sabato 26 marzo 2016

Roma, lo agganciano su facebook e gli svuotano il conto on-line

Il Messaggero



Provengono tutti e quattro dalla Sicilia, tre dei quali pregiudicati e con precedenti specifici. Le indagini della Polizia Postale e delle Comunicazioni sono partite da una denuncia sporta da un romano, vittima di una transazione fraudolenta di circa 10.000 euro, effettuata mediante accesso abusivo al proprio conto corrente on line. Gli investigatori hanno ricostruito il particolare modus operandi, adottato dagli indagati che nella circostanza hanno sfruttato le caratteristiche di facebook, Whatsapp e dei conti correnti on line.

La vittima, infatti, è stata preliminarmente "agganciata" su facebook da un utente a lui sconosciuto, dal nome femminile, con cui ha intrattenuto una conversazione subito spostata su Whatsapp, come richiesto dall'interlocutrice. Dal profilo del social network, gli impostori hanno quindi carpito la data e il luogo di nascita della parte offesa, nonché l'indirizzo di posta elettronica, mentre l'utenza mobile è stata individuata grazie al contatto Whatsapp. Una volta in possesso di tali dati, i malviventi hanno proceduto a chiedere e ottenere il duplicato della sim card abbinata all’utenza in uso alla persona offesa, utilizzando i suoi dati anagrafici.

Poi hanno effettuato il reset della password di accesso alla casella di posta elettronica del denunciante, operazione che ha consentito loro, una volta ottenuta la nuova password, di accedere ai contenuti dei messaggi di posta elettronica in giacenza, tra cui quelli della banca on line, dove era indicato il codice cliente del conto corrente. A quel punto, i malviventi hanno proceduto al reset del Pin del conto on line, ottenendo una nuova password di accesso, inviata sull’utenza mobile del reale titolare, ma di fatto in loro possesso. Infine, ottenuti i dati necessari, hanno effettuato l’accesso al conto on line della vittima, disponendo il bonifico fraudolento a favore di un Iban a loro intestato.

Il phishing è una truffa informatica che permette di carpire, attraverso un'e-mail, i dati di accesso personali alla propria banca online. Ecco come avviene. Arriva nella casella di posta elettronica un'e-mail che sembra provenire dalla vostra banca e vi dice che c'è un imprecisato problema al sistema di "home banking". Vi invita pertanto ad aprire la home page della banca con cui avete il conto corrente gestito via web e di cliccare sul link indicato nella mail. Subito dopo aver cliccato sul link, si apre una finestra su cui digitare la "user-id" e la "password" di accesso all'home banking. Dopo pochi secondi, appare un'altro finestra che informa che, per assenza di collegamento, non è possibile la connessione.

A questo punto qualcuno è entrato in possesso dei vostri dati e può effettuare operazioni dal vostro conto. Il raggiro consiste nell'acquisire user-id, password, nome dell'istituto di credito ed eventuali altri dati immessi dall'utente. Oltre alla posta elettronica, i mezzi utilizzati dai truffatori per entrare in possesso dei dati altrui, possono essere gli sms, nonché il contatto attraverso i social network e le applicazioni di messaggistica istantanea. Quest'ultima modalità di phishing è nuova.

Ecco 10 consigli per evitarlo:
1. Scegliere una password sicura, con almeno sei numeri, lettere e segni di punteggiatura. Non usare la stessa combinazione per altri account.

2. Usare le funzioni di sicurezza aggiuntive. Un esempio, sui social network, è la sezione “luogo di accesso”, all’interno delle "impostazioni": si possono controllare gli accessi al proprio account con data, ora e località approssimativa da cui è stato effettuato il login. Si può anche scegliere l’opzione "Termina attività" e disconnettersi da quel computer, telefono o tablet. Per avere un maggiore controllo, si può scegliere di approvare gli ingressi: una volta attivato, viene richiesto di inserire uno speciale codice di sicurezza ogni volta che si prova ad accedere al proprio account da un nuovo computer o cellulare. Una volta effettuato l’accesso, si potrà attribuire un nome al dispositivo usato e salvarlo.

3. Assicurarsi che i propri account e-mail siano protetti.

4. Disconnettersi dai social network quando si usa un computer che si condivide con altre persone.

5. Installare un software anti-virus sul computer.

6. Pensarci bene prima di scaricare o cliccare su un contenuto. Se un link vi insospettisce, non apritelo, nemmeno se proviene da un amico o da un contatto che conosci. Questa precauzione vale anche per i link inviati sui social network (ad es. in chat o in una notizia) o nelle e-mail. Se uno degli amici clicca su un link spam, potrebbe inconsapevolmente inviare l’elemento spam o taggarvi in un post spam.

7. Fai attenzione alle pagine e alle applicazioni/ai giochi falsi. Essere diffidenti verso le pagine che promuovono offerte troppo convenienti. In caso di dubbi, controllare che si tratti di una pagina verificata. Prestare attenzione quando si installano applicazioni o giochi nuovi.

8. Non accettare richieste di amicizia da persone che non si conoscono. Attraverso account falsi provano ad entrare in possesso dei vostri dati con l’opportunità di scrivere sul vostro diario e inviarvi messaggi in privato. Anche i vostri amici reali potrebbero diventarne vittima.

9. Non rivelare mai le informazioni di accesso. A volte le persone o le pagine promettono qualcosa se condividi mail e password con loro.

10. Aggiornare il browser. Le versioni più recenti dispongono di sistemi di protezione integrati. Ad esempio, possono essere in grado di avvertirvi se state per visitare un sito sospettato di praticare phishing. In ogni caso, prima di inserire i dati di accesso, accertatevi che l’Url della pagina sia quella reale: spesso gli autori di spam configurano una pagina falsa identica alla pagina di accesso al social network, nella speranza che l’utente inserisca l’indirizzo e-mail e la password.

Giovedì 24 Marzo 2016, 14:35 - Ultimo aggiornamento: 13:10

Sei un cristiano, tu vattene in chiesa». L’imam: segnalate i violenti

Corriere della sera

di Aldo Cazzullo, inviato a Napoli

Tra gli islamici alla moschea di piazza Mercato in preghiera guidati da Abdullah (che in realtà si chiama Cozzolino ed è un ex frate francescano)

Musulmani in preghiera in piazza Mercato a Napoli per festeggiare la fine del Ramadan (Kontro Lab)

Si avvicina un altro barbuto: «Sei cristiano? Sì? E allora vai in chiesa». Ma nelle chiese italiane i musulmani possono entrare. «Se non sai l’arabo, qui non puoi pregare». Si avvicinano altri fautori del dialogo interreligioso: «Giornalisti vaffanculo! Italiani vaffanculo!». Segue una sfilza di parole in arabo, certo formule augurali di prosperità e buona salute. Un marocchino alto dice con aria complice: «Io la penso come Massimo Fini».

Lo conosce? «Io ascolto sempre la Zanzara su Radio24: mi fa ridere e mi fa capire l’Italia. Massimo Fini ha detto che in Iraq gli americani hanno fatto 700 mila morti, tra cui 200 mila bambini. E i nostri bambini non sono meno bambini dei vostri. Questo Massimo Fini deve essere un uomo molto saggio. Io voglio andare alla Feltrinelli a comprare tutti i libri di Massimo Fini». Comprerà pure quelli di Oriana Fallaci? Il marocchino mi guarda come si guarda una mosca su un cuscino di broccato bianco.

La locandina di «Napolislam»
La locandina di «Napolislam»
Musulmani a Napoli
Qui non siamo nella grande moschea di Roma, l’architettura di Portoghesi ai Parioli, che non ha un quartiere islamico attorno. Non siamo neppure in un’enclave musulmana come Molenbeek: è difficile creare un’isola di illegalità tra i bassi di Napoli, dove la legalità è sospesa da secoli. Siamo davanti alla moschea di piazza Mercato, il ventre della città. Qui hanno girato un film — Napolislam, storie di italiani convertiti — che sarebbe dovuto uscire nelle sale all’indomani delle stragi di Parigi. Non c’è scontro di civiltà ma burbera convivenza, si compra e si vende di tutto trattando sul prezzo, gli immigrati parlano dialetto, «Salam aleikum Rashid, tenite ‘e sigarette?». Statua di padre Pio. Altare con l’effigie della Madonna e le foto dei morti di camorra. L’immagine della Pietra nera della Mecca segnala l’ingresso della moschea, un antico convento di suore.
«Non è delazione; è difesa della comunità»
L’imam si chiama Abdullah, Servo di Dio. Assicura che questo è un luogo di integrazione: «Ogni venerdì vengono a pregare 600 persone da decine di Paesi diversi. Certo, non posso garantire per tutti. Non posso conoscere i sentimenti di ognuno». Fino al 2004 questa era la «moschea degli algerini», coinvolta in tutte le indagini sul terrorismo internazionale. Poi sono arrivati l’imam Yasin e appunto l’imam Abdullah. «Abbiamo lavorato molto. Abbiamo invitato qui sacerdoti, rabbini, poliziotti, scolaresche. Abbiamo detto a tutti i fratelli che quando incontrano un radicale, o anche solo uno che fa strani discorsi, devono segnalarlo. Non è delazione; è difesa della comunità. A Napoli e dintorni vivono 15 mila musulmani, e l’Isis purtroppo è un elemento di richiamo, inutile negarlo. Una tentazione. Ci sono giovani che non sanno chi sono e non sanno cosa fare, la pressione psicologica di Internet è fortissima, il fondamentalismo promette loro un’identità».
Cauta condanna e profondo fastidio
Cominciano ad arrivare i fedeli per la preghiera del venerdì. Il tono medio non è certo di approvazione dei terroristi. È di cauta condanna e profondo fastidio, per gli assassini e per chi vuole portare il discorso sugli assassini. Molti spiegano che già la vita non è facile, che già la polizia li prende di mira, e gli attentati rendono tutto più complicato. Ma tra i giovani esiste anche l’atteggiamento che il 14 novembre prevaleva tra i musulmani delle banlieue di Parigi: né con lo Stato Islamico, né con lo Stato francese, in questo caso italiano; che pure a noi spesso appare distante se non nemico, figuriamoci a loro.
Le donne non si vedono
La moschea ora è piena all’inverosimile. Le donne non si vedono, sono chiuse nella loro stanza. C’è anche l’artista siriano che ha intagliato il mihrab, verso cui tutti si inginocchiano, e il minbar, da dove l’imam Abdullah tiene la predica, in italiano inframmezzato da parole arabe: «Fratelli noi dobbiamo condannare senza alcun dubbio, senza alcun se, senza alcun ma, gli attentati compiuti non lontano dal nostro Paese. E la condanna non basta. Ricordatevi che Allah ci guarda. Allah ci osserva in ogni momento della nostra vita, quando siamo in moschea e quando siamo a casa. Allah sa tutto quello che accade nella terra, nei cieli e nel segreto dei nostri cuori». Un ragazzo ghanese in jeans, felpa Adidas e capelli rasta, legge un’antica copia del Corano; un vecchio algerino con la barba lunga, la kefiah e la veste bianca sino ai piedi segue le preghiere sull’i-Pad. Prosegue l’imam: «Allah sa quando il nostro sguardo tradisce qualcosa, Allah sa quando abbiamo qualcosa da nascondere.

Noi saremo giudicati anche per le nostre intenzioni, ma non dobbiamo avere paura perché Allah è misericordioso, ci aiuta a vincere la tentazione del male. Però se qualcuno di noi pensa di discostarsi dal sentiero segnato da Allah, allora sappia che gli angeli saranno testimoni e scriveranno quello che non si palesa, annoteranno il male nascosto». Ci sono pachistani, senegalesi, bosniaci, uzbechi, albanesi, ceceni, tagichi, bengalesi, ivoriani, somali. «Rivolgiamo i nostri cuori a tutte le vittime del terrorismo, in qualunque Paese: facciamo in modo che questo male, che colpisce soprattutto noi musulmani, si muti in azione positiva. Noi musulmani dobbiamo avere un ruolo in questo». Poi tutti si inginocchiano, in quella selva di schiene piegate al ritmo di «Allahu akbar» che all’unico infedele presente fa sempre una certa impressione.
I notabili della comunità
All’uscita molti si fermano ad abbracciare e baciare l’imam, e a stringere la mano all’ospite. Sono i notabili della comunità, quelli che hanno studiato: Ibrahim è un ingegnere etiope, un altro Ibrahim è un economista fuggito dalla guerra civile in Yemen; ci sono due commercianti kirghizi, ci sono i tre figli di Khaled, siriano: Mustafà fa economia a Salerno, Suraya architettura a Napoli, Sarah lingue all’Orientale. Assicurano che fino a quando Assad non sarà cacciato gli attacchi dei terroristi continueranno.
Qui sorgerà la Casa di Abramo
All’uscita qualcuno va a spedire i soldi a casa, qualcuno va a scommettere nel negozio tra la vecchia sede del Pdl con le bandiere a mezz’asta e i fuochi d’artificio «Polvere di stelle». Piazza Mercato in realtà è uno dei centri della civiltà europea, 200 metri a destra ci sono le Sette opere di misericordia di Caravaggio, 200 metri a sinistra c’è San Gennaro esce vivo dalla fornace di Ribera, due tra le opere più belle mai dipinte da un uomo; dice l’imam che qui sorgerà la Casa di Abramo, un centro per le tre religioni monoteiste, «nello spirito del pensiero meridiano di Franco Cassano, della Napoli multicolore di Pino Daniele».
L’imam Abdullah si chiama Massimo Cozzolino
Queste cose le conosce perché l’imam Abdullah si chiama in realtà Massimo Cozzolino. Ex Federazione giovanile comunista, ex frate francescano, due lauree in filosofia e scienze politiche, master in peacekeeping; convertito a 36 anni, nel 1997, ha studiato l’arabo e il Corano a Londra. L’imam Yasin si chiama in realtà Agostino Gentile. Sono mille i napoletani convertiti come loro all’Islam. Chiedono una grande moschea e nell’attesa almeno un cimitero: oggi i musulmani che muoiono qui vengono sepolti a Roma o rimpatriati nei Paesi d’origine; tra i compiti dell’imam c’è lavare i corpi dei maghrebini e degli africani ammazzati dalla camorra; questa anche da morti resta per loro una terra straniera.

25 marzo 2016 (modifica il 26 marzo 2016 | 07:20)

Lula vuol sfuggire al carcere: "L'Italia mi dia asilo politico"

Giulia Bonaudi - Ven, 25/03/2016 - 10:40

Il piano segreto di Lula rivelato dal settimanale Veja: pronto a rifugiarsi nella nostra ambasciata a Brasilia



Le maglie della giustizia brasiliana si stringono sempre di più intorno a Lula. L'ex presidente operaio, stando alle rivelazione della rivista Veja, avrebbe già un piano di fuga e la meta prescelta sarebbe proprio l'Italia.

Luis Inacio Lula da Silva, alias Lula, sta cercando una scappatoia dalla scure dei giudici di Curitiba che indagano su un giro di mazzette con il colosso petrolifero Petrobras. Lo scandalo che lo ha travolto, mettendo a serio rischio anche il mandato dell'attuale presidente, nonché sua pupilla, Dilma Rousseff, ha portato in piazza milioni di brasiliani. Un evento senza precedenti nella storia del Paese. E così, dopo il tentativo fallito di farsi nominare ministro della Casa Civile, che gli avrebbe garantito l'immunità, adesso Lula avrebbe pronto un "piano b".

Secondo il settimanale brasiliano, Veja, di gran lunga il più venduto nel Paese, Lula avrebbe intenzione di rifugiarsi nel Belpaese. L’anticipazione fornita dal settimanale offre finora pochi dettagli. Il piano consisterebbe nel chiedere aiuto all’Italia e poi rifugiarsi nell’ambasciata italiana a Brasilia. Da lì ottenere una sorta di salvacondotto dal Congresso per poter lasciare la sede diplomatica e raggiungere l’aeroporto senza essere arrestato. La scelta del Paese sarebbe merito della moglie di Lula, Marisa Leticia, nelle cui vene scorre sangue tricolore, o meglio bergamasco: l’ex “Prima Dama”, infatti, è originaria di Palazzago dove risiedevano, in via Valle, i bisnonni Giovanni Casa e Albina Mazoleni, sposati dal 1908, prima di trasferirsi in Sud America.

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sabato 1 gennaio 2011


Battisti, Lula dice no all'estradizione Berlusconi: "La vicenda non è chiusa" E Napolitano: "Deluso e contrariato"
di Redazione

Il ministro degli Esteri Amorim: no all'estradizione dell'ex terrorista, "impertinente nel riferimento personale a Lula" la nota del governo italiano. Battisti resterà in Brasile come immigrante. Berlusconi: "Amarezza, ma l'Italia farà valere i suoi diritti in tutte le sedi". Napolitano: "Decisione incomprensibile".

Il ministro degli Esteri brasiliano Celso Amorim: no all'estradizione dell'ex terrorista italiano. Il governo brasiliano considera "impertinente in particolare nel riferimento personale a Lula" la nota diffusa ieri dal Governo italiano circa il caso Battisti. Lo ha sottolineato il ministro leggendo una nota ufficiale del governo. Amorim ha detto di non ritenere che il presidente Lula si metterà in contatto con le autorità italiane. A una domanda se considera che le decisioni di Brasilia su Battisti possano pregiudicare i rapporti con l' Italia, Amorim ha risposto "non credo".

Secondo la nota del governo brasiliano, riportata dal quotidiano Globo online, la decisione di Lula non rappresenta un affronto verso un altro Paese "nel momento in cui si creano situazioni particolari che possono generare rischi per la persona, nonostante il carattere democratico dei due Stati". Nella nota il governo brasiliano esprime quindi il suo "stupore" per la reazione italiana. Amorim ha letto il comunicato del governo di Lula durante un breve punto stampa con i cronisti al Planalto, sede della presidenza brasiliana, dove si trova lo stesso capo dello stato.

Per Lula è l'ultimo giorno della sua presidenza, visto che domani ci sarà a Brasilia l'insediamento di Dilma Rousseff. In questa ultima giornata, Lula ha in programma una serie di riunioni, che saranno i suoi ultimi appuntamenti ufficiali. Tra le riunioni, un colloquio con l'avvocato generale dello stato Luis Inacio Lucena Adams, che ieri aveva espresso un parere contrario all'estradizione di Battisti.

L'amarezza di Berlusconi: "Ma vicenda non chiusa" "Esprimo profonda amarezza e rammarico per la decisione del Presidente Lula di negare l'estradizione del pluriomicida Cesare Battisti nonostante le insistenti richieste e sollecitazioni a ogni livello da parte italiana. Si tratta- afferma il presidente del Consiglio in una nota diffusa da Palazzo Chigi - di una scelta contraria al più elementare senso di giustizia". "Esprimo ai familiari delle vittime tutta la mia solidarietà, la mia vicinanza e l'impegno a proseguire la battaglia perché Battisti venga consegnato alla giustizia italiana. Considero la vicenda tutt'altro che chiusa: l'Italia non si arrende e farà valere i propri diritti in tutte le sedi", conclude Berlusconi.

Napolitano: "Decisione incomprensibile" "La decisione del Presidente Lula ha suscitato in me profonda delusione, amarezza e contrarietà. Gli avevo scritto nel gennaio 2009, illustrandogli ampiamente le circostanze di fatto, e gli argomenti giuridici e politici, che chiaramente militavano per la concessione dell'estradizione di Cesare Battisti; gli riproposi tutti i termini della questione-spiega Napolitano in una nota - incontrandolo a L'Aquila in occasione del G8 e ricavai da quell'incontro motivi di fiducia nella comprensione, da parte brasiliana, delle ragioni dell'Italia".

"A maggior ragione, mi appare incomprensibile la decisione, le cui motivazioni appaiono tanto infondate quanto insensibili alle garanzie dell'ordinamento giuridico e alla tradizione democratica del nostro paese. Non mi resta che confidare in una seria considerazione, nelle competenti sedi brasiliane, delle nuove istanze che saranno prodotte dalle autorità italiane ; e rivolgere un pensiero addolorato- conclude il Capo dello Stato- alle vittime dei crimini di Battisti come di tutte le vittime del terrorismo".

Frattini: "Motivazioni inaccettabili" Il ministro degli Esteri Franco Frattini e la Farnesina esprimono "il più vivo sconcerto e la profonda delusione per una decisione insolita rispetto alla stessa prassi istituzionale brasiliana, che contraddice i principi fondamentali del diritto e offende i familiari e la memoria delle vittime dei gravissimi atti di violenza commessi da Cesare Battisti". Lo sottolinea una nota spiegando che "tanto più incomprensibili ed inaccettabili agli occhi del governo italiano e di tutti gli italiani appaiono le modalità dell' annuncio e il riferimento, nelle motivazioni della decisione, al presunto aggravamento della situazione personale di Battisti".

"Esprimo profonda amarezza e rammarico per la decisione del Presidente Lula di negare l'estradizione del pluriomicida Cesare Battisti nonostante le insistenti richieste e sollecitazioni a ogni livello da parte italiana. Si tratta- afferma il presidente del Consiglio in una nota diffusa da Palazzo Chigi - di una scelta contraria al più elementare senso di giustizia". "Esprimo ai familiari delle vittime tutta la mia solidarietà, la mia vicinanza e l'impegno a proseguire la battaglia perché Battisti venga consegnato alla giustizia italiana. Considero la vicenda tutt'altro che chiusa: l'Italia non si arrende e farà valere i propri diritti in tutte le sedi", conclude Berlusconi.

La Farnesina richiama l'ambasciatore La Farnesina si appresta a richiamare a Roma l'ambasciatore d'Italia in Brasile, Gherardo La Francesca per consultazioni. "Il ministro Frattini ha deciso di richiamare a Roma l'ambasciatore la Francesca per consultazioni volte a definire il percorso dell'azione giudiziaria del governo italiano in difesa delle proprie legittime aspettative basate sul Trattato bilaterale di estradizione e sulla sentenza del Tribunale Supremo brasiliano". E' quanto si legge in un comunicato sul caso Battisti.

"Lavoriamo contro la scarcerazione" Il governo italiano punta a "utilizzare immediatamente tutti i possibili margini offerti dall'ordinamento giuridico brasiliano per ottenere nei tempi più rapidi la sospensione della procedura di scarcerazione di Cesare Battisti". Lo precisa in una nota della Farnesina il ministro degli Esteri, Franco Frattini, spiegando che l'Italia lavorerà per "far sì che il Tsf verifichi l'incompatibilità della decisione presidenziale con la sua stessa precedente sentenza del novembre 2009 che aveva negato i presupposti per la concessione a Battisti dello status di rifugiato".

Il caso Battisti - ricorda la nota della Farnesina - è stato in questi anni seguito in Italia da tutte le più alte cariche istituzionali, dalle forze politiche e parlamentari e dall'opinione pubblica, con unanime determinazione e piena unità di azione, "mentre la diplomazia italiana, a tutti i livelli e con il più grande impegno e professionalità, si è attivata presso le istanze brasiliane per promuovere i legittimi interessi e le aspettative dello Stato italiano sulla vicenda".

Messaggio alla Rousseff Il Frattini ha chiesto all'ambasciatore italiano di recapitare al nuovo Presidente del Brasile, Dilma Rousseff, al momento stesso del suo insediamento, un messaggio sul caso Battisti. Un messaggio in "cui si fa stato della ferma determinazione del governo italiano ad esperire tutte le possibili vie legali per ottenere l'estradizione in Italia di Battisti, nonché - si legge nella nota - il nostro forte auspicio affinché il nuovo Presidente possa rivedere la decisione del suo predecessore ed uniformarsi alla sentenza del Tribunale Supremo Brasiliano".

Ratifica del trattato Italia - Brasile a rischio "Questo non è un clima favorevole per ratificare a Gennaio" il Trattato tra Italia e Brasile che era stato raggiunto prima dell'estate scorsa. Lo ha sottolineato il ministro degli Esteri Franco Frattini parlando a Sky Tg24. Difesa, infrastrutture, trasporti, energia, agroindustria: questi i principali settori in cui Italia e Brasile, lo scorso giugno hanno dato vita ad una serie di accordi bilaterali. Un vero e proprio dossier economico che però include anche un protocollo di collaborazione culturale, uno per il turismo e uno per la cooperazione in materia dello sport.

Accordi dal valore di circa 10 miliardi di euro che, come disse il premier in visita a San Paolo 6 mesi fa, permetterebbero alle imprese italiane "di aiutare il miracolo economico brasiliano". L'intesa bilaterale, che dovrebbe essere ratificata dall'Italia nel febbraio prossimo, include anche formazione industriale e ricerca e la possibilità, per le aziende italiane, di intervenire nella costruzione di nuove strutture sportive legate ai prossimi appuntamenti che vedranno il Brasile protagonista con i mondiali di calcio del 2014 e con le Olimpiadi a Rio de Janiero del 2016.

Alfano: Lula incrina trattati e accordi Il ministro della Giustizia Angelino Alfano esprime "profondo rammarico" per la decisione assunta dal presidente Lula. "Il ministero della Giustizia - afferma Alfano in una nota - si è sempre mosso nella cornice disegnata dal diritto romano secondo cui 'Pacta sunt servanda'. Purtroppo, questo alto principio di legalità, che non è nelle disponibilità di alcuno, é stato gravemente ignorato, incrinando così la credibilità e l'efficacia delle leggi e dei trattati internazionali". In particolare "non si comprende per quale ragione il presidente Lula eccepisca l'articolo 3 del Trattato bilaterale, secondo il quale ci potrebbe essere un aggravamento della condizione personale dell'estradando che, nel caso in esame, è stato regolarmente condannato dalla giustizia italiana perché colpevole di efferati omicidi".

La Russa: decisione offensiva "La peggiore previsione si è realizzata", ma l'Italia "non lascerà nulla di intentato" affinché il Brasile "receda da questa decisione ingiusta e gravemente offensiva". Lo dice il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, commentando con l'ANSA l'annuncio del Brasile di negare l'estradizione L'annuncio "arriva in un momento - afferma La Russa - in cui il mio pensiero è concentrato sul nuovo lutto in Afghanistan, dove oggi è caduto un altro militare italiano". Tuttavia, "questo non mi impedisce di dire - aggiunge - che nulla resterà intentato sul piano giuridico e su qualunque altro aspetto consentito dalla legge, affinché il Brasile receda da questa decisione, per fortuna non definitiva, che oltre ad essere ingiusta e gravemente offensiva dell'Italia, lo é soprattutto della memoria delle persone assassinate e del dolore dei familiari di tutti coloro che hanno perso la vita per responsabilità dell'assassino Battisti".

"Resterà come immigrante" Battisti resterà in Brasile come immigrante, non come rifugiato o come esiliato politico. E al Supremo Tribunale Federale non spetta più prendere decisioni sul caso ma solo emettere il documento di scarcerazione. Lo ha riferito un portavoce del governo a Brasilia citato dalla stampa brasiliana. "Spetterà ora al Stf emettere l'ordine di scarcerazione di Battisti, detenuto nel penitenziario della Papuda a Brasilia", ha detto ancora la fonte. "La decisione del Supremo può essere monocratica, firmata dal suo presidente Cezar Peluso, o del plenario. Se Peluso opta per la riunione del plenario, la liberazione avrà luogo solo in febbraio, perche il Stf adesso é in pausa estiva. Ma la decisione monocratica invece può essere firmata in qualsiasi momento".

Dal momento che il Supremo Tribunale Federale ha invertito all'inizio del 2009 la sentenza di rifugiato emessa dall'allora ministro della giustizia Tarso Genro, la decisione del presidente Luiz Inacio Lula da Silva si limita a non concedere la sua estradizione in Italia. Per questo l'ex terrorista si trasformerà in immigrante in Brasile e ha bisogno si presentare una richiesta di visto presso il ministero del lavoro. Avendo Lula deciso per la sua permanenza nel paese, la concessione del visto è praticamente automatica. A partire dalla concessione di questo visto, Battisti potrà richiedere la carta d'identità, il permesso di lavoro e il passaporto brasiliano. Potrà anche andare all'estero quando lo desidera.

Il ministro Mello: va scarcerato subito Per il ministro del Supremo Tribunale Federale, Marco Aurelio Mello, "Cesare Battisti deve essere scarcerato immediatamente". "La prigione di Battisti è stata decisa a suo tempo dal Supremo per veicolare la sua estradizione, dopo la decisione della Corte, che è stata semplicemente verbale, di convalidare la richiesta di estradizione del governo italiano", ha detto Mello alla tv Globo, che ha aggiunto: "Apartire dal momento in cui questa estradizione è stata revocata, non c'é più motivo che Battisti resti in carcere".

L'Italia ricorrerà al Supremo Tribunale federale "La repubblica italiana, con il dovuto rispetto alle istituzioni brasiliane, farà ricorso al Supremo Tribunale Federale contro la pratica di un atto evidentemente illegale ed abusivo". Lo ha detto oggi l'avvocato brasiliano del governo italiano, Nabor Bulhoes, all'Agencia Brasil. L'avvocato ha spiegato che "nel contesto in cui il Supremo Tribunale Federale ha respinto il rifugio e ha concesso l'estradizione, lo stesso ha competenza costituzionale, che è privatamente sua, mentre restava solo al presidente Lula di rispettare il trattato di estradizione bilaterale". Secondo Bulhoes il trattato deve essere rispettato perché "internamente al Brasile è una legge federale speciale, e internazionalmente è fonte di diritto internazionale".

L'opposizione brasiliana contro Lula "Spero che la presidente Dilma Rousseff avrà la sufficiente indipendenza da Lula" e sia pronta a "rispettare la decisione del Supremo Tribunal Federal", che un anno fa si è detto favorevole all' estradizione di Cesare Battisti in Italia: lo ha sottolineato il capogruppo al Senato del partito conservatore Democratas, oppositore al presidente Lula. "Il presidente lascia nel suo ultimo giorno di governo un'eredità negativa, che porta ad una frattura dei buoni rapporti secolari tra Italia e Brasile. Egli ha offeso la società italiana, che vuole solo vedere un terrorista compiere la condanna che gli è stata inflitta", ha detto Maia all'ANSA. Il "no" all'estradizione di Battisti, ha concluso il parlamentare, rappresenta di fatto "un'intromissione negli affari interni dell'Italia basata su ragioni ideologiche".

Bossi: presidente di sinistra salva uno di sinistra "Un presidente di sinistra ha salvato un uomo di sinistra". Così Umberto Bossi ha brevemente commentato la decisione del capo di Stato Brasiliano. Bossi, che si trova in vacanza a Ponte di Legno, lo ha detto dopo un brindisi con una trentina di militanti del Carroccio che questa sera, come di consueto, sono andati al Castelletto per fargli gli auguri di buon anno con una fiaccolata.

La posizione del governo che non è piaciuta a Lula Il governo italiano si è attivato con determinazione e chiarezza durante l’ultimo anno e mezzo, con il consenso unanime di tutte le forze politiche, per ottenere l’estradizione in Italia di Battisti, il pluriomicida condannato in via definitiva attualmente detenuto in Brasile. Proprio nelle ultime ore il Governo ha continuato a insistere nella richiesta di estradizione, peraltro accolta dal Supremo Tribunale Federale del Brasile e rimessa per l’attuazione a Lula e si riserva di esprimere le proprie valutazioni dopo l’annuncio ufficiale della decisione.

"Tuttavia - spiega Palazzo Chigi - in questo momento delicato alcune informazioni fanno ritenere che nella possibile motivazione della decisione di Lula vi possa essere il riferimento all’articolo 3 comma F del Trattato di estradizione, e quindi al presunto aggravamento della situazione personale di Battisti". In questo caso, il governo italiano fin d’ora intende dichiarare che "considera incomprensibile e inaccettabile nel modo più assoluto siffatto riferimento e la relativa decisione. Lula dovrebbe allora spiegare tale scelta non solo al Governo, ma agli italiani tutti e in particolare alle famiglie delle vittime e a un uomo ridotto su una sedia a rotelle".

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Quando Napolitano scrisse a Lula: l'Italia ha sempre garantito i diritti dei singoli

Nel 2009 il Capo dello Stato scrisse al presidente brasiliano dopo la decisione del ministro della Giustizia Tarso Genro "di concedere lo status di rifugiato politico al terrorista Cesare Battisti"


"Caro Presidente Lula, in nome della nostra personale amicizia, oltre che dell'amicizia tra i nostri due Paesi, Le scrivo per manifestarle stupore e profondo rammarico dinanzi alla decisione del Ministro della Giustizia Tarso Genro di concedere lo status di rifugiato politico al terrorista Cesare Battisti". Così il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano esordì nella lettera inviata al presidente del Brasile Lula nel 2009 per fare il punto sulla posizione dell'Italia sulla vicenda Battisti. "Battisti- prosegue il Capo dello Stato nella missiva resa nota dal Quirinale - fu condannato all'ergastolo in Italia perché giudicato colpevole, tra gli altri delitti, di ben quattro omicidi commessi, nel 1978 e 1979 per finalità di terrorismo.

Evaso dall'Italia nel 1981, trovò rifugio in Francia e poi fuggì in Brasile per sottrarsi alla esecuzione del provvedimento delle autorità francesi che ne avevano concesso la estradizione. La ricostruzione degli anni del terrorismo in Italia come emerge nel testo della decisione del Ministro della Giustizia, appare inaccettabile. Nel provvedimento con cui il Ministro ha attribuito a Battisti lo status di rifugiato non vengono in alcun modo presi in considerazione il sangue versato e il dolore delle famiglie delle vittime (due appartenenti alle Forze di Polizia, un macellaio e un gioielliere).

Eppure la Costituzione della Repubblica Federativa del Brasile considera delitti particolarmente gravi quelli di terrorismo e l'azione di gruppi armati, civili o militari, contro l'ordine costituzionale e lo Stato democratico. Per di più, il Ministro ha messo in dubbio il rispetto da parte della nostra legislazione penale dei principi fondamentali della civiltà giuridica. Riaffermo con forza che, anche negli anni più cruenti del terrorismo, la legislazione italiana ha sempre pienamente rispettato le garanzie dei diritti dei singoli individui.

Non a caso anche la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, cui Battisti si era rivolto, ha affermato - con decisione del 12 dicembre 2006- che i giudizi cui Battisti era stato sottoposto in Italia si erano svolti nella rigorosa osservanza dei principi del giusto processo. Né in quei giudizi si era data applicazione ad alcuna legge emergenziale della quale il Ministro - pur erroneamente e senza poterlo dimostrare - assume il carattere persecutorio.

I giudizi a carico di Battisti seguirono le regole comuni; così come seguiranno le regole comuni del nostro ordinamento le fasi di esecuzione della pena. La Costituzione italiana afferma infatti il principio del carattere non punitivo ma riabilitativo della pena e, a tal fine, il sistema giudiziario e penitenziario italiano prevede istituti flessibili e modalità appropriate per accompagnare gradualmente il condannato -anche se per fatti di terrorismo- nel processo di riabilitazione, pur nel caso in cui gli sia stata inflitta la pena dell'ergastolo.

Sono questi i principi a cui si ispira la richiesta di estradizione da parte dell'Italia. La concessione dello status di rifugiato politico a Battisti contrasta con le Convenzioni internazionali che definiscono le condizioni per il riconoscimento di tale status e implica un giudizio di valore inaccettabilmente negativo sull'ordinamento costituzionale e giuridico italiano, ignorando i diritti che esso assicura ai condannati in Italia. E' sorprendente che una decisione del genere provenga da un Paese come il Brasile che ha ben conosciuto in anni recenti il carattere proprio di una dittatura soffrendo la negazione di ogni libertà.

Gli oppositori di quella dittatura trovarono d'altronde rifugio e amichevole protezione anche in Italia. Non si possono equiparare i terroristi che si sono macchiati di crimini gravissimi contro singoli cittadini e contro lo Stato democratico, a coloro che in ben diverse situazioni hanno legittimamente lottato contro la dittatura. Non è accettabile che crimini come quelli commessi da Cesare Battisti -prosegue Napolitano - siano dimenticati o peggio ancora assolti in considerazione di una loro indefinita e inesistente "natura politica".

La grave decisione con cui il Ministro della Giustizia ha accolto il ricorso del Battisti ha determinato una profonda emozione e un'ondata di sdegno in tutte le forze politiche italiane. Caro Presidente, questa mia lettera è dettata dalla memoria sempre vivissima dei rischi per la democrazia repubblicana e delle sofferenze per centinaia e centinaia di famiglie che gli anni del terrorismo - specie di quello ispirato da una sedicente sinistra rivoluzionaria - rappresentarono per l'Italia (Le accludo una pubblicazione da me personalmente curata per ricordare le vittime del terrorismo "di destra" e "di sinistra"). Confido nella Sua comprensione per le considerazioni che ho voluto personalmente esporLe".

L’Italia sui manuali di storia

La Stampa
mattia feltri

La Seconda repubblica cominciò con Tangentopoli e finì con Paperopoli

La guerra in trattoria

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mattia feltri

Il ministro israeliano Israel Katz ha detto che «se i belgi continuano a mangiare cioccolata e a godersi la vita e continuano ad apparire come grandi democratici e liberali senza decidere che alcuni musulmani nella loro nazione stanno organizzando il terrore, allora non saranno in grado di combatterli». Sostituite belgi e cioccolata con italiani e pizza, con francesi e foie gras, con tedeschi e crauti e avrete la situazione attuale dell’Europa.

Quell'accoglienza impraticabile

Piero Ostellino - Ven, 25/03/2016 - 15:15

I recenti fatti di sangue di Bruxelles rivelano l'inconciliabilità fra una parte del mondo islamico quella del radicalismo religioso - e il cristianesimo o, meglio, la civilizzazione occidentale e quindi l'impraticabilità di una politica dell'accoglienza, da parte dei Paesi cristiani e occidentali, dell'immigrazione islamica e della creazione di una società multiculturale come nei Paesi Stati Uniti e Gran Bretagna dove tradizionalmente si è concretata ed è già, in ogni caso, in crisi.

Dividono le due forme di civilizzazione, due concezioni del mondo e due culture antitetiche. Impera, da noi, la separazione fra religione e politica, fra peccato e reato, che assegna alla vita un valore sacro e rifugge dall'idea della morte.

È nata con l'Illuminismo e lo Stato moderno; nel mondo islamico, la loro associazione che tende a trasformare la società in una teocrazia. A creare tale disparità sono state le esperienze storiche delle due comunità: illuministica, liberaldemocratica quella cristiana e occidentale; medievale e teocratica, quella islamica e orientale. Le divide l'idea stessa della vita e della morte. Per un estremista islamico, è naturale sacrificare se stesso per uccidere l'«infedele» cristiano (o ebreo) occidentale.Non mi si dica, a questo punto, che questo è razzismo. La constatazione delle differenze e dell'inconciliabilità fra civilizzazioni è storica e sociale.

È un fatto incontrovertibile. Si rivela inattuabile, alla luce di tale inconciliabilità, la politica dell'accoglienza indiscriminata dell'immigrazione dai Paesi mediorientali che, spiace dirlo, finisce col popolare di estremismo islamico l'Europa. Non si tratta, evidentemente, di discriminare l'immigrazione sulla base di concezioni religiose; ma di prendere atto, realisticamente, che fra certe civilizzazioni c'è un storica e sociale inconciliabilità e non pretendere che l'una, quella islamica, diventi occidentale e l'altra, quella cristiana, accetti gli squilibri e le instabilità sociali che ne derivano.

Nella storia dell'umanità, e questo ne è un caso, si sono formate civilizzazioni con caratteristiche e peculiarità culturali differenti che non si eliminano con la buona volontà di chi accetta l'immigrazione come puro dovere dell'accoglienza senza chiedersi che cosa essa comporti e costi per chi se ne fa carico. Per il principio di tolleranza della civilizzazione occidentale, l'islamico non è, per definizione, «l'infedele»; lo è il cristiano, o l'ebreo, per la civilizzazione islamica e orientale. Pretendere di cancellare identità, modi di sentire, per buonismo, è illusorio. Pensare, e dire, che il dovere dell'accoglienza e poi succeda quello che deve succedere - è connaturato al cristianesimo. Ma non lo è per lo Stato, che deve sempre preoccuparsi delle conseguenze dei propri atti.

I fatti di sangue di Bruxelles mostrano quali ne siano le conseguenze se li si ignora. Possiamo convivere anche con quella parte dell'Islam estremista a condizione che questi rispetti le nostre regole, una volta insediatosi da noi e non condivido chi sostiene che, sotto questo profilo, ciascuno dovrebbe vivere per conto suo. Il problema è un altro. Chi viene da noi deve sapere, e vi si deve adeguare, quali sono le nostre regole del gioco e non può pretendere di imporci le sue. È un prezzo che anche la nostra emigrazione, ad esempio negli Stati Uniti, a suo tempo ha pagato.

Che il Papa predichi la politica dell'accoglienza indiscriminata, senza preoccuparsi delle sue conseguenze sociali e politiche, è naturale. Lui, il Papa, fa il suo mestiere e la sua fede ne giudica le conseguenze nell'aldilà. Ma non si può chiedere che lo faccia lo Stato.

piero.ostellino@ilgiornale.it