrati che ormai alle donne permettono di tutto, persino di guidare, e infatti nessuno si stupisce se la loro società va allo sfacelo. 

Anche tra castrati, però, ci poniamo qualche domanda. Fino a quando continueremo a fare affari con questo brandello di Medioevo che sobilla i fondamentalisti mentre sta sotto l’ombrello degli americani? (Sono le stesse parole di Donald Trump, lo so). Il cameriere avrà passato i piatti alla signora con una carrucola? E soprattutto: per segregarla così, aveva senso invitarla a cena fuori? Un marito davvero innamorato le avrebbe portato a casa un take-away.

Seborga, il Principato in Liguria che non esiste ma rischia il colpo di Stato

Corriere della sera

di Salvatore Frequente

Un «golpe» è in atto a Seborga, l’autoproclamato Principato in provincia di Imperia retto dal «principe» Marcello I che da anni lotta per rivendicare la propria indipendenza dall’Italia

Una guardia all’ingresso del «Principato» di Seborga (Foto da principatodiseborga.com)
Una guardia all’ingresso del «Principato» di Seborga (Foto da principatodiseborga.com)

In Liguria c’è un piccolo centro medievale, vicino a Bordighera e Sanremo, dove vivono poco più di 300 anime. Ma Soborga da molti anni si è autoproclamato «Principato» indipendente dall’Italia con tanto di principe, Consiglio della corona, guardie e moneta: tutto, ovviamente, non riconosciuto dallo Stato italiano. Oggi però la quiete del piccolo borgo è scossa da una notizia annunciata sul sito ufficiale del sedicente Principato: «È in corso un tentativo di colpo di Stato (non violento) nel Principato di Seborga».
Il golpista francese
La popolazione viene così informata del tentativo di destituire il «principe» Marcello I (al secolo Marcello Menegatto) che dal 25 aprile 2010 è alla guida del Principato che non c’è, subentrato a Giorgio I. Il «golpista», invece, è un cittadino francese che si presenta come Nicolas 1er, così come scritto sul sito principautedeseborga.com dove dichiara di essere lui il vero principe. Nel sito vengono indicati anche i nomi dei ministri e dei segretari di Stato, anche loro francesi. Nicolas 1er si è spinto oltre pubblicando anche un video con un messaggio in lingua francese rivolto a «Seborgiens et seborgiennes» con il quale si impegna a battersi per ottenere l’indipendenza del Principato e dare prosperità agli abitanti.
Le contromisure
Ma la risposta di Marcello I è stata inflessibile: diffidato il signor Nicolas Mutte, autoproclamatosi principe, e sospensione del Rappresentante Generale del Principato in Francia, Marcel Mentil, nominato cancelliere dai golpisti. Perché, come la storia insegna, anche a Seborga il germe della rivolta è dentro casa: «I Principi e il Consiglio della Corona, nell’apprendere questa notizia, hanno espresso tutto il loro stupore e disappunto, dal momento che Marcel Mentil è un collaboratore di vecchia data del Principato di Seborga e soprattutto negli ultimi anni si è sempre posto in maniera propositiva nei confronti del Principato», si legge nella nota ufficiale del governo di Seborga.
L’appello della principessa Nina
Ma a mettere in guardia i «sudditi» è la principessa Nina, consorte di Marcello I: «Queste persone non sono come la fantomatica Jasmine di una decina di anni fa, questi fanno sul serio - ha detto la principessa con un proprio messaggio agli abitanti - e sono anche ben organizzati. Occorre che reagiate compatti e con decisione e se possibile in fretta».
Le guardie e il «luigino»
I Seborghini sono chiamati pertanto a difendere la bandiera. Sì, perché il Principato non riconosciuto ha una sua bandiera ma anche un inno nazionale, il suo Corpo delle guardie e conia anche una moneta: il Luigino, anche questo senza alcun valore legale, ma viene utilizzato come buono spendibile in città con un valore fissato in 6 dollari statunitensi. Tutto ben descritto sul sito del Principato (quello ufficiale, non quello dei golpisti), principatodiseborga.com dove sono presenti anche foto e notizie sugli incontri all’estero di principe e consorte. Qui vengono anche spiegate le ragioni della presunta indipendenza: risalenti al 954, con la donazione del Conte Guidone di Ventimiglia ai monaci benedettini dell’Abbazia di Lerino. Poi una successiva vendita nel 1729 a Vittorio Amedeo II di Savoia. Ma in quell’atto di vendita ci sono dei cavilli pertanto, per loro, l’annessione nel 1861 al Regno d’Italia e, nel 1946, alla Repubblica Italiana è da considerarsi unilaterale e illegittima. Intanto però, a loro malincuore, rimangono a tutti gli effetti territorio italiano e all’Italia pagano le tasse.
Gli incontri
La pretesa indipendenza del Principato sarebbe, secondo molti, soltanto una trovata pubblicitaria per attirare turisti e investitori. Sta di fatto che, immediatamente rientrato dal suo viaggio «istituzionale» a Dubai, il principe Marcello ha subito incontrato i cittadini in trattoria per renderli partecipi del tentativo di golpe. A breve, comunque, incontrerà «i Consiglieri della Corona e i Priori per prendere le iniziative più opportune».


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Il videomessaggio di Nicolas 1er, il «golpista» francese di Seborga


29 marzo 2016 (modifica il 29 marzo 2016 | 20:32)